(navigation image)
Home American Libraries | Canadian Libraries | Universal Library | Community Texts | Project Gutenberg | Children's Library | Biodiversity Heritage Library | Additional Collections
Search: Advanced Search
Anonymous User (login or join us)
Upload
See other formats

Full text of "L'Italia e le tre Italie : sulle differenze fra gli italiani : brevi cenni sulle differenziazioni culturali, sociali e politiche nelle storie dell'Italia settentrionale, centrale e meridionale dall'antichità al 1955"

Roberto Sgarzi 



Ultalia e le Tre Italie 



Sulle differenze fra gli italiani 




Brevi cenni sulle differenziazioni, culturali, sociali e politiche 

nelle storie dell'Italia settentrionale, centrale e meridionale 

dall'antichità al 1955 



^ Pendragon 



A mia moglie e ai miei amici. 
Ver il grande aiuto che mi hanno dato. 



Roberto Sgarzi 



L'Italia e le Tre Italie 



Sulle differenze fra gli italiani 



Brevi cenni sulle differenziazioni culturali, sociali e politiche 

nelle storie dell'Italia settentrionale, centrale e meridionale 

dall'antichità al 1955 



^Pendragon 



Roberto Sgarzi 
L'Italia e le Tre Italie 

Sulle differenze fra gli italiani 



© Roberto Sgarzi 

Tutti i diritti riservati 

Edizioni Pendragon, 2001 
www.pendragon.it 



r ^ 



i 



E questo studio, mettendo volutamente l'accento sui vari errori divulgati dalla 

storia ufficiale e sui vari errori divulgati dal pettegolezzo popolare, 

non ha per fine una critica banale e sterile, ma è fatto solamente per portare, con 

sincerità, un contributo alla verità e quindi alla "vera unità" e comprensione 

tra .ali abitanti di tutte le regioni nonché ad un'eguaglianza, nel campo 

economico e sociale, fra tutti i cittadini italiani. 

Celare Bcrtoletli, Il Risorgimento visto dall'altra sponda 



Non per una sola strada si può arrivare ad un così grande segreto. 

Aurelio Sinntiacn 



Fra le tante qualità che occorrono allo storico c'è anche un pizzico 
di ignoranza. Perché solo con l'impedimento ad approfondire l'analisi si può 

cogliere la sintesi dei grandi av\'enimenti. 

Strachey 



È compito arduo dare una veste nuova ad argomenti triti, conferire autorità 

a quelli che si trattano per la prima volta, nuo\o splendore a quelli desueti, 

chiarezza a quelli oscuri, attrattiva a quelli noiosi, 

e insomma rendere a tutti la loro natura e alla natura tutto ciò che le appartiene. 

Plinio. Naturalis Historia, lettera dedicatoria 



Per odio e rabbia contro Nerone alcuni storici 

hanno mentito senza riguardi dicendo menzogne 

e meritando biasimi. 

Non mi stupisce perché anche scrivendo dei suoi predecessori 

non si sono attenuti ai tatti storici. 

Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche 



Piccole verità sconfiggono grandi menzogne. 
Antico proverbio russo 



La Storia deve essere raccontata e non manipolata a fini di parte, 

come da sempre si fa nel nostro paese. 

Roberto Cerva so (1999) 



11 futuro e un territorio del passato. 
Anonimo 



Forse un giorno gioverà ricordare tulio questo. 
Eleonora de Fonsecn Pinientel (Napoli 1799) 



Il passato si può dimenticare, ma non muore mai. 

T.W. Rolleston 



Indice 



n 9 
Premessa '^' 

1. L'Evo ANTICO ^^ 

Età preromana e romana; 1 celti; I celti in Italia; I celti e le guerre puniche. La fine dei regni celti- 
ci in Italia; La cultura e l'etica dei celti; Loriginalità deU'arte celtica: trascendenza e libertà; celti, 
etruschi e cartaginesi: la terribile vendetta romana; La religione celtica; Lltalia mediterranea: Ro- 
ma: Il Basso Impero e l'orientalizzazione di Roma: La fine dell'Impero romano; Bisanzio 



2. Il Medioevo ^'^ 

I "Barbari"; La caduta di Roma; Leodorico. I goti e l'integrazione razziale: La guerra greco-gotica; 

I longobardi: Bologna e r"addizione longobarda"; Il Regno d'Italia; I Comuni; La Dieta di Ron- 
caglia; La "Padania", Bologna e la libertà; Il dramma di Roma e del suo libero Comune; La Roma 
di Celestino V e Bonifacio Vili (123^-1303); La Roma di Cola di Rienzo; I bizantini; Gli arabi; I 
normanni; Il Sacro Romano Impero: Federico II di Svevia, lo "stupor mundi"; Linvasione spa- 
gnola 

3, L'Evo MODERNO: IL CINQUECENTO E IL SEICENTO 67 

II dominio spagnolo in Italia; Ritorma e Controriforma; È la Controriforma: Venezia; Granducato 
di Toscana; Stato della Chiesa 



4. Il Settecento ^^ 

LAustria potenza egemone in Italia, Piemonte: Lombardia; Dominio veneziano; Granducato di 
Toscana; Stato della Chiesa; Il Regno deUe Due Sicilie e i Borboni; I Borboni e il Settecento napo- 
letano; Lorganizzazione sociale borbonica; Letà napoleonica in Italia: 1796-1815; Le grandi rifor- 
me; Lo Stato pontificio: La Repubblica partenopea; La Controrivoluzione borbonica 



5. L'Ottocento ^^ 

La Restaurazione ncllltalia tlel nord, del centro e del suil dal 1815 al 1848; I prodromi del '48; Vin- 
cenzo Gioberti; Massimo D'Azeglio; Giacomo Durando; Giuseppe Mazzini; Pio IX; 11 '48 e la tri- 
bolata unità liclla nazione italiana; Il decennio di preparazione: 1849-1859; Camillo Benso di Ca- 
vour: il genio politico; Il patto franco-piemontese per la spartizione dell'Italia; Il "grido di dolore"; 
1859. Nasce l'Italia unita; I "Mille"; Linvasione piemontese; La conquista ilei Meridione d'Italia; I 
"briganti" meridionali e la lunga linea di sangue; 1 "lager" degli italo-piemontesi destinati ai solda- 
ti meridionali; 1870-1900: Trent'anni difficili per l'Italia neonata; 1866: Custoza e Lissa; Il Lom- 
bardo-Veneto si ribella; Giovanni Giolitti; Francesco Crispi; Roma e lo scandalo della Banca Ro- 
mana; Adua e la fame degli italiani; I dolorosi e sanguinosi tatti di Milano 



6. Il Novecento 175 

La guerra italo-turca; La Prima guerra mondiale; 1915-1918; Rapida cronistoria di un inter\'ento 
folle in una guerra folle; Il primo dopoguerra: comunismo e fascismo; Il fascismo nelle Tre Italie; 
Ual Ual: e furono le guerre; 1959-1940-1945; l'ultima grande guerra mondiale; La seconda metà 
della Seconda guerra mondiiile: il '43, il '44 e il '45 nelle Tre Italie; Lo sbarco anglo-americano in 
Sicilia; Piazzale Loreto; La resistenza al sud; le Quattro giornate di Napoli; I bombardamenti de- 
gli alleati; Le distruzioni al sud, centro e nord Italia; La fine della guerra al sud. 1943-1947; la ri- 
volta siciliana anti-italiana per l'indipendenza; La fine della guerra; Il secondo dopoguerra; Vitto- 
rio Emanuele III. l'ultimo dei Savoia; 1946. Il referendum istituzionale: fra monarchia e repubbli- 
ca; L'"occupazione del posto": una autentica piaga dello stato italiano; 



Sintetica analisi propusitiva sul presente e sul futuro del paese 229 

Questione meridionale e malessere del nord; Le Tre Italie e l'attuale immigrazione clandestina; Co- 
sa fare 



Appendice 235 

Bibliografia 237 



Premessa 



Questo mio studio deriva da almeno tre sentimen- 
ti presenti nel mio animo sin dalla giovinezza. 

Il primo è l'amore per l'Italia, la mia patria, ce- 
mentato in mille episodi della mia vita, ormai non piìi 
verde. 

Il secondo è l'amore per la verità e con essa per la 
verità storica, intesa come fonte di giustizia e di mutuo 
rispetto fra le genti. 

Il terzo è l'amore per la Storia, veramente "maestra 
di vita". 

Io credo che oggi la mia patria non possa essere, 
seriamente, ancora considerata unita. Riporterò di se- 
guito le ragioni per le quali io considero in questo mo- 
mento il mio paese una strana, spuria, confederazione 
di tre nazionalità, il nord, il centro e il sud d'Italia, co- 
sì come riferirò circa le azioni e i comportamenti, a 
volte addirittura criminali, assunti da molti indi\idui 
affinché nel passato esse fossero unite sì, ma nella vio- 
lenza e nel sangue. 

In questi ultimi tempi c'è chi dice che "l'Italia non 
esiste". Non è vero. 

E vero però che la costruzione della Nazione, for- 
zata e imposta con durezza e ferocia, dalle origini ad 
oggi, ha sempre esulato dalla verità. 

Quelli che sono stati da sempre indicati come sen- 
timenti e valori che uniscono in reciprocità gli italiani 
e cioè l'amore, la stima, il rispetto, l'identità culturale 
coincidente, le analogie storiche, tutto ciò fu e spesso 
è ancora oggi, frutto di pure, bugiarde, invenzioni pro- 
pagandistiche. 

La vera unità d'Italia, non quella geografica, ma 
quella degli uomini, dei cuori e delle menti, non è mai 
esistita perché sempre si è evitato di affrontare la verità. 

La Storia, questo grande, vero, romanzo dell'uma- 
nità, è stesa sotto i nostri occhi e se il decifrarne an- 
fratti e meandri è compito di specialisti sta a tutti noi, 
ognuno secondo il suo animo, comprenderne l'am- 
maestramento, il senso e il significato. 

Questa mia ricerca, nel significato di una verifica 
della verità storica degli eventi che portarono poi al- 
l'unità del nostro paese, vuole essere un contributo al 
la vera unità dei nostri concittadini, che può av\'enire 
solo nel rispetto della verità. 

In realtà gli avvenimenti che nei secoli determina- 



rono, nella violenza, l'unità del nostro paese e che an- 
cora lo contraddistinguono non debbono essere consi- 
derati eccezionali autenticità. 

Sempre e ovunque la realizzazione dei grandi stati 
nazionali è stata il frutto non della giustizia, ma della 
ferocia dei più forti sui più deboli. 

Esemplari al riguardo gli Stati Uniti d'America (la 
favola della liberazione dalla schiavitù è ridicola. . . era- 
no ben altri i fattori in gioco!) ove con una guerra in- 
credibilmente crudele e totale, gli industriali stati del 
nord distrussero gli agricoli stati del sud; oppure an- 
cora il Regno... Unito d'Inghilterra (quanto sia... uni- 
to lo sanno irlandesi, gallesi e scozzesi), oppure la Spa- 
gna ove baschi e catalani dimostrano una certa... in- 
sofferenza per la sopraffazione madrilena, oppure la 
Francia con i suoi bretoni sempre in rivolta, per non 
parlare della Russia... uno sterminato territorio con- 
quistato militarmente da una tribù, i Rus, negli ultimi 
due-trecento anni: l'ultimo degli imperi, un immenso 
coacervo di territori, etnie, religioni, uomini, donne, 
culture, costumi spaventosamente diversi e tenuti as- 
sieme solo e unicamente da una crudeltà inaudita, che 
a Grozny (dicembre 1999) sta triturando l'eroismo di 
un pugno di patrioti. 

Ma, se questo è vero, è vero anche che la linea cul- 
turale di tendenza dell'umanità in questa seconda 
metà del Novecento si è rivelata come il più affasci- 
nante dono del MiOennio che se ne va: un messaggio 
di reale e autentica speranza di umana felicità. 

Non facciamoci fuorviare. I mass media, e giusta- 
mente, fanno pervenire quotidianamente montagne di 
orrori che ci sdegnano e tutti siamo edotti che la so- 
praffazione, la sofferenza, il sangue, il terrore ecologi- 
co e nucleare ancora dividono e angosciano profonda- 
mente la gente di questo pianeta. 

Ma è anche vero che mai, non foss'altro per bana- 
li motivi tecnologici internct-attivi, l'umanità è stata 
più unita nel respingere l'inciviltà. 

Anche se la strada è ancora lunga, mai come in 
questi tempi l'umanità si è amata e mai come in questi 
ultimi anni ogni uomo ha sofferto per le disperazioni 
di un suo simile che, anche se immensamente lontano, 
la tecnica gli ha portato giusto lì nella sua casa, accan- 
to al suo letto o alla sua mensa. 



Sì, penso si possa realmente dire che questi ultimi 
anni fanno ragionevolmente sperare in un a\a'enire ove 
i rapporti tra gli esseri umani possano essere più giusti 
e civili. 

Ecco perché, alla luce di questo indirizzo univer- 
sale, si può cominciare a sperare che anche in Italia, al- 
l'unità bugiarda, quella della violenza, della propagan- 
da menzognera, possa essere sostituita l'unità vera, 
quella del rispetto e dell'amore fra gli italiani, pur nel- 
le loro riconosciute differenze e autenticità. 

Recenti movimenti politici popolari, strutturati 
spesso da persone meravigliose e giuste, ma a volte an- 
che da altre di intollerabile volgarità, hanno fatto pa- 
ventare per l'Italia divisioni violente e cruente. 

Fortunatamente si tratta di timori non realistici. 

Io ad esempio, e tutti quelli che conosco sono con 
me, amo i miei connazionali e considererei orribile, an- 
zi ridicolo, il solo pensare di olfendere, o addirittura 
colpire, alcuno... perché... colpevole di non essere... 
"padano" come me. 

Ma se questo è ormai agli occhi di tutti, fortunata- 
mente, o\'\'io e assodato, si deve pur dire che ad una 
certa situazione di obbiettiva grande difficoltà si è 
giunti perché in 150 lunghi anni, mai quei governanti 
hanno voluto riconoscere dignità e rispetto alle tre en- 
tità culturali che compongono il nostro paese. 

Se colpa vi è, essa è soprattutto di duci e ducetti 
che ci hanno a tutt'oggi governato, sempre con violen- 
za, mai con giustizia. 

A fronte di una situazione planetaria globalmente 
favorevole vi sono innumerevoli segnali che indicano 
viceversa un terribile, repentino, degrado etico, socia- 
le e politico della nostra patria. 

"Gente" e "Palazzo", a dispetto di montagne di 
propaganda di ogni tipo che quotidianamente ci sono 
vomitate addosso, vivono ormai in due paesi lontani e 
indifferenti fra di loro. 

Questo sì che è veramente terribile e pericoloso. E 
lasciamo stare carri armati e Carabinieri... Bava Bec- 
caris non abita piti qui... guai a chi non se ne rendes- 
se conto. 

Forse una certa immagine e una certa funzione di 
questo nostro pur amato paese hanno esaurito, a fron- 
te dei tempi nuovi, coerenza e validità. 

Siamo forse all'epilogo di un sistema di governo 
autocratico, autoritario e violento che, come un rettile 
tropicale estraneo alla nostra cultura e al nostro habi- 
tat, iniziato in modo omicida con la dinastia savoiarda 
nel 1848, si è poi trasformato, adattato, ambientato, 
acculturato, falsamente ingentilito, in modo gattopar- 
desco, curando sempre di lasciare inalterate le caratte- 
ristiche di fondo di quel sistema istituzionale. 

Bisogna trovare una soluzione che ci salvi dal disa- 
stro. 

Forse questa soluzione è nell'azzerare centocin- 
quant'anni di bugie e crudeltà e nel restituire, con ade- 



guate autonomie istituzionali, rispetto dignità, onore e 
amore alla nostra Italia. 

Anzi alle nostre Tre Itahe. Di queste vi parlerò, 
sempre con amore. 



La storia nazionale e le... 
deprecabili improvvisazioni 

È fatto noto che chiunque valuti criticamente l'an- 
tica, ottocentesca, centralistica forma istituzionale del- 
lo stato italiano che ancora lo contraddistingue, solle- 
va dure anteposizioni. E ciò è naturale. 

Spesso i "lealisti ortodossi" sono persone apprez- 
zabili, veri patrioti, che temono la frantumazione dello 
stato e con esso della patria; questi timori vanno ri- 
spettati e tenuti in grande considerazione. È vero al- 
tresì che ci sono altri aspetti che vanno rilevati. 

In un paese come il nostro, ove senso dello stato e 
struttura istituzionale sono frequentemente assai labili 
settori della società, sociali e geografici, che da 150 an- 
ni detengono il potere, godono ancora oggi di privile- 
gi rilevanti, ed è naturale che cerchino di conservarli. I 
"centralisti" accusano i "decentratori " in vario modo, 
uno di questi è di essere "deprecabili improvvisatori". 
Non entro assolutamente nel merito dell'accusa, faccio 
però rilevare che nella storia d'Italia i "deprecabili im- 
provvisatori" sono in numerosa compagnia. 

Mazzini, uno dei padri della patria, era, già ai suoi 
tempi, criticato per le molte rivolte da lui fomentate 
senza alcuna base organizzativa e, proprio per questo, 
subito represse nel sangue da polizie politiche assassi- 
ne ed efficaci. 

È vero, buona parte della storia d'Italia fu decisa 
dalla diplomazia di Cavour, ma l'autentico sapore del- 
la conquista della libertà, da parte di un popolo che la 
voleva ad ogni costo, lo diedero i "volontari" di Gari- 
baldi. 

Garibaldi e i suoi "Mille" fecero un'Italia che così 
non doveva essere nei disegni deUe Cancellerie del 
tempo. 

Se l'Italia è così, lo è perché un autentico manipo- 
lo di affascinanti "irresponsabili" così la fece. 

Garibaldi partì da Quarto quasi senza un fucile, 
perché chi glieli aveva promessi, molto semplicemen- 
te, non glieli diede, ma partì ugualmente e, rotta fa- 
cendo, con quei due vapori stracolmi "all'albanese", 
inventò un assalto piratesco e rocambolesco al torte di 
Talamone. Qui, con documenti falsi, riuscì a farsi con- 
segnare, un po' con le buone e un po' con le cattive, al- 
cuni vecchi fuciloni in realtà quasi inservibili. 

L'Eroe giunse così a Calatafimi e nello scontro con 
3000 borbonici quei ridicoli, inutili fuciloni quasi cau- 
savano il disastro. Il miracolo della vittoria fu opera 
del coraggio folle e sublime dei garibaldini, quasi tutti 
lombardi e veneti, e anche dell'abilità dei pochi cara- 
binieri genovesi, i soli decentemente armati. 



IO 



Roherlo Sgarzi 



Continuiamo a guardare, così a caso, la storia vera 
in cui si articola il nostro passato. Lo storico che ana- 
lizzi i moti del '3 1 e del '48 li osser\'a sconvolto per cer- 
ti dati assurdi. 

Un esempio. Alcuni patrioti romagnoli trascinaro- 
no un cannone fino ad una Bologna in difficoltà con i 
soliti austriaci; avevano però un solo colpo a disposi- 
zione e speravano di trovare altre munizioni per stra- 
da. Non fu così: sparato il colpo, il cannone fu inservi- 
bile. Assurdo? Ridicolo? Balordo? Una cosa è certa: i 
nomi di quei patrioti sono incisi sulle pietre. 

La stessa nostra recente Resistenza nacque da sol- 
dati disperati e affamati. Io, allora bambino, ricordo 
che nel "43 questi nostri poveri fratelli erano temuti 
dalle popolazioni locali (li chiamavano "i ribelli") per- 
ché naturalmente pretendevano il necessario per vive- 
re. Altro che disegno razionale e compiuto! 

Ma i nomi di quei ragazzi, laceri, affamati, con il 
buio negli occhi, sono oggi quelli di piazze e vie e l'e- 
sempio di molti di questi è per noi moti\'o di orgoglio 
e dignità. 

Un ultimo riferimento, che è un ultimo regalo per 
certi nostri presuntuosi "opinionisti", che io credo mai 
abbiano conosciuto questo nostro passato storico. 

Bologna ha due vie. Via Zamboni e via De Rolan- 
dis. Esse ricordano Luigi Zamboni, bolognese e G.B. 
De Rolandis, astigiano residente a Bologna; erano due 
studenti, due imberbi ragazzi che avrebbero tatto ri- 
dere a crepapelle tutti questi nostri odierni importanti 
"soloni". I vignettisti sarebbero poi andati a nozze. 

Questi due ragazzi avevano sentito parlare cii "idee 
francesi" e nel 1796, con ingenuità sconvolgente e toc- 
cante, distribuirono bigliettini ove, con disarmante 
candore, invitavano il popolo a prendere le armi per la 
libertà. 

La loro organizzazione era tutta lì: in quei quattro 
bigliettini sdruciti. Figurarsi! Furono immediatamente 
traditi, individuati, arrestati, torturati e impiccati dai 
bravi gendarmi pontifici, applauditi dai solidi e strut- 
turati "soloni" di allora. Ma la storia è spesso impre- 
vedibile e i "soloni", quelli di oggi, queUi di allora e 
quelli di ogni tempo, hanno idee pendolari e memoria 
corta. 

Infatti, quando di lì a poco Napoleone entrò a Bo- 
logna, quei "soloni" cacasotto fra i primi applaudiro- 
no alla memoria dei due ragazzi che non erano piti 
"improvvidi sciagurati", bensì "gli eroi che con il loro 
sacrificio avevano indicato la via del riscatto e della li- 
bertà al popolo tutto". 

Già... alcuni degli stessi soloni che oggi gridano, 
offendono, ridicolizzano, erano fascistissimi nel "42 e 



antifascistissimi nel "45! Quanto impiegherebbero per 
cambiare bandiera? 

La modestia del nostro paese si vede anche e so- 
prattutto in questi opiììion leaders che, con arroganza, 
pensano di potere esorcizzare o allontanare un grosso 
problema con Io scherno o il dileggio. 

Ridicolo, anzi peggio, pittoresco. 



Soluzioni 

Forse la cosa più importante è cominciare, linai- 
mente, a non raccontare, scientemente o incosciente- 
mente, balle ridicole. 

E oggi di moda affermare che la Valle Padana non 
ha una comune valenza storica e che fra un friulano e 
un veneziano esiste lo stesso rapporto che può esistere 
fra un friulano e un siciliano. 

Bello, se così fosse, ma non lo è. Queste sono ba- 
nalità che offendono più chi le dice che chi le ascolta, 
ma ci danno cognizione della qualità delFinformazio- 
ne e dei timori che il sistema istituzionale, che dairu- 
nità d'Italia ad oggi duramente ci governa, riesce ad in- 
cutere sui sudditi e ci danno misura dell'arroganza im- 
posta, tale da permettere solo timidi dinieghi a fronte 
di fatti ripudiati dal senso comune. 

Questi fenomeni sono ormai consentiti da un ti- 
more diffuso, immanente e kafkiano, che troppi con- 
cittadini hanno nei confronti di uomini politici al po- 
tere, magistrati e forze di polizia. 

Vediamo di verificare tutto ciò entrando nei fatti. 
Ma un"altra cosa deve essere prima ricordata. 

Si usa definire Tltalia come un paese mediterra- 
neo, ma ciò è solo parzialmente vero. 

Per certi versi, nel nord Italia, la cultura e i valori 
morali sono quelli germanici e la gente che vi vive è di 
ceppo germanico, con tutti i connotati etico-culturali 
di quei popoli. 

Di questo non bisogna scordarsi mai! 

La Storia quindi. La nostra Storia, perché il nostro 
presente è figlio del nostro passato e perché chi non 
ha, né conosce il proprio passato, non ha, né potrà 
avere un futuro. 

Ed anche perché la nostra storia è il frutto di tan- 
te guerre e in ogni guerra la prima vittima è la \'erità. 

Cerchiamo quindi di \edere, al di là di assurde 
propagande vetero-nazionalistiche, cosa è e come si è 
nel frattempo formata questa nostra Italia. 



L'ilulta e le Ire Italie 



11 



1. U EVO ANTICO 



Età preromana e romana 



Perché la si sia chiamata Italia non si sa, pare in ri- 
ferimento ad Italo, un antico re locale, o per via dei 
molti vitelli (da qui Vitulia) che, secondo antichi stori- 
ci, popolavano questi luoghi. Ciò che è certo è che l'I- 
talia (come indistinta entità dotata di una certa omo- 
geneità culturale) fino alla piena maturità dell'evo ro- 
mano, aveva come confine naturale il crinale dell'Ap- 
pennino ligure e tosco-romagnolo, anzi nei tempi più 
antichi, come dice G.B. Guerri, questo nome indicava 
solo la parte estrema della Calabria. 

La Valle Padana non ne faceva parte. L'Italia, già 
allora, poteva quindi essere distinta in quelle che poi, 
molto grosso modo, diventeranno l'Italia settentriona- 
le, centrale e quella meridionale. 

a) La parte meridionale, che si estendeva alla Sicilia 
e si innalzava fino al Lazio, aveva abitatori provenienti 
daOa Grecia (non a caso si chiamava Magna Grecia), 
dalla Fenicia e dall'intero bacino del Mediterraneo. I 
rapporti delle colonie greche con la madrepatria furono 
costanti e la civUtà che si sviluppò fu fra le più affasci- 
nanti della storia dell'uomo, anche se bisogna ricordare 
che i greci "autentici" ebbero un po' di sufficienza nei 
confronti dei greci "d'oltremare". Interessante l'affer- 
mazione di un grande viaggiatore deU'epoca che dice di 
non apprezzare gli abitanti della Magna Grecia, "dalle 
abitudini molli, abituati a riempirsi lo stomaco due vol- 
te al giorno e a dormire in compagnia tutte le sere". 

b) La parte eentrak\ dal Lazio all'Appennino, era 
costituita dal grande Impero etrusco, anch'esso di raf- 
finata ci\'iltà e di buona integrazione politico-militare. 

Sia i greci che gli etruschi si muovevano soprattut 
to per mare e commerciarono con i porti di tutto il 
Mediterraneo, che appunto costituì il loro baricentro 
politico ed economico. 

La parte centrale e quella meridionale della peni- 
sola avevano molte consonanze culturali e politiche. 
Assai diversa la parte settentrionale. 

e) La parte settentrionale. Al nord degli Appennini 
la penisola era abitata da popolazioni celtiche. I loro 



insediamenti in Valle Padana saranno più intensi e or- 
ganizzati a partire dal VII secolo a.C. 

Geograficamente, il territorio da essi abitato era al- 
lora quanto mai diverso dall'aspetto attuale: inospitale 
e riferibile ad un enorme acquitrino. I fiumi che dalla 
cerchia alpina e appenninica portano acqua al mare, 
tormavano una ragnatela di laghi, rivi, torrenti, paludi 
che, con frequenti alluvioni e mutazioni di percorso, 
distruggevano coltivazioni e abitati. 

Gli etruschi valicheranno con difficoltà il crinale 
appenninico, per fondare alcune colonie nella Val Pa- 
dana, ma anche oltralpe; colonie chiaramente destina- 
te ai commerci con gli abitanti di quelle zone; esse sa- 
ranno Misa, Mantua, Felsina ecc., ma non eguaglie- 
ranno mai il prestigio e la ricchezza delle città della 
madrepatria Etruria. Destino analogo alle basi com- 
merciali greche ed etrusche sul litorale adriatico: non 
supereranno mai la dimensione di "emporio". 

E scritto (Cecina) che l'etrusco Tarconte attraver- 
sato l'Appennino con un esercito, dapprima fondò una 
città che chiamò Mantua e che prese il nome da quel Di- 
te padre della lingua etnisca. Quindi dedicò altre undici 
città a "Dite padre" . I rapporti tra celti della Val Pada- 
na, etruschi e latini e iurono spesso assai bellicosi. 

Emergono subito alcune anomalie che caratteriz- 
zano l'italiano d'oggi nel rapporto che lo lega a questi 
nostri antichi progenitori. Sì, perché mentre scuole, li- 
bri, musei, enciclopedie e quant'altro, italiane e di tut- 
to il mondo, sono giustamente ricolmi di ogni illustra- 
zione delle culture mediterranee allora presenti nelle 
parti centrale e meridionale della penisola, in Italia 
(ma solo in Italia) si troverà pochissimo sugli amichi 
popoli che abitarono la Valle Padana: celti prima, ma 
anche goti, franchi e longobardi. 

Naturalmente ciò non è casuale, ma è il risultato 
del ritinto culturale e politico che la parte mediterra- 
nea del nostro paese ha storicamente sempre avuto per 
la sua parte europea e cioè l'Area padana. Non sfugge 
a nessLino che in tutti gli altri paesi europei la cono- 
scenza di quelle antiche culture è diffusissima. 

Superfluo e assurtici riferire lungamente su quelle 
popolazioni mediterranee, delle quali è piena la me- 
moria di ogni lettore. 



lì 



..l.i.l,- .1.. 1I.-.-..I I,' !• 







— r ' ■».*« ' •' I»w. 



Carta geopolitica dell'Italia precedente la conquista romana. 



14 



Roberto Sgarzi 



Cominciamo con il riportare un minimo di equili- 
brio dando qualche cenno su alcuni nostri antichi avi: 
i celti. 



I celti. Nel programma di videoscrittura da me 
usato nel redigere queste parole immediatamente sot- 
to la parola celti appare la serpentina rossa che indica 
"parola inesistente nel vocabolario dello strumento. 
Forse si tratta di errore. Controllare". 

Per il vocabolario del mio computer i celti non so- 
no mai esistiti... ma non solo per quello. 

Finalmente, dopo millenni di oblio, molti studi e 
ricerche sono rivolte al fine di ottenere il rispetto del- 
la verità storica al riguardo di questi nostri antichi pro- 
genitori. Su di loro appaiono oggi sempre più libri, al- 
cuni dei quali veramente stupendi, scavi archeologici, 
filmati e opere televisive. Speriamo che antiche men- 
zogne siano cancellate da nuove verità. 

I celti furono i primi europei. Alti, biondi (o forse 
rossi di capelli), autoritari e guerrieri, fra il V e il VI se- 
colo a.C. essi furono presenti su tutto il continente, 
dalle Isole britanniche al Mar Nero, come popolazio- 
ne dominante. Erodoto ed, ancor prima, Ecateo di Mi- 
leto (fra il VI e il V sec.) riferiscono che loro zone d'o- 
rigine furono "le terre dove sorge l'Istros" e cioè il Da- 
nubio. Essi furono noti anche con il nome di "Keltoi", 
"Galli" o "Calati". 

Kruta e Manfredi riportano che le grandi capitali e 
le grandi città europee provengono per lo più da ag- 
glomerati celtici e citano Parigi, Budapest, Praga, Bel- 
grado, Bratislava, Berna e altre. 

Le notizie sulla loro cultura non sono, per varie ra- 
gioni di cui si dirà poi, particolarmente ricche. Merita- 
no quindi una particolare illustrazione. Non si conosco- 
no annali celtici o resti architettonici particolarmente si- 
gnificativi. Abbastanza diffuse, invece, le testimonianze 
di storici classici, come Cesare, Tiicito, Strabone, Poli- 
bio, Diodoro Siculo, Ammiano Marcellino e altri. 

La distruzione metodica operata dai romani di tut- 
to ciò che potesse riferirsi a questo popolo, fortunata- 
mente, si è forzatamente fermata a ciò che c'era di vi- 
sibile. 

Si operò, in poche parole, una delle prime e più ac- 
curate "pulizie etniche" della storia. 

Sono stati risparmiate le tombe e i pozzi, spesso di 
tipo rituale e molto profondi, nella volontà di questo 
popolo sognante di avvicinarsi al mondo del trascen- 
dente. Proprio nei pozzi troviamo copiose loro testi- 
monianze. 

Oggetti di oreficeria, armi istoriate, monete, ma- 
nufatti vari, ci indicano i celti come individui di rara 
sensibilità e capacità artigianale. La classe sacerdotale 
dei druidi tiominò queste popolazioni che diedero 




LEGENDA: 

Br = Bru/i 
Cni = Campani 
Cr = Carecini 
Cu - Caudini 
El = KImi 
Eq = Equi 
Er = Ernici 
Lu = Lucani 
Ma = Marrucini 



Mr = Nlarsi 
IV =i»ilif>ni 
Pi = Piceni 
Pr = Pretuzi 
Sa = Sabini 
Sn = Sanniti 
Si = Sicani 
llm = Umbri 
Vo = Volsci 



m 


ITALICI 








CELTI 




CELTIZZATI 


II 


ILIIRI 




LIGURI 


^ 


GRECI 



Carta geopolitica dell'Italia che evicJenzia le popolazioni ivi abitanti 
attorno al 600 a.C. 





■'--'■ ^ \/ 

•V 




iLi^ 


|g| VI, sec a.C. 












^. HB IV sec a.C. 


\j — ^'~" 


\J y////^ ,nscca.C. 


^^ 


P 1 I sec a.C. 

1 Ilalia Auuusica 



Italia Dioclc/iana 
(Diocesi iialiciana) 



Evidenziazione del lento avanzamento nei secoli della conquista ro- 
mana e dell'allargamento del significato della parola ìtaUa. Come si 
vede all'origine (IV-V sec. a.C.) per Italia si intendeva la sola Calabria. 



Vìtalm e le Tre Italie 



/.5 



sempre una eccezionale importanza a ciò in cui più 
credettero: il mondo del magico, del trascendente, del- 
la grande immaginazione, della tantasia. I celti furono, 
e i loro eredi sono, persone che vissero... a metà fra 
Cielo e Terra e che sempre nella vita ebbero presente 
la morte. Gente cioè incredibilmente attuale. 

Anche i bardi, specie di poeti cantori, ebbero un 
posto di grande rilievo fra i celti. 



I celti in Italia 

Così come i celti furono i primi europei, essi furono 
anche i primi "padani". Con essi si creò già allora fra la 
Valle del Po e il resto d'Europa, attraverso i passi alpini 
facilmente valicabili durante la stagione estiva, quel fit- 
to tessuto di rapporti che non si esaurirà mai e che farà 
di queste genti, oggi come allora, un unico popolo. 

Fu appunto in Area padana che essi costruirono 
una grande Federazione di reami con caratteristiche 
culturali e di ordinamento sociale assai originali. 

Questa cultura si chiamò di "Golasecca" per diffe- 
renziarla dall'altra cultura celtica, molto simile, centro- 
europea detta di "La Thène" (si tratta di due ambiti ar- 
cheologici, LI primo in prossimità del Lago Maggiore). 

Anche se la presenza celtica è documentata in Val 
Padana sino dall'età del bronzo (V. Kruta) e quella di 
Golasecca in particolare è riferibile al 600 a.C, fu l'i- 
nizio del IV secolo a.C. a vedere la grande migrazione 
cehica e non mancheranno le particolareggiate descri- 
zioni di Livio e altri storici in merito. 

Dice lo storico romano (patavino di nascita) che. 




GALLià ::^4 

TRA 



Carta geopolitica della Gallia precedente la conquista romana che evidenzia la di- 
slocazione delle popolazioni celtiche in quel territorio. 



in quell'epoca, Ambigato, il re dei re dei celti, rilevan- 
do una certa sovrappopolazione nelle terre ceke (nel- 
l'uomo moderno questo fatto suscita molto stupore!) 
decise di inviare parte delle tribù guidate dal nipote 
Segoveso, nella Selva Ercina e invece l'altro nipote 
Belloveso con i suoi Biturgi, Arverni, Edui, Ambarni, 
Senoni, Carnuti ed Aulerci, di là delle Alpi, nella Val- 
le del Po, allora praticamente disabitata, e sarà appun- 
to quel capo celta, secondo questa versione, a fondare 
Mediolanum. 

Dice Plutarco (Camillo, XVL 3): "Questa regione 
è ricca di pascoli per il bestiame e irrigata da fiumi. 
Aveva diciotto belle e grandi città, che i celti, dopo 
avere cacciato gli etruschi si tennero per loro". 

Infatti furono appunto questi nuovi padani che, 
dopo avere rotto l'antico equilibrio con gli etruschi li 
batterono in varie dure battaglie, espellendoli dalla 
Valle del Po. 

Altri autori (Giulio Cesare e Plutarco) riferiscono 
invece che in quel periodo storico la zona mitteleuro- 
pea prevalentemente abitata dai celti subì catastrofi 
naturali imponenti e comunque tali da spingere queUe 
genti fuori dai perimetri geografici abituali per pure 
ragioni di sopra\'vivenza, le stesse ragioni, cioè, che già 
nel VI secolo a.C. avevano obbligato popolazioni gre- 
che, con modalità poi non molto diverse, a spingersi 
fuori dalla madrepatria. In particolare saranno alcune 
bibliche inondazioni dello Jutland a spingere le tribù 
celtiche dei Cimbri fuori da quelle terre. 

Questi autori ricordati da V. Kruta riferiscono di 
invasioni celtiche molto rispettose: passaggi e occupa- 
zioni di territori venivano pacificamente contrattati 
con le popolazioni del luogo. 

Polibio (III, 48, 12) dà invece a questa in- 
vasione che registrò massicci attraversamenti 
delle Alpi per due secoli, una colorita e pic- 
cante versione circa la "causa scatenante", già 
del resto riportata da Livio (V, 33, 2, 4.) 

Secondo questi storici ancora una volta, 
dopo Troia e quant'altro, "cherchez la lem- 
me"... in altre parole... fu una banale que- 
stione... di corna! 

Pare quindi che intorno al 400 a.C. un 
modesto cittadino di Chiusi, tale Arronte, 
scoprisse una tresca amorosa fra sua moglie e 
un giovane lucumone, cioè un principe, etru- 
sco. Non riuscendo a vendicarsi per il troppo 
potere del bel principe, l'astuto e vendicativo 
mercante chiusino si recò oltralpe invitando i 
celti ad occupare Chiusi. 

Cosa portò seco il furbone per convince- 
re i biondi barbari a compiere la vendetta? 
Oro, argento, danari? 

No certo, Arronte conosceva bene i suoi 
polli e portò... il vino e la frutta padani! 

Fu così, almeno secondo questa versione 
colorita, ma non improbabile, che quei mitte- 



16 



Roberto Sgarzi 



leuropei si innamorarono della Padania e delle sue co- 
se, per non lasciarla mai più. 

I celti, che già erano famosi per le ubriacature di 
birra, videro nel vino quel mezzo che ancora meglio li 
a\^'icinava, a mo' di droga, a quel mondo dell'onirico, 
del sogno, del trascendente, il raggiungimento del 
quale fu sempre il fine più vero della loro vita. 

Già, il vino e l'alcol. . . che ricordano tanto le odier- 
ne folle germaniche e inglesi del sabato sera ! 

I testi latini e greci riportano con molto disprezzo 
il rapporto dei celti con il vino in quanto essi non lo in- 
gerivano annacquato, secondo l'uso mediterraneo, e 
ciò causava solenni ubriacature che li rendevano parti- 
colarmente violenti e rissosi. I romani erano terroriz- 
zati dai celti, molto più forti, alti e atletici di loro, ma 
ancor di più li temevano quando erano ubriachi e il 
raffronto con i moderni hooligans è sconvolgente. 

Kruta e Manfredi riferiscono di un grande Regno 
celtico in Padania con produzioni agricole di altissima 
qualità e quantità (grano, miglio, avena) e grandi alle- 
vamenti di polli, bovini e, in particolare, di suini, la cui 
carne veniva esportata in tutta Europa. 

Anche i commerci fiorirono e non poteva essere 
altrimenti, per quella funzione di ponte costituita dal- 
la Val Padana fra il mondo mediterraneo e quello eu- 
ropeo. 

Sui regni celtici si incrociavano merci di ogni tipo. 
Verso i porti mediterranei: stagno e argento dalla Boe- 
mia, ferro e rame dall'Atlantico e dalla valle del Reno. 
Verso il centro-nord Europa: manufatti come vasi atti- 
ci, bronzetti italici, oppure stoffe di particolare pregio. 

Plinio (III, 124) ricorda che molte furono in Area 
padana le città fondate dalle tribù ceke: i Vertamocori 
fondarono Novara, i Boi Lodi, gli Insubri Mediola- 
num. Vale la pena ricordare che il toponimo Mediola- 
num era molto diffuso nell'area celtica perché aveva 
un preciso significato: in mezzo al territorio, ma anche 
capitale dei cantoni. 

Questo stava a significare un particolare aspetto 
del liberale sistema istituzionale celtico, che noi defini- 
remmo federale: un'area comune al centro di quattro 
reami ove i cittadini si recavano per il disbrigo di affa- 
ri economici o politici. Frequente era il posizionamen- 
to in questa zona centrale dei tesori delle varie tribù, 
onde evitare reciproche aggressioni per rapina. 

Kruta e Manfredi (p. 70) ricordano anche la testi- 
monianza di Pompeo Trogo {Epitome di Giustino, XX, 
5, 8) secondo la quale i celti fondarono in Italia anche, 
fra le altre, Brescia, Verona, Bergamo, Trento e Vicenza. 



Poi fu la guerra 

Le battaglie con gli etruschi furono per i celti solo 
l'inizio di due secoli terribili, irti di conflitti e questa 
volta con il ben più forte Impero romano. 

Risulta strano il verificare come ancora oggi nell'o- 



pinione della gran parte degli individui gli antichi rap- 
porti fra celti e romani si estinguano alle oche del 
Campidoglio, all'invettiva di Brenno e allo scolastico 
De bello gallico di Giulio Cesare. . . Non fu così. 

Le guerre fra romani e celti sulla penisola, duraro- 
no senza interruzione per ben due secoli, contrasse- 
gnate da scontri infiniti e battaglie importantissime, 
quanto incredibilmente sanguinose, fra eserciti per l'e- 
poca di gran lunga più numerosi della norma, e termi- 
narono con la totale distruzione del popolo celtico, in 
parte poi ristretto in luoghi inospitali della valle Pada- 
na (paludi, colline, valli alpine) e in parte espulso ver- 
so le terre d'origine: le odierne Borgogna, Baviera, 
Svizzera, Boemia (o terra dei Boi). 

Lo scontro di due grandi imperi in espansione, 
quello celtico e quello romano, non poteva non esser- 
ci e infatti esplose. Il contatto a\'\'enne ad opera di una 
delle molte tribù celtiche, i Senoni, da sempre stanzia- 
ti nelle attuali Marche. 

Seguiamo il racconto che fa T.W. RoUeston nel suo 
"I miti celtici", ispirato a molte fonti storiche (Polibio, 
II, 18, 2), Livio (V, 35, 55), Diodoro Siculo (XIV, 113, 
117), Plutarco (Camillo, 15, 32). 

Attorno al 400 a.C. la potenza di questo popolo 
mitteleuropeo è al suo apice. I celti sono in buoni rap- 
porti con i romani e, i primi da nord, i secondi da sud, 
aggrediscono l'Impero etrusco. Roma si accorge però 
del dilatarsi del potere celtico al di là dei suoi interes- 
si e proditoriamente, all'insaputa dell'amico, infrange 
le alleanze. I celti che assediano l'etrusca Clusium 
(Chiusi) vedono, fra le file nemiche, alcuni messaggeri 
romani che in precedenza li avevano visitati nel ruolo, 
per essi sacro, di alleati e ambasciatori. 

Per di più, iniziata la battaglia, il gruppo romano 
guidato da Fabio Ambusto si gettò nello scontro e 
uno di essi, Quinto Fabio, uccise di sua mano il capo 
dei celti. 

Livio dice che i celti, ingenuamente e ottimistica- 
mente, si erano rivolti a Roma per ottenere soddisfa- 
zione del tradimento di quei loro soldati, ma i romani 
si rifiutarono beffardamente di ascoltare le loro ri\'en- 
dicazioni. Il popolo romano unito a parlamento deter- 
minò addirittura la promozione sul campo degli am- 
basciatori traditori nominandoli tribuni militari: era lo 
schiaffo, era la guerra. 

La storia si ripete. L'esercito celtico, assai ordina- 
tamente, marciò allora su Roma risparmiando i picco- 
li, terrorizzati centri che incontrò al proprio passaggio: 
era Roma e solo Roma, la spergiura, la traditrice, il lo- 
ro obbiettivo: una "Strafexpedition" ante litteram, una 
delle molte "spedizioni punitive" dei pcìpoli nordici 
nei confronti dei mediterranei. 

I celti combattevano nudi e dipinti, non casual- 
mente, ma perché pensavano con questo di intimorire 
il nemico, e perché, dimostrandogli la propria noncu- 
ranza della morte (sì. . . la storia si ripete: anche le trup- 
pe scelte italiane scrissero "me ne frego!" suUe loro in- 



L Italia e le Tre l latte 



17 



segne) volevano che riconoscesse il loro valore e la lo- 
ro determinazione. 

I giavellotti, le frecce, le corazze, l'organizzazione 
bellica, la disciplina, lo spirito di corpo, le macchine 
da guerra romane faranno a pezzi, anni dopo, questa 
elementare ingenuità. 

Esiste un moderno film Braveheart, ovvero // co- 
raggioso, che, con stupenda ricostruzione degli am- 
bienti e dei costumi, racconta di una delle tante rivol- 
te del popolo celtico-scozzese contro l'invasore vichin- 
go-germanico (i normanni) nell'Inghilterra del 1200- 
1300. Quelle scene possono esserci di particolare uti- 
lità per conoscere la realtà celtica antica. 

I celti combattevano solo con lunghe spade di fer- 
ro, metallo che secondo alcuni essi sapevano lavorare 
bene, ma non perfettamente. Dice infatti Livio che 
queste armi durante la battagUa perdevano facilmente 
l'affilatura divenendo assai meno efficaci di quelle ro- 
mane, e in questo passo la diffamazione dello storico 
cortigiano circa le capacità costruttive e artigianali dei 
celti è abile e sottile, ma inutile. 

Non poteva pensare il povero Livio che duemila 
anni dopo alcuni archeologi avrebbero scavato, ritro- 
vato le classiche spade celtiche nelle sepolture ed ese- 
guito prove metallurgiche accurate, rilevandone otti- 
me qualità dei metalli che, pur sottoposti ad ogni pro- 
va, mantennero ogni elasticità e ogni affilatura, né 
quello storico poteva pensare che prove comparative 
con i coevi "gladi" romani non avrebbero verificato 
apprezzabili differenze. 

Già si poteva pensare a Livio come scrittore prez- 
zolato e cortigiano al servizio della corte romana, 
quando gli stessi "colleghi" moderni hanno trovato la 
scusante per questo errore del loro antico confratello. 

Non fu menzogna quindi, ma solo errore. Livio vi- 
de le spade rotte o piegate non conoscendo l'antico ri- 
tuale funerario celtico che così si comportava in omag- 
gio al soldato defunto. 

Sarà... però che soddisfazione verificare scientifi- 
camente, anche se troppo occasionalmente, di quante 
falsità è intrisa la Storia... e soprattutto certa Storia! 

Ritornando alla spedizione punitiva celtica... sul 
fiume AUia il 18 luglio 390 a.C, con piìi precisione al- 
la confluenza dell'Alila con il Tevere, poco distante 
dalla via Salaria, i celti travolsero l'esercito romano e 
tre giorni dopo entrarono in Roma. 

Fu una sola carica tremenda, i celti a quei tempi 
non avevano truppe di riserva, o tattiche, né conosce- 
vano strategia militare. Livio parla di grandi errori tat- 
tici e strategici operati dai romani e che essi siano ad- 
dirittura fuggiti terrorizzati dopo il forte urlo di guer- 
ra dei celti, che tradizionalmente apriva la battagUa. 

Tanta severità dello storico romano non trova vali- 
de spiegazioni. Forse il tentativo di edulcorare la ver- 
gogna della sconfitta, forse la volontà di oscurare la 
potente famiglia dei Fabii, in quel momento egemone 
in Roma. 



Il 18 luglio rimase a lungo nei calendari romani co- 
me U Dies Allieiisis o la Clades gall/ca, la strage ad ope- 
ra dei celti: insomma fu la loro Caporetto. 

Dopo averla distrutta e incendiata, i celti rimasero 
padroni della città per un anno e con essa si impadro- 
nirono anche del Campidoglio, che una tavoletta di- 
vertente vorrebbe invece salvato dalle oche che vive- 
vano su quella montagnetta e che, svegliatesi all'arrivo 
del nemico, avrebbero allertato i difensori. 

Quando si ritirarono con un enorme bottino, 
Brenno, il re, ed suoi ebbero soddisfazione della perfi- 
dia romana a Clusium. 

Dalle prime classi di scuola a tutti noi è stato inse- 
gnato cosa disse allora il re gallo: "Vae vietisi", "Guai 
ai vinti!". 

I romani non scordarono quel grido; essi erano 
persone dure e crudeli, non ricche di cultura, ma serie 
e determinate. Questo in ogni ambito, ma soprattutto 
nell'odio e nella vendetta, e ciò fu la chiave dei loro 
successi militari. 

Così come i romani non scordarono i seguenti 
duecento anni di guerre assai alterne e sanguinose che 
di seguito brevemente riassumo. 

Polibio riferisce (II, 18) che, dopo il Sacco di Ro- 
ma, i galli non aggredirono il Lazio per trent'anni, an- 
che perché impegnati nel difendere la Valle Padana 
contro umbri e veneti. Si registrano due ulteriori in- 
cursioni tino alle porte di Roma nel 356 e nel 344. 
Molto contestata dagli storici, e lo stesso Livio dimo- 




Parigi, decorazioni di arte floreale caratterizzanti la stazione di un 
metro. 



18 



Roberto Sgarzi 



stra di non essere convinto da questa fonte, una batta- 
glia fra celti e romani nel 365. 

Nel 331 si giunse ad un trattato di pace fra i due 
popoli che viene rispettato. 

Si per\'enne così alle due grandi battaglie che deci- 
deranno del futuro della penisola: quella di Sentino nel 
295 a.C. e quella di Talamone settant'anni dopo, nel 225. 

Molto era cambiato in quei cento anni, in entram- 
bi i contendenti. L'esercito romano aveva raggiunto 
ampio sviluppo e capacità bellica, mentre presso i cel- 
ti della valle del Rodano comparve un nuovo tipo 
d'uomo e di contendente: i Cesati. Essi trax'alicarono 
in Padania, trampolino verso conquiste allettanti nei 
ricchi paesi mediterranei e convinsero i celti già resi- 
denti a nuove av\'enture belliche. E questo almeno è il 
racconto di Livio. 

Nei romani si risvegliò l'antico terrore per la "Cla- 
des gallica" la strage celtica, al punto di compiere sa- 
crifici umani in Campidoglio (Plutarco, Marc, 3), per- 
ché questi Cesati erano gruppi di combattenti valoro- 
sissimi non legati, per la prima volta, ad alcuna tribù, 
ma errabondi guerrieri di professione, avevano loro 
codici etico-culturali ed erano portati ad ingrandire i 
loro domini. 

Sulle loro spade era il simbolo della Confraternita: 
due draghi av\'inghiati che eruttano fiamme. 

Questo simbolo non cambierà per secoli e caratte- 
rizzerà le spade dei cavalieri medievali. 

I Cesati davano a queste un nome particolare che 
significava "acciaio ben temperato" in relazione alla 
regione ove gli artigiani erano maestri in quest'arte, la 
Chalybia. Quel nome fu Chalihur o Exchalibur, nome 
che ricorda a tutti i poemi del Ciclo bretone più popo- 
lari come la saga di re Artù. 

Insomma questi Cesati paiono essere gli anticipa- 
tori della figura del "cavaliere" che 900 anni dopo ca- 
ratterizzerà la cultura medievale europea. 

Si era nuovamente ad un momento storico che fa- 
talmente portava i due imperi, quello celtico e quello 
romano, allo scontro bellico. 




Insieme ai celti si schierarono anche gli etruschi, 
gli imibri e i sanniti. Questo sta ad indicare l'ottimo 
stato di integrazione ormai ottenuto dai celti sulla pe- 
nisola anche a livello civile, con le nazionalità confi- 
nanti. 

A Sentino nel 295 a.C. per quella che sarà definita 
la Battaglia delle Nazioni, si schierarono due eserciti, 
enormi per l'epoca, di 40.000 uomini ciascuno e dopo 
un inizio favorevole agli alleati (Livio, X, 27) e il sacri- 
ficio volontario del console Decio Mure, la vittoria ar- 
rise ai romani. 

I Cesati combatterono da par loro, il "bel gesto" 
non mancò ed essi ancora una volta si batterono com- 
pletamente nudi, come supremo disprezzo della mor- 
te, ma gli abili e addestrati arcieri romani ne fecero 
strage, a fronte dei loro scudi troppo piccoli. 

Era quella una lotta per la vita e per la morte e fu 
la morte per i celti, circa 30.000 dei quali rimasero sul 
terreno. Fu questa battaglia che aprì, per la prima vol- 
ta le porte dell'Area padana ai romani, che infatti vi si 
affacciarono e vi fondarono colonie, sia pure in modo 
contenuto. Ma il redde rationein doveva ancora giun- 
gere: fu la distribuzione ai romani di terre celtiche a 
determinarla. 

Questo avvenne nel 225 a.C. e l'esercito celtico era 
imponente: 50.000 fanti e 20.000 cavalieri secondo Po- 
libio, mentre a M. Manfredi appare improponibile la 
cifra di 200.000 uomini riferita da Diodoro Siculo. 

I loro capi erano i re Aneroesto e Concolitano. An- 



Ga//o morente. Rimarchevole la presenza, al collo del personaggio, 
del torques, un monile, di solito in argento, che di fatto era anche un 
segno dell'identità celtica. Roma, Musei Capitolini. 




Callo che uccide la moglie davanti al nemico, scultura ispirata al re 
celta Aneroesto. Roma, IVIuseo di Palazzo Altemps. 



L'Ilciliii e le Ire llalie 



19 



Cora una volta, in quell'esercito, il numero dei Cesati 
era alto. 

L'esercito romano era drammaticamente diviso in 
due tronconi comandati dai consoli EmUio e Attilio Re- 
golo e subì un primo grave rovescio sul confine fra i due 
imperi, a Fiesole, ma, miracolosamente ricompattatosi, 
giunse allo scontro finiile a Talamone nel 225 a.C. 

Anche in questo caso l'inizio della lotta parve vol- 
gere a favore dei celti, ma la vittoria fu romana e fu 
l'ennesima strage. Polibio sulla scorta dell'annalista 
Fabio Pittore, testimone oculare, riferisce di 50.000 
(cinquantamila!) guerrieri celti rimasti sul campo di 
battaglia, fra essi il re Concolitano. 

Il re Aneroesto alla testa dei superstiti si ritirò su 
un rilievo e lì si batté come un leone fino alla fine, ma 
non cadde prigioniero. Vistosi circondato, dopo avere 
ucciso la propria donna, conficcò la spada nel proprio 
torace (Polibio, Bellum gallicum. III, 22). 

Questa scena è eternata da una celebre scultura "il 
galata suicida", copia marmorea di un bronzo del III 
secolo, oggi esposta al museo di Palazzo Altemps di 
Roma, un'opera intrisa di enorme pathos e un vero in- 
no alla libertà di ogni uomo. 

Il Regno celta era distrutto. Negli anni seguenti gli 
eserciti romani entrarono definitivamente nella Valle 
Padana e dopo ulteriori sanguinosissime battaglie 
giunsero sino a Mediolanum, che Polibio definisce la 
capitale del Regno celta. 

Il Regno celtico era tramontato e i suoi abitanti si 
dispersero nelle parti inospitali dell'Area padana op- 
pure si ritirarono Oltralpe, ma non era ancora finita, 
suUa scena italiana stava per apparire uno dei grandi 
mattatori della storia: Annibale. 



re Corolamo, oppure con i Boi che si scontrarono nel 
195 con le truppe del console Lucio Valerio Fiacco 
(Livio, XXIV 22). 

Furono appunto i celti Boi (popolavano la zona at- 
torno a Bologna) a costituire l'ultimo ridotto di stre- 
nua difesa come nel 193, quando ax^enne un ulteriore 
scontro. L'ultima battaglia la sostennero i Boi nel 192 
contro Publio Scipione Nasica. Valerio Anziate parla 
di trentamila caduti fra i Boi e solo 1484 caduti fra i ro- 
mani, ma dice Livio (XXXVI, 39) (e ciò è riportato da 
Kruta e Manfredi) che "nell'esagerare le cifre non c'è 
chi lo superi". 

Finì così la presenza organica di questi nostri pro- 
genitori in Val Padana, che da quel momento divenne 
colonia romana, anche se naturalmente la presenza dei 
celti rimase. 

Di rilievo il tatto che i transfughi celti rifugiatisi ol- 
tralpe determinarono un repentino cambiamento di 
quella società e di quella cultura. Nell'Europa celtica 
compar\'ero gli oppida, le città murate e fortificate che 
prima non esiste\'ano, con i relati\'i insediimienti fissi e il 
conseguente mutamento di costumi nei commerci, nei 
traffici, nelle culture e nell'artigianato: nasceva l'Europa. 

Celti e romani. Europa e Mediterraneo: eterna an- 
teposizione culturale ed etica. 

Se infatti è chiaro che l'organizzazione sociale ro- 
mana fu assai superiore a quella celtica, bisogna altre- 
sì dire che i celti, ebbero già da allora quei connotati, 
nei loro valori morali di base, che contraddistingue- 
ranno poi le moderne entità europee, distinguendole 
nettamente da quelle mediterranee. 

Fra le connotazioni, originali e autentiche dei cel- 
ti, ne indicherò alcune. 



I celti e le guerre puniche. 

La fine del Regno celtico in Italia 

Quella che Annibale condusse in Italia fu una 
guerra che vide l'apporto determinante dei celti. An- 
nibale fu visto da queste popolazioni come un libera- 
tore dagli invasori romani e non a caso egli fu ricevuto 
dall'ambasceria del re celta Magilos ben prima di at- 
traversare le Alpi, e cioè nel 218 a.C, sulla sinistra del 
fiume Rodano. 

Fu ad Annibale che i celti consegnarono i romani 
fatti prigionieri mentre si accingevano ad assegnare ai 
loro coloni le terre padane e fu con il cartaginese che 
essi furono le truppe scelte in ogni battagUa che egli so- 
stenne e particolarmente a Canne nel 216, dove i celti 
furono la \'alorosa e fortissima punta di diamante che 
sostenne vittoriosamente l'urto romano e persino a Za- 
ma ove condivisero la disfatta di quel condottiero. 

Inutile ricordare l'ulteriore sterminato numero di 
scontri che si tenne fra celti e romani e ricordati da Li- 
vio (XXXI, 2; XXXI, 10) come nel 201 sotto Cremo- 
na con 35.000 caduti fra i celti, oppure nel 196 con il 



La cultura e l'etica dei celti 

La prima è l'amore per la libertà individuale e di 
gruppo. 

Cià Cesare riportava racconti di galli che preferi- 
vano la morte alla servitiì e alla prigionia, nella loro 
ferma convinzione che un Callo poteva vivere solo se 
libero. L'amore per la libertà, sfrenato, non temperato 
dalla ragione, esagerato, come ogni pulsione sentimen- 
tale dei celti, implicò la non coesione dell'immenso 
Impero celtico e il perenne, fragile, sfrangiamento in 
miriadi di tribù. 

Finì male. Sospinti nei secoli sempre più ad ovest, 
prima dai romani, poi dalle bellicose popolazioni ger- 
maniche e vichinghe, rimasero loro tre piccoli e ino- 
spitali territori: l'Irlanda, la Scozia e il Calles. 

Questi nostri progenitori non sapevano creare isti- 
tuzioni statali e ad esse sottostare. 

Siilvo alcune rarissime eccezioni, quella celtica fu 
sempre una confederazione di popoli, ma mai un rea- 
me. Essi non ebbero mai quindi un solo re. eccettuato 



20 



Roberto Sgarzi 



forse per quel sovrano che Livio chiama Ambigato. L"a- 
more per la libertà ebbe sempre per i celti un significa- 
to mistico che certamente le pragmatiche popolazioni 
mediterranee, duramente realistiche, non ebbero. 

Negli eserciti anglosassoni attuali esiste un motto e 
un principio etico che sta ad indicare una particolare 
torma di disciplina, ma che è anche indicatore di un 
grande fondamento di libertà. 

Questo dice che "Ognuno è comandante di se stes- 
so" e ciò significa che, anche se l'individuo è sicura- 
mente legato alla struttura gerarchica, ogni componen- 
te di quegli eserciti, anche il più modesto, è tenuto for- 
malmente a comportamenti coerenti e autonomi pure 
se in assenza di ordini o della presenza di un ufficiale. 

L'inglese Nelson, del resto, prima della battaglia di 
Trafalgar ebbe a concludere, rispondendo ai subalter- 
ni che chiedevano indicazioni, "...ma mai sbaglierà 
quel comandante che accosterà la propria nave alla ne- 
mica, l'assalterà e la conquisterà ". 

Un raffronto. L'esercito italiano sarà sconfitto a 
Caporetto (si veda) nell'autunno del 1917 perché, 
avendo perso i rapporti con gli ufficiali superiori, nes- 
suno si sentì autorizzato a dare l'ordine di aprire il fuo- 
co contro il nemico avanzante. 

La parola libertà significa anche questo. 

La seconda caratteristica dei celti è il rapporto so- 
ciale fra i due sessi. Le donne mediterranee della clas- 
sicità non hanno mai rappresentato un vero soggetto 
sociale e culturale, ma solo poco piìi di un mero appa- 
rato riproduttivo. 

Le donne ceke invece, dipinte come molto belle, 
bionde e con occhi azzurri, erano assai presenti in 
quella società. Dice Ammone Marcellino che se già era 
difficile affrontare un uomo celta in una zuffa, l'inter- 
vento delle loro donne, decise e manesche, implicava 
una sempre dura lezione per l'antagonista. 

Ancora oggi in Inghilterra è eroina nazionale Bo- 
dicca, o Baodicea. 

Bodicca, figlia di Prasutago, regina della tribìi de- 
gli Iceni, stanziata nell'odierna Norfolk, nel 61 d.C. 
guidò in Britannia una delle più dure rivolte celtiche 
contro l'invasore romano. Dopo varie vittorie e la ri- 
conquista di alcune città, fra le quali Londinium, si 
giunse alla grande battaglia campale decisi\'a. 

Tacito nei suoi Annali, ci illustra da par suo quel- 
l'episodio storico e ci racconta con quali parole Bodic- 
ca, sul suo carro di battaglia sul quale era pure la so- 
rella, arringasse le truppe ceke schierate in campo di 
fronte a lei. Quelle parole risultano molto interessanti, 
per conoscere quella cultura, anche se sicuramente 
purgate dallo storico romano di corte e di parte. 

Essa disse che, anche se non era abituale per i cel- 
ti essere guidati in battaglia da Lina donna, L|Liei sokla- 
ti non solo in quel modo dovevano vederla, anche se 
essa era nobile e di nobile famiglia e non dove\-ano ve- 
derla nemmeno come vendicatrice dei troppi torti che 



ella, il padre, la sorella e tutto il suo popolo avevano 
doN'uto sopportare dai romani, ma la dovex'ano vedere 
come chi, uomo o donna che fosse, li guida\'a in ima 
battaglia ove bisognava o vincere o morire, perché in 
gioco c'erano o la vita o la schiavitù. 

La battaglia fu persa perché il potenziale in arma- 
mento dei romani era assolutamente superiore. Chiun- 
que visiti in Roma il Museo della Civiltà Romana al- 
l'EUR constaterà in esso le assai bene illustrate doti di 
Caio Giulio Cesare (solo lon esempio) nel costruire le 
strutture militari nell'assedio di Alesia e bene capirà il 
motivo della superiorità bellica latina. 

I romani vinsero, ma non trassero schiavi quei cel- 
ti. Tutti morirono e Bodicca tra loro. Nessuno fuggì, 
né avrebbe potuto farlo, in quanto i carri della retro- 
guardia con sopra le loro donne e i loro figli erano là 
bloccati proprio per impedirlo. La grande, già citata, 
classica, scultura di marmo che rappresenta il guerrie- 
ro ceka che, dopo avere ucciso la propria donna si im- 
merge il ferro nel torace, ancora oggi trasmette una im- 
magine di nobiltà e forza d'animo enormi, molto di- 
verse da quelle dei monumenti contemporanei. 

Ma forse l'esempio più evidente di quanto detto è 
proprio quello dell'eroe nazionale francese, il soldato 
più forte, coraggioso e puro, il simbolo delle virtù mi- 
ktari transalpine, una giovane ragazza dello Champa- 
gne di diciannove anni, uccisa dal nemico inglese nel 
1431 solo grazie al tradimento: Giovanna D'Arco, la 
"pucelle d'Orléans ". 

Scrive Diodoro Siculo che "Le donne dei galli, per 
statura sociale non solo sono eguali agli uomini, ma 
con loro competono per coraggio e autorità ". 

Mi piace ricordare come la figura della donna sia 
stata sempre socialmente assai considerata presso gli 
abitatori dell'attuale Valle Padana. In tempi recentissi- 
mi (anni Cinquanta) era ancora presente presso le ul- 
time famiglie patriarcali contadine Varzdoura e cioè la 
"reggitrice", la moglie del patriarca. La sua opera e la 
sua opinione erano sempre determmanti nelle scelte e 
nelle decisioni comuni. 

Da ultimo, anche se era il patriarca a guidare la ca- 
sa, era lei la depositaria del capitale della famiglia, pic- 
colo o grande che fosse e frutto degli enormi sacrifici 
comuni, proprio a sottolineare la grande opinione che 
iì<^\\\ìrzJi)!ini si aveva. 

A ditlerenza dei mediterranei, i celti erano spesso 
governati da regine. È frequente il rinvenimento di se- 
polture di grande importanza ove una donna risulta 
essere il soggetto unico o principale, non uno degli 
"accessori" di un guerriero o di un re. 

Fra queste tombe risulta di grande rilievo quella 
della cosiddetta "Principessa di Vix" ai piedi di Mone 
Lassois, in Francia, particolarmente illustrata da Chri- 
stiane Eluére in The Ccl/x, Firsi Maslcrs of Europe. 

II riferimento alle tlonne ceke mi induce ad una 
brc\e digressione all'arte e all'orci iceria di quel po- 
polo. 



Llliiliii e le Ire llidic 



21 



L'originalità dell'arte celtica: trascendenza e libertà 

L'arte degli antichi celti è uno dei grandi tesori del- 
l'umanità e fu sempre connotata da espressioni figura- 
tive di grande originalità che si anteposero all'arte gre- 
co-romana. 

C'è di che essere grati agli organizzatori della mo- 
stra "I Celti, la prima Europa", tenutasi nel veneziano 
Palazzo Grassi nel 1991, per quella verità che in quel- 
l'occasione fu finalmente donata al mondo intero. 

In seguito all'occupazione romana di buona parte 
del continente europeo la cultura e l'arte celtica scom- 
parvero per rimanere ben radicate nella sola Irlanda e 
fu per l'opera dei colti monaci di quel paese che essa si 
disseminò poi a partire dal 500 d.C. in tutta l'Europa, 
riprendendo possesso delle antiche aree celtiche, an- 
che e soprattutto di quelle che non avevano subito l'in- 
vasione mediterranea. 

L'arte greco-romana fu, coerentemente con l'ani- 
ma di quelle genti, duramente verista. Nell'arte celtica 
viceversa (cfr. Kruta e Manfredi) l'immagine era desti- 
nata ad essere intermediaria fra l'uomo e il sacro, do- 
veva esprimere la sostanza, piuttosto che l'apparenza 
delle cose. Nei celti, quindi, siamo di fronte ad un lin- 
guaggio artistico e ad una concezione dell'immagine di 
assoluta libertà e autenticità, nella volontà di quel po- 
polo, di incredibile modernità, di ricerca di introspe- 
zione nell'intima materia della natura. 

L'immagine quindi non è piiì una concreta raffi- 
gurazione dell'oggetto, non è più Wirs gnitia artis, l'ar- 
te per l'arte dei latini e cioè finalizzata a se stessa ma, 
come sempre nel popolo celtico affascinato e prigio- 
niero del trascendente, essa deve strappare l'uomo 
dalla durezza e dalla modestia della realtà, per tra- 
sportarlo in un mondo sognante, senza forme, limiti, 
o canoni estetici. 

A ben guardare la nostra contestata, quanto ama- 
ta, arte astratta dell'uomo d'oggi, nasce in un certo 
senso da quegli uomini. 

Dicono, ancora Kruta e Manfredi, che "queste affi- 
nità, che sembrano associare l'arte celtica a correnti di 
espressioni 'anticlassiche', potrebbero indicarla come 
la prima realizzazione di questa tendenza nell'arte eu- 
ropea [...]. I celti e la loro arte rappresenterebbero 
un'alternativa di libertà contrapposta al determinismo 
e al conformismo ordinato dell'arte classica". 

Le caratteristiche formali dell'arte celtica sono 
curve sinuose, sapientemente modellate, di derivazio- 
ne vegetale (tralci e virgulti), ed esseri favolosi e mo- 
struosi terribili, severi, implacabili abitatori delle fore- 
ste celtiche (ricordo al riguardo Sogno di una notte di 
mezz'estate di William Shakespeare), il tutto in una 
composizione assai dinamica e con abbondanza di ele- 
menti. 

L'anteposizione con l'arte romanica, duramente 
verista e ancorata alla terra con l'arco a tutto sesto, in 
una rassicurante dimensione con un Dio antropo- 




morfo che perdona sempre ogni colpa, aiutato in ciò 
da una smisurata serie di santi (quasi amici personali 
del peccatore), è più che mai evidente. 

Esseri mostruosi, florilegi, affascinanti linee sinuo- 
se e rampicanti, colonne e campanili che si distendono 
verso l'alto in una disperata ricerca di Dio, mostrano 
la presenza concreta e fantastica dell'arte celtica: a Pa- 
rigi, nella celebre cattedrale gotica di Notre-Dame, si 
racchiudono tutti gli elementi descritti. 

Si pensi che l'odio e U disprezzo della classicità 
mediterranea per quelle anime celtiche fu presente 
sempre. 

Non tutti sanno che l'arte celtica fu definita "goti- 
ca" dai sapientoni più o meno mediterranei di allora, 
proprio per riferirla in senso spregiativo (in modo er- 
roneo, per non definirlo mendace) all'opera sottocul- 
turale di un popolo barbaro e incivile, o quanto meno 
diverso, come appunto venivano in quel mondo defi- 
niti i goti. 

Ed è a cavallo del 1900 che improvvisamente, an- 
teponendosi ai soliti stilemi neoclassici allora imperan- 
ti e rappresentanti il gusto della borghesia, in coinci- 
denza con un'esplosione di libertà nel mondo occi- 
dentale, l'arte celtica si ripropone imperiosa ovunque, 
ma specie in Inghilterra, Francia, Paesi Bassi, Belgio 
Austria e Germania... nonché nella nostra Italia. 

Si chiamerà variabUmente Liberty, Art Nouveau, 
Jugendstil. Tutto, forse inconsciamente, sarà ispirato a 
quei nostri progenitori abitanti delle foreste europee e 
basta sollevare lo sguardo per osservare certi villini 
"stile novecento" che ancora oggi imperano nei viali 
delle nostre città, per rivedere i tralci e i tronchi in- 
trecciarsi nei boschi immaginari tanto cari all'animo 
celtico. 

La qualità della gioielleria di produzione celtica, 
come quella rinvenuta nella sepoltura della "Princi- 
pessa di Vix", è riferibile alla migliore arte greca, ro- 
mana, etrusca o tracia e del resto il lungo rapporto di 
convivenza dei celti con queste popolazioni, special- 
mente nella Pianura padana, spiegava questi inter- 
scambi. 

Ai celti l'oro piaceva in modo incomparabile e lo 
seppero lavorare in modo superbo. Tipiche le loro tor- 
ques e cioè quei torciglioni (quelli erano di solito in ar- 
gento) che i celti portavano al collo, quasi fosse un ca- 



22 



Roherlo Sgarzi 



rattere distintivo di nazionalità, ma aperto e con due 
parti rotonde che ne delimita\'ano le estremità. 

Dopo la distruzione del mondo celtico operata dai 
romani, vedremo ricomparire e permanere questo par- 
ticolare gusto artistico in tutta Europa, a partire dal fio- 
rire dell'età irlandese e inglese e cioè circa dal 600 d.C. 

Un riferimento particolarmente preciso a questa 
arte originalissima può essere dato ricordando certe 
miniature su pergamena che hanno i capoversi parti- 
colarmente decorati. 

Ultima caratteristica dei celti riguarda il senso del- 
l'onore e della parola data. 

Il sacco di Roma. Potrebbe sembrare assurdo cita- 
re a questo punto uno dei massimi eventi militari del- 
la storia celtica: la conquista e il sacco di Roma ma. co- 
me si è visto, non lo è. 

Infatti per i celti un uomo, o un popolo, valevano 
in funzione del rispetto che avevano di essi stessi. Un 
uomo era considerato in base al coraggio dimostrato in 
battaglia e al suo rispetto per se stesso e la parola data. 

I celti erano sempre pronti al duello a singoiar ten- 
zone e spesso nelle battaglie il capo della tribù celta si 
faceva avanti per sfidare di fronte a tutto l'esercito il 
capo del fronte opposto. 

II raffronto con il mondo moderno francese, con i 
suoi molti guasconi e numerosi d'Artagnan è impres- 
sionante ed è forse interessante ricordare che, nei pri- 
mi decenni del Cinquecento, l'erculeo re di Francia 
Francesco I sfidò a duello, a singoiar tenzone, i suoi ri- 
vali del momento e cioè Carlo V di Spagna ed Enrico 
VIII d'Inghilterra, proprio per dirimere fra loro, una 
volta per tutte, la questione europea! 

La guerra celtico-romana esplose, dando il via a 
duecento anni di stragi, perché i romani non rispetta- 
rono i patti di Clusium. Assurda follia? Forse, ma per 
i celti la doppiezza e la menzogna erano ragioni suffi- 
cienti per uccidere. 




Cattedrale di Notre-Dame, Medioevo (Parigi), Gocciolatoi con forme di 
animali fantastici riconducibili all'arte celtica. 



Celti, etruschi e cartaginesi: la terribile vendetta 
romana 

Si ricordava in precedenza che in mille anni di sto- 
ria romana, solo tre popoli vinsero e conquistarono 
l'Urbe: gli etruschi, i celti e i cartaginesi (questi ultimi 
non conquistarono Roma, ma solo per un'inezia). Essi 
furono tre grandi popoli uniti da un unico tragico de- 
stino, frutto dell'accurata vendetta romana. 

Questi tre popoli non solo furono a loro volta bat- 
tuti dai romani, ma di essi non rimase nulla, nemmeno 
la memoria, se non qualche citazione degli storici di 
corte, troppo spesso derisoria o infamante. Dissoluti 
gli etruschi (la donna etrusca era sempre dipinta come 
facile o prostituta. Ancora oggi la cinematografia, se 
vuole rappresentare una donna di facili costumi, la fa 
parlare con accento bolognese. Si diceva allora... l'e- 
trusca, come oggi si dice... la bolognese). 

Selvaggi i celti per quel loro vivere primitivo in im- 
mense foreste, senza le belle strade romane, le belle 
città romane, i bei ponti romani, le belle Cloache Mas- 
sime romane (erano etrusche, in realtà)... 

Crudeli, mostruosi e.... negri africani (la parola 
Fenici deriva dal greco Foinikés e cioè "coloro dalle 
pelle rosso-scura") i cartaginesi, con quel loro terribi- 
le dio Baal che era dipinto come divoratore di bambi- 
ni che dovevano essere sacrificati nel modo più crude- 
le: bruciati vivi! 

Solo in anni recenti Sabatino Moscati, il maggiore 
scienziato di studi punici, ha dimostrato l'inconsisten- 
za di queste interpretazioni. 

Come si vede la propaganda politica di regime ese- 
guita da letterati prezzolati, ha radici antiche e la sua 
efficacia è evidente ancora oggi, nelle cose. Le nostre 
opere liriche e la nostra letteratura in genere rappre- 
sentano queste popolazioni in identico modo, mutua- 
to da scrittori-cortigiani venduti e intimiditi, perpe- 
tuando menzogne infami per l'eternità. 

Sarà certamente stato per un incidente, ma è evi- 
dente che nell'importante mostra "Gli Etruschi" (Pa- 
lazzo Grassi, Venezia 2000), i tanti rapporti che questi 
ebbero con i celti in Area padana non sono stati messi 
in evidenza. E questo è grave per la fondamentale fun- 
zione di formazione dell'opinione e della cultura che 
queste iniziative hanno. 

Invito a visitare le rovine di Cartagine, una delle 
più grandi metropoli di una delle più grandi culture 
della classicità mediterranea, per constatare come l'o- 
pera romana di demolizione sia stata accurata e gi-'^' 
gantesca. 

Ecco quindi la ragione per cui nulla o (.]uasi rima- 
ne oggi dei celti, così come nulla o quasi, rimane oggi 
di etruschi e cartaginesi. 

La distruzione di queste memorie, accurata e per- 
petuatasi nei secoli, fu tale che solo recenti studi han- 
no potuto sollevare alcuni veli su questi popoli. 

Invito a visitare l'isola di Mozia, colonia punica al 



Lllalta e le Ire llalie 



2Ì 




Elmo celtico. 

largo di Trapani e in essa, fra l'altro, la tamosa Ma- 
schera ridente in terracotta. In pochi stilizzati tratti al- 
la Paul Klee questo antico, grande, modernissimo arti- 
sta comunica gioia e sentimenti che possono albergare 
solo in una grande civiltà. 

Si pensi solo ai mirabili etruschi, popolo esempla- 
re per civiltà e per amore di una vita spesa in modo 
dolce, colto e raffinato, a quei mirabili etruschi che in- 
segnarono ai romani e a tutto il mondo l'arte di vivere 
e l'arte di costruire. ... 

A partire dall'arco, i romani appresero tutta l'arte 
delle costruzioni dagli etruschi, così come da questi ac- 
quisirono l'arte delle divinazioni o dei raffinati piaceri, 
dalla cucina alla sessualità, che la vita poteva concede- 
re all'essere umano. 

C'è chi dice che forse perché rappresentavano un 
esempio troppo luminoso i romani tentarono di can- 
cellarli dalla Storia. O forse questo accadde perché 
uno dei fattori della forza di Roma era il mito della sua 
invincibilità... e questo mito doveva essere conservato 
a qualsiasi costo. 

Di questo popolo l'alfabeto e la lingua sono stati 
svelati solo da pochi decenni! 

Di una cosa i romani si scordarono: le loro tombe. 
Grazie al Cielo. 

Per tutte valga il sorriso meraviglioso dei due per- 
sonaggi del Sarcofago degli Sposi, esposto al museo di 
Villa Giulia in Roma: una delle grandi opere deU'uo- 
mo, come la Gioconda, o la Pietà, o i Bronzi di Riace o 
la Primavera di Botticelli. 

Alexander Kusner, un poeta e inteUettuale russo 
nostro contemporaneo, scrive: "Gli etruschi la sera 
leggevano, i romani morivano...". 

Perché invece nulla gli invasori romani abbiano di- 
strutto della Grecia e di tutte le altre parti del mondo 
conosciuto che essi conquistarono è un interrogativo 
che ci si deve porre. 



La religione celtica 

Ma ciò che nei celti forse più affascina è la gran- 
dezza della loro anima e la loro capacità di sogno e 
astrazione. La loro religione può essere definita di tipo 
animistico-panteistico-naturalistico, ma sempre riferi- 
bile al puro spirito. 

È scritto che Brenno, gran re che conquistò Ro- 
ma, scoppiò a ridere quando gli riferirono che latini e 
greci credevano che gli dei avessero forme umane e 
che di conseguenza erano rappresentati da statue, in 
legno o in pietra. I celti credevano nell'anima e nella 
sua immortalità, non nella materia. Essi credevano in 
tanti dei, dai tanti nomi molto diversi e nelle loro ema- 
nazioni. Credevano nel vento, nell'acqua, nella forza 
della terra che eruttava i loro boschi di quercia, l'albe- 
ro che tanto amavano. I loro dei erano terribili e mi- 
nacciosi, erano dure, gelide nubi che mai lasciavano 
uscire il sole. . . ma erano puro spirito. 

Non esistevano chiese per gli dei celti, in quanto, 
essendo forze cosmiche e immensi puri spiriti, essi po- 
tevano essere adorati solo nell'universo. 

Bisogna però dire che verso la fine della presenza 
celtica in Vai Padana si ha notizia di santuari destinati 
agli dei di quelle genti. 

Ricordo Christiane Eluére, quando afferma che 
non troveremo mai immagini di dei celtici, ma sempli- 
ci statuette votive. Altri autori riferiscono di sculture 
antropomorfe da riferire probabilmente a dei celtici, 
questo però in relazione ad un'età molto tarda di que- 
sto popolo e quando esso aveva avuto intensi contatti 
con l'area mediterranea. 

Ecco la grande originalità e la grande eredità celti- 
ca, ancora oggi pienamente evidenti dopo la riforma 
religiosa del Cinquecento in Europa. 

In ogni chiesa del Meridione europeo, mediterra- 
neo e cattolico, trox'eremo dovizia di policromi, antro- 
pomorfi abitatori, più o meno ricoperti di monili e 
oreficeria di ogni tipo. Il rapporto fra l'uomo e la divi- 
nità da sempre e ancora oggi, è chiaro ed evidente, as- 
solutamente pagano nella sua brutalità mercantile: "io 
ti do l'anello, o il pezzetto d'argento, o la collanina... 
e tu mi guarisci dall'appendicite". 

Per dimostrare che proprio solo quell'immagine 
oggetto di culto e solo quella magica statuetta sono 
realmente efficaci, ecco sorgere tutt'attorno ad esse a 
mo' di propaganda pubblicitaria, un florilegio di Pgr 
a testimonianza dell'affidabilità dell'ordigno. 

Attorno a tante, tante altre immagini sacre invece 
nulla, non un fiore o la testimonianza di una ricono- 
scenza... perché? Ma perché l'immagine sacra priva di 
ex voto... "non funziona", "non protegge" e quindi 
non va... "retribuita". 

Immagini taumaturgiche con specialità di azione: 
quella contro l'otite, quell'altra contro il mal di testa, 
l'altra ancora contro l'impotenza e così via... La risata 
di Brenno!... Sembra ancora di sentirla! 



24 



Roberto Sgarzi 



Nulla di tutto questo è presente nelle nude chiese 
protestanti, che si trovano appunto in gran parte dei 
territori ex celtici: l'anima e solo l'anima di ognuno de- 
ve esservi presente. 

Il brutale rapporto dei romani con la religione era 
poi esemplificato dal loro celebre motto: "Le religio- 
ni?... Tutte stupide per l'uomo saggio, tutte utili per 
l'uomo potente ". 

Per i celti, invece, un uomo valeva quanto valeva la 
sua parola e il suo onore. 

Ancora una volta il realismo mediterraneo si scon- 
tra contro gli eterei valori celtici prima e celtico-ger- 
manici poi. L'immagine del gruppo di soldati germani- 
ci che, nell'ultima guerra, in omaggio alla parola data, 
rifiutava di arrendersi agli straripanti eserciti alleati è 
ancora nella memoria di tutti. Raramente si troverà un 
uomo mediterraneo che non bollerà, con la derisione e 
con la considerazione di inutilità, quel sacrificio. 

Per capire certe cose e per capire chi erano i celti 
conviene rileggersi questo giuramento che gli eroi cel- 
ti dell'Ulster fecero al loro re che li esortava a resistere 
al nemico, documento che è riportato nel Libro di 
Leinster, manoscritto del XII secolo: ''Per il cielo sopra 
di noi, per la terra sotto di noi e per il mare che ci cir- 
conda. Finché il cielo non cadrà con una pioggia di stel- 
le nel luogo ove siamo accampati, finché la terra non 
sarà squarciata dal terremoto, finché il mare blu non 
sommergerà con i suoi flutti la foresta del mondo dei vi- 
vi, non ci ritireremo" . 

Questa particolare formula di giuramento è soprav- 
vissuta per più di mille anni e ancora ci commuove. 



Perché tanto odio verso ì celti da parte 
dei mediterranei? 

Nella sua lunga storia di conquiste il popolo roma- 
no e in genere queUo mediterraneo, si trovarono a do- 
vere affrontare un numero assai alto e difforme di ne- 
mici, ma non per tutti vi fu lo stesso livello di ostilità. 

Leggendo i vari testi sull'argomento pare di capire 
che per alcuni di essi, ma soprattutto per i celti, l'ini- 
micizia divenne odio terribile misto a terrore feroce e 
furono totali. 

Rimane quindi di elevato interesse cercare di capi- 
re le protonde ragioni che portarono questi popoli al- 
l'impossibilità di convivenza. 

Si potrebbe certo escludere che ciò fosse derivato 
dalla crudeltà dei celti... quella crudeltà tanto descrit- 
ta e accampata dagli storici romani di corte, in quanto 
si tratta evidentemente di propaganda terroristica. In 
fatti crudeltà ed efferatezze erano assai diffuse fra tut- 
te quelle genti di quei tempi e piacerebbe veramente 
potere usare il solo passato. 



Terribili episodi sono del resto documentati come 
opera degli stessi eserciti romani (di cui ricordiamo i 
ludi gladiatori), ma anche da parte di greci, sanniti, 
etruschi, cartaginesi e via dicendo. Si pensi che gli 
etruschi di Tarquinia (che erano i piii civili di questo 
ambito geografico) uccisero, lapidandoli tutti insieme, 
trecento prigionieri romani, e questo solo per trarre 
dai loro fegati ancora palpitanti, vaticinii sull'esito del- 
la guerra in corso! 

Ma per i celti il discorso era diverso perché la loro 
ditterenza con i mediterranei era realmente totale, 
quindi tale da potere escludere ogni piano di confron- 
to o integrazione e ciò portava i romani ad esempio a 
considerare questi come individui scesi da regioni lon- 
tanissime, ignote e mitiche, quasi alieni, esseri... luna- 
ri, più ancora che semplici barbari. 

Quindi le molte rispettose e documentate richieste 
celtiche di pacifico stanziamento nella penisola non 
vennero mai prese in considerazione in attesa della... 
soluzione finale. 

Troppe erano le differenze. 

Il colore della pelle ad esempio, lunare per gli uni 
e scuro olivastra per gli altri; o la statura, minacciosa- 
mente gigantesca per i celti (1,80-1,90), a fronte dei 
piccoli mediterranei che (inequivocabili i calchi in ges- 
so pompeiani) raramente superavano il metro e ses- 
santa di altezza. 

E anche la loro religione era incomprensibile per i 
romani, con quell'adorare da parte dei celti quelle im- 
palpabili, improbabUi, terrificanti forze magnetiche 
immense e universali... inesistenti puri spiriti. 

Impossibile proporsi con queste eteree entità nel 
diretto cautelante rapporto uomo-dio al quale i medi- 
terranei erano abituati. 

Ed il combattere nudi con quel loro urlo spaven- 
toso, e quel loro vivere con barbe e capelli lunghissimi 
quanto incolti e il disprezzo per la morte, che era poi 
disprezzo per la vita, e i sacritici umani, che effettiva- 
mente non erano infrequenti, e il loro amore sviscera- 
to per il vino che li rendeva poi subito pericolosamen- 
te ubriachi, facendo loro perdere quella padronanza di 
sé, alla quale i mediterranei in genere davano un valo- 
re irrinunciabile. Questo e tanto altro costruì quel ter- 
ribile e invalicabile muro fra le due etnie che porterà 
nei secoli a tante difficoltà e incomprensioni e anticipò 
quella strana relazione etico-culturale che tu poi defi- 
nita di "stima senza amore, ricambiata da amore senza 
stima". Situazione che a ben guardare piutroppo, an- 
che se in tracce, molto ancora divide gli odierni di- 
scendenti di quegli antichi e affascinanti popoli. 



Confronto con la coeva moralità greco-romana e 
mediterranea 

Si ama, giustamente, dire che "sono gli spazi che 
tanno gli uomini". 



Lllalki e le Tir ìialic 



23 



Il mondo romano, bizantino, mediterraneo in ge- 
nere, si differenziò da quello mittel-nordeuropeo per- 
ché laggiù la densità abitativa fu da sempre assai alta e 
questo portò quindi continuamente gli uomini a con- 
frontarsi, integrarsi, raffrontarsi... e questo fin dai 
tempi più antichi. 

Questo fu quella civilitas... l'esercizio al vivere in 
comune secondo certe ferree regole. Questo li portò 
ad avere sempre, tutti e comunque, sin dalla nascita, 
un capo o un padrone e un "capo del capo" e infine un 
"capo del capo dei capi". 

Una civilitas che tanto diede, ma che anche tanto 
tolse all'uomo. 

Gli immensi spazi a nord degli Appennini e delle 
Alpi, invece, crearono un tipo d'uomo assai diverso 
che ricorda, in certo qual modo, il pioniere americano. 

Quegli uomini, nelle loro sconfinate foreste, erano 
sempre soli e avevano al massimo come referenti una 
famiglia o una tribù. 

Soli dovevano affrontare le enormi difficoltà della 
loro esistenza, ma a nulla e nessuno sentirono di dove- 
re un'obbedienza o una servitù. 

Nell'immensa solitudine di quegli spazi, veri ocea- 
ni di alberi, avevano solo essi stessi con cui confron- 
tarsi e cioè la loro coscienza. Quelli erano esseri vera- 
mente e totalmente liberi e il loro culto della libertà 
deriverà da questo. 

Sono i francesi coloro che oggi si sentono i più ve- 
ri eredi dell'animo celtico. I napoleonici al loro ingres- 
so nelle città europee occupate, subito erigevano i sim- 
boli della nuova divinità: l'albero della libertà... e non 
è stato certo per caso! 

A differenza dei celti, la doppiezza fu per i medi- 
terranei e particolarmente per i greci, fatto non depre- 
cabile. La bugia, come strumento per risolvere a pro- 
prio favore una controversia, era assai apprezzata (si 
veda Ulisse, come diremo poi). 

Sembra ora interessante e utile un raffronto con la 
contemporanea etica e cultura greche perché saranno 
proprio quelli i principi ai quali si ispireranno i Medi- 
terranei tutti e anche i romani stessi, in misura nei se- 
coli sempre maggiore e questo, naturalmente, senza 
volere fare scale di merito, ma solo per evidenziare 
profonde differenze presenti già alle radici di queste 
culture. Questo senza nulla togliere alla grande classi- 
cità greca e mediterranea, culla e origine della civiltà 
occidentale. 

Dice il grande Durant, nel suo fondamentale Sto- 
ria della Civiltà che l'uomo greco della classicità può 
anche ammettere che l'onestà sia una virtù positiva, 
ma cercherà di ricorrere prima a qualsiasi altro mezzo. 

Sofocle nel suo Filottete esprime col coro la più 
commossa comprensione per il soldato ferito e abban- 
donato, ma poi consiglia Neptolemo a tradirlo e, pro- 
fittando della sua condizione, a trafugarne le armi e 
abbandonarlo al suo destino. 

Tutti i contemporanei indicano i mercanti di Ate- 



ne come adulteratori dei loro prodotti, che danno pe- 
si scarsi, che alterano le bilance, che mentono ad ogni 
occasione. 

Ancora nell'Atene classica ogni uomo politico è 
accusato di disonestà, Aristide noto per la sua inte- 
grità, è considerato curiosità rara. Tucidide ci dice che 
gli uomini ambiscono più ad essere considerati furbi 
che onesti, e Pausania vede in Grecia tanta gente af- 
flitta dall'ansia del tradimento: è facile infatti trovare 
greci disposti a tradire la propria patria. 

Uesempio universalmente noto, di questa predi- 
sposizione è proprio Temistocle il più grande degli 
eroi greci, arconte ateniese dal 493 al 492 a.C, artefi- 
ce della vittoria greca sui persiani a Salamina, battaglia 
che salvò le sorti di tutto l'Occidente. 

Temistocle dopo il 471 a.C, per divergenze politi- 
che con il proprio governo, passò al servizio di Arta- 
serse I, gran re dei Persiani e operò con impegno con- 
tro la propria nazione. 

La malversazione, la "bustarella" imperava ed era 
il metodo comunemente usato per procedere nella vi- 
ta politica, per acquistare impunità, per raggiungere 
successi. Pericle stesso fu destinatario di "tangenti" 
per ottenere certi appalti internazionali. Senofonte, in 
un trattato sull'educazione, francamente consiglia di 
mentire e rubare quando si tratti con i nemici. 

Interessante è quanto affermato dagh ambasciatori 
ateniesi a Sparta nel 432 a.C: "È sempre stata legge che 
il debole debba essere soggetto al più forte... nessuno 
ha mai permesso al grido della giustizia di offuscare le 
ambizioni, qualora avesse la possibilità di ottenere 
quanto desiderava con la forza". E questo è parte inte- 
grante del carattere greco, sia esso ateniese o spartano. 

Quando Febida Lacedemone, nonostante un trat- 
tato di pace, si impadronisce a tradimento della citta- 
della di Tebe e il re spartano Agesilao è interrogato cir- 
ca la legittimità di questa azione, egli risponde: "Chie- 
dete solo se ciò è utile; perché se questa azione è utile 
alla nostra patria, essa è giusta". 

Ancora oggi nel lessico abituale hizcvitinismo o le- 
vanttiiisino, hanno significati ben precisi. Come si ve- 
de le radici sono antiche. 

Sin dai tempi antichi uno dei valori mediterranei 
più veri è l'astuzia, come raggiro, che si oppone alla 
scoperta franchezza. Nell'Ihade, primo documento 
storico. Omero fa conquistare Troia non dalla forza di 
Aiace, dall'autorevolezza di Diomede o dalla bellico- 
sità di Achille, valori che dimostra essere inutili alla lu- 
ce di dieci anni di vano assedio, bensì dall'astuzia del 
diabolico Ulisse. 

Nulla di tutto questo nella scala di valori, nella sto- 
ria, nell'Olimpo germanico e a proposito del su accen- 
nato eroe greco Temistocle, basti ricordare un motto 
inglese molto noto e diffuso: "Right or wrong... my 
country". E cioè: "Nel bene o nel male, abbia essa ra- 
gione, oppure torto... sarò con la mia patria!". 



26 



Roberto Sgarzi 



Questa nostra terra dove scorre il Po, curioso cro- 
giolo di genti germaniche e mediterranee, deve sapere 
bene bilanciare i valori che costituiscono il nostro pa- 
trimonio, spesso alternatisi, spesso opposti e contrad- 
dittori. 

Qualche ulteriore riflessione sui confronti fra i cel- 
ti e i mediterranei. 

La classicità romano-mediterranea ebbe dei celti, 
non a caso come si dirà, considerazioni modeste che i 
loro storici hanno perpetuato nel tempo: Strabone li il- 
lustra, sprezzantemente, al ritorno dalle battaglie fieri 
dei loro trofei: le teste dei nemici. E questo è vero, al 
di là delle Alpi si sono reperiti depositi ove erano am- 
monticchiate rile\anti quantità di crani umani, con un 
chiaro significato di rituale religioso. Ma questo non 
deve stupire: si è già detto che la ferocia degli altri po- 
poli confinanti era equiparabOe. 

Certamente la grande classicità ebbe raffinatezze 
difficilmente comparabili ai rudi celti, anche se non bi- 
sogna mai dimenticare la ferocia infame, priva di qual- 
siasi civile umanità, che l'antico popolo romano dimo- 
strò, sempre, nei secoli, attraverso il maggiore dei loro 
divertimenti: i ludi gladiatori. 

In quelle arene uomini e donne, disperati, terro- 
rizzati e prigionieri, venivano scannati, affogati, o di- 
vorati dalle belve, fra le risate e il massimo compiaci- 
mento degli spettatori. 

La mostruosità dei gladiatori: uomini allevati per 
uccidersi l'un l'altro, nel culto della morte. La loro im- 
mortale tragedia è nell'animo di tutti; essa fu una del- 
le massime infamie dell'umanità. 

A differenza dei grandi greci, la cultura romana ec- 
celse nelle costruzioni edilizie e nell'arte militare, non 
certo nella costruzione dell'uomo e del suo pensiero. 
La verità storica impone oggi di rifiutare una propa- 
ganda nazionalistica, in verità relativamente recente e 
affermare alcuni assunti. 

La grandezza di Roma e del mondo mediterraneo 
è nelle cose. E sufficiente una visita in quella città per- 
ché ognuno se ne renda conto, ma si deve pur dire che 
la capacità di costruire, a partire dal grande Vitruvio, 
fu cosa importata, fu cosa etrusca, non romana. 

Così come si deve pur dire che l'enorme numero 
di opere scultoree che ornano ancora oggi i tanti mu- 
sei di Roma non sono romane: esse sono frutto del sac- 
cheggio che seguì alla conquista romana della Grecia, 
oppure opera di artisti greci trapiantati in Roma, op- 
pure ancora, cosa maggiormente frequente, copie di 
originali greci fedelmente riprodotte da abili artigiani 
romani in molti esemplari. 

Dice il grande Plinio il Vecchio che "Mdmclora di 
Scepsi, che deve il suo nome di Misoromaios all'odio per 
i romani, ci rinfacciò di avere espugnato Volsinii per le 
duemila statue di bronzo lì poste" . 

Ed è ormai impossibile non ricordare che in Roma 
le università non esistevano, (^hi proprio voleva dilet- 



tarsi di filosofia, o di "conoscenza" (cosa poi non parti- 
colarmente apprezzata fino alla tarda età imperiale) do- 
veva andarsene ad Atene, ove invece le scuole di pen- 
siero proliferavano dai tempi dei tempi e questo è bene 
sintetizzato dal celebre motto di Cicerone: "Athaenae 
omnium doctrinarum inventrices fuerunt" e cioè: "Fu 
in Atene che si inventò ogni tipo di conoscenza". 

"Graecia capta foerum victorem coepit": "la Gre- 
cia vinta catturò (affascinò) il fiero vincitore", soleva 
dirsi, già ai tempi della repubblica. 

Questo perché l'antica inconsistenza culturale di 
Roma fece sì che già a partire dal II secolo prima di 
Cristo fosse proprio il pensiero greco a dominare Ro- 
ma, così come furono poi le religioni medio-orientali 
(culto di Iside, culto di IVlitra, per finire con i cristia- 
ni), che sommersero l'Urbe. 

I celti furono del resto il popolo che con etruschi e 
cartaginesi, in miUe anni sconfisse e l'unico in assoluto 
che conquistò Roma. Ragioni per avversarli i latini ne 
ebbero quindi non poche. 

Dobbiamo essere grati a recenti polemiche per 
averci fatto ricordare queste antiche grandi popolazio- 
ni, sempre misconosciute dalle autorità e dalla cultura 
ufficiale italiana: non a caso. 

Celti e romani erano e sono terribilmente attuali 
con le loro antitesi. 

L'Italia che trovò la sua unità politica a cavallo del- 
la metà del secolo scorso era una "cenerentola" scono- 
sciuta nell'ambito dei blasonati stati europei. Necessi- 
tava pesantemente un quarto di nobiltà e aulici proge- 
nitori: li trovò nella classicità e nell'antica Roma. 

L'illustrazione, la proposizione e l'imposizione di 
quella cultura furono e sono da sempre e ancora oggi, 
oggetto di propaganda nelle scuole e nella collettività 
sulla nostra penisola. 

Propaganda tendente al pubblico conxincimento e 
aUa diffusa coscienza di quello che Gioberti chiamerà 
il "primato morale civile e degli italiani"; operazione 
del resto coeva e rapportabile alla reinvenzione del mi- 
to nibelungico in Germania. 

Come ogni propaganda, quindi, deve essere consi- 
derata con molto sospetto. 

In periodo fascista la frenesia patologica di ricucir- 
si addosso le sembianze dell'Impero romano, con 
aspetti pagliacceschi, ci attirò le risate di mezzo mondo. 

II governo dell'epoca vedeva, tra l'altro, e a ragione, 
nei celti gli odiati francesi e inglesi e questo peggiorava 
ancora piti le cose. Una corretta e storica analisi fu ed è 
av\'ersata per motivi politici e sciox'inisti assurdi. 



Una breve digressione. . . Ulisse 

Mi consento una breve digressione. Ulisse & C. 
l'hanno fatta da padroni nell'Italia di questi ultimi ot- 
tani' anni. L'Italia, o per lo meno una buona parte di es- 
sa è ormai stanca del comportamento "astuto", dell' esse- 



L'Ittilia e le Tre Italie 



27 



re qualcosa o qualcuno e dell'essere contemporaneamen- 
te esattamente il contrario, dell'ignorare la responsabi- 
lità sociale che deriva dall' assumere un impegno di fron- 
te alla collettività. 

Buona parte del paese è stanca di vedere le stesse 
persone essere contemporaneamente comunista e anti- 
comunista, fascista e antifascista, liberale e socialista, de- 
mocratico e autoritario, presidente di tutti e uomo di 
parte, giudice al di sopra delle parti e partigiano in favo- 
re di alcuno, magistrato e politico in camera'. 

Basta. Ver questa parte d'Italia, l'Italia europea, 
Ulisse non abita più qui. 

Tornando a noi, come si diceva, l'organizzazione 
politica dei celti fu sempre molto elementare. 

Quando nel 219 a.C. Annibale transitò sulla terra 
dei celti diretto a Roma, tutte le tribù galliche si uniran- 
no a lui ed egli attingerà a piene mani truppe che poi 
impiegherà nelle quattro successive, vittoriose battaglie. 

Interessante ricordare, come scrive Granzotto, 
che, dopo avere passato gli Appennini, cartaginese 
non trovò alcun municipium disposto a voltare le spal- 
le a Roma. Per gli uni l'Urbe era la nemica, per gli al- 
tri la madre. 

Tutto cambia, del resto, al passare del crinale ap- 
penninico. Il clima innanzi tutto. Nella terra dei celti 
non cresce il principe degli alberi da frutto mediterra- 
nei, l'ulivo, e non si trovano più i classici animali da al- 
levamento di tutto il suddetto bacino: le pecore; oggi 
come ieri le popolazioni della Valle Padana, come 
quelle europee, allevano il maiale e. . . il burro, non l'o- 
lio insapora i loro cibi. 

Il cibo è diverso: tarinacei (ancora oggi la pasta) 
per i mediterranei e carne per i germanico-celtici. 

Anche l'abbigliamento, imposto da un clima assai 
più rigido, è diverso: brache e giaccotti e non le classi- 
che toghe mediterranee dei romani. 

Lo stesso vino e con esso la vite scompaiono di là 
dai monti, i celti bevono uno strano intruglio schiu- 
moso e giallastro: la "cervogia"... la birra. 

La marea romana sommerge la Valle Padana in 
epoca relativamente tarda e a questo riguardo, sem- 
brano significative alcune date che segnano l'espan- 
dersi dell'impero: fondazione di Roma: 754 a.C; con- 
quista di Napoli: 326 a.C; conquista della Sicilia: 241 
a.C; invasione della Grecia: 215 a.C; inizio dell'in- 
vasione della Spagna: 219 a.C; vittoria sui galli Boi: 
191 a.C; fondazione di Bononia colonia: 189 a.C; 
apertura della Via Aemilia: 187 a.C; fondazione di 
Bononia Municipium: 88 a.C; conquista della Gallia 
con le guerre galliche di Giulio Cesare: 58 a.C. e me- 
rita riflettere sulla grande differenza in secoli che si 
pone fra la conquista di Napoli e la fondazione di 
"Bologna Municipium". 

Anche se nemmeno la proverbiale ingegneria ro- 
mana nulla potè a fronte di queO'immenso acquitrino 
che era la Valle Padana, ecco sorgere strade, ponti. 



città, basi militari, coltivazioni ad opera soprattutto 
dei reduci delle legioni ai quali erano assegnate le ter- 
re padane. 

Splendido reticolo in territorio geologicamente ed 
etnicamente ostile. La convivenza fra romani e celti, in 
quel momento, ricorda oggi il rapporto fra pionieri 
americani e tribù pellerossa del vecchio West. 

A partire dal 100 a.C. e fino alla caduta dell'Impe- 
ro romano d'Occidente (476 d.C) la Valle Padana fu 
territorio fra i più avanzati dell'impero e città come 
Mediolanum, Augusta Taurinorum, Genua, Bononia, 
Mutina, Ariminum e tante altre, parteciparono a pieno 
titolo, al risplendere della civiltà romana. 

Nel 292 d.C. Mediolanum è capitale dell'Impero 
romano d'Occidente. 



Un documento 

L'anima celtica sarà sempre presente nel mondo 
mitteleuropeo: Il mondo del sogno, del trascendente, 
dell'immaginario, così totalmente presente nei celti, 
avrà il momento magico con il Romanticismo. Questo 
movimento artistico fu di fatto introdotto da un ro- 
manzo / dolori del giovane Werther, di Johann Wolg- 
gang von Goethe, pubblicato nel 1774, che fu più di 
un semplice racconto in quanto definì alcune caratte- 
ristiche di quello che poi sarà il Romanticismo, e cioè 
l'eroismo dell'individuo, l'abbandonarsi alle passioni, 
riconoscendo loro una certa preminenza sulla ragione. 

Questo romanzo caratterizzerà un mondo, sarà 
una moda letteraria, una norma comportamentale e di 
vita che definirà l'Europa per tutto un secolo. 

Si propone uno stralcio di quest'opera. Si tratta di 
un carteggio che riporta alcune fasi dell'amore del pro- 
tagonista per Lotte, una donna sposata e ove il giovane 
Werther si rivolge sia a Wilhelm, un suo amico, sia alla 
stessa Lotte, per comunicarle l'intenzione di suicidarsi. 

Non a caso in questo romanzo sono presenti fre- 
quenti riferimenti ad Ossian, appunto un grande celta. 

Ossian è un leggendario cantore-poeta cieco che 
sarebbe vissuto attorno al III secolo e la sua figura fu 
ripresa e romanzata dallo scozzese Mcpherson, come 
gloria nazionale. 

Ossian e la sua "saga" furono assai noti e influenti 
nell'Europa romantica. 



Da "I dolori del giovane Werther" 

16 giugno 

Perché non ti scrivo? - Me lo domandi, eppure anche tu 
sei un esperto. Dovresti indovinare che sto bene e cioè 
- per farla breve, ho fatto una conoscenza che mi tocca 
il cuore da vicino. Ho - non lo so. 
Non mi sarà facile raccontarti con ordine com'è awe- 



28 



Roberto Sgarzi 



nuto che ho fatto la conoscenza di una delle più amabi- 
li creature. Sono contento e felice, e quindi cattivo nar- 
ratore di storie. 

Un angelo! - Che orrore! questo lo dice ciascuno della 
sua innamorata, ne\'\'ero? Eppure non sono in grado di 
dirti come è perfetta e perché è perfetta, insomma essa 
ha accattivato tutti i miei sensi. 

Tanta ingenuità e intelligenza, tanta bontà unita a tanta 
fermezza, e la serenità dell'anima pur in una vita così 
piena e attiva. 

Ma tutte queste non sono che vane chiacchiere, ciò che 
scrivo di lei. semplici astrazioni che non esprimono un sol 
tratto della sua personalità. Un'altra volta - no, non un'al- 
tra volta, ora, subito voglio parlartene. Se non lo faccio 
ora, non lo farò mai più. Perché, sia detto fra noi, da 
quando ho cominciato a scrivere, già tre volte sono stato 
tentato di deporre la penna, far sellare il mio cavallo e 
uscire per una cavalcata. Eppure questa mattina ho giu- 
rato a me stesso di non uscire, ma a ogni momento corro 
alla finestra per vedere quanto alto è ancora il sole. . . 

30 agosto 

Infelice! Non sei un pazzo? Non inganni te stesso? Do- 
ve ti condurrà questa passione folle e senza limiti? Non 
ho più preghiere che per lei; la mia fantasia non conosce 
altra figura che la sua e intorno a me nel mondo non ve- 
do che quello che è in rapporto con lei. E questo mi dà 
qualche ora felice - fino a quando mi debbo nuovamen- 
te strappare da lei. Ah, Vi'ilhelm! A che cosa mi spinge 
il mio cuore. Quando per due o tre ore sono stato vici- 
no a lei e ho goduto della sua figura, del suo portamen- 
to, della celeste espressione delle sue parole e a poco a 
poco i miei sensi si eccitano, gli occhi mi si annebbiano 
e quasi non odo più e mi sento prendere alla gola come 
dalle mani di un assassino, allora il mio cuore cerca in 
un folle battito di dar respiro ai sensi oppressi e non fa 
che aumentare la confusione - Wilhelm, spesso non so 
se sono ancora al mondo! E - se qualche volta la malin- 
conia prende il sopravvento e Lotte mi concede la mise- 
ra consolazione di poter piangere sulla sua mano il mio 
sconforto - allora devo andarmene, devo fuggire! E mi 
aggiro a lungo per i campi; allora mi dà gioia scalare un 
monte scosceso, aprirmi un sentiero nell'intrico di un 
bosco, tra rovi che mi feriscono, spine che mi lacerano! 
Allora mi sento un po' meglio! Un po'! E quando tal- 
volta mi fermo per la stanchezza o per la sete e resto nel- 
la notte protoTida, quaiulo la luna piena sta alta sopra di 
me e in un bosco solitario mi siedo su un tronco ricur- 
vo, solo per dare qualche sollievo ai miei piedi sangui- 
nanti e cado invece nella torpida calma di un dormive- 
glia nel chiarore lunare... Oh, Wilhelm, la solitudine di 
una cella, il cilicio, una cintura di spine sarebbero un re- 
frigerio a cui la mia anima anela. Addio! Non vedo per 
questi tormenti altra line clic la tomba. 

12 ottobre 

Ossian ha preso il posto di Omero nel mio cuore. In 



quale splendido mondo mi guida questo poeta! Errare 
nelle lande, investito dal vento tempestoso, che nei va- 
pori delle nebbie conduce gli spiriti degli avi nella palli- 
da luce lunare. 

Ascoltare il gemito flebile che scende dalle montagne, 
si confonde nel fragore del torrente in mezzo al bosco, 
la voce degli spiriti uscente dalle loro caverne e U la- 
mento di dolore della fanciulla che piange fino a mo- 
rirne, sulle quattro pietre coperte d'erbe e di muschio 
che coprono il suo nobile caduto, il suo amalo. Allora 
lo incontro, il bardo grigio che vaga nella landa stermi- 
nata, alla ricerca delle orme dei padri e, ahimè, non tro- 
va che le loro tombe e poi alza dolente lo sguardo ver- 
so la cara stella della sera che si nasconde nel mare tem- 
pestoso, e nell'animo dell'eroe rivivono i tempi del pas- 
sato, quando un raggio benevolo illuminava i pericoli 
sul cammino dei valorosi e la luna rischiarava la nave 
che tornava vittoriosa, inghirlandata. Allora io leggo 
sulla sua fronte il lutto profondo, vedo l'ultimo degli 
splendidi eroi abbandonati barcollare sfinito sulla tom- 
ba, attingere sempre nuove, dolorose gioie dall'immota 
presenza delle ombre dei suoi morti e poi, gli occhi vol- 
ti alla terra fredda, alle alte erbe ondeggianti, gridare: 
"Verrà il viandante, verrà, verrà colui che mi conobbe 
nell'ora della mia bellezza e domanderà: 'Dov'è il can- 
tore, il valoroso figlio di Fingali?'. Il suo passo risuona 
sulla mia tomba e inutilmente egli chiede di me sulla 
terra ". Oh, amico! Come un nobile guerriero vorrei 
trarre la spada e liberare il mio principe dal tormento 
di una vita che lentamente si spegne e fare che la mia 
anima. 

21 dicembre 

E deciso, Lotte, voglio morire, e te lo scrivo senza ro- 
mantiche esaltazioni, calmo, alla mattina del giorno in 
cui ti vedrò per l'ultima volta. Quando leggerai queste 
righe, mia amatissima, una fredda tomba coprirà già la 
spoglia irrigidita di quell'inquieto infelice, che per gli 
ultimi istanti della sua vita non conosce dolcezza più 
grande che intrattenersi con te. Ho passato una notte 
terribile e, ah!, una notte benefica. È stata questa notte 
che ha consolidato, confermato il mio proposito: voglio 
morire! Quando ieri mi sono strappato da te, in un di- 
sperato infuriare di sentimenti, quando tutto ciò che 
soffro mi si addensò nel cuore e mi colse, in tutto il suo 
gelo atroce, la visione della mia esistenza senza gioia e 
senza speranza ai margini della tua - raggiunsi a mala- 
pena la mia stanza, mi gettai in ginocchio completa- 
mente fuori di me e, oh, mio Dio! Tu mi concedesti l'ul- 
timo refrigerio delle lacrime più amare. Mille idee, mil- 
le propositi mi turbinavano nell'anima e alia fine, ecco- 
lo lì, chiaro, fermo, preciso, l'ultimo, l'unico pensiero: 
voglio morire! - Mi gettai sul letto e la mattina, nella 
calma del risveglio, il pensiero è ancora con me, torte e 
fermo nel mio cuore: voglio morire! - Non è dispera- 
zione, è la certezza di aver softerto il mio dolore tino in 
tondo e di sacrificarmi per te. Sì. Lotte! Perché dovrei 



L'itiiliii e le Ire ìlalic 



29 



tacerlo? Uno di noi tre doveva sparire e quello voglio 
essere io! Oh, mia adorata! In questo cuore dilaniato 
spesso si è insinuato il pensiero feroce di uccidere tuo 
marito! - te! - me! - E sia dunque così! - Quando ri- 
salirai la collina, in qualche bella sera d'estate, ricorda- 
ti di me, di quando tanto spesso risalivo il coUe, e volgi 



lo sguardo verso il cimitero, verso la mia tomba, guar- 
da come il vento fa ondeggiare l'erba alta nel riflesso 
del sole morente. - Ero tranquillo quando ho incomin- 
ciato a scrivere, e ora piango come un bambino, ogni 
cosa si fa così viva e vera intorno a me. 



l'Italia mediterranea: Roma 



La finalità di questo mio studio è il verificare e il 
dimostrare che l'Italia è costituita da tre entità socio- 
culturali ben distinte, con storie e realtà molto diffe- 
renti fra di loro e non certamente quello di creare, fra 
queste, una scala di valori e di valutazioni, cosa oggi 
abbastanza diffusa ma, secondo me, errata e impropo- 
nibile. Ed è con questo animo che mi accingo a parla- 
re di Roma. 

Non è certamente per caso se i turisti di tutto il 
mondo da ormai duemila anni convergono sull'Urbe. 

Ciò av\'iene perché su quei sette colli nacque, a 
partire da circa ottocento anni prima della venuta di 
Cristo, una delle grandi civiltà del mondo. Il problema 



è che per ragioni di bassa politica, di ambizione al po- 
tere e nel Sette-Ottocento, per alcuni, di infedele ro- 
manticismo, si voUe inventare che la sola Roma era de- 
positaria... della sola civiltà, o quanto meno, della piìi 
grande delle civiltà di ogni tempo, tale cioè da meri- 
tarle il titolo di eterna leader planetaria. 

Per questo si inventarono per Roma meriti, valori 
e glorie inesistenti, addirittura blasfeme santificazioni, 
in un'operazione di bassa pubblicità che, naturalmen- 
te le si ritorse contro, determinando accessi di accuse 
sprezzanti, altrettanto immotivate. 

Roma, cioè fu grande, ma non santa, né perfetta 
come certi storici cortigiani ci hanno voluto fare cre- 
dere. Quanto sia stata grande, o quanto sia stata pic- 
cola, cosa sia stata in realtà l'Urbe in molti hanno scrit- 
to, ma credo che ciò che riporta Montanelli nelle ulti- 




Roma. Le mura aureliane. 





Roma. Arco di Costantino. 




Costruzioni romane in Rimini (Ariminum). Il ponte di Tiberio e l'Arco di Augusto. 

La robustezza delle costruzioni romane è incredibile. Quelle che vediamo raffigurate hanno saputo resistere alla furia della natura, alle distru- 
zioni belliche e all'incuria degli uomini, per ben 2000 anni! 



30 



Rtihcrto Sgarzi 



me pagine del suo Storia di Roma, storia certamente 
vulgata, ma di grande, sintetica e affascinante capacità 
di analisi (un best-seller: cinquecentomila copie!) mi 
sembra particolarmente corretto e condivisibile. 

Culturalmente Roma non fu nemmeno particolar- 
mente grande, perché non partorì nulla di nuovo, non 
eccelse certamente nella filosofia, nell'arte o nella re- 
torica, che semplicemente copiò dalla Grecia. Né in- 
ventò nulla in politica, essendo la democrazia parola e 
realtà greca e copiando dai faraoni la monarchia teo- 
cratica. Né scoperse la repubblica, l'aristocrazia, il li- 
beralismo o il dispotismo, tutto ciò era già stato speri- 
mentato. 

Essa tolse agli etruschi l'arte di costruire e ai feni- 
ci-cartaginesi l'arte di na\'igare. La scienza era e rima- 
se ambito a Roma non molto tamiliare nell'Urbe, ad 
esempio l'astronomia assiro-babilonese non godette di 
particolare favore, ma Roma seppe dare a tutto ciò che 
aveva recepito dalla cultura mediterranea un sapore e 
una connotazione assolutamente innovativi, e soprat- 
tutto seppe fare convergere in un solo disegno politi- 
co-istituzionale le molte caratteristiche e le molte gran- 
dezze culturali dei popoli mediterranei. 

A tutto questo i sette coUi seppero dare strade per 
comunicare, eserciti per difendere i popoli dell'impe- 
ro, mari sicuri per navigare e soprattutto uno stato con 
leggi che garantivano i cittadini. 

C'è di che domandarsi, con Montanelli, se il Cri- 
stianesimo a\'rebbe potuto trasformarsi da una della 
mille e mille sette religiose del Medio Oriente, a reli- 
gione di valenza planetaria, se non fosse stato \'eicola- 
to dalla grande struttura statale e amministrativa ro- 
mana. 

La Roma classica in realtà non mori attorno al 400 
d.C, come dicono in molti. Roma e cioè l'animo e la 
cultura del Mediterraneo, enormemente trasformata, 
semplicemente si trasferì in Costantinopoli, il cui stato 
fu vinto solo nel 1453 (ben oltre mille anni dopo! ) e a 
ben guardare è ancora variamente viva nelle odierne 
strutture europee, che non a caso spesso rievocano 
Carlo Magno Sacro e Romano Imperatore. 



Il Basso Impero e l'orientalizzazione di Roma 



La fine dell'Impero romano 

Al mondo gallo celtico di sapore centro-nord eu- 
ropeo sopradescritto quindi si oppose vittoriosamente 
Roma, come coacervo della cultura mediterranea. 

Ma al di là del falso mito classicistico e sciovinisti- 
co presente nella memoria... che cosa era veramente 
questa Roma-" 

L'immagine di Roma che è abitualmente presente 
nella mente di ognuno di noi, quella per intenderci 
pubblicizzata dalla cinematografia e dai grandi roman- 



zi, è riferita alla qualità sociale, ambientale e culturale 
più luminosa: quella della piena maturità repubblica- 
na e del primissimo impero. 

In realtà si trattò di un periodo molto breve: da 
circa il 300 a.C. al 100 d.C. sono solo 400 anni: per la 
Storia degli uomini un batter di ciglia. Nulla, se para- 
gonato ai millenni dell'Impero egiziano o di quello 
greco. 

A cavallo di quest'ultima data tutto quel mondo 
inizierà a crollare, ciò sarà in coincidenza della famosa 
conquista, da parte di Cesare, dell'Egitto di Cleopatra. 

In realtà l'immortalato amore fra Cesare e Cleopa- 
tra, oltre che fatto storico, è simbolico dell'enorme in- 
fluenza che il mondo orientale ebbe subito nei con- 
fronti dei romani. 

Roma si dimostrò un gigante dai piedi d'argilla. 

Forte militarmente (conquista della penisola elle- 
nica: 196 d.C), ma debole culturalmente, essa fu subi- 
to preda della Grecia, che però si può considerarne la 
madrepatria, Roma, dopo la spedizione alle foci del 
Nilo, sarà da quel momento soggiogata dalla cultura 
medio-orientale che fa capo all'Egitto: sarà quella cul- 
tura a distruggerla. 

Attorno alla nascita di Cristo il passare di quei de- 
cenni vide un forte aumento di territori orientali con- 
quistati dall'esercito romano, con il conseguente au- 
mento dell'influenza di quelle genti. 

Il cambiamento fu enorme e repentino. 

L'inizio della decadenza dell'Impero romano è sta- 
to \'ariamente \'alutato, si può dire però che già a par- 
tire dal I-II secolo d.C. il nerbo delle truppe imperiali 
(specie quelle in prima linea, sul pericoloso limes, il 
confine) era ormai composto da barbari mercenari o 
immigrati nel territorio romano. Così come erano bar- 
bari o di derivazione barbara abiti, cibi, divinità, culti 
religiosi, generali, uomini di cultura e componenti 
l'amministrazione imperiale. 

Fu ima line rapida. L'orgoglio romano e con esso 
la cittadinanza, il famoso "Civis romanus sum", fu 
semplicemente venduto con l'Editto di Caracalla nel 
212 d.C. a chiunque (cioè a qualunque barbaro) aves- 
se qualche denarium per comperarselo. 

Da quel momento Roma perse quindi le sue con- 
notazioni etnico-culturali più autentiche e ne assunse 
altre protondamente diverse. Questo nuovo assetto 
sarà, viceversa, forte e durex'ole nei millenni e sarà pro- 
prio con questa eredità cultiu^ale che dovrà poi misu- 
rarsi la storia d'Italia, passata e contemporanea. 

Già a partire dai primi anni «.lopo Cristo, Roma 
non fu più quella che noi crediamo, ma una città in lar- 
ga misura a sapore orientale, molto simile a Damasco, 
Tebe, Gerasa ecc. 

I nuovi venuti divennero nei fatti, molto rapida- 
mente i nuoN'i padroni e portarono nuove consuetudi- 
ni. Le principali saranno due e contigue: quella politi- 
co-istituzionale e quella religiosa. 



Lìtaliii e le Tre llalìc 



n 



I nuovi dei saranno molti e nuovi, soprattutto egi- 
ziani, palestinesi, non piìi i caserecci Giove, Apollo, 
Venere e Marte con il codazzo di ninfe, fauni, eroi e se- 
midei, bensì idoli siriani, persiani, ebrei, egizi: Iside, 
Osiride, Mitra, Cristo e un altro dio assolutamente 
sorprendente per la cultura romana: l'imperatore. 

Roma acquisì così, per non lasciarla più, la dimen- 
sione tipicamente medio-orientale della coincidenza 
del potere politico con quello religioso (classico esem- 
pio: il faraone). 

Non c'era più, di fatto, legge romana, né scritta, né 
orale. 

La legge era nella persona dell'imperatore e nel dio 
che egli era. 

Essendo uno stato teocratico, la legge era in Dio. 
Quindi la legge era nella parola dell'imperatore, per- 
ché attraverso di esso parlava il Dio, unico e vero. 

Nel lasso di pochi anni l'Urbe perse la democrazia 
e il potere politico da elettivo repubblicano si tra- 
sformò in assolutistico-dittatoriale prima e teocratico- 
religioso-ereditario subito dopo. 

Saranno molte strane malattie a causare la caduta 
di Roma, ma due soprattutto: la mollezza dei costumi 
e il Cristianesimo. 

I romani della grande epoca repubblicana temeva- 
no la mollezza dei costumi come il veleno. Ben sape- 
vano infatti che in un mondo enormemente violento, 
come quello in cui vivevano, l'unica possibilità di sal- 
vezza era nella forza morale e militare di un popolo e 
proprio per questo odiavano gli etruschi che conside- 
ravano apportatori di mollezza. 

Fu così che essi coniarono Ìl motto "Si vis pacem 
para bellum": "Se vuoi la pace sii pronto alla guerra ". 

Ma tutto in quegli anni era diventato troppo e 
troppo in fretta: troppe vittorie, troppi schiavi, troppo 
danaro, troppo bottino, troppo grande l'immensità dei 
territori conquistati (tutto il mondo conosciuto), trop- 
pa gloria. 

Ma soprattutto troppi morti. Le famiglie romane, 
famose o modeste che fossero, avevano visto scompa- 
rire i loro figli sui campi di battaglie vittoriose certo, 
ma sempre terribili. 

Si ruppe qualche cosa e le matrone cominciarono 
ad odiare la maternità: l'aborto e l'infanticidio diven- 
tarono norma abituale: fu allora che Roma uccise se 
stessa. L'imperatore Tiberio, rendendosi conto della 
situazione, subito si diede a "proporre previdenze" 
per la madri di famiglie numerose (0 fenomeno, come 
sappiamo, si ripeterà nella storia), ma inutilmente. Si 
era rotto il patto fra romani e subito esplosero le guer- 
re civOi. 

Fu in quel momento che la definizione "romano" 
non fu più veritiera per quello stato perché i nuovi abi- 
tatori erano fondamentalmente di tre nazionalità: i gal- 
li o celti, i germani e gli orientali. Si pensi che attorno 
al 200 d.C. Settimio Severo varerà la coscrizione ob- 



bligatoria per i suoi sudditi, ma contemporaneamente 
vieterà ai cittadini romani di prestare servizio militare. 

Ai romani non era evidentemente più imposto di 
difendere le loro case. 

I celti della Gallia, incontratisi con i romani della 
classicità, riuscirono ad ottenere un buon rapporto e 
quella Gallia fu grande Provincia. Diverso fu il rap- 
porto fra impero e germani. Questi ultimi furono to- 
talmente refrattari alla latinità perché ebbero rapporto 
con un impero ormai in decadenza e intessuto di mol- 
ti orientali: tu una situazione di grande conflittualità. 

Ma fu dagli orientali che pervenne la fonte di dis- 
soluzione. 

E furono le religioni orientali U grimaldello per fa- 
re saltare tutto, una soprattutto ebbe successo, Cri- 
stianesimo. E ciò è logico, perché questa setta parlava 
di uguaglianza, di fronte a Dio, a un popolo composto 
per nove decimi da schiavi. 

In un impero che si frantumava furono i cristiani a 
prendere lentamente possesso del potere politico e 
non ebbe successo il proporre, da parte dell'imperato- 
re Domizio Aureliano, di un monoteismo adoratore 
del Dio Sole (la storia si ripropone, in identiche situa- 
zioni socio-politiche fi faraone egiziano Akenaton eb- 
be la stessa intuizione). 

Né ebbe successo con Diocleziano un populistico 
e demagogico tentativo di collettivizzazione dell'eco- 
nomia, con relativo "calmiere" dei prezzi, "ammasso" 
di prodotti e beni di consumo e privazione delle li- 
bertà fondamentali dei cittadini. Infatti si vincolarono 
quei cittaciini non più liberi al fondo agricolo e al suo 
padrone, e insieme al fondo essi erano comperati e 
venduti, cosa questa che anticipa ormai il Medioevo. 

Ormai tutto era allo sbando, si pensi che già quel- 
l'imperatore aveva trasferito la capitale a Nicomedia, 
ma in realtà le capitali oltre a Roma non si contavano 
più: Treviri, Spalato, Ravenna, Milano, Nicomedia 
stessa, il collasso era alle porte. 

Quell'Italia romana cominciava ormai terribilmen- 
te ad assomigliare a quella contemporanea e in essa 
erano ormai presenti due poteri politici: ovunque al 
prefetto di Roma si anteponeva il vescovo. 

Di fatto Roma perse subito potere e autorità. Que- 
sta realtà fu formalizzata da Costantino che non solo 
cancellò e mise al bando tutte le altre religioni, ma ri- 
conobbe la Chiesa cristiana come "Religione di stato ", 
e non casualmente trasferì definitivamente la capitale 
in oriente, nella "Nuova Roma"... la sua nuova Co- 
stantinopoli (330 d.C). 

Sotto il profilo amministrativo diede a quelle asso- 
ciazioni di fedeli quello status di figura giuridica che 
permetteva di comperare e vendere e acquisire eredità: 
lo Stato pontificio era ormai realtà. 

Fra le tante bugie che facili propagande seminaro- 
no nella storia, particolarmente stupefacenti sono 



Ì2 



Roberto Sgani 



quelle riterite a questo Costantino, che è ancora oggi 
considerato un santo. 

In realtà costui era uno dei soliti generali sangui- 
nari che, però, fortunatamente per il Cristianesimo 
vinse con le truppe cristiane, la battaglia contro le 
truppe lealiste romane di Massenzio, il quale propu- 
gna\a non la \'ecchia religione pagana, come si dice, 
ma il nuovo monoteismo del Dio Sole. Si trattò prati- 
camente di una resa dei conti fra l'amministrazione im- 
periale romana di Massenzio e il nuovo potere dei re- 
ligiosi cristiani (battaglia di Ponte MOvio, alle porte di 
Roma, 27 ottobre 312 d.C.) 

Costantino, imperatore e generale, di cristiano (al- 
meno come i più intendono questa parola) ave\a mol- 
to poco... infatti adorava la Dea Fortuna e non esitò 
ad uccidere, per moti\'i politici, moglie, figlio e nipote. 

Fu, praticamente il primo pontefice... e l'esempio 
fu spesso seguito neOa lunga storia del potere papale. 

Da quel momento la definizione "Impero roma- 
no " fu pura finzione, di romano non c'era più niente. . . 
da secoli ormai. Quella era una grossa struttura di an- 
tico e ben noto tipo "satrapico-orientale". 

Rimase in Roma una entità amministrativa debo- 
lissima, che infatti cadrà subito (-410-476 d.C.) a diffe- 
renza della struttura bizantina che cadrà ben più di 
mille anni dopo (1453) e dopo essere stata un grande 
impero. 

In Italia restò quindi un Imperatore Romano 
d'Occidente che aveva però acquisito queste connota- 
zioni satrapico-orientali. 

Questa modesta entità amministrativa la si può 
nelle cose paragonare ad un "protettorato" dell'Impe- 
ro d'Oriente. Questo sarà soprattutto evidente nella 
storia di Venezia, che inizierà di lì a pochi anni. Il ca- 
po della Repubblica veneziana si chiamerà sempre 
"doge" e cioè "duca" in quanto egli si ritenne sempre 
una componente dell'Impero bizantino, di cui si con- 
siderò parte fedele. 

In Italia la vita civile lentamente si annichilì, tu 
sommersa da quella fideistica e quindi il potere politi- 
co trapassò lentamente, ma inesorabilmente, dall'auto- 
rità civile a quella più propriamente religiosa. 

Nelle varie e tumultuose storie nei "secoli bui" che 
affliggeranno l'Italia, la presenza bizantina sarà sem- 
pre concretamente e operativamente presente in Ra- 
venna e in Roma attraverso r"omologo" del basileus e 
cioè l'imperatore prima e il papa, poi. 

Con la Prammatica Sanzione (554 d.C.) l'autorità 
imperiale romana d'Oriente riconosce lormalmenie 
l'acquisizione da parte della Chiesa di Roma e del suo 
vescovo (che poi sarà il papa), di alcune prerogative 
dell'organizzazione civile dello stato: l'imperatore-pa- 
pa diviene papa-imperatore, ma sono tutte formule 
astratte, la realtà rimane la solita. 

Come si dirà poi con papa Stetano (circa 770 à.C.) 



il vescovo di Roma è anche papa, ma non più impera- 
tore. 

Nasce la Chiesa Cattolica Apostolica Romana che 
conservò, senza mutarle nei millenni, le caratteristiche 
formali e culturali di quel betteggiato pseudo-impera- 
tore Romolo Augustolo che sarà l'ultimo di quei "sa- 
trapi orientali" che si fecero chiamare "imperatori ro- 
mani d'Occidente". 



Bisanzio 



È necessario ora capire cosa fosse quell'Impero 
greco-romano d'Oriente, perché esso fu di fondamen- 
tale importanza nella formazione dei caratteri naziona- 
li del nostro paese e soprattutto, come si dirà, della sua 
parte meridionale. 

Bisanzio (o CostantinopoH, tondata da Costantino 
nel 330 d.C, dal greco "città di Costantino", che del 
resto era greco anch'esso) era U cuore di un immenso 
Impero orientale e aveva di quelle società, tutte le ca- 
ratteristiche. Con il suo milione di abitanti era la città 
più popolosa del mondo e anche ne era la più bella. 

La differenza con Roma era enorme. Il cuore del- 
l'Urbe, entità di indubbia derivazione democratica, 
era il Foro. Come tutti i contemporanei visitatori pos- 
sono apprezzare, esso era accessibile alla cittadinanza 
e proprio lì era il Senato romano, centro del potere po- 
litico. 

Il cuore di Costantinopoli, invece, era la reggia. In 
realtà la reggia era una città fortificata all'interno della 
città. Nessuno poteva accedervi tranne le migliaia di 
addetti ad un'enorme e centralizzatissima amministra- 
zione che, da lì, controllava tutto l'apparato imperiale. 
Mura altissime e un agguerrito sistema di sorveglianza 
rendevano impermeabile a chiunque la struttura che 
aveva al suo interno il palazzo del dio-imperatore, che 
ovviamente si chiamava Palazzo Sacro. 

La somiglianza con l'odierna Roma e il suo cuore 
politico-culturale, costituito dal Vaticano, è evidente. 

Su tutto impera\'a appunto l'imperatore-Dio, capo 
supremo della religione ortodossa (dal greco "vera, 
giusta"), chiamato basileus, parola che in greco signifi- 
ca "re": il latino era naturalmente tramontato e, specie 
dopo Giustiniano, fu il greco la lingua ufficiale del- 
l'Impero... romano. 

Raramente il basileus parku'a. Per sottolineare la 
sua natura divina egli comunica\a a gesti. Il trono sul 
quale egli sedeva era di enormi dimensioni e collocato 
molto in alto alla line di una lunga scalinata. Questo 
trono era provvisto di complessi e nascosti artifici 
meccanici che consentivano di tare frequentemente 
sparire colui che vi era seduto, facendolo poi di lì a po- 
co, magicamente riapparire ancora più lavato, profu- 
mato, ravviato ed elegantemente vestito. 

Per pochi eletti dignitari, per i "prescelti", vi era 
un trattamento speciale, di particolare familiarità, una 



Lltaliti e le Tre llulic 



}} 



"confidenza" inaudita nei confronti del basileus: mol- 
ti inchini, fronte a terra e un bacio alla sua pantofola. 

Voglio ricordare che questo bacio della pantofola 
era, non a caso, fatto tipico della realtà pontificia an- 
che molto recente. 

Accanto al palazzo dell'imperatore vi era quello 
dell'imperatrice ed era sorvegliato da uno stuolo di eu- 
nuchi di corte. 

Questa figura istituzionale assolutamente ignorata 
dai romani (queOi veri, naturalmente), ivi era invece 
fondamentale, come in ogni regno d'Oriente, del resto. 

Essere castrati era molto importante per fare car- 
riera a Bisanzio e tutte le più alte cariche amministra- 
tive, religiose o militari furono appannaggio di questa, 
come dire... casta. 

La ragione di questo fenomeno non era certo di ti- 
po bassamente sessuale, ma molto piij sottile. 

Si pensava cioè che quando un ipotetico funziona- 
rio statale avesse avuto figli, quelli e non più il suo re 
o U suo ufficio sarebbero stati l'unico oggetto delle sue 
speranze e del suo impegno e appunto a quei figli 
avrebbe subordinato ogni sua azione. 

Ne conseguiva che l'interesse superiore dello stato 
sarebbe stato conflittuale nei confronti di quello dei figli 
di quel funzionario e ciò andava in ogni modo evitato. 

Lo Stato della Chiesa, strutturato ancora oggi sul 
modello bizantino, assunse anche questo assioma fon- 
damentale, non certo in modo cruento, ma nei suoi va- 
lori di fondo: bastava l'impegno, la promessa, il giura- 
mento, ma se questi venivano ignorati il rapporto ca- 
deva e ancora oggi è così. 

L'obbligo di celibato per i funzionari dell'odierno 
Stato della Chiesa e cioè per la classe sacerdotale, na- 
sce appunto qui (e la castità erotico-sessuale non c'en- 
tra niente): dall'imposizione politica di non avere figli. 

Dice Montanelli che spesso la castrazione era vo- 
lontaria, richiesta e spontanea proprio per fini di car- 
riera, ma qualche dubbio al riguardo sorge spontaneo. 

La presenza di un'istituzionalizzata omosessualità 
era naturalmente diffusissima in quel mondo, anche se 
tutto ciò avrebbe dovuto essere. . . a rigor della legge di 
Bisanzio, duramente punito (ricorda qualche struttura 
odierna?). 

Anche le Chiese, con predilezione per la grande e 
bellissima Santa Sofia, erano luoghi socialmente im- 
portanti. Ivi avvenivano le dispute teologiche sulle or- 
todossie e sulle eresie, di cui i greci erano ghiotti con- 
sumatori e lì abitavano i monaci. 

Saranno queste dispute teologiche a scatenare 
grandi guerre civili. 

Considerati sant'uomini essi, i monaci, erano mol- 
to ascoltati "là ove si contava". Forse qualcuno di loro 
a volte esagerava in autocostrizioni, in quanto giunse a 
passare la propria vita in piedi su una colonna alla pe- 
riferia di Bisanzio, ma si sa... nessuno è perfetto. 

Un altro momento di aggregazione in Bisanzio era 



il circo, ove però il passatempo prediletto non era 
quello, osceno, dei romani gladiatori, bensì quello ben 
più umano e civile delle corse dei cavalli. La cosa buf- 
fa era che tutta Bisanzio fu nei secoli sempre divisa in 
due "partiti" che erano appunto legati ai due campio- 
ni antagonisti nei vari momenti storici. 

La cosa curiosa è che, anche per questi motivi, ter- 
ribilmente moderni e attuali, si videro guerre civili spa- 
ventose e sanguinosissime. 

La somiglianza di questa dimensione culturale con 
una "certa Italia" (Roma-Lazio, Inter-Milan, Opus 
Dei, movimenti francescani, domenicani, benedettini, 
gesuiti ecc.) è a volte sorprendente. 

La Storia ci dice comunque che questa struttura 
politico-religiosa-amministrativa imperò su tutta l'Eu- 
ropa meridionale e su buona parte del litorale africano 
per ben più di mille anni. Un'enormità al confronto 
della quale i due-trecento anni dell'Impero romano, 
quello vero, scompaiono. 

L'influenza bizantina sul costume, la cultura e l'ar- 
te italiana, soprattutto al sud, furono enormi. 

Dal 330 d.C. dovremo aspettare quasi miUe anni 
per vedere qualcosa di diverso dagli stereotipi tipici di 
quell'arte: gli immensi mosaici (AquOeia) o i Christos 
Pantocrator (Chiese di Ravenna) che ricoprono con 
espressioni e visi, sempre identici e immobili, l'im- 
mensità dei soffitti di quelle absidi. 

Quelle ligure, così come fece per quattromila anni 
l'arte egiziana, rappresentavano non uomini, con le lo- 
ro coscienze, i loro dolori e le loro felicità, ma raffigu- 
ravano un'istituzione che appunto come quella orien- 
tale bizantina, essendo di natura divina, non poteva, 
né doveva, avere sembianze o sentimenti umani. 

Funzione e istituzione dovevano essere eterne e 
quindi, o costruite in dimensioni ciclopiche (pirami- 
di), oppure con materiali tali da sfidare i mUlenni, co- 
me appunto le tessere dei mosaici che sono ancora og- 
gi inalterate, essendo costituite da pasta di vetro. 

Per avere la "nostra arte" dovremo, nella storia, at- 
tendere che la dimensione etnica mediterraneo-orien- 
tale-greco-romana si integri e in qualche modo si 
stemperi, nella rudezza, ma anche nella grandezza del- 
l'anima germanica. 

Avremo allora a partire dal 1200, con Cimabue e 
Giotto, l'inizio del nostro grande Rinascimento e con 
esso l'Umanesimo: la rivincita dell'uomo sulla divi- 
nità. 

Allora e solo allora, ma ben prima della conquista 
di Costantinopoli da parte degli orribili e selvaggi tur- 
chi di Maometto II nel 1453, l'influenza di Bisanzio 
sarà finita. 

In coincidenza con questa cessazione vedremo il 
sorgere di una nuova arte, di una nuova cultura, di un 
nuovo uomo. 

Molte le eredità universali di Bisanzio, due soprat- 
tutto: l'amministrazione e la diplomazia. 

Quegli imperatori inventeranno e applicheranno 



i4 



Roberto Sgarzi 



per un millennio l'amministrazione centralizzata dello 
stato. Un popolo di fedeli sarà quindi guidato da quel- 
l'imperatore-dio attraverso un'enorme amministrazio- 
ne, tutta strutturata e ospitata nella predetta città reg- 
gia. 

Nulla veniva deciso o demandato alla scelta di en- 
tità sociali e politiche periferiche che del resto non esi- 
stevano. Per vedere i Comuni dovremo attendere qual- 
che tempo, come per l'arte di Giotto. Ogni chiodo che 
si piantava nei più remoti angoli di quello smisurato 
impero era mosso da una mano che era controllata da 
"prefetti" o dal basileus. Allora come oggi e sempre 
nei tempi, un popolo di "pecorelle" non avrà diritto a 
coscienza o libertà. Per quelle bisogna\-a attendere. 

I bizantini inventarono anche la "diplomazia", "gli 
agenti segreti" e "il politichese". 

Coerentemente con la struttura della loro società 
essi inventarono e applicarono un linguaggio politico 
prolisso e complesso, irto di termini, parole e defini- 
zioni quasi sempre ignorati dai loro ascoltatori o letto- 
ri, nella volontà di potere disporre di una lingua "er- 
metica" ad essi riservata che, per di più, convincesse 
l'antagonista della sua modestia culturale. 

A volte, corollario e integrazione di quanto sopra, 
si trattava (e si tratta, perché questo "sport" è quanto 
mai in voga in una certa Italia, che è ancora troppo 



strutturata in modo "bizantino") di semplici, pleona- 
stiche, \aiote circonlocuzioni, frasi prive di reale signi- 
ficato e irte solo dell'uso di parole poco usate e perciò 
ignorate dalla grande maggioranza di chi riceveva il 
messaggio; ciò nella volontà di non esprimere un'af- 
fermazione chiara, percepibUe e di conseguenza impe- 
gnativa. 

Grazie ai bizantini il linguaggio diplomatico è da 
allora sfuggente, impreciso, accennato. Ciò potrà esse- 
re forse considerato come una grandezza, ma è anche 
da allora che un individuo di comportamento bugiar- 
do, inaffidabile, voltagabbana, traditore, in italiano 
"furbo", è di solito bollato con un'altra esplicita, spre- 
giativa definizione: "bizantino". 

Fra la Roma repubblicana e l'Impero bizantino (che 
si faceva chiamare anche romano) la differenza fu enor- 
me. Per certi aspetti essi furono opposti e antitetici. 

Giulio Cesare nel sentire definire romano quel ba- 
sileus si sarà certo rivoltato nella tomba. Stando a Sve- 
tonio nel suo Vite dei Cesari l'imperatore romano per 
comunicare la sua vittoria su Farnace II nel 47 a.C. usò 
una prosa che, a differenza delle bugiarde ampollosità 
orientali, fu chiara e omnicomprensiva quanto sinteti- 
ca: "Sono venuto, ho visto ed ho vinto": "Veni. Vidi. 
Vici". 

Ma bastò per passare alla Storia. 



LlliiUd e le Tre Italie 



35 



2. Il Medioevo 



I "barbari" 



L'Italia si spacca in due: i germanici al nord 
e i greco-bizantini al sud 

L'argomento che ci interessa e cioè il verificare 
quali siano state nei tempi le differenze fra le tre parti 
oggi costituenti l'Italia, ha nel Medioevo (scolastica- 
mente: dalla caduta dell'Impero romano alla scoperta 
dell'America) connotazioni di particolare importanza. 

A cavallo del 200 d.C. l'Impero romano era effet- 
tivamente riuscito a creare una rilevante omogeneità 
culturale fra le molte genti abitanti nella penisola. 

Una sola legge, un solo potere amministrativo, 
una sola magistratura, un solo potere politico, un so- 
lo esercito, una sola moneta e a ciò si sommino strade, 
ponti, guarnigioni militari che davano sicurezza a uo- 
mini e commerci ecc.: tutto ciò consentì una certa 
uniformità. 

Le città dell'impero non avevano mura e con ciò 
non vi erano localismi. "Le mura delle nostre città so- 
no costituite dai petti delle legioni dell'impero", si di- 
ceva. 

E opinione comune che la caduta dell'impero sia 
stata causata dall'improvviso, inarrestabile flusso mi- 
gratorio di milioni di barbari assetati dalle ricchezze di 
Roma. 

Non è vero oppure, se lo è, lo è solo apparente- 
mente. 

Roma cadde per la propria debolezza, non per la 
forza dei barbari. Essi presero semplicemente posses- 
so di strutture ormai decrepite e perciò non in grado 
di difendersi. Si pensi che l'ultimo imperatore, il po- 
vero Romolo Augustolo, sempre dileggiato dalla Sto- 
ria, non fu né ucciso, né sconfitto in battaglia, ma sem- 
plicemente confinato in una splendida villa nel napo- 
letano e questo dal "barbaro " Alarico. 

furono i romani a tar cadere Roma e, come si di- 
ceva, Costantino ci mise non poco tlcl suo. 

Quei secoli che vanno circa dal 400 alI'SOO d.C. 
non turono solo bui, ma anche di enormi migrazioni di 
popoli. Per quanto riguarda il riequilibrio etnico nel- 
l'ambito del nostro paese si può verificare che la storia 
della Valle Padana che, come si è visto, si distingue da 
quella delle parti meridionale e centrale della penisola. 



nel Medioevo connota in modo ancora più preciso 
quelle differenziazioni. 

Si può in un certo senso dire che il mondo germa- 
nico-gallico si riappropria di quell'area, dalla quale 
qualche secolo prima, ma non in modo completo, era 
stato estromesso dal mondo romano-mediterraneo. 

Dobbiamo ora orientare la nostra attenzione ben 
più lontano dal nostro piccolo orticello euro-mediter- 
raneo. 

A cavallo del 300 d.C, se si esclude il misterioso 
centro- America, due sono le parti del pianeta che mo- 
strano grande sviluppo civile: la Cina e l'Impero ro- 
mano (con l'India e la Persia). 

Attorno a quella data esse raggiungono il massimo 
della loro luce e della loro espansione. 

Sentendosi appagate, entrambe cinsero i loro im- 
mensi domini con un confine fortificato: la Grande 
Muraglia cinese e il lìmes romano. 

Questa seconda struttura era forse meno grandio- 
sa architettonicamente, ma di grande efficacia militare. 
Subito fuori dal limes era un mondo di tribù germani- 
che certamente turbolento, ma col quale era anche sta- 
to instaurato un buon rapporto di collaborazione, vi- 
sto che gran parte dei militari imperiali di ogni ordine 
e grado era appunto di nazionalità germanica. 

Oltre queste tribù, senza particolari ostacoli natura- 
li, era l'immensità delle pianure e delle steppe asiatiche. 

Quei territori erano il dominio di strani individui 
gialli di pelle, occhi a mandorla, particolarmente fero- 
ci, selvaggi e combattivi, mezzo uomini e mezzo bestie, 
come li dipinge Ammiano Marcellino, cronista di quei 
fatti. 

La loro zona di provenienza era l'attuale Mongo- 
lia, ma i cinesi li chiamarono "Xiongnu" e da quella 
piccola parola deri\'ò il nome latinizzato col quale poi 
il monilo li axrcbbe conosciuti: gli unni. 

Furono proprio questi terribili predoni, queste fe- 
roci bestiole, piccole e orribili, che non conoscevano 
scrittura, agricoltura o pastorizia, ma solo omicidio e 
x'iolenza, a decidere buona parte delle sorti del mondo. 

Le loro scorrerie termineranno per la Russia solo 
nel 1600-1700 con la grande Caterina. 

Anche se molte teorie, spesso fantasiose, sono sta- 
le formulate al riguardo delle cause alle origini di que- 



Ì7 



gli avvenimenti, la verità naturalmente non si conosce. 
Ciò che si sa è che quella congerie di primitive tribù 
che per miOenni avevano battagliato le une contro le 
altre strappandosi vicendevolmente un po' di cibo, 
qualche cavallo o qualche femmina, improvvisamente 
cambiò marcia. In quegli anni (circa 250 d.C.) le tribù 
si unirono in un solo popolo, con un solo capo, un 
grande esercito e pensarono (e ciò è sbalorditivo) a 
conquistare il mondo: prima la Cina e poi Roma. 

E andò proprio così... o quasi. Infatti gli unni 
sommersero prima la Cina e poi, dopo averla distrutta 
in lungo e in largo, si ritirarono da quel paese, anche a 
causa della reazione militare cinese, e iniziarono la len- 
ta marcia di avvicinamento alla mitica Roma: il perico- 
lo giallo che tutto brucia\'a, tutto uccideva, tutto di- 
struggeva, si stava avviando. 

Naturalmente anche per la grande "Orda" unna la 
cosa fu lentissima (secoli) e non facile. 

Superato infatti il grande deserto asiatico e affac- 
ciatisi ai floridi territori europei essi trovarono terre 
(attualmente: Russia Bianca, Ucraina, Polonia, Unghe- 
ria, Cecoslovacchia, Germania, Austria e più a nord 
Scandinavia) permanentemente occupate da popola- 
zioni di ceppo germanico. 

A cavallo del 400 d.C. Rua, un gran re unno, guidò 
r"Orda" fino alle pianure ungheresi e in tutta prossi- 
mità dell'odierna Budapest fondò la loro capitale Et- 
zelburg. 

Da lì sarebbero partite poi le grandi invasioni in 
Europa degli unni che, alla morte di Rua, ebbero un 
nuovo capo. 

Questi fu il nipote di Rua e il suo nome fu Attila. 

L'arrivo dell"'Orda" aveva cambiato tutto nella zo- 
na geopolitica euroasiatica. 

Era cambiato l'impero perché il terrore angosciò 
sia i romani che i germani confinanti, quindi le porte 
del limes si aprirono per quelle ben conosciute nazio- 
nalità, di cui molti erano i parenti già militanti nell'e- 
sercito romano. Questo permise ai latini di usare il po- 
tenziale bellico "barbaro" e ai germani di utilizzare ba- 
si, comunicazioni, fortificazioni e infrastrutture prezio- 
se per una difesa adeguata a fronte del grave pericolo 
comune. Questo, come si vedrà, fu provvidenziale. 

Tutto cambiò anche per le tante tribù germaniche. 
Queste avevano dovuto abbandonare le loro patrie, 
nel senso dei territori ove abitualmente stanziavano e 
andavano errabonde in quell'area geografica e ciò ave- 
va causato guerre fratricide, fra disperati, con le altre 
tribù germaniche limitrofe. 

Su quelle popolazioni si abbatté la ferocia degli 
unni e fu una tragedia epocale, esse videro in faccia lo 
spettro della strage e fuggirono ove fu loro possibile. 
Fu in quel momento che esse cominciarono a guarda- 
re con sempre maggiore interesse ai territori romani al 
di là del potente limes, quella specie di linea Maginot 
ante litteram, ma come rifugio e protezione nei con- 
fronti della terribile "peste gialla". 



Molto era cambiato anche per gli unni, evidente- 
mente sei e più generazioni di scorrerie in mezzo mon- 
do e l'acquisizione di una grande quantità di schiavi, 
alleati e concubine avevano determinato notevoli mu- 
tazioni anche in quei feroci individui. 

L'anno della resa dei conti fu il 451 d.C. 

In quell'anno Attila scagliò r"Orda" contro il li- 
ines, lo perforò e sconfinò nell'odierna Francia. Quel- 
la zona aveva ormai una ben curiosa amalgama di po- 
poli e di poteri, tutti sovrapposti e frammischiati: i ro- 
mani, i gallo-celtici, e i tortissimi germanici che erano 
di gran lunga la parte forte della coalizione, fra di essi 
i goti, i visigoti e i franchi. 

Quei popoH divennero un solo esercito e si diede- 
ro un grande capo di nazionalità germanica: Ezio. 

La parte settentrionale del paese transalpino subì 
terribili devastazioni, ma poi la furia gialla fu affronta- 
ta dagli alleati romano-germanici (di romano c'era po- 
co) in una gigantesca battaglia campale ai Campi Ca- 
talaunici e per Attila fu la disfatta. 

A fine giornata si contarono sul campo 160.000 
(centosessantamila!) caduti, e fra questi Teodorico I re 
dei goti. L'Europa, sì perché è in quel momento che si 
vede un embrione di Europa, era salva. 

Inseguito dal vittorioso Ezio, il capo Unno si rifu- 
giò ad Etzelburg. L'anno dopo realizzò una nuova in- 
cursione: sarà verso l'Italia e questa volta la vittima 
sarà la Padania. 

Curiosa la "riconoscenza" dell'autorità imperiale 
romana per Ezio il grande generale... che fu sempre 
esemplare in fedeltà all'autorità Impero romano. Sarà 
vittima delle gelosie di alcuni cortigiani e dello stesso 
imperatore che videro aumentare pericolosamente la 
popolarità del soldato vittorioso. 

Il prefetto Antonio Massimo, l'eunuco Eracleo, 
l'imperatore Valentiniano III attirarono Ezio in una 
congiura, nello stesso 451, e lo uccisero a tradimento 
(naturalmente). L'ultimo eroico difensore dell'impero 
morì così. 

Il rapporto fra romani e Germanici nasceva con 
cattivi auspici e pessime conseguenze. 

Lo stato di totale inesistenza del potere romano si 
rileva in quel momento. Nessuno si muoverà a difesa 
di Aquileia, Padova, Brescia, Verona devastate. L'Im- 
pero romano è ferito a morte e l'Area padana dovrà at- 
tendere più di 500 anni e l'epopea dei Comuni per ri- 
vedere la luce della civiltà. 

Attila si fermò perché chiaramente temeva un ri- 
torno delle truppe imperiali e anche perché, la leggen- 
da dice che, solo e indifeso, con grande coraggio, gli si 
fece incontro papa Leone I lanciando anatemi vari. 

Non vi sono riprove storiche di questo incontro, 
ma anche se la favola non è vera è bene raccontata. 

Fu quello un ulteriore passo per un capovolgimen- 
to pohtico in Europa, che interessa direttamente l'og- 
getto della nostra analisi e che si può così riassumere: 



Ì8 



Roberto Sgarzi 



dopo Attila lo spazio dell'amministrazione imperiale 
romana entrava in possesso dei re germanici al nord e 
della Chiesa Romana al sud dell'impero (la parte meri- 
dionale della penisola oltre gli Appennini). 

Chiesa Romana che come armi offensive aveva so- 
lo anatemi sì. . . ma che non scherzavano mica. 

Infatti Attila si affrettò a rientrare nella fida Pan- 
nonia (Ungheria), ma visse solo pochi mesi. Durante 
una delle solite, orgiastiche, collettive, ubriacature alle 
quali spesso quegli Xiongnu (ovx^ero unni, oxTcro 
mongoli, poi conosciuti anche come tartari) si dedica- 
vano... ebbene il "Capo dei Capi" ci rimase secco. 

Quella fu anche una incredibile propaganda del- 
l'efficacia delle maledizioni che potevano essere sca- 
gliate dalla Roma pontificale. La cosa sarà, nei secoli a 
venire, un deterrente di enorme utilità nella politica in- 
ternazionale di quello stato. 

A questo punto riaccadde l'incredibile. Nel giro di 
pochi mesi quell'enorme turba di individui, padrona 
di mezzo mondo, chiuse le tende, fece su armi e baga- 
gli e ripartì \'erso l'immensità delle steppe dell'Asia 
orientale da dove era venuta. 

Gli unni scompar\'ero, salvo riapparire nei secoli 
con nomi diversi, per le solite scorrerie in territorio 
russo, che terranno in duro possesso. Fino al 1300 Mo- 
sca e Kiev furono "Khanati" e cioè residenze dei 
"Kahn", selvaggi, odiatissimi e crudelissimi principi 
mongoli. 

David NicoUe indica il 1480 come data dell'effetti- 
vo allontanamento dalla Russia della dominazione 
mongola. In queU'anno infatti il Principe di Mosca 
sconfisse l'esercito mongolo deir"Orda d'Oro" nella 
storica battaglia del fiume Ugra, ma bisognerà atten- 
dere tempi ancora piìi recenti perché gli zar russi pos- 
sano sistemare (definitivamente?) la questione. 



La caduta di Roma 



Roma cadde nel 410 d.C. ad opera di Alarico e dei 
suoi visigoti, quindi quel fatto fu contemporaneo all'ar- 
rivo di Rua e dei suoi unni e alle massicce "acccttazio- 
ni" di tribù germaniche aO'interno dei conHni imperiali 
ma, si guardi bene, una generazione prima di AttOa. 

Successe infatti ciò che non poteva non succedere. 
Le numerose, primitive e aggressive tribù germaniche, 
ospiti mercenarie dell'impero, si trovarono di fatto co- 
me in un "supermarket" senza vigilanza, come tanti 
duri e forti guardiani in casa di un mingherlino; sem- 
plicemente ne fecero un servo e, senza troppo faticare, 
gli saccheggiarono la casa. 

Già... senza troppo faticare, bastò un breve e in- 
cruento assedio e subito le porte di Roma fiironii spa- 
lancate ad Alarico che distrusse poco e rubò molto. 
Ma andò poco lontano in quanto i pontefici, che ormai 
avevano sostituito gli imperatori, inaugurarono con lui 
la serie delle "maledizioni efficaci" che avrebbero poi 



proseguito con tanti altri, come Attila, ad esempio op- 
pure, molto tempo dopo, con Cavour. 

Uscito da Roma e inseguito daUe "benedizioni" 
del papa, dopo pochi giorni anche Alarico "a seguito 
di breve e inesorabile malattia"... era morto. 

L'Impero romano soprax'visse con alcune parvenze 
di struttura politico militare per altri 66 anni, poi tut- 
to finì. 



Re Teodorico, i goti e l'integrazione razziale 



La caduta di Roma ad opera di Alarico fu fatto 
epocale e fu la fine del mito dell'invincibilità dell'im- 
pero, ma fu una tragedia transitoria. 

Le invasioni "vere" quelle di popoli barbari "stan- 
ziali" e cioè decisi non a semplici veloci razzie, ma a 
permanere per sempre nel territorio italiano, comin- 
ciarono con i goti nel 489 d.C. e il loro fu un grande re 
che ambiva ripristinare, naturalmente con ben diversa 
conduzione, i fasti imperiali: egli fu Teodorico. 

Anche se Roma era in loro possesso, la capitale fu 
Ravenna. 

Teodorico nacque barbaro, nel lontano Jutland (o 
Gotland) ma, allevato alla corte di Bisanzio, ritornò fra 
i suoi goti come individuo assai colto. Egli interessa 
molto la nostra odierna analisi sulle differenze fra le 
Tre Italie perché fu con lui, per primo, che i germani, 
provenendo dall'attuale Serbia, entrarono nel Bel pae- 
se e ripresero organicamente possesso dell'Area pada- 
na, estendendolo poi a tutta la penisola e alla Sicilia, 
ma sfumando la loro concreta presenza progressiva- 
mente verso il Meridione. 

Il 5 marzo 493 Teodorico conquistò Ravenna che 
divenne la capitale del suo nuovo regno. 

"I bave a dream"... Nessuno sa se Teodorico lo 
disse veramente, ma sicuramente lo pensò; il sogno del 
duro re dei goti era lo stesso di sempre, quello cioè del 
dolce pastore americano: l'integrazione razziale, l'ar- 
monica convivenza fra etnie diverse e opposte, in que- 
sto caso fra italo-latini e goto-germanici. 

Il "barbaro" fu un grande re con un grande sogno: 
fu il Regno gotico-latino e fu un momento di grande 
speranza per la penisola. 

L'Italia fu in pace, innanzi tutto, e tutto vi rifiorì. 
Vi riapparvero la sicurezza per uomini e commerci, 
strade, ponti, amministrazione civile e militare, giusti- 
zia (che era amministrata in modo paritetico fra latini 
e germanici). Teodorico impersonò mirabilmente le 
sembianze dei grandi costruttori-imperatori romani. 

Il "barbaro" sapeva pensare in grande e ricostruì 
in maniera straordinaria le grandi opere imperiali che 
erano state lasciate crollare. Una cosa sopra tutte: i la- 
tini, con la loici cultura, la loro esperienza di \-ita e di 
organizzazione della società, furono tenuti in grande 
considerazione e ricoprirono le massime cariche del 
Regno. 



Llliìlkt c le in- Italie 



39 



Boezio, letterato e filosofo romano, fu il gran con- 
sigliere personale di Teodorico. 

Con Teodorico si ebbe "la libera Chiesa in libero 
stato" e le varie confessioni, ariana, cattolica, ortodossa, 
pagana, ebbero facoltà di pacifica convivenza. Questa 
liberalità fa pensare che il goto anticipò, in un certo sen- 
so, un altro gran re germanico di molti secoli dopo: Fe- 
derico II di Svevia, ma c'è da credere che U porre le va- 
rie religioni su un identico piano e la cancellazione di 
quella cattolica come "religione di stato" non fosse co- 
sa particolarmente accettata dall'incipiente potere poli- 
tico dei pontefici e il prosieguo deOa Storia lo conferma. 

I "barbari" quindi, in pochi decenni, con straordi- 
naria facilità, acquisirono eccellenti capacità nel gesti- 
re civiltà complesse come quella imperiale. 

Ma con il gran re morì anche il suo sogno e quella 
fantastica, ma evidentemente troppo labile, struttura 
statale che aveva reso quel sogno, anche per soli pochi 
anni, realtà. 

In realtà il sogno dell'integrazione italo-germanica 
fu tale solo per Teodorico, in quanto la partecipazione 
della parte latina a quel progetto fu finzione resa ne- 
cessaria dalle circostanze, al fine di sopravvivere in at- 
tesa di tempi migliori. 

Le prime crepe del Regno italo-gotico si videro già 
negli ultimi anni di un Teodorico ormai vecchio. La 
parte latina vide il gran re ormai debole e sentì avvici- 
narsi il momento della "liberazione" (la storia si ripete). 

A questo fine ecco quindi animarsi nel sud Italia la 
"resistenza" e le "quinte colonne" che prepararono gli 
eventi. La "resistenza" latina ai goti fu capitanata da 
alcuni notabili romani, fra i quali appunto Boezio. 
Scoperti, essi vennero subito giustiziati. 

Ma a quali "liberatori" guardava Boezio? L'occhio 
non aveva necessità di andare troppo lontano: di là 
dall'Adriatico ove erano i fratelli di sempre, i greci del- 
l'Impero romano d'Oriente. Fu la riscossa della di- 
mensione mediterranea, perché quell'impero era in 
quel momento veramente forte. Dopo avere respinto 
le invasioni barbariche sul suo territorio, Bisanzio con- 
trattaccò con un gran re, Giustiniano, e un gran gene- 
rale, Belisario. 



La guerra greco-gotica 



Giustiniano iniziò riappropriandosi del nord Afri- 
ca (già perla dell'Impero romano) caduto sotto gli or- 
ribili vandali e da lì, alla morte di Teodorico, piombò 
prima sulla Sicilia e poi, attraversando lo stretto risah 
la penisola (553 d.C). 

Fu la "Liberazione" (pare proprio che per "i libe- 
ratori" quella sia una via obbligata!). 

Ovunque l'esercitò greco fu accolto con fraterno 
entusiasmo e fruì del contributo bellico di insorti ita- 
liani che facevano capo a Roma e soprattutto al "nuo- 
vo imperatore"... il papa. 



Belisario giunse quindi a Roma accolto da foUe fe- 
stanti e grazie all'apertura delle porte della Città Eter- 
na procurata dalle forze del pontefice, ma fu proprio a 
partire da quel momento che le forze gotiche iniziaro- 
no una reale opposizione che fu fortissima. 

Fu la guerra greco-gotica e fu una guerra terribile, 
senza quartiere, che durò anni, quella che mise a ferro 
e fuoco tutto il territorio italiano, distruggendolo e ri- 
ducendo le popolazioni dei residenti a numeri incredi- 
bilmente esigui. Roma stessa fu conquistata, persa e ri- 
conquistata da entrambi i contendenti più volte, ma 
era praticamente deserta. 

La vera tragedia medievale d'Italia fu appunto que- 
sta guerra, e qui fu la più autentica causa dei "secoli 
bui". La distruzione della struttura e dell'organizzazio- 
ne amministrativa imperiale romana sul suolo del Bel 
paese va identificata appunto in quell'evento bellico. 

La guerra fu infine vinta dai greci, ma in un mare 
di macerie. 

Al di là del risultato diplomatico e formale si può 
ben dire che, mentre la parte centro-meridionale d'I- 
talia era di totale dominio greco, era invece gotica la 
presenza nelle zone dell'attuale Area padana. 

Di h a quindici anni tutto sarebbe comunque stato 
riequilibrato dalla nuova e definitiva invasione: quella 
longobarda. 

Per sintetizzare, la situazione alla fine della guerra 
greco-gotica era la seguente: 

- nord Italia a prevalente presenza germanica; 

- centro-sud Italia a totale presenza greco-romana. 

Se le invasioni barbariche evocano in chiunque 
morte e distruzione, l'occupazione greca non fu da 
meno. Quella presenza coincise con la corruzione, l'in- 
sipienza, l'incapacità amministrativa più sfrenate, al 
punto da fare rimpiangere a quelle vessate popolazio- 
ni la gestione dei "barbari germanici". 

L'indirizzo politico e socio-economico che i due 
contendenti assunsero nei confronti delle popolazioni 
assoggettate fu radicalmente opposto. 

L'amministrazione greca, nella volontà di ricavare 
dal nuovo dominio il massimo possibile, si buttò alla 
disperata ricerca di danaro attraverso un vero esercito 
di famelici esattori fiscali, di mai più dimenticata cor- 
ruzione, personale e "di corpo". 

La povera gente fu aggredita nel modo più ossessi- 
vo, al punto che le violenze greche superarono quelle 
dei "barbari" germanici. Ancora una volta per queOe 
genti la fuga fu l'unica salvezza e... udite udite, cerca- 
rono scampo oltre il limes, in territorio germanico! 

Infatti furono la Chiesa e il grande latifondo ad es- 
sere il referente privilegiato degli invasori greci, men- 
tre le attenzioni dei goti andarono al popolo minuto e 
ai piccoli agricoltori. 

Le scelte di fondo delle due culture, anche se "in 
nuce", cominciarono ad evidenziarsi. 



40 



Roberto Sgarzi 



Intatti i germani erano duri conquistatori, certa- 
mente, ma non avevano l'antica, sperimentata espe- 
rienza di "padroni di schiavi" che avevano i greco-ro- 
mani. 

Quindi a partire dal 410 d.C. tutta l'Italia è invasa 
da popolazioni germaniche provenienti dal nord, visi- 
goti (410 d.C), unni (452 d.C), vandali (455 d.C), ma 
è solo nella "Valle Padana e in Toscana che goti(533 
d.C), longobardi (569 d.C.) e franchi (774 d.C), crea- 
no stanziamenti assai popolosi e definitivi. 

Anzi, nelle valli alpine gli stanziamenti sono parti- 
colarmente accurati per ragioni strategiche, in quanto 
in caso di difficoltà registrabili nel paese occupato, gli 
invasori vogliono avere la sicurezza di potere ripassare 
le Alpi verso quel mondo germanico da dove essi pro- 
vengono (mostra / Longobardi, Villa Manin di Passa- 
riano, anni Novanta). 

Saranno appunto questi insediamenti a determina- 
re, in coerenza con le culture delle popolazioni in que- 
stione, autonomie comunali e indipendenza nei con- 
fronti dell'impero. 



I longobardi 



Se molte furono le invasioni cosiddette barbariche 
subite dalla penisola italiana, una fra tutte le sovrastò 
per il significato che essa avrà nella determinazione 
delle differenti caratteristiche delle etnie italiane: quel- 
la longobarda. 

Non si sa perché quei popoli portassero quel nome, 
ma pare che ci si riferisse o aOa loro lunga barba (lang 
beard), oppure alla loro lunga lancia {lang hard) e non 
si sa nemmeno, con certezza di dove fossero originari, 
se cioè dalle sponde dell'Elba o da zone dell'attuale Po- 
lonia o dalla Scandinavia. Ciò che si sa è che, spinti da 
tribù mongole, si misero in moto in una grande migra- 
zione e che nel 569 d.C si affacciarono in Italia attra- 
versando il Predil, uno dei passi deOe Alpi Giulie. 

La storia fu sempre la stessa delle altre invasioni 
barbariche. Queste popolazioni avevano già conosciu- 
to il mondo romano-bizantino, avendo servito come 
mercenari sotto Costantinopoli. Di questo intuirono 
subito la grande debolezza e la decisione di impadro- 
nirsene, nonostante il loro numero, incredibilmente 
modesto, fu immediata. 

Entrati nella Valle Padana, da quel momento essa 
divenne la loro patria (qualcosa di simile avvenne più 
o meno negli stessi anni per le tribù magiare che si im- 
padronirono della regione detta allora Pannonia e ora 
Ungheria), ad essa diedero il nome (Langohard/a, da 
cui il nome... Lombardia) e non la lasceranno mai più. 

La conquista di alcune parti di questa regione fu 
laboriosa per la presenza di torti contingenti bizantini 
che, facendo perno su Ravenna e Bologna, prima di es- 
sere vinti, dpposero torte resistenza. 



Da questa loro nuova patria (la capitale fu prima 
Verona e poi Pavia), come scrive il Gatto, "inizialmen- 
te solo piccoli gruppi di audaci superarono il crinale 
appenninico per giungere a fondare il ducato di Spo- 
leto o addirittura, spingersi sino a Benevento". For- 
s'anche per il loro già citato esiguo numero, i longo- 
bardi non riuscirono mai a conquistare l'intera peniso- 
la. Ad esempio, a differenza dei goti che li precedette- 
ro, essi minacciarono Roma assai da vicino, fecero 
schiavi e vendettero centinaia di romani catturati in 
prossimità ad essa, ma l'Urbe non la prenderanno mai. 

Al di inori della Valle Padana (la Langobardia) i 
loro possedimenti ebbero una strana configurazione 
"a macchia di leopardo" in funzione di ciò che era più 
facile da catturare, o in relazione a configurazioni geo- 
grafiche. Strategie politiche di conquista e possesso 
non possono essere verificate nella loro azione. 

I due ultimi possedimenti citati e cioè il ducato di 
Spoleto e quello di Benevento, debbono essere consi- 
derati come una filiazione, una specie di colonia della 
regione di partenza. 

Ritornando a citare Ludovico Gatto, nel suo Le in- 
vasioni barbariche, la tradizione beneventana apparve 
diversa dalla longobarda settentrionale. Infatti il duca- 
to di cui si parla ebbe una politica fortemente autono- 
ma rispetto al Regno longobardo, e riuscì a sopravvi- 
vere all'avvento dei franchi, non sentendosi affatto su- 
bordinato al nuovo re Carlo (Carlo Magno). 

La lontananza dalle basi padane, il numero mode- 
stissimo degli armati germanici e la pressione alla qua- 
le tu soggetto il ducato beneventano da parte dei bi- 
zantini, implicarono comportamenti ben diversi di 
questi longobardi nei confronti del Regno di Pavia. 
Questo ducato beneventano, la cosiddetta "Longobar- 
dia minore", riconobbe una specie di vassallaggio nei 
confronti di Costantinopoli e i suoi duchi sposarono 
principesse bizantine. Questo potentato ebbe comun- 
que vita tra\'agliata e breve durata. 

Intatti, dopo una serie infinita di rivolte intestine e 
di congiure con l'inevitabile uccisione di chi deteneva 
il comando, neir849 d.C. questa entità politica scom- 
parve. 

Tornando agli inizi dell'invasione longobarda nel- 
l'Italia settentrionale, bisogna dire che essa fu fatto 
crudelissimo. Paolo Diacono ci riporta racconti di du- 
ri stermini e distruzioni operati nei confronti delle po- 
polazioni romano-bizantine presenti in Val Padana. 
Queste popolazioni furono trattate come prigionieri di 
guerra, cioè praticamente furono tutte ridotte in schia- 
vitù e non fu loro riconosciuto alcun diritto civile o po- 
litico. 

Fu il passaggio dell'orda longobarda, così come 
era già successo per gli unni di Attila, a determinare la 
fuga dei veneti sulle isole della laguna, come più sicu- 
ro rifugio e questo, come si sa, determinerà il sorgere 
di Venezia. 

Nella seconda parte di questo Regno longobardo il 



Vìtalia e le Tre Italie 



41 



suo consolidamento, il diminuire del timore di rivolte 
e una certa omegeneizzazione degli individui (famiglie 
miste), consentì migliori condizioni di vita per i latini 
cui fu consentito di comperare e vendere, di contrarre 
matrimonio, ricevere eredità e fare testamento, anche 
se nulla si ottenne circa i diritti politici. 

I longobardi furono individui sicuramente primiti- 
vi, violenti e rozzi. Scarse le vestigia di un loro decen- 
te artigianato, primitivo ed elementare LI loro concetto 
di diritto legislativo (unicamente verbale). Del resto la 
inesistenza di proprietà individuali o sociali, l'assenza 
del possesso di terre o immobili per questa società se- 
mi-nomade non li aveva spinti in questa direzione. 
Questi germanici ebbero un curioso e... veramente 
barbaro modo di intendere la legge per essi stessi e per 
le popolazioni loro sottomesse, assai diverse per reli- 
gioni, costumi, tradizioni: che ognuno facesse come 
volesse, in relazione alle loro passate abitudini e di 
conseguenza alle loro tradizioni giuridiche. 

Sarà re Rotati con il suo famoso Editto del 22 no- 
vembre 643 a dare alle popolazioni del Regno longo- 
bardo nuove, più compiute leggi e. . . scritte, fra l'altro. 

Se, quindi, la valutazione di questo popolo non 
può essere elevata, vi sono aspetti per cui essi, soprat- 
tutto se rapportati a quei tempi, lasciano sbalorditi. 

Tralasciamo l'aspetto etico, che può in qualche 
modo essere rapportato ed equiparato al già citato 
mondo celtico, ma riferiamoci al loro senso dello sta- 
to, alla loro disciplina, al loro valore bellico, alla capa- 
cità di costruire una ferrea organizzazione sociale, in 
ciò essi sono le mille miglia distanti dai celti e invece 
veramente, oggi diremmo... tedeschi. 

La società longobarda era una piramide turbolen- 
ta, ma granitica. Sulla sommità vi era il re, capo asso- 
luto; subito sotto vi erano gli adalingi, oxaero i nobili, 
guerrieri e proprietari delle terre. Essi comandavano la 
moltitudine degli arimanni (da Arimami o Heeri?hinir. 
soldato, uomo dell'esercito), uomini liberi irreggimen- 
tati dai gastaldi (ufficiali regi). 

Loro sottoposti erano i servi (gli aldii) divisi in al- 
cune categorie a seconda della funzione operativa. 

Gli arimanni erano i longobardi, gli aldii erano i la- 
tini sottomessi; i primi erano tutto e i secondi non era- 
no niente. I germanici non riconoscevano alcun valore 
a coloro che erano stati sconfitti in battaglia e di con- 
seguenza, resi schiavi e prigionieri, non potevano mai 
più avere il diritto di portare le armi. 

Questa degli arimanni è storia che merita di essere 
allargata perché costituisce elemento portante del fu- 
turo del Settentrione d'Italia. Gli arimanni erano più 
precisamente guerrieri longobardi accantonati in guar- 
nigioni stabili, erano assai importanti perché "control- 
lavano il territorio" e dipendevano direttamente dal 
re, pur godendo di notevoli autonomie, anche econo- 
miche, in quanto potevano disporre di terre concesse 
loro ereditariamente, in parte coltivate e in parte in- 
colte. Questi erano "uomini liberi" per eccellenza e il 



loro rapporto con il "conte" (si veda oltre) sarà sem- 
pre difficoltoso e H pagamento di un "tributo" darà 
sempre origine a grandi controversie. 

Anche giuridicamente essi erano liberi, in quanto 
nei giudizi erano essi a proporre le sentenze ed erano 
capeggiati da un funzionario regio speciale, cioè lo 
sculdascio, che teneva un suo giudizio particolare, det- 
to il "placito di sculdascia". 

Gli arimanni erano quindi, con queste grandi auto- 
nomie, tipiche del resto di ogni organizzazione "barba- 
ra", entità sociale assolutamente nuova nel quadro me- 
diterraneo-itahco, così ferreamente dipendente dall'au- 
torità centrale. In alcune zone a particolare intensità 
longobarda, come il Friuli, le comunità di arimanni 
permarranno addirittura, anche se solo formalmente, 
addirittura fino al XVIII secolo (EnciclopediaTreccani) 

Saranno secondo molti storici, proprio queste pri- 
me cellule di libertà a dare origine, nei tempi successi- 
vi, al fenomeno "padano" per antonomasia: le libertà 
comunali. Ma di esse si parlerà in seguito. Alessandro 
Manzoni, con la sintesi del genio letterario, definirà 
quei vinti, quelle genti italiche, "un volgo disperso... 
che nome non ha". 

Interessante fi fatto che lo stesso suddetto Editto 
di re Rotati vietava ad un aldio (cioè ad un italo-latino 
e quindi automaticamente schiavo) di sposare una lon- 
gobarda. La sanzione per i trasgressori era dura: lui 
giustiziato e lei bandita dal suo popolo. 

Fra l'altro le stesse dimensioni somatiche erano 
duramente penalizzanti per i mediterranei: la loro sta- 
tura media è valutata in circa 1,60 m contro l'I, 80 per 
gli invasori nordici. Anche questo ha il suo peso. 

Nel giugno 774 la dominazione longobarda viene 
vinta e sovrastata dall'ultima delle invasioni barbari- 
che: i franchi di Carlo Magno chiamati dal papato do- 
po lunghe trattative (papa Gregorio III, poi papa Zac- 
caria, papa Stefano e infine papa Adriano I), proprio 
in funzione antilongobarda, come si illustrerà in modo 
più esteso. 

Re Carlo assunse anche LI titolo di re dei longobar- 
di e quel regno finì, ma per i latini non cambiò nuUa. 

La nuova invasione fu poco influente per questa 
dimensione sociale. Nulla cambiò perché i franchi, a 
dispetto delle apparenze, erano anch'essi tribù germa- 
nica, con gli stessi valori e lo stesso modello culturale, 
anche se leggermente più affinati. 

Di nuovo il Manzoni, ancora riferendosi alle di- 
sperse e schiavizzate turbe italiche, che LUusoriamente 
sperarono nell'ax^'ento dei nuovi invasori come fonte 
delle tanto attese libertà e dignità di popolo, si riferi- 
sce a questi episodi storici in una sua celebre tragedia, 
Y Adelchi. Al terzo atto (11-12) il celebre Coro noto a 
tutti gli studenti deUe scuole italiane, così argomenta: 

E il premio sperato, promesso a quei forti, 
sarebbe, o delusi, rivolger le sorti, 
d'un volgo straniero por fine al dolor? 



42 



Roberto Sgarzi 



Tornate alle vostre superbe mine, 
all'opere imbelli dell'arse officine, 
ai solchi bagnati di servo sudar 

Il forte si mesce col vinto nemico, 
col )ìovo signore ri inane l'antico, 
l'un popolo e l'altro sul collo vi sta. 
Dividono i servi, dividon gli armenti; 
si posano insieme sui campi cruenti 
d'un volgo disperso che nome non ha. 

"L'un popolo e l'altro sul collo vi sta "... Già, suc- 
cesse proprio così: i franchi nel tempo si mescolarono 
ai longobardi, come classe ed etnia dominante e... gli 
aldii continuarono ad essere... aldii. 

Il dominio etnico-razziale della gens germanica su 
quella mediterranea, con aspetti durissimi che si anda- 
rono solo assai lentamente attenuando nel tempo, Ki 
lungamente presente nell'area geografica relativa al 
Regno longobardo e cioè la Pianura padana allargata a 
gran parte della Toscana. 

Si può correttamente riferire il termine di questo 
sistema di potere con la morte dell'ultimo grande so- 
vrano germanico in Italia, in quel momento addirittu- 
ra rappresentante (anche se fedifrago) dell'autorità 
centrale imperiale germanica e cioè MatOde di Canos- 
sa, la "grande contessa". 

Matilde muore il 24 luglio 1115 e con essa il regi- 
me feudale di cui diremo subito dopo. È significativo 
fatto che alla notizia della sua morte il popolo bolo- 
gnese (uno dei tanti cornimi padani) subito si sollevò e 
distrusse alle fondamenta il "Palazzo imperiale" e cioè 
la rocca che in pieno centro della città ospitava e ga- 
rantiva il potere e la sicurezza del rappresentante del- 
l'impero e cioè appunto lei "Mathilde Comitissa" e dei 
suoi gendarmi. 

Fu in quel momento che iniziò realmente la libertà 
per i nostri progenitori. 

Dal passaggio delle Alpi Giulie da parte dell'orda 
longobarda nell'estate del 569 erano trascorsi ben 546 
anni. Troppi per non creare connotazioni estrema- 
mente caratterizzanti nelle popolazioni che da allora 
vivono in queste regioni. 



Bologna e r"addizione" longobarda 

I fatti storici sopra riportati sono evidenti nelle 
pietre, nelle cose, e nell'impianto urbanistico delle no- 
stre città. Una ad esempio: Bologna. 

All'atto della transitoria conquista della città com- 
piuta da re Liutprando nel 727 d.C. Bologna era una 
città non estesa, ma ordinata e assai fortificata. Furono 
le sue possenti niuia che le consentirono una sì lunga 
difesa contro quegli invasori germanici. 

Si trattava di un enorme rettangolo con quattro 
porte d'accesso, perimetrato da possenti mura in sele- 




Parìgi. Ile de la Cité. Monumento a Carlo IVIagno. 

nite, una pietra gessosa le cui cave si possono ancora 
oggi identificare in luoghi molto prossimi alla città. 

Trattandosi di città derivata da un castnim (accam- 
pamento) romano, trasformatosi poi in colonia e mu- 
nicipium, tutte le strade erano razionalmente disposte 
in modo perpendicolare fra di loro, con due strade 
centrali (una specie di croce) di maggiore rilievo. 

Il visitatore che giunga oggi alla città di San Petro- 
nio avvicinandosi al simbolo della città e cioè alle Due 
Torri, si domanderà perché mai le strade, improvx'isa- 
mente proprio in quel punto, da perpendicolari, come 
ancora oggi sono, assumono l'aspetto convergente, 
quasi i raggi di un semicerchio. 

Le cose andarono così, cioè nel solito modo e gli 
avvenimenti sono appunto riferiti a quel 727 d.C. 

Per belle e robuste che fossero, quelle mura e quel- 
le case di quella Bononia non interessavano ai nuovi 
conquistatori perché là vi erano... loro... gli aldii... i 
ialini. La loro città, la Bologna longobarda, doveva es- 
sere altra cosa... e la costruirono. 

Una delle quattro porte di cui si parlava era detta 
"Porta Ravegnana" (quel sito si chiama ancora oggi 
proprio così) proprio perché da lì partiva la strada che 
portava a Ravenna e cioè in direzione dei luoghi sede 
degli italo-bizantini, gli antichi, perenni, nemici dei 
ninni conquistatori. 



L'Un/ùi e le 'ire Italie 



4} 




Bologna. L'addizione longobarda, ovvero la nuova parte della città 
costruita dai conquistatori longobardi. Questo al fine di non coabi- 
tare con la popolazione di ceppo mediterraneo. 

Fu al centro di quella porta che re Liutprando fe- 
ce punto per tracciare un enorme, irregolare, semicer- 
chio che aveva come diametro appunto quel lato delle 
mura bolognesi. 

Quel semicerchio di\'enne una nuova fortezza, con 
torri, mura, vedette e corpi di guardia, divenne cioè 
1"" addizione longobarda". 

Tutto in quell'ambito portò le caratteristiche so- 
ciali dei costruttori e divenne una guarnigione milita- 
re, le strade ad esempio, che dovettero essere funzio- 
nali all'uso e cioè consentire di giungere dal centro del 



semicerchio, ove erano i comandi e le residenze prin- 
cipali, ai vari tratti delle mura eventualmente assaliti 
dal nemico, e questo nel tempo piij breve. 

Ecco il perché di quella curiosa e affascinante 
struttura radiale che caratterizzò le strade di quella 
nuova città militare, la cui costruzione consentì ai lon- 
gobardi di rimanere i gendarmi e i padroni di una mol- 
titudine serva e sottomessa. 

Ci fu chi per secoli e secoli, anche in tempi recen- 
ti, rilevò differenze nei comportamenti e nella lingua 
parlata dagli abitanti di queste... due città: quella ita- 
lica e quella longobarda. Fra essi vi è un grande... 
Dante Alighieri. 

Proprio il "Divino Poeta" scrive nel suo De vulga- 
ri eloquentia che le parlate di quelle due parti della 
città, che assunsero poi i nomi di "Borgo di Strada 
Maggiore" (la parte longobarda) e Borgo di San Felice 
(la parte italica), avevano caratteristiche assai diverse. 
Questo è ricordato in una lapide applicata sul cassero 
di Porta di Strada Maggiore. 

Difficile, forse, oggi verificare queste affermazioni, 
ma una cosa è certa: la maggior parte dei grandi palaz- 
zi patrizi e senatori bolognesi, sedi e case delle famiglie 
che variamente governarono la città per poco meno di 
mille anni, si erge con tutta la maestà derivante dalla 
gestione del potere, proprio là ove si ergeva l'antica 
città longobarda. 

Questo sarà per caso? Non so, ma certo è che, co- 
me si sa, nella storia degli uomini nulla succede mai 
per caso. 



A) Il Medioevo nell'Italia del nord. Il regime 
feudale e il suo crollo: il Regno d'Italia e i Comuni 



Il Regno d'Italia 

L'insieme dei vasti domini carolingi presenti nella 
penisola, praticamente coincidenti con i territori oggi 
definiti Padania, assunse il nome di Regno d'Italia. 

Questa definizione potrebbe determinare equivo- 
ci. Non si trattava in realtà di un'entità indipendente, 
bensì di un enorme numero di strutture autonome fra 
di loro che avrebbero dovuto essere vassalle dell'auto- 
rità centrale imperiale. In realtà il caos era totale e 
questo "Regno d'Italia" era fatto puramente formale, 
un titolo in più che veniva attribuito all'imperatore 
che di volta in volta veniva incoronato. 

Gli stessi contini erano largamente imprecisi e i 
rapporti con l'entità in loco antagonista, cioè lo Stato 
della Chiesa, erano estremamente labili in funzione 
dell'autorità e del potere che pontefici o imperatori 
variamente assumevano. Questa entità si estendeva 
più o meno dalle Alpi alla Ciociaria, ma aveva al suo 
interno l'allora detto Patrimonio di San Pietro, che poi 
era in realtà lo Stato della Chiesa. 




LEGENDA: 



RICCNUM 

rr^i.lcoRUM 

Ducati 
l.i»n[;<)b;ircli 




Territori 
ÌH^ Saraceni 



(Due.) = Ducato 
(Pr.) = l'rincipatii 
(CI = Contea 



L'Italia attorno all'anno 800. 



44 



Roberto Sgarzi 



Abitualmente gli imperatori scendevano tino a Pa- 
via ove venivano incoronati con la Corona Ferrea, co- 
sì detta perché conteneva un chiodo che la tradizione 
riferiva alla Croce del Cristo. Dopo la cerimonia, pu- 
ramente formale certamente, ma che però accentuava 
il suo potere all'interno del polimorfo mondo dei feu- 
datari germanici, tutto finiva lì e il ritorno dell'impera- 
tore in Germania coincideva con il riprendere, da par- 
te della penisola, le precedenti caratteristiche socio- 
politiche. 

Insomma, non c'era Italia e non c'era patria italia- 
na, non c'era nulla di ciò, se non un grande guazzabu- 
glio. 

E già a partire dal momento post-carolingio che i 
localismi coincidono con micro-patrie rappresentate 
dal piccolo ambito territoriale ove ognuno viveva. La 
patria di ognuno era il proprio campanile. 

Successe però che attorno al Mille la crisi della 
struttura imperiale si facesse pili acuta del solito per via 
della morte di un imperatore senza eredi: Ottone III. 

E qui avvenne l'impensabile perché un oscuro, 
modesto feudatario piemontese, Arduino d'Ivrea, 
senza troppi problemi, compì il grande atto: andò a 
Pavia, con la forza si impadronì della Corona Ferrea, 
se la pose sul capo e, anteponendosi alle autorità im- 
periale e cattolica, si autonominò re d'Italia. Di fatto 
era nata una nuova entità, che non era Impero e non 
era Chiesa. 

Arduino, di discendenza franco-longobarda come 
tutti i potenti del momento, indisse allora un'assem- 
blea dei feudatari piemontesi che gli concesse l'appog- 
gio e ratificò la nomina. 

Il vescovo di Vercelli, che cercò di opporsi, venne 
ucciso, bruciato e la sua Chiesa distrutta. Quel mode- 
sto feudatario si comportò politicamente in maniera 
astuta e accorta, avversando duramente i suoi nemici 
naturali e cioè i grandi feudatari e i grandi ecclesiasti- 
ci e favorendo invece le classi sociali meno elevate di 
entrambe queste categorie. 

Naturalmente le reazioni dell'imperatore, della 
Chiesa e delle classi dominanti non mancarono, ma 
quel nuovo e improvvisato re d'Italia seppe resistere 
adeguatamente. 

Ignorò anzitutto e con successo una minaccia di 
scomunica di papa Silvestro e affrontò una prima spe- 
dizione militare inviata dall'imperatore germanico nel 
1003. Questa iu battuta, costringendo lo stesso sovra- 
no germanico ad impegnarsi personalmente per seda- 
re la ribellione di quel vassallo. 

Arduino, un anno dopo, dovette affrontare l'impe- 
ratore in persona e il suo forte esercito. Il "re d'Italia" 
si ritirò nei suoi castelli su montagne impervie e lì resi- 
stette valorosamente alle truppe tedesche senza mai ar- 
rendersi, né abdicare, né in alcun modo venire a patii 
con il germanico. 

Enrico II, perché era questi l'imperatore, trovò un 
territorio assai sfavorevole e ciò indicò sia che qualco- 



sa di profondo stava cambiando in questa zona dei 
possedimenti imperiali, sia che Arduino, tutto consi- 
derato, aveva avuto atteggiamenti politici che avevano 
saputo determinare un certo seguito a lui favorevole. 

Nel concreto delle cose si può dire che \'inse quel 
neo re d'Italia, perché il germanico non riuscì a vince- 
re l'assedio, e anche perché le popolazioni locali effet- 
tuarono guerre e guerriglie tali da costringere il tran- 
salpino a tornarsene con le pive nel sacco. 

Quel "Regno d'Italia" finì comunque con la morte 
di Arduino nel 1015, dopo le inevitabili punizioni da 
questi effettuate nei confronti dei "collaborazionisti" 
con i tedeschi. 

La figura di Arduino d'Ivrea è importante anche 
perché è stata duramente trasformata e utilizzata dagli 
storici romantici italiani dell'Ottocento, in ciò larga- 
mente aiutati dalla propaganda patriottarda sabauda 
tendente a ricercare nell'antichità figure e avvenimen- 
ti che giustificassero e consolidassero nel tempo l'idea 
dell'Italia come nazione. 

Arduino fu quindi indicato come il primo italiano, 
il proto-eroe che, impugnata la spada, difese \ittorio- 
samente l'onore della patria italiana contro il tedesco, 
additato come il nemico storico della nostra libertà. 

Storici più rigorosi hanno evidenziato tutto questo 
come una costruzione troppo libera e strumentale per 
essere credibile e fanno oggi rilevare che la "patria ita- 
liana" in quel momento era ben lontana dall'esistere, 
visto che era un curioso melange di arabi, bizantini, 
germanici, latini, veneti, italici, ecc., ecc., tutti in pe- 
renni forti battaglie tra di loro. 

Questi storici dipingono il nostro Arduino più co- 
me uno dei soliti feudatari ambiziosi che cercano di 
aumentare i loro domini, tra astuzie e violenze di ogni 
tipo, che come un "Balilla medievale" che, animato da 
puri interessi patriottici, scaglia la prima pietra in dife- 
sa della libertà della "Madre Italia", subito seguito da 
tutto il popolo, che altro non aspettava che quell'e- 
vento di coraggiosa esemplare ribellione allo straniero, 
largamente riconducibile alla "scintilla mazziniana " di 
cui poi si dirà. 

Indubbiamente la seconda versione risulta quella 
seria e credibile, certo è però che il fenomeno "Ardui- 
no re d'Italia", anche se non di grande spessore stori- 
co, risulta di alto significato premonitore, visto il feno- 
meno comunale che esploderà di lì a qualche decennio 
più tardi. 

Arduino d'Ivrea è poi terribilmente simpatico con 
questa sua evidente intolleranza per l'autorità inìperia- 
le ed ecclesiale, le quali, pur non rappresentando reali 
autorevolezze, politiche, etiche, religiose o militari riu- 
scivano, con l'equivoco e la menzogna, a dominare la 
scena politica italiana. 

Questo suo rifiutare l'ossequio a queste strutture, 
entrare in Pavia e incoronarsi re, è in realtà il primo 
torte, autorevole, vincente, gesto di autonomia e di au- 
tosufficienza... cioè di libertà. 



Lìlidid e le ire ìldliv 



45 



Questo evento largamente seguito dai suoi simili, è 
effettivamente il primo che si verificò in Area padana. 
E non par poco. 



I Comuni 

Attorno ai primi anni dell'anno Mille, per un cu- 
mulo di avvenimenti concomitanti di cui si dirà, av- 
venne un fenomeno sociale unico nella storia e di gran- 
de importanza per la nostra analisi perché caratteriz- 
zerà con note di assoluta autenticità le popolazioni re- 
sidenti nella regione definibile Area padana. 

Avvenne infatti che in una particolare zona d'Eu- 
ropa gli abitanti delle città si liberarono della connota- 
zione di proni sudditi di un certo duca-signore-padro- 
ne per darsi la funzione di liberi cittadini e cioè di sog- 
getti auto-referentisi in quanto a sistema giuridico, le- 
gislativo, amministrativo ed esecutivo. 

Si ritornò, in un certo senso, alle città-stato, allepo- 
Its, ai demos dell'antica Grecia e alla loro demo-crazia. 

Il potere quindi non piìi ad un solo uomo, ma alla 
maggioranza dei cittadini "riuniti a parlamento". 

Questo fenomeno riguarderà per l'Italia solo la 
Valle Padana e la Toscana, ma anche la Germania, le 
Fiandre, l'Olanda, parte della Francia. Non l'Inghil- 
terra o la Spagna, ad esempio. 

Le radici erano lontane. 

Il mondo latino-romano non permise mai (come 
ogni cultura mediterranea) nei secoli, autonomie loca- 
li. L'amministrazione era duramente centralizzata e i 
municipia locali servivano come cinghie di trasmissio- 
ne del potere romano. L'"uomo romano" rimaneva 
quindi inchiodato per la vita ad un solo padrone in un 
solo luogo. 

Diversa la cultura germanica e celtica. Quelle tribù 
raramente avevano città, ma erano più sovente noma- 
di e ciò li portava errabondi nell'oceano di foreste e 
pianure della Mitteleuropa in condizioni di terribile 
precarietà. Il rapporto con poteri superiori era prati- 
camente inesistente. 

I loro attuali eredi, gli statunitensi dicono, a rap- 
presentare questo stesso loro atteggiamento, di essere 
sempre on the road: "in viaggio sulla strada". 

Tutti sanno con quale facilità e quale piacere essi 
caricano ancora oggi su un rimorchio ogni loro avere 
per trasferirsi perennemente ora qua e ora là. Altri 
aspetti comuni: i celti e i germani ax-evano solo una leg- 
ge: la loro parola data. Oggi gli americani all'interno 
della loro morale identificano una colpa grave suUa 
quale non transigono, Vàfelony: l'essere bugiardi, per- 
ciò non affidabili e il presidente Clinton (in certe sue 
recenti disavventure) ne sa qualcosa! 

Ed ancora: la filmografia ha immortalato i pionieri 
americani di fronte alle loro case di legno ballando le 
loro tipiche canzoni davanti al fuoco. Quelle canzoni e 
quei ritmi sono irlandesi-celtici e quel modo di co- 



struire in legno è appunto la casa "racard", anch'essa 
celtica, ancor oggi assai comune in Val d'Aosta. 

Quei germani si davano un capo al quale riserva- 
vano la massima fedeltà. Oggi gli americani si eleggo- 
no governatore, sindaco e sceriffo. In Italia questore e 
prefetto, ancora oggi, sono inviati direttamente dal go- 
verno di Roma. Cambiano i tempi, ma non le realtà. 

Per ben capire il fenomeno comunale bisogna però 
fare due piccoli passi indietro e tornare al momento 
(circa 300-400 d.C.) in cui le città che costituivano 
l'Impero romano cominciarono a non avere più nei 
suddetti "petti delle legioni" la protezione adeguata 
nei confronti dei "barbari", scomodi e bellicosi ospiti, 
che di lì a poco diverranno rapaci invasori. 

Fu in quel momento che le città si diedero quelle 
mura perimetrali difensive di cui sempre il potere ro- 
mano aveva impedito la costruzione e anche, a fronte 
della maggiore difficoltà di rapporto con l'autorità 
centrale, qualche forzata autonomia amministrativa. 

Sarà re Teodorico, con alcuni suoi editti, a stimo- 
lare ancor più la costruzione di questi manufatti difen- 
sivi spesso, per l'epoca, giganteschi. Secondo certi au- 
torevoli storici è, ad esempio, proprio a questo perio- 
do che va riferita la costruzione delle ciclopiche mura 
di selenite che avvolsero, proteggendola e salvandola 
tante volte, la città di Bologna. 

Saranno appunto quelle mura a fare della città di 
San Petronio un caposaldo e un punto di riferimento 
potentissimi in quel travagliato comprensorio. 

I localismi, nel bene e nel male, cominciarono così. 

Fu allora, dentro quelle mura, che si innescò il fe- 
nomeno che secoli dopo costituirà i Comuni e fu que- 
sto l'incontro fra la gens latina e quella celtico-germa- 
nica. Questo fenomeno sarà strutturato dall'innato 
istinto per l'autonomia tipico dei "barbari" e dalla ca- 
pacità romana di organizzare e costruire una società 
evoluta e integrata. 

Avemmo quindi libere società, a però grande inte- 
grazione sociale e con esse un primo embrione di "sta- 
to di diritto". 

II secondo passo indietro è relativo alla situazione 
storica immediatamente precedente i Comuni e dalla 
quale poi essi deriveranno: cioè LI mondo feudale. 

Nell'SOO Carlo Magno, re dei franchi, è incorona- 
to "Sacro Romano Imperatore". Si vuole quindi di- 
chiaratamente ritornare a qualcosa che si richiami al- 
l'Impero romano e cioè ad un dominio integrato con 
un solo potere economico e politico riguardante il ter- 
ritorio conquistato da quel condottiero e che era poi 
quello su accennato e cioè l'Italia settentrionale estesa 
alla Toscana. Oltre le Alpi fanno parte dell'impero le 
attuali Francia, Germania, Olanda, mondo fiammin- 
go, Germania e Boemia. 

Nulla di più. 

Ma dell'Impero romano mancavano le leggi, l'or- 
ganizzazione statale, l'organizzazione militare ed eco- 



46 



Ruberto Sgarzi 



nomica e strade e ponti e punti di riiornimento... 
mancava tutto e c'era il troppo: troppe etnie, troppi 
conquistatori e troppi vinti. 

Importante il progetto, ma deboli le forze per co- 
struirlo. L'Impero carolingio cadde subito alla morte 
del fondatore, ma solo parzialmente. 

In realtà quel disegno e quella figura cadranno de- 
finiti\'amente solo alla caduta dell'ultimo imperatore 
Guglielmo I di Germania nel 1918, per ricomparire 
subito dopo con il grande, definitivo, attuale, disegno 
europeo. 

Carlo Magno cercò di risolvere il quesito suddivi- 
dendo l'enorme territorio da lui conquistato in moltis- 
sime zone alle quali concesse autonomie, imposte dal 
fatto che i rapporti fra i territori erano enormemente 
difficili. A comandare queste entità, che definì con pa- 
rola germanica Mark chiamò soldati che si fossero di- 
stinti nel suo esercito e che erano noti con la parola 
Graf. Da qui il capo della marca, cioè il margravio o 
marchese. 

In altre occasioni l'imperatore chiamò a quell'in- 
carico suoi "amici di corte" e con loro "vice amici di 
corte" e questa volta li definì così come in latino si 
chiamano gli amici: comites e vice comites... cioè con- 
ti e visconti. 



Questi ampi territori erano a loro volta suddivisi in 
"sotto-zone" (borghi, castelli, città) ognuno con un 
proprio responsabile e tutti afferenti al potente Mark- 
Graf. 

Il potere di quest'uomo (una specie di legato im- 
periale) era totale sui suoi sottoposti, ma limitato alla 
sua persona e cioè non ereditario, questo si verificherà 
dopo. 

Ogni feudatario e il suo tendo erano cellule a sé 
stanti, senza reali rapporti formali o sostanziali che li 
integrassero. Esplicativo il motto "Il vassallo del mio 
vassallo non è mio vassallo" (da De Simone, Storia me- 
dioevale) per bene capire quanto frammentata fosse l'i- 
stituzione imperiale. 

Per sottolineare quanto tosse ampio il potere del 
margravio sui suoi servi ricorderò \o jus primae noctis, 
secondo il quale egli poteva godere della prima notte 
di nozze di ogni nuova sposa del suo "reame", anche 
se ciò raramente accadeva. Di solito, per sottolineare 
quel suo diritto, egli inviava la spada. 

Quel toscanaccio di Montanelli dice che se invece 
quel feudatario era un ecclesiastico, la "pulzella" 
scampava ad un triste destino con grande difficoltà. 

Di rilievo pure certi documenti riguardanti le cam- 




Catta geopolitica d'Italia al tempo degli Svevi, 



Vltalia e le Tre 1/alic 



47 



pagne fiorentine (non la città) datati 1160, secondo i 
quali i servi di origine latina erano comprati e venduti 
assieme a campi e bestiame, mentre questo non acca- 
deva per uomini di bassa condizione, però di gens ger- 
manica (Montanelli). 

La figura dell'imperatore, di origine fianca, si al- 
lontanò subito da quelle zone e sarà dal 900 in poi 
sempre di ambito germanico. 

Quando si parla di Sacro Romano Impero ci si de- 
ve quindi riferire ad un re germanico imperante su una 
zona a contorni nei tempi enormemente fluttuanti, di 
cui il nord Italia fece sempre parte e il Meridione d'I- 
talia praticamente, non fece, invece, mai parte (eccet- 
to il purtroppo breve periodo degli Hohenstaufen di 
cui si dirà). 

L'impero ebbe con il centro Italia (possedimento 
pontificio) solo inizialmente rapporti conflittuali, per 
staccarsene poi definitivamente. 

L'entità imperiale fu nei secoli un fenomeno quasi 
per nulla strutturato e con aspetti quanto mai caotici; 
la conseguenza naturale tu la perpetua richiesta di au- 
tonomia da parte delle entità locali. 

In qualche misura ciò richiama il fenomeno post- 
Impero romano. 

I "Comuni del nord Italia" furono quindi, sotto 
l'aspetto politico, il risultato della frantumazione del 
sistema imperiale feudale a seguito della quale "cia- 
scuno fece da sé". 

Si assiste quindi per secoli ad un "tira e moUa" fra 
Comuni ed impero ove richieste e concessioni recipro- 
che furono determinate dai rispettivi rapporti di forza 
del momento. 

Ma una cosa va ricordata e cioè che "l'indipenden- 
za" dei "Comuni dell'Alta Italia" fu fondamentalmen- 
te una richiesta di autonomia amministrativa e che sem- 
pre, invece, fu forte il vincolo etnico, etico, culturale e 
politico che legava Impero germanico e Comuni. 

La presenza di truppe germaniche nei tanti Comu- 
ni ghibellini "lealisti" era fatto comunissimo e consi- 
derato naturale. Un'esemplificazione. Alla Fossalta 
prima e a Zappolino poi (una vittoria e una sconfitta) 
i guelfi bolognesi affrontarono sempre truppe miste 
modenesi e tedesche. 

A differenza di quanto poi diffuso dalla propagan- 
da risorgimentale, le lotte fra Comuni "padani" ed im- 
pero non furono guerre di indipendenza, bensì guerre 
"civili" fratricide per ragioni di ordine soprattutto fi- 
scale ed economico. 



Nel mondo medievale la Dieta era un incontro che 
l'imperatore germanico, sceso dalle sue terre, teneva 
con i maggiorenti padani per il disbrigo dei fatti poli- 
tici di maggiore rilievo. 

Le Diete nell'antico si tennero soprattutto a Pavia, 
proprio perché l'e.x capitale longobarda, divenne capi- 
tale franca e quindi riferimento di tutto U "padano" 
Regno d'Italia. 

Il tempo e le cose avevano però spinto l'imperato- 
re a trasferire la sede di questi incontri in spazi più 
aperti. Si scelse quindi la piana di Roncaglia, città a 9 
chilometri da Piacenza alla confluenza fra i fiume Po e 
Nure (i fiumi erano le autostrade dell'antichità). 

A Roncaglia si tennero molte Diete, ma la più ce- 
lebre fu quella verificatasi l'Il novembre 1158 e per i 
venti giorni successivi. 

Fu un grande evento teso alla ricerca di una solu- 
zione dei problemi che dividevano l'impero e i Comu- 
ni padani. 

Convennero quindi l'imperatore germanico Fede- 
rico I Barbarossa, con lui un suo forte esercito, nonché 
signori, vescovi, capitani tedeschi, schierati sulla riva 
sinistra del fiume Po. 

Di fronte a lui, sulla riva destra si raccolse un gran- 
de esercito di milizie comunali con consoli, signori, 
magistrati, rappresentanti i Comuni padani. 

Di rilievo la presenza di un apparato tecnico-giuri- 
dico per l'interpretazione e l'applicazione della legge. 
Questo era rappresentato dai dottori dell'Università di 
Bologna: Bulgaro, Martino, Jacopo ed Ugo. 

Per dimostrare la fiducia reciproca e l'amicalità 
dell'incontro le sedute si tennero parte in campo im- 
periale e parte in campo comunale, ma momento più 
solenne si ebbe proprio in campo comunale quando si 
giunse al solenne giuramento comune che sanciva 
raggiungimento della pace e con essa una reciproca in- 
tesa sui maggiori problemi. 

In realtà, ancora una volta, fatti salvi certi quo- 
zienti di tassazione, i Comuni riconobbero l'autorità 
giuridica, istituzionale e fiscale dell'impero; non solo 
ma riconobbero altresì il principio che le autorità co- 
munali dovevano ricevere l'investitura dell'imperatore 
e ad esso prestare giuramento. 

Ecco la verità quindi: nessuna guerra indipenden- 
tista o patriottica italiana. I Comuni si riconobbero co- 
me fedeli sudditi dell'impero ed emerse la comune vo- 
lontà di pace e di riaffermazione dell'ordine e della le- 
galità imperiali. Tutto il resto è favola. 



La Dieta di Roncaglia 



La "Dieta di Roncaglia" fu importante evidenzia- 
zione di quanto affermato, ma questo è fatto, non ca- 
sualmente, ignorato dai più, proprio perché smentisce 
una divertente propaganda patriottarda tardo-roman- 
tica e preunitaria. 



Riferendomi nuovamente all'arguto Montanelli 
dirò quindi che il "perfido Barbarossa", più che l'o- 
diato straniero, era il temuto ed esoso "padrone di ca- 
sa", cioè colui che, pur non "ristrutturando l'apparta- 
mento", esigeva con il tramite di violenti esattori, af- 
fitti ingiustificabili. Ecco le vere ragioni di quelle 
guerre! 



48 



Roberto Sgarzi 



Vicino alla città di Como, tatto non molto noto, 
esiste una chiesa dedicata a "San Federico Barbaros- 
sa". Sì, proprio l'imperatore. 

Accadde infatti che i cittadini di Como, ricono- 
scenti per l'aiuto loro concesso dal Barbarossa contro 
Milano, addirittura lo... beatificassero! Furono infat- 
ti le milizie di Como, Pavia, Novara e altre città pada- 
ne che concretamente distrussero le mura del capo- 
luogo lombardo, non le truppe germaniche, con le 
quali purtuttavia, costituivano un unico esercito. 
Quelle furono guerre ci\'ili, piti ancora di guerre per 
l'indipendenza. 

Il sistema politico amministrativo feudale della mi- 
croparcellizzazione dell'impero, attorno al Mille aveva 
ormai il fiato grosso per molte ragioni, una di queste fu 
l'opera di un imperatore "generoso", Corrado II il Sa- 
lico, che nel 1026 ebbe l'idea di promulgare una legge: 
la Constitulio de feiidh. 

Questa legge diceva che tutti i feudatari imperiali, 
piccoli o grandi che fossero, non erano piti semplici 
"rappresentanti personali" dell'autorità imperiale e 
che quel rapporto non era piti fiduciario e non termi- 
nava più con la morte dell'interessato. 

No, da quel momento, ogni pur piccola parcelliz- 
zazione di quello stato diveniva proprietà personale di 
ogni "castellano" e come tale andava in eredità ai di- 
scendenti. 

Fu una rivoluzione enorme: i già difficili rapporti 
delle entità decentrate, fra di loro e con l'autorità cen- 
trale, si ridussero enormemente. L'autonomia locale 
cominciò in quel momento e fu quella del castello. 

Già il castello... Esiste oggi la ditlusa opinione se- 
condo la quale il castello nacque così come è oggi e 
cioè come la "casa del conte" e null'altro, ma non è 
così. 

Il castello originario era già, in un certo senso, un 
piccolo comune. Tutti gh abitanti di quel circondario 
avevano diritti e doveri precisi verso la struttura e co- 
lui che ne era a capo. 

I doveri erano vari: soprattutto balzelli e servizi 
obbligatori. Tutti i sottoposti dovevano intatti versare 
un terzo del ricavato delle loro terre al castellano (di 
solito un longobardo) e altresì ognuno di essi doveva 
far parte di milizie addette alla costruzione, al mante- 
nimento e al corpo di guardia, diurno e notturno, del 
castello. I diritti erano semplici: quella fortezza era il 
rifugio, la casa forte di tutti e gli abitanti della zona, in 
caso di pericolo, avevano il diritto di protetta abita- 
zione. 

La legge di (xirrado il Salico spezzò il sistema che 
aveva un aspetto positivo e cioè quello della presenza 
di un'autorità superiore avente la funzione di tempe- 
rare e reprimere le costanti rissosità tra vicini. 

Aumentata l'autonomia locale e crollata la forza 
dell'autorità centrale, i borghi più forti si av\'entarono 
sui più deboli e divennero, per l'epoca, enormi e po- 
tentissimi. 



Furono le guerre comunali. Si affrontarono allora 
borghi, campanili, castelli e città. Città isolate prima e 
poi coalizioni di città (Lega lombarda, 7 aprile 11 67) si 
batterono contro l'imperatore, che non aveva mai ab- 
dicato al possesso del suo territorio e il cui "Principa- 
to" non fu mai realmente contestato dalle autonomie 
comunali. 

Non deve stupire se grandi spiriti come l'Alighieri 
videro con simpatia la figura dell'imperatore. 

Fu quello il momento che, come si diceva in pre- 
cedenza, coincise con la morte dell'ultimo grande mar- 
gravio e cioè Matilde di Canossa (24 luglio 1115), fat- 
to con cui si può ben dire che il sistema di governo im- 
perial-longobardo si estinse. 

Il sistema del feudo-castello di cultura longobarda, 
abituato alle piccole dimensioni sociali non resse. 

Furono le città da quel momento ad avere il reale 
potere, anche perché queste davano più garanzie di 
protezioni, scambi e commerci. I nobili feudatari 
compresero che il potere sfuggiva loro e si trasferirono 
in massa nei grandi centri (Bologna, Firenze, Milano, 
Verona ecc.). 

Dei loro castelli portarono l'elemento più conno- 
tativo ed essenziale: la torre, proprio come arrogante 
simbolo di potere e anche come provando strumento 
di difesa nelle molte guerre civili all'interno dello stes- 
so comune. La realtà era ormai diversa e per le "baro- 
nie" lo spazio era ormai limitato in quanto i baroni 
erano tanti, intlazionati e "coabitanti", costretti ad 
un'" umiliante" convivenza: non più falconi e cacce, 
duelli e sirventesi! 

Bisognava guadagnarsi, come per tutti, la pagnotta 
sulla strada e la strada della città era di tutti: nobili, po- 
polani e uomini delle arti (fabbri, strazzaroli, notai, 
speziali, dottori, lanaroli ecc.). 

Ricostruire la civilitas non fu facile e le rissosità in- 
terne a questo mondo furono sempre molto elevate, 
come ben seppero i simbolici, immortali amanti bam- 
bini Giulietta e Romeo. 

11 mondo dei Comuni si innamorò delle ritro\'ate 
libertà e autonomie ma, come era già successo per i 
celti, precedenti abitatori delle stesse terre, non riu- 
sciranno mai a rinunciare ad alcuna di esse per co- 
struire uno stato nazionale. La loro grandezza finirà 
per essere anche la loro condanna, quasi che vera- 
mente esista sul Po un ^oi/ns loci, un dio del luogo, 
che nei millenni spinga quelle genti ad identici com- 
portamenti. 

Quei borghesi, un po' con le buone e un po' con le 
cattive, ma mai completamente, capirono che doveva- 
no scegliersi di comune accordo un signore e che lo 
dovevano fare per alzata di mano... a maggioranza. 

Sorse un'altra alba per la civiltà, era rinata la de- 
mocrazia. In quel territorio che oggi è definibile Area 
padana e solo in quel territorio era nato il Comune. 

Fu nei C^omuni di quella Padania che in quei tem- 
pi si posero le basi della moderna civiltà occidentale e 



Lìlalm e le Tre Italie 



49 



nacquero gli "equilibri politici" che ancora oggi li ca- 
ratterizzano. 

I primi momenti di iniziazione videro una grande 
influenza dei nobili che si concentrarono nelle città 
provenienti dal contado, ma soprattutto i meno poten- 
ti fra loro che, così facendo, volevano sfuggire all'one- 
rosa autorità dei nobili piiì forti. Essi esprimevano il 
"console", ma in un momento successivo apparve il 
"podestà" che proprio per temperare le rissosità di 
questi nobili, veniva scelto in altra città, cioè al di fuori 
di tutte le piccole e grandi beghe cittadine. Ma anch'e- 
gli, troppo spesso, era nobile, colto e guerriero e LI ri- 
schio che egli potesse favorire i suoi pari era concreto. 

Proprio per sanare questo rischio i cittadini non 
nobili gli opposero il "capitano del popolo". 

Altra entità componente la civiltà cittadina era il 
"popolo grasso" e cioè i cittadini a piìi alto potere pro- 
duttivo ed economico che subito si organizzarono in 
strutture rappresentative, le "Arti e Mestieri" (quelle 
che oggi sono per noi la Confindustria e gli Ordini 
professionali). 

I meno influenti fra i ceti produttivi e cioè botte- 
gai, artigiani, piccoli produttori, espressero invece le 
Arti minori, il popolo minuto, che sarebbero oggi TA- 
PI, la Cna, TAssoesercenti ecc. 

I ceti inferiori erano la plebe e i servi di cui si dirà 
di seguito. 

La plebe "sanzarte, né parte", non ebbe rappre- 
sentatività ed era nota con vari nomi: i "Patari" a Mi- 
lano, i "Ciompi" a Firenze, gli "Straccioni" a Lucca, 
ma consistevano sempre nella medesima, terribile, nul- 
la identità. Le lotte del proletariato erano di là da ve- 
nire, eccettuati alcuni sommovimenti di cui si riferirà. 

Come indicato, le articolazioni che oggi caratteriz- 
zano la società moderna, con tutte le gravi frizioni che 
esse determineranno, erano già presenti nella consor- 
teria comunale. Le guerre civili non si conteranno, e 
queste si verificheranno fra le molte "parti" (da qui i 
"partiti"): Guelfi e Ghibellini, papi e imperatori. Bian- 
chi e Neri, per poi diventare Geremei e Lambertazzi a 
Bologna, Montecchi e Capuleti a Verona, Pazzi e Me- 
dici a Firenze ecc. 

Nei Comuni appaiono le prime forme di "capitali- 
smo" e cioè di concentrazioni di danaro che implica- 
vano, non a fronte di produzioni di beni, un adeguato 
utile impiego dello stesso e cioè il "profitto". 

A fronte della comparsa di capitalismo, industria, 
artigianato e padronato corrispose, naturalmente, la 
presenza dell'operaio salariato e dipendente, una figu- 
ra sociale nuovissima e, con essa, quel cumulo di pro- 
blemi indotti come scioperi, lotte sindacali, rappresen- 
tatività dei gruppi sociali che oggi caratterizzano la no- 
stra società. 

Assieme al "capitalismo" ecco quindi apparire le 
prime "guerre sociali" e cioè conflitti armati fra parti 
accomunate da un sostrato ideologico, classistico ed 
economico. 



Fra queste risulta di particolare rilievo storico il 
"tumulto dei Ciompi" (1345) e cioè la rivolta della ple- 
be lavoratrice di Firenze al fine di chiedere, per la pri- 
ma volta nella Storia, una strutturata rappresentanza 
sindacale e politica. La massa cioè, diviene "classe so- 
ciale". 

Le condizioni sociali di quella gente erano assai in- 
feriori a quelle del contadino del conte feudatario e la 
paleo-industrializzazione, che nel settore laniero (l'ar- 
te di Calimala) caratterizzava buona parte dell'Area 
padana, con predilezione per la Toscana, sottoponeva 
i dipendenti a vite disumane. 

Il "tumulto" non ebbe naturalmente successo, ma 
ebbe un primo capo che si chiamò Cinto Brandini; egli 
affrontò la forca con grande e stoico coraggio. 

L'importanza storica di questi eventi si vide subito 
dopo quando, nel 1378, nuovamente, gli "scardassato- 
ri di lana " si levarono a tumulto con un nuovo capo: 
Michele Landò. 

Questa volta con gli scardassatori c'era anche tut- 
to il "popolo minuto" e le loro Arti minori. 

Le richieste furono di alta politica, come una rifor- 
ma politico-istituzionale tale da dare dignità e peso al- 
le classi inferiori con evidenza proprio per i "Ciompi" 
e non sfuggirà il significato di "centro-sinistra" di que- 
sta posizione. 

La risposta di coloro che detenevano il potere fu 
quanto mai "moderna " in quanto, dopo avere accetta- 
to temporaneamente le rivoluzionarie richieste, indivi- 
duò le divisioni nel campo opposto e le utilizzò riu- 
scendo a porre l'uno contro l'altro i loro av\'ersari. 

Gli stessi mercanti si opposero ai "Ciompi", inter- 
rompendo l'afflusso dei viveri in città. 

A ben guardare, la fulminea esplosione di civiltà 
che si verificò in questa terra fra il 1050 e il 1250 cir- 
ca è sbalorditiva: il manzoniano "volgo disperso che 
nome non ha", almeno quello padano, conquistò il 
mondo. 

Non certo militarmente, ma con la costruzione 
della nostra cultura, con quelle lettere che ancor oggi 
rappresentano fra le cose piìi piene della letteratura 
europea; con quella intima, intensa, vera, religiosità 
francescana che ridiede decenza al cattolicesimo; con 
le arti, che ancora oggi attirano uomini di cultura dai 
quattro angoli del mondo. Conquistò il mondo con il 
lavoro, cioè con la produzione di ogni manufatto (ar- 
mi, tessuti) e con il commercio. 

Conquistò il mondo con un modello di società 
(nobili, capitalisti, imprenditori, banchieri, prestatori 
d'opera, politici, sindacalisti, partiti politici, capitani 
del popolo ecc.) che da allora, a ben guardare, ha ispi- ■ 
rato l'Europa e con essa la società d'oggi. ^ 

Quei "padani" conquistarono infatti il mondo con 
i commerci (Marco Polo) e con quel sistema finanzia- 
rio tipico di questa terra, particolarmente genovese e 
fiorentino, che si chiamò "finanza" e consistette non 



50 



Roberto Sgarzi 



solo nel vendere e prestare danaro, ma addirittura, con 
una rete impressionante di corrispondenti internazio- 
nali, di comperare e vendere danaro di ogni parte e ad- 
dirittura comperare e vendere (con una bene indicata 
serie mondiale di fiere e mercati a questo specializza- 
ti)... debiti e crediti. 

La banca di oggi ha questo nome in tutto il mon- 
do a gloria eterna di quei nostri antichi progenitori che 
prestarono e vendettero a papi e re di quell'universo 
su quella loro tavola... quel loro banco al quale diede- 
ro il nome nella loro lingua. I banchieri erano noti co- 
me... i "lombardi" e proprio per questo le "Lombard 
streets" sono ovunque così diffuse, ma erano anche av- 
versati come... succhiadenari! 

I "lombardi" conquistarono il mondo con le loro 
monete: gli zecchini, i fiorini, i ducati che rappresen- 
tarono il sangue dell'economia europea e conquistaro- 
no quel mondo con la lingua, in quanto la lingua "lom- 
barda" era in quel momento lingua universale. 

Questo fecero quei "padani" in pochi decenni: 
dalla feudale "economia curtense", che con dimensio- 
ni animalesche vincola\'a ogni produzione e consumo 
alla corte del castello o al villaggio (ricordate i fanta- 
stici cartoni di Asterix?), essi si elevarono a rapporti 
diretti con tutti i monarchi e i potenti di quel mondo. 

Anzi spesso tennero in pugno, avendo in mano i 
cordoni della borsa, re e imperatori. 

Questi "padani" sono uno dei motivi di autentico 
orgoglio di noi italiani d'oggi, perché proprio in Area 
padana, ma solo in quell'ambito, nacque un uomo 
nuovo e con esso un mondo nuovo. 



La Padania, Bologna e la libertà 



Ma soprattutto fu la rapida rivoluzione etica e cul- 
turale che ancora oggi sconvolge per la forza e la qua- 
lità, in quanto si può ben dire che quei "padani" sco- 
prirono la libertà dell'uomo. 

Libertà è termine largamente abusato. Libero si 
considerò il popolo romano, quello greco, quello cel- 
ta, queUo germanico, ma questo stava solo ad indicare 
un certo ordinamento sociale di quelle società. Esso 



concedeva largamente, infatti, ad alcuni cittadini la li- 
bertà di rendere schiavi alcuni simili, sia della loro na- 
zione, che forestieri. 

Il principio di libertà che nacque in quei tempi in 
Area padana era straordinariamente diverso ed era le- 
gato ad un innovativo concetto dell'universalità del 
consorzio umano. In quel principio il pensiero cristia- 
no era chiaramente presente. 

Questo concetto, rivoluzionario e innovativo oltre 
ogni dire per quel tempo, anche se può sembrare na- 
turale per l'uomo d'oggi, è descritto in modo esempla- 
re nel preambolo ideologico del Liber Panidisus e si 
può considerare la prima pietra della grande rivolu- 
zione liberale del mondo occidentale. 

Queste due parole latine erano le prime dell'anti- 
co documento (che si conosca al riguardo è il primo 
documento della storia) che 2 giugno 1257, ad eter- 
no onore e vanto dei cittadini bolognesi, decretava l'a- 
bolizione della schiavitù e la liberazione, a spese della 
Repubblica bolognese, di ogni "servo" (in realtà erano 
schiavi) presente in quel momento su quel territorio. 

Quel documento contiene altresì con grande pre- 
cisione i nomi dei 5855 nuovi cittadini bolognesi, che 
sono quelli degli ultimi schiavi presenti in Bologna. 

Fu così che, come ricorda Gina Fasoli, 5855 "ser- 
vi" appartenenti a 379 proprietari furono riscattati. Di 
questi furono 2768 i minori di 14 anni e il loro prezzo 
fu di otto lire, mentre 3087 furono i maggiori e costa- 
rono dieci lire. 

È altresì significativo che non vi furono differenze 
di spesa fra maschi e femmine. 

L'esborso per l'Erario repubblicano fu di 53.014 li- 
re da pagarsi in tre rate annuali entro il 1259. 

Le affascinanti parole, eleganti e sintetiche, del Li- 
ber Paradisus sono le seguenti: '' Ottiìnamente si agisce 
se gli uomini che la natura ha creato liberi e il diritto 
delle genti ha reso schiavi, vengono restituiti alla libertà 
in cui sono nati. Perciò la nobile città di Bologna, che 
memore del passato e protesa verso il futuro, ha sempre 
combattuto per la libertà, ad onore di Gesù Cristo, no- 
stro Redentore, ha riscattato tutti coloro che nella città e 
nella diocesi erano vincolati alla condizione servile" . 

Era nato un uomo nuovo e con lui un mondo nuovo. 



B) Il Medioevo nell'Italia centrale 



Con una truffa storica si forma un grande stato: lo 
Stato della Chiesa 

Verifichiamo ora quanto sia diverso il divenire sto- 
rico del centro Italia, se paragonato a quello del Set- 
tentrione ora illustrato. 

Lentamente, già a partire tlal 11 secolo d.d., la 
Chiesa cristiana assunse una dimensione ili stato nello 
stato imperiale romano e furono appunto i principi 
ispiratori di questo allora pseudo-stato a determinare 



la violenta reazione che passò alla storia come "perse- 
cuzioni dei cristiani". 

Per l'imperatore era inaccettabile e considerato 
come gravemente pericoloso per l'unità e l'esistenza 
stessa dello Stato romano, quel cittadino di religione 
cristiana che anteponesse alle leggi dello stato le leggi 
della sua Chiesa. Esemplare al riguardo era il rifiuto di 
tali cittadini di prestare servizio militare. 

11 crollo dell'impalcatura dello stato laico deter- 
minò l'acquisizione da parte della Chiesa di spazi am- 
niinistratixi e politici. Lo stesso fenomeno si ripeterà 
nel 1945. 



Lllalia l' le ire Italie 



51 



Tale stato, teoricamente teocratico, sarà nei seco- 
li, di fatto, l'espressione del potere della nobOtà ro- 
mana e laziale e appunto da queste grandi famiglie 
(Orsini, Colonna, Barberini ecc.) verrà abitualmente 
il pontefice. 

Con papa Stefano (754) infatti, la Chiesa Cattolica 
Apostolica Romana diviene esplicitamente stato e sog- 
getto politico, proponendosi come naturale erede del- 
l'Impero romano. 

La presenza sulla penisola dell'Impero romano 
d'Oriente e cioè dei bizantini superstiti dell'invasione 
di Giustiniano del 553, era ormai sempre meno effet- 
tiva e sempre più frizionante, sia con le ambizioni di 
potere temporale della Chiesa romana, sia con l'intol- 
leranza delle popolazioni italiche per la corruzione e 
l'inefficienza amministrativa, politica e militare che i 
greci dimostrarono sempre e ovunque in Italia. 

I papi furono assai abili. Se infatti con l'avvento 
dei re franchi nulla cambiò per le popolazioni del nord 
Italia e cioè del regno ex longobardo, tutto cambiò in- 
vece per le regioni centro-italiche. 

L'opera di quegli stessi papi fu di abilità e freddez- 
za eccezionali. Essi compresero subito che la dura pre- 
senza longobarda e la loro minaccia a Roma avrebbe 
potuto essere allontanata solo da altra tribù germani- 
ca: i franchi. 

Fra l'altro mentre i franchi erano di religione cri- 
stiano-cattolica, i longobardi avevano conservato la lo- 
ro religione cristiano-ariana, quindi la preferenza ave- 
va anche ragioni, almeno formalmente, dottrinali. 

I papi furono fortunati e puntarono, all'interno 
della corte del Regno franco, su un giovane conte 
emergente e scalpitante: Pipino. L'appoggio della 
Chiesa fu per lui determinante, e vi fu una rapida car- 
riera conclusa con un colpo di stato a danno del re le- 
gittimo: Pipino era re dei franchi. 

Subito Roma interpretò ed enunciò pubblicamen- 
te quell'evento come "volontà del Signore" e minacciò 
di scomunica chi si tosse opposto a re Pipino e ai suoi 
figli: Carlo e Carlomanno. 

II "costo politico" dell'operazione fu subito chia- 
ro: intervento in appoggio della Chiesa in Italia contro 
i longobardi e adozione del cattolicesimo, come "reli- 
gione di stato", negli sterminati domini che questi 
nuovi "Carolingi" conquistavano in tutt'Europa. 

Carlo che nel frattempo, dopo la morte del padre 
Pipino e l'immatura scomparsa del fratello Carloman- 
no, era diventato il solo detentore del potere, capì su- 
bito l'enorme aiuto che la Chiesa poteva offrirgU e si 
diede ad una forzata e sanguinosa "cattolicizzazione" 
dei suoi domini. Dopo Costantino egli fu il secondo 
imperatore ad attuare una ferrea collaborazione fra la 
sua dimensione politico-militare e la dimensione civile 
e religiosa offerta dalla Chiesa cattolica. Altri esempi, 
nei secoli, verranno. 

Per la guerra ai longobardi la cosa non fu sempli- 
ce e i papi dovettero minacciare i franchi di ritorsioni 



varie per ottenere ciò che era stato da tempo promes- 
so, ma infine l'intervento armato ci fu. 

In merito a questo si stese, con termini attuali, un 
"protocollo d'intesa" che definiva e implicava nel 
"profitto globale della guerra in Italia", una logica 
"percentuale" sia a favore dei papi, che dei franchi in 
tutto questo "affare". 

La "percentuale della divisione degli utUi" era 
semplice: Carlo e i franchi si prendevano terre e pos- 
sedimenti longobardi nell'Italia centro-settentrionale 
(il resto dei possedimenti longobardi nella penisola 
non era nel conto), la Chiesa si incamerava, come sta- 
to, i possedimenti che risultavano bizantini, o comun- 
que erano bizantini, si badi bene, all'apertura delle 
ostilità fra franchi e longobardi. 

Ma c'era un problema. Infatti anche se la Chiesa 
era costituita da un robusto apparato civile, ammini- 
strativo e militare che controllava U territorio, rimane- 
va purtuttavia una curiosa germinazione spontanea: 
non era uno stato. 

Conseguiva un certo imbarazzo per U Regno fran- 
co trattare alla pari con una struttura che stato non 
era. 

I pontefici non esitarono, con papa Stefano, a por- 
re rimedio al problema e a costruirsi, di sana pianta, 
quanto necessitava. 

Quanto necessitava era un falso clamoroso: la "do- 
nazione di Costantino", frutto di una ribalderia non 
comune. Fu allora fatto stendere, seduta stante, da un 
ignoto amanuense, un falso documento datato mezzo 
millennio prima, dal quale risultava che l'imperatore 
Costantino "donava" al papa e ai suoi discendenti il ti- 
tolo di "imperatore romano" nonché terreni e pro- 
prietà varie, cioè uno stato. 

(Già nel 1442 Lorenzo Valla, un filologo, scoprì la 
truffa, ma questo naturalmente non cambiò le cose.) 

I franchi non guardarono per il sottile e nacque co- 
sì. . . in questo modo, lo Stato della Chiesa e i suoi con- 
tini rimasero gli stessi per ben 1085 anni e cioè fino al 
1859, esattamente coincidenti sui confini fra i possedi- 
menti bizantini e longobardi. 

II limite settentrionale dello Stato pontificio per 
tutto questo tempo è rimasto là dove confinava con 
Modena. Proprio lì, sul fiume Scoltenna, oggi cono- 
sciuto come Panaro, si arrestò infatti nel 643 la prima 
ondata dell'invasione longobarda di re Rotari e quello 
fu il confine fra la Langobardia e la Romania, come si 
diceva in quei tempi e cioè fra il Regno longobardo e 
quello bizantino, presente in forze in Bologna. 

I longobardi travolsero poi, partendo da quel con- 
fine, Bologna e Ravenna, conquistandole, ma per poco 
tempo. Il trattato con Carlo, redatto dagli astuti pon- 
tefici prevedeva, come si è detto, che tutto ciò che tos- 
se stato conquistato dai longobardi dopo la firma del 
trattato stesso avrebbe dovuto essere restituito al nuo- 



52 



Roberto Sgarzi 



vo Stato italo-bizantino e cioè, ormai, allo Stato della 
Chiesa e così tu. 

A causa di quella piccola, banale, risibile clauso- 
letta, inserita da qualche ignoto amanuense in una per- 
gamena, Bologna, le Romagne e le Marche dovettero 
subire una dominazione innaturale e millenaria e do- 
vranno sempre battagliare con le pretese papaline di 
acquisizione. La violenta ostilità antipapalina tradizio- 
nalmente presente in quelle zone nasce da questo. 

Ferrara, Mantova, Modena, Parma, Venezia, sa- 
ranno invece città libere. 

Sarà poi l'orribile dominazione spagnola a consen- 
tire la riconquista, sempre in omaggio a quel "codicil- 
lo" e saranno appunto le lunghe picche spagnole a ri- 
portare nel Cinque-Seicento, l'allargamento del regno 
del papa a quella parte della Val Padana. 

Come già si è detto il franco Carlo vdnse la guerra 
contro i longobardi e acquisì anche il titolo di re di 
quella gente: sarà Carlo iJ Grande, Carlo Magno. 

Nel Natale dell'800 re Carlo dei franchi fu incoro- 
nato in Roma da papa Leone II come imperatore del Sa- 
cro Romano Impero e difensore deOa fede cristiana. E 
qui bisogna raccontare un piccolo episodio che assu- 
merà un'incredibOe importanza. Sì, perché la cerimonia 
dell'incoronazione, secondo i cronisti dell'epoca, non 
era stata convenuta fra le parti, quella pontificia e quel- 
la imperiale, e all'ultimo momento quella volpe del pon- 
tefice si impadronì materialmente dell'oggetto corona e 
fu lui a porla sul capo di re Carlo. Questo significava 
che il papa e solo U papa, avrebbe avuto il potere di ri- 
conoscere il titolo imperiale, conferendo al potere tem- 
porale una caratura mistico-religiosa. 

Pare che Carlo fosse furente per questa ulteriore 
gherminella pontiticia, ma si dovranno attendere mille 
anni perché un altro imperatore sistemasse la questio- 
ne: sarà Napoleone che non ricadde nella trappola 
pontificia e, strappando al momento opportuno la co- 
rona di mano all'intimidito papa dirà "Dio me l'ha da- 
ta e guai a chi me la tocca ". In materia di regnanti il 
potere miracolistico dei papi finì solo allora. 

Tornando a Carlo, in quel Natale dell'SOO si ribadì 
da parte pontificia che avversarlo avrebbe significato 
l'immediata scomunica e la perdita dei Sacramenti. 

Il gioco era fatto: l'Italia era divisa. 

La parte settentrionale era sotto il dominio franco- 
longobardo e cioè germanico e invece la parte centro- 
meridionale (vi erano ancora zone ad influenza bizanti- 
na) era sotto dominio pontificio di tipo mediterraneo. 

Resteranno divise per mille e piìi anni. 



Il dramma di Roma e del suo libero Comune 



L'affermazione secondo la quale i Comuni furono 
fenomeno unicamente "padano" è inesatta nella iorma 



e purtroppo vera nella sostanza. In realtà si è di fronte 
ad un antico dramma, fonte di odierni problemi. 

E importante al riguardo ricordare che attorno al 
Mille lo scenario geopolitico è a grandissime linee co- 
stituito da: 

- nord, ovvero Area padana: assenza di reali auto- 
nomie locali, massiccia presenza del germanico Sacro 
Romano Impero, rappresentato dai suoi fidi conti e 
margravi; 

- centro, e cioè l'attuale Lazio, Abruzzo, Marche, 
Romagna: presenza organica dello Stato della Chiesa; 

- sud e cioè "da Cassino alla Sicilia", presenza as- 
sai frammischiata di arabi, bizantini e normanni in va- 
rio e tumultuoso rapporto. 

Il papato cioè è uno stato di ancora recente e mi- 
nacciata esistenza (gli antipapi e le conseguenti guerre 
interne fra fazioni saranno numerosi) e costituisce nel- 
la penisola una geografica "cintura centrale" costante- 
mente compressa da ambo i lati da forze potenti che la 
aggrediscono. 

Quel potere è minacciato anche dall'interno. A 
partire dal Mille la ventata di libertà e autonomia che 
scaturisce dalla Padania investe anche Roma e le at- 
tuali Lazio ed Umbria. 

Soprattutto in Roma antiche strutture senatoriali, 
fino ad allora di nessuna valenza politica, riprendono 
vigore e pretendono e ottengono il potere. 

Anticipiamo la fine della storia con linguaggio hol- 
lywoodiano: in quelle "guerre per la libertà del popo- 
lo" i "peones padani" riuscirono eroicamente a batte- 
re le soldatesche dell'impero "cattivo"; invece questa 
happy end non si ebbe per i "valorosi patrioti rivolu- 
zionari" romani: essi furono battuti, alla fine di ben 
duecento anni di eroiche lotte, dagli eserciti controri- 
voluzionari dei "cardinali cattivi", sostenuti dai feroci 
latifondisti e da "spade prezzolate" (saraceni, norman- 
ni, bizantini e germanici). 

Per concludere... "basta guardare"... come dice il 
Galileo di Brecht. 

Questi papi vinsero una lotta mortale per il potere 
nei confronti di quell'antico popolo romano con cui 
essi furono spregiudicati e spietati, ma riuscirono là 
dove l'imperatore al nord non era riuscito: impedire 
ogni forma di libertà per i loro sottoposti. 

Il pericolo corso dai pontefici fu però grande e co- 
stituì una non tlimenticata lezione per la geografica 
"C'intura pontificia". Da quel momento quel gruppo 
di nobili e latilondisti con tiare e mitre ebbe la co- 
scienza che la salvezza di quel "bendidio", che "la vo- 
lontà divina" aveva loro riservato, sarebbe nei secoli 
obbligatoriamente passata attraverso la negazione del- 
le libertà all'interno del loro stato e attraverso l'annul- 
lamento delle forze ostili presenti al nord e al sud del- 
lo Stato pontificio. 

Come tare? C^ol. . . divide et imperai 

Cioè impedendo al sud di unirsi al nord d'Italia e 



Lltalm e le Tre llatie 



53 



facendo sì che le molte forze che costituivano i regni 
presenti al sud e al nord non potessero, unificandosi, 
divenire una massa critica in grado di minacciarli. 

Insomma la salvezza di quella Roma avrebbe do- 
vuto passare attraverso una costante, ctistruita, inimi- 
cizia fra Milano e Napoli, fra Venezia e Lombardia, fra 
Puglia e Sicilia... ecc. 

Ed a molti pare che ancora sia così. 

Tutte le nostre disgrazie odierne, nascono dal fatto 
che la nostra povera Italia è nazione da poco più di un 
misero secolo e non da cinquecento o piìi anni, come 
gli altri Stati europei. Ebbene queste disgrazie odierne 
sono proprio originarie in quella "cintura" e in... 
quella Roma, che in quel Medioevo riuscì con grande 
abilità a massacrare... l'altra Roma, e a porre italiani 
contro italiani, oppure italiani contro mercenari stra- 
nieri e questo fino ai giorni nostri. 

In tutta questa storia, che di cristiano ha poco e di 
diabolico invece ha molto, c'è un aspetto che per l'uo- 
mo moderno è esilarante e cioè che quel gruppo di fur- 
boni incredibili che costituivano il "reggimento del So- 
glio di Pietro" riuscì a pagare ogni sorta di mercenario 
che usò nelle azioni militari, con monete stupefacenti: 
benedizioni, acqua santa a litri, imposizioni delle mani, 
assoluzioni di ogni peccato, vite eterne in paradisi lu- 
minosi, salute in questa vita e salvezza nell'altra. . . ecc. 

Per i più esigenti e per gli scafati c'era invece l'oro, 
oppure raccomandazioni autorevoli presso i monarchi 
dei quattro angoli del globo, al fine di ottenere cap- 
pelli cardinalizi, monasteri, tiare, sinecure, finché 
per... Lui, per re emergente, poteva esserci anche 
l'imposizione solenne della Sacra Corona. 

Cosa non trascurabile perché da semplice re l'inte- 
ressato diveniva imperatore... anzi Sacro Romano Im- 
peratore e cioè re dei re, e scusate se è poco. 

Le "cose romane" sono molto cambiate?... Chissà! 



L'Urbe. Arnaldo da Brescia, Adriano IV 
e il Barbarossa 



Vediamo ora come si verificò questo, che si rive- 
lerà come un autentico disastro per la Storia d'Italia. 

A cavallo del Mille anche per Roma il fuoco di li- 
bertà che da tempo covava sotto la cenere cominciò a 
farsi vivo e divenne incendio nel 1141. Per i romani la 
ricerca di autonomia fu ancora più facile che per i cor- 
rispettivi "padani", che dovevano inventarsi tutto il 
nuovo. 

Gli abitanti dell'Urbe rispolverarono gli antichi 
statuti della repubblica, quanto mai adatti per quei 
momenti e subito costituirono il Senato dei Patrizi del- 
la Repubblica romana. Difficilmente il papato e con 
esso le grandi famiglie nobOiari romane di cui era l'e- 
spressione, che avevano così astutamente lavorato per 
secoli all'instaurazione di un regime teocratico assolu- 
to, avrebbero potuto acconsentire. 



Naturalmente non acconsentirono e fu una guerra 
lunga e sanguinosa. 

Da un lato c'erano i liberi cittadini, anch'essi "riu- 
niti a Parlamento", con riferimento al Palazzo Comu- 
nale che era costruito sul Campidoglio (proprio lì 
dov'è ancora oggi), capitanati da Giordano Pierleoni, 
uomo preminente di una famiglia di probabile deriva- 
zione giudaica, il quale, fatto forse non casuale, era an- 
che fratello dell'antipapa Anacleto. 

Sull'altro fronte vi erano molti papi condottieri, 
uno dei quali, Lucio II, ci rimise addirittura la pelle 
durante uno dei tanti scontri, mentre alla testa dei suoi 
assediava la fortezza avversaria. 

Il conflitto andava per le lunghe e non accennava 
ad una soluzione a favore di alcuna delle parti, quan- 
do entrarono prepotentemente su quello scenario tre 
grandi personaggi storici: Arnaldo da Brescia, il papa 
Adriano IV e l'imperatore germanico Federico I Bar- 
barossa. 

Fu a questo punto che le cose del comune romano 
si allontanarono dai fatti e dai destini dei "confratelli 
padani". 

Infatti mentre questi ultimi, assai pragmaticamen- 
te, non misero mai in discussione l'aspetto politico del- 
l'impero e la sudditanza alla figura dell'imperatore, U- 
mitandosi "semplicemente" a "onorarlo senza più dar- 
gli un soldo", la posizione del comune romano volle, 
viceversa, subito ammantarsi di un significato non so- 
lo economico e politico, ma etico, religioso, ideologico 
e teologico. 

Uscendo dai territori longobardi si ritornava quin- 
di (e quei Comuni dell'Italia centrale non sfuggivano 
alla regola) alla dimensione bizantino-mediterranea 
dei grandi scontri sulle eresie religiose, che natural- 
mente nascondevano interessi assai concreti. 

A guidare i romani su questa strada fu natural- 
mente chiamato il primo degli eretici medievali e un 
vero "esperto del settore": Arnaldo da Brescia. 

Arnaldo da Brescia (nato circa nel 1090) fu un pro- 
genitore della poi lunga lista di eretici che si scontra- 
rono con la Chiesa ufficiale. Egli rappresentò quell'in- 
transigenza morale, derivante soprattutto dal mondo 
germanico, di cui appunto Brescia era un epicentro, 
che non poteva non vedere la profonda difformità esi- 
stente fra quella Chiesa ufficiale cattolica. Apostolica, 
Romana e l'originaria Chiesa del Cristo, dotata di va- 
lori etico-culturali esattamente opposti a quella del 
pontefice. 

I seguaci di questa dottrina erano chiamati "Pata- 
ri" e cioè, nel dialetto milanese, spregiativamente 
straccioni, la loro presenza è già segnalata attorno al 
1000, ma essi si autodefinivano "Pauperes Christi": i 
Poverelli di Dio. L'esempio, ancora una volta, veniva 
da lontano, dal Medio Oriente bizantino e furono 
viaggiatori, mercanti e crociati a portarlo fra di noi. 

Ancora una volta... "bastava guardare". 



}4 



Roberto Sgarzi 



Celibato, contro lussuria sfrenata; generosità con- 
tro usura; culto della povertà, contro la pratica della 
più sfrenata ricchezza; il "vivere di elemosine e della 
Prov\'idenza divina", contro un sistema costituto da 
troni, eserciti potenti e gendarmi armati fino ai denti, 
che certo non avevano come finalità della loro vita le- 
vangeUco "offrire l'altra guancia" a chi li colpiva. 

Insomma era gente che cercava di contrabbiuidare 
pendagli da forca coma angioletti, era un sistema di go- 
verno costruito su un cumulo di evidenti bugie, che nel 
rigoroso ambiente germiinico era sempre meno tollerato. 

Ciò che Arnaldo proponeva era il rigore morale: il 
ritomo della Chiesa alla semplicità dei tempi apostolici 
e la rinunzia degli ecclesiastici ai beni temporali. Quel 
bresciano sarà fra i primi di una schiera interminabile. 

Arnaldo da Brescia era un europeo. Infatti, a causa 
del suo dichiarato pensiero critico nei confronti di quei 
papi e quei cardinali, era stato costretto a fuggire dalla 
sua città natale, inseguito dai pugnali e dagli anatemi del 
pontefice, ed era variamente approdato a Zurigo, a Pa- 
rigi, ove fu amico di Abelardo, e in Boemia al seguito 
del legato Guido, finché nel 1 145 giunse a Roma. 

Anzi giunse in quella Roma, in preda a quel com- 
plesso e feroce conflitto. Le sue infuocate orazioni dai 
Rostri del Foro romano accesero gli animi repubblica- 
ni, votandoli ad una lotta ancora più dura. 

La Storia fa pensare che il papato debba avere ve- 
ramente qualche "Santo in Paradiso", perché riesce ad 
uscire dai momenti più difficili togliendo dal famoso, 
magico, cappello a cilindro, qualche papa di particola- 
re prestigio e così fu anche in quella circostanza. Da 
quel cappello e in quel momento uscì Adriano IV, un 
prete inglese (nella storia l'unico papa d'oltremanica) 
e fu un grande papa. 

Nicola Breakspeare nacque fra il 1100 e il 1120 ad 
Abbot's Langley e anch'egli prima di essere eletto pa- 
pa, il 5 dicembre 1154, viaggiò a lungo in Europa per 
missioni inerenti il suo impegno pastorale. 

Egli dimostrò subito grande energia, alto concetto 
del suo ufficio, rare qualità diplomatiche e cercò una 
specie di autorevole mediazione che sapesse porre fine 
ad una guerra che sembrava senza sbocchi. 

In questo fu addirittura preceduto (1151) da Ar- 
naldo, che vedeva rapidamente scemare la forza e l'im- 
pegno militare dei "repubblicani", già divisi in fazioni. 

Il mediatore poteva essere solo l'imperatore ger- 
manico e cioè Corrado III, reduce da una disastrosa 
crociata, ma egli non potè mantenere la promessa di 
un immediato viaggio a Roma perché improv\isamen- 
te morì. 

Al suo posto giimse il nipote che sarà il terzo per- 
sonaggio storico di quest'evento e cioè il nuovo re ger- 
manico, giovane, ambizioso, rampante, duro e deciso. 

Non mancherà di lì a poco, anche per i Comuni 
del nord d'Italia l'occasione per fare di questo signore 
opportuna conoscenza: Federico I, re di Germania, 
detto il Barbarossa. 



Adriano IV non attese però il germanico per seda- 
re la ribellione, in quanto subito lanciò contro l'Urbe 
il fulmine della scomunica. 

Non si immagini, con le menti di oggi, che scomu- 
nicare una città fosse allora un banale fatto di contesa 
dottrinale o protocollare. No, la cosa era molto con- 
creta. 

In caso di scomunica la collettività colpita non po- 
teva seppellire i morti o battezzare i neonati, i moribon- 
di dovevano affrontare l'aldilà senza il conforto dell'e- 
strema unzione, né gli individui scomunicati potevano 
in alcun modo essere avvicinati dai fedeli ortodossi. 

La freccia colpì una città già prostrata dal lungo 
assedio, ed essa acconsentì ad un baratto con l'astuto 
inglese: via la scomunica, ma fuori la mente ideologica 
della rivolta e cioè Arnaldo da Brescia. 

Così fu e il povero, puro, monaco iniziò la lunga fi- 
la degU esiliati dalla Città Eterna: questa volta i Fori 
imperiali, che lo videro acclamato protagonista, lo ve- 
dranno esule umiliato. 

Seppur privi del consiglio di Arnaldo, il comune e 
il senato romano non avevano certo rinunciato ai sogni 
di autonomia e di gloria. Essi inviarono quindi all'in- 
combente Barbarossa messaggi di benvenuto, ma an- 
che un memento esplicito: la fonte dell'autorità e del 
potere era e doveva restare per sempre sul Campido- 
glio e lui Federico poteva, per augusta compiacenza 
del Senato e del Popolo Romano, considerarsi il "pri- 
mo ufficiale" cioè il primo dipendente di questo pote- 
re politico e amministrativo. 

In poche parole: vieni, comportati bene e noi ti in- 
coroneremo imperatore, ma i "piloti del vapore" sare- 
mo sempre noi. 

Visione allucinata e irrealistica delle cose, per di 
più imprudente per un potere locale ricco di orgoglio, 
di storia e di sogni, ma non certamente di potere mili- 
tare e politico. 

Non poteva che finire male e così infatti finirà. 

Federico aveva estrema necessità non degli sparu- 
ti e orgogliosi repubblicani, abitatori del Campidoglio, 
ma dell'autorità internazionale del papa inglese, al fine 
di fare con lui uno scambio (il solito scambio di sem- 
pre) che però gli avrebbe permesso di risolvere, con il 
riconoscimento pontificale e il conseguente salto di 
qualità, pendenze interne con altri potenti principi te- 
deschi, sempre in subbuglio. 

Il germanico scese quindi in Italia nel 1 154 e, do- 
po avere incendiato i Comuni di Asti, Chieri e Torto- 
na, si affrettò verso Roma, tencntiosi però alla larga 
dalla ben più forte Milano. 

L'astuto papa inglese subito gli mosse incontro, 
con largo omaggio e larga pompa, a Viterbo e l'accor- 
do iu subito raggiunto. Federico avrebbe sì ricevuto di 
lì a poco la corona di Sacro Romano Imperatore, ma 
doveva in precedenza, taanit militari, risolvere il pro- 
blema della "setlizione repubblicana" del comune ro- 
mano e dei suoi capi. 



L'Italia e le Ire ÌUilic 



.55 



Si cominciò dal secondo punto e A povero Arnaldo, 
imprudentemente rimasto in zona, fu scoperto dalle 
guardie imperiali, portato a Roma, lì impiccato, arso e 
infine le sue ceneri furono disperse nel Tevere, affinché 
per i romani non rimanesse nulla di lui da venerare. 

Il Barbarossa e il papa entrarono insieme da trion- 
fatori nella Roma riconquistata dai due innaturali al- 
leati. 

Federico fu naturalmente incoronato imperatore, 
ma subito fu la tragedia. 

Infatti le milizie comunali repubblicane, offese per 
non essere state prese in considerazione nelle loro 
profferte di incoronazione (e conseguente richiesta di 
potere), affrontarono prima i soldati del papa, che al 
seguito del Barbarossa erano rientrati nell'Urbe, e poi 
direttamente i tedeschi di Federico. 

I romani furono coraggiosissimi e fortissimi, i ne- 
mici uccisi saranno molti. 

II ritorno offensivo germanico fu, però, terribile e 
il numero di vittime romane sarà enorme. 

Il Campidoglio sarà salvato (cose strane avvengono 
sempre nell'Urbe!) da un'improvvisa micidiale pesti- 
lenza che improvvisamente decimò l'esercito dell'im- 
peratore germanico, obbligandolo ad un rapido ritiro. 

L'imperatore non pagò quindi il suo debito total- 
mente. Per vedere represso il problema dell'autono- 
mia romana si dovrà attendere l'arrivo, al seguito del 
papa, dell'ennesimo mercenario invasore: i normanni. 

Bisogna comunque riconoscere che già dopo que- 
sti eventi il movimento comunale e autonomistico ro- 
mano subì un duro ridimensionamento. 

Gli episodi che si verificano in Roma assumono 
sempre, nei tempi connotazioni di grande rilevanza e 
di drammatica, repentina, catarsi, come queste del co- 
mune e del Senato dell'Urbe medievale. 

Dopo il passaggio di Federico il fenomeno che ci 
interessa e cioè quello della libertà e dell'autonomia 
del comune romano può dirsi, purtroppo, largamente 
concluso. 

Fu una grande occasione mancata. 

Uuniformare allora lo stato di autonomia e libertà 
comunale da Domodossola a Cassino avrebbe sicura- 
mente dato alla Storia d'Italia un destino piìi unitario 
e felice. 

Comunque quel sacriticio non fu inutile perché fe- 
ce capire che le truppe imperiali erano battibili. 

La storia dell'eroica battaglia che aveva anteposte 
le scarne, ma eroiche, truppe del comune romano agli 
eserciti pontificio e imperiale germanico, fece subito il 
giro del mondo, anzi cLEuropa, e si riseppe soprattut- 
to in Area padana, ove il movimento comunale era si- 
curamente più strutturato. 

Roma fu ben prima di Pontida il primo esempio di 
ferma ribellione allo straniero e fu in seguito a questo 
esempio, sfortunato ma coraggioso, che di lì a poco la 
città padana, il 7 aprile 1167, avrebbe chiamato a rac- 
colta i Comuni lombardi. 



Dopo una prima costituzione della "Lega Verone- 
se" che raccoglieva città venete sotto la guida di quel 
comune, si costituì la ben piii forte "Lega lombarda", 
a guida Milano, che di fatto rappresentava tutto ter- 
ritorio oggi Area padana. 

A Legnano il 28 maggio 1176 trionfò la Lega dei 
Comuni della Lombardia (regione in quel momento 
comprendente anche Liguria e gran parte di Veneto ed 
Emilia, ivi compresa Bologna). 

L'esercito imperiale germanico fu pesantemente 
sconfitto, dopo una battaglia combattuta furiosamen- 
te da entrambe le parti, da un grande esercito comu- 
nale di 12.000 uomini. 

Il Barbarossa sfuggì alla morte per puro miracolo. 

Per i Comuni d'Italia, a ben guardare, questa fu 
anche una rivincita. 



La Roma di Celestino V e Bonifacio Vili (1235-1303) 

Le pulsioni di ortodossia religiosa e di pauperismo, 
provenienti dal nord e dall'Oriente, avevano scosso le 
fondamenta istituzionali e culturali dello Stato pontifi- 
cio. Esse caratterizzarono l'esperienza di Celestino V 
(al secolo Pietro del Mortone), un bravo monaco, che 
turbato dalle responsabilità del papato, convinto fran- 
cescanamente della propria umana modestia, "fece per 
viltate il gran rifiuto" e cioè rifiutò la tiara papale. Que- 
ste connotazioni "evangeliche" furono totalmente ab- 
bandonate dal suo successore Bonifacio Vili con il 
quale si chiuse il "periodo conventuale" per riabbrac- 
ciare la ben nota tradizione del papato come potenza 
militare, amministrativa, economica e religiosa. 

Insomma: l'Ecclesia cariialis subentrò totalmente 
■àW Ecclesia spiri tiialis. 

Quest'uomo rappresentava in realtà la dura nobiltà 
laziale (al secolo era Benedetto dei duchi Caetani), tol- 
se allo Stato della Chiesa le menzognere e alle volte ri- 
dicole vesti di struttura penitenziale e si presentò per 
quello che egli era: un ambizioso capo di stato, un du- 
ro e sanguinario principe, che perseguitò in maniera 
brutale ogni forma religiosa che non tosse ortodossa al 
suo dettame politico e che volle ripristinare la supre- 
mazia del papato su principi e re d'Italia e d'Europa. 

Bonifacio VIII ripropose un dettame costantemen- 
te presente neW animus romano, sia che esso fosse pa- 
palino o comunardo, laico o religioso: "Roma caput 
mundi", il "primato morale e civile" di una Roma con 
ambizioni di potere planetario. 

Era cioè la solita convinzione presente in Roma e 
nel suo circondario, di potere utilizzare vicendevol- 
mente con finalità di potere politico-militare universa- 
le, sia la storia imperiale dell'Urbe, sia i trascorsi più 
propriamente classici, sia l'aura magico-religiosa che i 
papi avevano saputo costruire attorno alla tomba di 
Pietro. 

Secondo il popolo romano (e si era già visto du- 



56 



Roberto Sgarzi 



rante i tatti del Barbarossa e del primo Comune roma- 
no) esso era il depositario di uno strano mix fatto di 
cesari e papi, di repubblicani alla Bruto ed apostoli co- 
me Pietro e Paolo, di costruttori e poeti, di santi e na- 
vigatori, come qualcuno dirà in epoca recente. 

Questo mix sarebbe stato, per quei signori, tale da 
farne la prima città del mondo; la città ove re ed im- 
peratori do\e\'ano fatalmente recarsi per avere la legit- 
timazione del loro potere... pagando s'intende! 

Non c"è nulla da sorridere, perché è proprio quel- 
lo stesso mix che porterà, ai giorni nostri, al Giubileo 
del 2000 e che ha portato le autorità romane nei mil- 
lenni a vendere indulgenze, principati, imperi e 
quant'altro. 

Per tornare a Bonifacio Vili si trattava insomma 
del solito "satrapo" di derivazione medio orientale, 
con in più una vena di messianica convinzione di im- 
pero universale che i satrapi, quelli Doc, di solito non 
avevano, ma nel suo genere quell'uomo fu un genio, 
perché fu questo piccolo signorotto laziale che inventò 
molte cose e cioè un certo papato, che per molti versi 
è quello attuale, il culto religioso della persona fisica 
del papa, la vendita delle indulgenze e... il Giubileo 
(rimando alla mostra Bonifacio Vili e il suo tempo, Ro- 
ma, maggio 2000). 

Esiste poi un'altra diffusa interpretazione di que- 
sta figura, perché pare che il Non sum digniis di Cele- 
stino sia una fandonia e che le sue dimissioni siano sta- 
te estorte dal rivale con "forti pressioni". 

E c'è chi dice che il povero Celestino dopo una 
lunga prigionia nel castello di Fumone sia stato visita- 
to dal buon Caetani che, per concludere la questione, 
gli avrebbe conficcato un chiodo in fronte. 




Papa Bonifacio Vili (1235-1303). Questo papa ripropose con forza la 
dimensione socio-religiosa di tipo bizantino-satrapico. Una delle 
componenti di questa cultura era la grande diffusione di immagini 
del papa regnante in figure di dimensioni spesso colossali. Quella in 
figura (anticamente arricchita da ori e gemme) è attualmente espo- 
sta al Museo Civico Medievale di Bologna. 



Insomma parrebbe l'ennesimo duro conflitto fra le 
due eterne anime del mondo cattolico, quella monasti- 
ca e quella temporale. 

Si parla di ciò in questa ricerca perché, con quel 
papa Caetani, quello stato diverrà più torte e i proble- 
mi dell'unità delle Tre Italie si faranno insormontabili, 
anche in quanto, a partire dal Giubileo di Bonifacio, 
arriverà a Roma da allora in poi un... fiume di oro. 

Infatti con Bolla papale del 22 febbraio 1300 si af- 
ferma che: "/4 tutti coloro che nel presente millesimo 
trecentesimo anno che verranno veramente pentiti e 
confessati si recheranno alle Basiliche di Pietro e Paolo, 
concediamo il perdono dei peccati" . 

NeDe cronache dell'epoca è scritto che "Ed andov- 
vi grandissima gente di tutta la cristianità sì che parve 
incredibile a chi non l'avesse veduto". 

Ed anche: ''Notte e giorno due chierici stavano pres- 
so l'altare e raccoglievano denaro senza fine" . 

Agh eventuali dubbiosi circa la bontà dell'opera- 
zione Bonifacio Vili scagliava, in altra boUa, "La ma- 
ledizione di Dio e [per soprammercato n.d.a.] anche 
quella di Paolo e di Pietro!" . 

Insomma si trattava della concessione delle prete- 
se virtù di santità miracolistica depositate nella Roma 
dei papi, non più ai soli re ed imperatori, ma assai de- 
mocraticamente, a chiunque ne facesse richiesta. 

Certamente per ottenere quella certa millantata e 
promessa "salvezza eterna" bisognava pagare, ma si sa 
nessuno è perfetto. 

L'ambizioso pontefice, aveva concretamente sotto- 
lineato questo suo dettame poltico-ideologico con un 
altro editto che, pena la scomunica, impediva ai sovra- 
ni di tassare in alcun modo i religiosi (bolla Clericis 
Laicos 1296, forse non ortodossa secondo una conce- 
zione rigorosamente cristiana, ma sicuramente utile e 
gradita dagli interessati) riuscì quindi a dividere pe- 
santemente l'Italia, causando fiere battaglie e duri con- 
flitti, ma era in un certo ritardo coi tempi che ormai 
vedevano il formarsi di robusti stati nazionali. 

Disegno che non ebbe successo e lini in modo 
piuttosto inglorioso, in quanto Bonifacio fu semplice- 
mente preso a sberle (lo schiatto di Anagni) dagli emis- 
sari del re di Francia Filippo Bello, appunto uno di 
quei monarchi che quel pontefice irrealisticamente vo- 
leva asservire ai suoi disegni. 

Alla solita scomunica di Bonifacio, Filippo aveva 
infatti risposto con la convocazione degli Stati genera- 
li di Francia (1302) dai quali ebbe un giudizio lapida- 
rio: "Solo Dio e non il papa, era arbitro delle volontà 
dei re di Francia!". 

Nel marzo 1314, per sottolineare questa totale di- 
stinzione tra Roma e Stato francese, il re di Francia 
tara massacrare i cavalieri Templari, strana commistio- 
ne di monaci, guerrieri, feroci assassini, gente di pre- 
ghiera, che rappresentavano il braccio armato della 
Chiesa nel mondo allora conosciuto. 

Disegno quindi largamente ridicolizzato dai tempi 



L'Italia e le Tre Italie 



57 



nuovi, però utile e determinante se limitato all'interno 
dello Stato della Chiesa, per glaciare quella "cintura 
pontificia" sicuramente rafforzata, ad un cultura so- 
cio-politica da Basso Impero e al fine di eliminare da 
quello stato ogni torma di libertà politica e di autono- 
mia amministrativa. 

Sarà da quel momento e con il non improbabile 
chiodo di Bonifacio, che la "parte conventuale" della 
cattolicità non avrà più peso politico e anzi sarà utiliz- 
zata dalla soverchiante "parte temporale" come "fac- 
ciata di decenza spirituale". 

La differenza sociale, culturale e politica che divi- 
se lo Stato della Chiesa dai confinanti territori toscani 
e di Area padana, la cui realtà socio-culturale è stata il- 
lustrata in precedenza, divenne enorme. 



La Roma di Cola dì Rienzo (Nicola Cabrino, figlio di 
Lorenzo, 1313-1354) 

Ai fini del significato del nostro lavoro di ricerca di 
analogie e difformità nelle storie dei tre tronconi d'I- 
talia, risulta di particolare interesse l'esperienza politi- 
ca che in Roma si ebbe con Cola di Rienzo. 

Av\'enne infatti che nel 1347 si ebbe un sommovi- 
mento del popolo romano, con la cacciata dei casati 
nobiliari. 

L'assenza da Roma del pontefice, a causa della 
"cattività avignonese dei papi" (si veda oltre) aveva de- 
terminato grandi perturbazioni sociali per via delle so- 
praffazioni che i soliti nobili laziali infliggevano al po- 
polo tutto. 

Questa del 1347 fu l'ennesima occasione perduta 
per saldare culturalmente e politicamente U territorio 
pontificio al territorio della Toscana e del nord Italia. 
Tutto deponeva favorevolmente, soprattutto il potere 
popolare e l'assenza dei pontefici dal Lazio già dal 
1305, ma, purtroppo per noi italiani odierni, non fu se- 
guito il modeUo culturale comunale ormai immanente 
nei territori a nord dei confini pontifici. 

Prese quindi il potere Cola di Rienzo, un uomo 
straordinario. Di provenienza popolare, il padre era 
oste e la madre lavandaia, aveva saputo, cosa inaudita 
a quei tempi, divorando libri su libri, elevarsi alla pro- 
fessione di notaio. 

Purtroppo anche il bravo Cola fu affascinato dalle 
testimonianze classiche e ancora una volta Roma e il 
suo capo prò tempore partirono verso sogni di gloria 
imperiale. Sì, si cominciò ancora una volta a sognare e 
a proporre Roma a capo d'Italia prima e del mondo 
poi. 

I vestiti e i costumi del "tribuno della plebe" e di 
tutta la sua corte furono sempre piìi ispirati a quelli 
degli antichi romani, nella volontà di cominciare da 
subito a realizzare la "nuova Roma", ma era tutta una 
buffa messa in scena (ricorda qualcuno piiì vicino a 
noi?). 



Quel disegno di unità d'Italia e di romanità era del 
resto già allora presente nel pensiero politico di molti 
italiani che soffrivano nel vedere decollare gli stati na- 
zionali europei e permanere viceversa assente nel pa- 
norama italiano un progetto di sinergie che, per lo me- 
no, sanasse le continue guerre e guerricciole che angu- 
stiavano i rapporti fra i troppi stati presenti sullo sti- 
vale. Dante e Petrarca avevano questo sentire. 

Ma di grande in Roma c'erano i sogni, non certo 
un'adeguata borghesia mercantile o un "popolo minu- 
to" in grado di produrre elevati progetti politici. 

Cola di Rienzo, nonostante tutto, riuscì a fare con- 
vergere in Roma principi e signori di mezza Europa 
per discutere modi e tempi secondo i quali conferire 
l'autorità imperiale ad opera del popolo romano, al di 
fuori della volontà del pontefice o dei sovrani. Era il 
solito, antico, disegno. 

Tutto ciò non aveva in realtà fondamenta ragione- 
voli e la Roma di Cola di Rienzo fu di nuovo assalita sia 
dalla scomunica papale, che dai principi e baroni la- 
ziah ansiosi di riprendersi la città. 

La fragile struttura repubblicana fu travolta e Co- 
la fuggì. 

Il nostro eroe ritornò al potere di lì a poco, ma ri- 
cadde rapidamente negli antichi errori, aggravati dal 
fatto che compì gratuiti e immotivati atti di crudeltà a 
causa del terrore e dell'isolamento in cui viveva. 

Lo stesso popolo romano insorse contro il suo "tri- 
buno della plebe" uccidendolo. 

I nobili comunque non tornarono al potere, ma fu 
instaurato un governo di sette popolani che diede una 
par\'enza di democrazia. Tutto finì di lì a poco, con il 
ritorno del potere pontificio rappresentato da un car- 
dinale-generale spagnolo: Egidio Albornoz. 

Risulta quindi evidente, anche da questi episodi 
storici la grande differenza fra le strutture socio-eco- 
nomiche del territorio del centro-nord Italia caratte- 
rizzato da complesse organizzazioni comunali e il ter- 
ritorio dello Stato pontificio (la geografica "cintura pa- 
pale d'Italia"), ove purtroppo tale evoluzione non eb- 
be mai compimento per molti motivi, a parte dei qua- 
li abbiamo accennato. 



Conclusioni 



Il papato, Roma e con essi tutta l'Italia pagheranno 
per quegli assurdi "disegni di impero mondiale", sti- 
molando re e stati stranieri alla presenza militare coer- 
citiva nel nostro paese che troveranno docile e diviso. 

Filippo il Bello si rese subito conto della situazio- 
ne e fece sì che la sede del papato fosse trasferita dal 
1305 al 1377 in Avignone di Francia, suo feudo (Catti- 
vità avignonese). 

In quel periodo i papi furono tutti e sette trance- 
si... e questo la dice lunga. 



5S 



Roberto Sgarzi 



e II Medioevo nell'Italia meridionale 



Il Medioevo del Meridione d'Italia ebbe connota- 
zioni socio-politiche assolutamente diverse da quelle 
del Settentrione e del Centro della penisola. 

Fra i fattori che porteranno ai caratteri fondamen- 
tali del Meridione d'Italia furono preminenti le in\'a- 
sioni bizantina, araba e normanna. 



I bizantini 

L'invasione bizantina del 553 e di cui si è già rife- 
rito, portò al consolidamento delle qualità tipicamen- 
te mediterranee di quelle regioni che divennero pro- 
vince coloniali di Bisanzio (furono definite "Thema"). 

In realtà per il nostro sud da quel momento fino al 
1282 i sommovimenti, i cambiamenu di dominio, le di- 
verse presenze saranno infinite e continue, siamo cioè 
in presenza di un nugolo di piccole entità con le solite 
caratteristiche satrapiche medio-orientali: necessita 
quindi una sintesi. 

La presenza bizantino-mediterranea ebbe in alcu- 
ne di quelle zone la soxrapposizione, sia pur di mode- 
sta importanza, di spedizioni longobarde. 

Si verificò infatti che, partendo dalla loro nuova 
madrepatria, la Langobardia, esigue spedizioni si av- 
venturarono oltre gli Appennini costituendo zone di 
dominio autonomo. Questi domini, fra i quali spicca- 
rono il Ducato di Spoleto e quello di Benevento, sepa- 
rarono subito i loro destini da quelli della Langobardia. 

Come si ricorderà il Regno longobardo fu vinto e 
assorbito dal Regno franco e dal suo re Carlo. 

I ducati longobardi presenti al di là degli Appen- 
nini non riconobbero la nuova situazione giuridica e 
militare, né U nuovo re franco-longobardo. 

Con accorte unioni matrimoniali essi unirono i lo- 
ro destini al già immanente dominio bizantino e le ca- 
ratteristiche germaniche di quei domini svanirono ra- 
pidamente. 



Gli arabi 

Neir827 la Sicilia fu invasa dagli arabi. In realtà 
questo evento deve essere considerato come il primo 
momento di un'età particolarmente luminosa per 
quella regione. La civiltà araba era allora infatti quan- 
to mai avanzata e le scienze, le arti, l'astronomia, l'a- 
gricoltura, la matematica e quant'altro, avevano pro- 
prio nel mondo islamico il loro massimo riferimento; 
ciò a Ironte di un mondo occidentale ancora immerso 
nei secoli bui. 

L'isola fu quasi indipendente dal resto del mondo 
arabo ed ebbe una propria dinastia di emiri: i Kalbiti 
di Palermo. Le unità amministrative di quello stato fu- 
rono i Califfati. 



Fra di essi spiccarono i califfati di Catania e queUo 
di Girgenti. 

Grandi differenze quindi nella penisola dell'epo- 
ca: nord Italia germanizzato, culturalmente e social- 
mente elementare; centro Italia in mano ai papi; Sici- 
lia e pro\incie meridionali popolate da evoluti arabi e 
bizantini. 

La presenza araba non si limitò alla Sicilia, ma con 
gruppi pili o meno rilevanti essi occuparono molte 
parti delle attuali Campania, Puglia e Calabria. 

Il metodo di penetrazione era vario, alle volte essi 
erano richiesti e protetti dai vari potentati locali, in 
qualità di truppe mercenarie, a volte occupavano luo- 
ghi, soprattutto litoranei, con spedizioni militari, o ad- 
dirittura erano apprezzati come agricoltori. 

Questa cultura fu assai pregnante nei confronti di 
quelle regioni: per certi versi non le lascerà mai piìi. 

Ancora oggi quei 400 anni (e cioè dall'822 a circa 
il 1200) di presenza araba sono assai evidenti nelle co- 
struzioni, nei nomi della città, degli abitati, deUe vie e 
dei borghi (moltissimi hanno significato e derivazione 
arabi), nella lingua e, a detta di valenti etnologi, negli 
usi e nei costumi. 

Un solo esempio fra le migliaia: la città di Marsala 
trae il suo nome dall'originale arabo Marscì Ali e cioè 
"Porto di Ali". 

In realtà la presenza araba, anche se non formaliz- 
zata, rimarrà concretamente presente molto a lungo, 
con particolare riferimento alla punta occidentale del- 
l'Isola e alla parte montagnosa interna. Storici e stu- 
diosi indicano proprio in questo antico retaggio la for- 
te, continua, presenza della mafia in quelle regioni, ap- 
punto come residuo di una elementare, ma autonoma, 
organizzazione civile e giuridica. 



I normanni 

La storia dei normanni (letteralmente: uomini del 
nord), anche noti come Vichinghi, ha aspetti per certi 
versi eccezionali e, poiché non è molto nota, è torse 
opportuno un breve riferimento illustrativo, \'ista la lo- 
ro presenza nel Meridione d'Italia. 

Originari delle inospitali regioni scandinave, di co- 
raggio e ferocia senza limiti, conquistarono buona par- 
te del mondo allora conosciuto. 

Tutti sanno che giunsero ovunque: Francia, Inghil- 
terra, America, Groenlandia, Palestina, Grecia, sud 
Italia ecc., meno noto, torse, è il fatto che con le loro 
agili navi, discendendo lungo i fiumi delle pianure 
asiatiche, una loro tribù, i "Rus", gli antenati degli 
odierni russi, fondò le città principali e il nucleo costi- 
tutivo dell'odierna Russia. 

A cavallo deir800 essi ebbero in affido, con il soli- 
to sistema degli "utili mercenari", alcime isolette della 
Manica. Da lì sciamarono, conquistandole, nelle terre 
vicine e da HauteviUe (latinizzato in Altavilla) una città 



L'Iliiliii e le Ire Italie 



59 



di questa loro nuova patria, proveniva un piccolo 
gruppo di crociati normanni che casualmente si trovò 
a passare attorno al Mille da Salerno e la trovò asse- 
diata dai soliti pirati saraceni. 

Detto fatto, smesse le vesti dei penitenti, imbrac- 
ciate lance e spade, quei terribili vichinghi in un batti- 
baleno affrontarono "gli infedeli", che furono stermi- 
nati e messi in fuga. 

Per ritornare alle incredibili esiguità numeriche 
con le quali certi invasori germanici iniziarono alcune 
spedizioni, bisogna dire che quei guerrieri erano... 40 
(quaranta!). 

Gli abitanti di Salerno, ammirati da tanta perizia 
bellica, inseguirono con doni quei demoni fino ad 
Hauteville pregandoli di ritornare nella loro città, al fi- 
ne di continuare a difenderli: comportamento impru- 
dente. 

Fu un invito che quei signori subito accettarono e a 
piccoli gruppi subito si mossero dalla natia Normandia. 

Essi rapidamente, foglia dopo foglia, si mangiarono 
quel maturo e tenero carciofo che era il sud d'Italia. 

Il loro primo dominio (pagamento dei loro servizi 
come soldati di ventura) fu Aversa e da lì mossero alla 
conquista di tutte le provincie meridionali d'Italia. 

Bari, l'ultimo possedimento bizantino, cadde rapi- 
damente in loro possesso e il gioco era fatto. 

Il loro numero è ignorato, ma pare che quei nor- 
manni non fossero più di qualche migliaio. 

I loro occhi si posarono, naturalmente, sulla Sici- 
lia, perla dei possedimenti arabi e fermamente presi- 
diata dai loro eserciti. 

La Storia spesso sorprende e questo è uno di quei 
casi. Gli emiri e i califfi erano afflitti da dure, interne, 
lotte civili, per cui non diedero alcun peso agli eventi 
che avevano visto demolire i baroni pugliesi ad opera 
dei "fidi mercenari" normanni. 

Anche gli emiri si affidarono ai ser\'igi di quei duri 
uomini d'arme e fu come invitare a cena un vampiro. 

Fu un evento rapidissimo: di lì a qualche anno 
(1072) i normanni entrarono vittoriosi in Palermo. I 
saraceni rimasero naturalmente numerosi e laboriosi 
in Sicilia (un capolavoro di maestranze arabe: quella 
splendida Monreale...!), ma il loro reame era abbat- 
tuto. 

Difficile riferire quale apporto culturale l'invasio- 
ne normanna abbia potuto portare presso le genti me- 
ridionali. I vichinghi erano pagani analfabeti di cultu- 
ra modestissima, fra le popolazioni di ceppo germani- 
co erano i più temuti, proprio perché i più feroci. La 
civiltà che scaturirà nelle terre che questi duri guerrie- 
ri occuperanno nel mondo sarà luminosissima, ma 
sboccerà secoli dopo gli eventi illustrati. 

Due fattori fanno pensare che la presenza nor- 
manna abbia inciso in modo non eccessivo nella de- 
terminazione dei caratteri del cittadino meridionale: la 
brevità del tempo e la modestia del numero. 

II numero degli individui normanni tu, infatti, mo- 



destissimo e la durata del loro regno fu brevissima. Es- 
si comunque, manti militari, seppero costituire un uni- 
co regno, abbattendo una congerie di piccoli satrapi 
imbelli e rissosi. 

Particolare impegno essi misero nell'intrapresa 
della strutturazione, politica, amministrativa e militare 
di quello stato. Due esempi. 

Il primo è l'impressionante serie di torri militari 
dette appunto "normanne" che essi seppero costruire 
a contatto visivo l'una dell'altra, con significato di av- 
vistamento e difesa dalle terribili incursioni dei pirati 
saraceni e il secondo è l'edificazione di strutture a si- 
gnificato di pubblica utilità e amministrazione. Anco- 
ra oggi in Palermo il centro dell'amministrazione e del- 
la politica siciliane sono nell'antico e poderoso Palaz- 
zo dei normanni, simbolo dell'unità dei cittadini sici- 
liani. 

I normanni seppero quindi realizzare, per primi, 
nelle sue connotazioni geopolitiche quel Regno meri- 
dionale che ancora oggi identifica il "sud della peni- 
sola". 

Era ciò che mancava affinché le immanenti cultu- 
re bizantina e araba potessero di lì a poco in quelle zo- 
ne fare esplociere una delle a\'\'enture più evolute e af- 
fascinanti della storia dell'uomo. 

Di h a poco lo shaker di questo cocktail, il cataliz- 
zatore e ordinatore di questo meraviglioso fenomeno 
sociale e politico, sarà il germanico Sacro Romano Im- 
pero e il suo massimo rappresentante: l'imperatore Fe- 
derico II Hohenstaufen, che i contemporanei chiame- 
ranno Stiipor mundi, cioè meraviglia dell'umanità. 



Il Sacro Romano Impero: Federico II dì Svevia, 
lo "stupor mundi" 

A cavallo del 1200 in Europa si cominciano ad evi- 
denziare gli Stati nazionali e cioè Inghilterra, Spagna, 
Francia e Germania si strutturano in entità autonome 
e definite. 

I problemi dell'Italia d'oggi hanno la radice nel fat- 
to che l'Italia di quel momento non riuscì a darsi unità 
nazionale. Però in quel 1200 ci andò molto \'icino. 

Tutto cominciò nel Meridione e furono, inconsa- 
pevolmente, i normanni ad operare in tal senso. 

Infatti quel popolo invasore attorno al 1100 non 
solo aveva ormai riunito tutto il Regno delle Due Sici- 
lie, ma nel 1081 occupò l'altra parte dell'Adriatico, 
Durazzo e Corfù e, sempre attorno a quegli anni, le in- 
cursioni normanne nei territori pontifici e addirittura 
in Roma, si fecero sempre più frequenti. 

La ragione che impediva e impedirà l'unità della 
nazione risulta una e una sola: quella "cintura pontifi- 
cia" che costituisce, al centro della penisola, un duro 
diaframma fra nord e sud d'Italia. 

Dopo il 1150 questa cintura è premuta al nord da 
Federico Barbarossa, il nuovo energico imperatore 



60 



Roberto Sgarzi 



germanico che vuole ridare ordine e forza ai domini 
imperiali e, sul fronte meridionale, dalla presenza non 
più di alcuni imbelli, deboli e ridicoli "satrapi", ma 
dalla forte irruenza del nuovo Regno normanno. 

La nefasta "cintura pontificia" tremò quando Gu- 
glielmo, l'ultimo re normanno, morì senza lasciare ere- 
di maschi. 

Enrico VI, il re germanico padrone del nord Italia, 
figlio del Barbarossa, sposò nel 1 186 la normanna Co- 
stanza di Altavilla, erede diretta del trono di Gugliel- 
mo e il gioco era fatto: l'Italia del nord e del sud erano 
unite, perché uniti erano i due troni. 

Buona parte della famosa "cintura" saltò, subito 
sommersa dall'esercito imperiale di Enrico che giun- 
geva a prendere possesso sia dei suoi nuovi domini 
meridionah che del titolo di imperatore del Sacro Ro- 
mano Impero. 

Dunque l'Italia era fatta? Purtroppo no, perché i 
baroni meridionali di gerts normanna non accettaro- 
no il dominio germanico e scatenarono una fiera ri- 
bellione. 

L'Italia cominciò male dunque, perché Enrico VI 
giunto nella Sicilia in rivolta ebbe con il suo esercito 
non il comportamento da lui tenuto con i Comuni del 
nord, turbolenti per moti\'i economici, ma purtuttavia 
a lui omogenei sotto il profilo etnico e istituzionale. 
No, la bella Trinacria tu trattata come una colonia se- 
diziosa e, dice Montanelli, i roghi furono migliaia. 

Il comportamento criminale di quel germanico 
minò subito le basi del regno e ridiede respiro al boc- 
cheggiante nemico di sempre: il papa, le cui novene ro- 
mane diedero, ancora una volta, un risultato diaboli- 
camente efficace. 

Intatti Enrico VI, fra una repressione e l'altra, 
mori improN-visamente a Messina il 28 settembre 1197 
a soli 32 anni: il nuovo Regno italiano era distrutto e il 
papato era salvo. 

Anzi nel giro di pochi anni salì dalle stalle alle stel- 
le. Intatti la povera Costanza, vedova, a capo di un re- 
gno inferocito per gli odiosi e barbari massacri inflitti 
dal defunto augusto consorte, fu costretta ad affidare, 
come tante madri disperate, proprio ad un grande e 
astuto pontefice, Innocenzo III, la tutela del piccolo fi- 
glio. 

Il gioco cambiava, il papato, con in pugno il neo- 
nato e i suoi beni, morta di lì a poco Costanza, abbat- 
teva il dominio laico e anzi diveniva padrone di centro 
e Meridione d'Italia. 

Butto il destino dell'uomo perché così imprevedi- 
bile, anche nelle persone che hanno fatto la Storia. 

Sì, perché il bravo Innocenzo III pensava forse di 
tare del famoso neonato un fedele e prono fraticello e 
invece si trovò di fronte uno dei più grandi uomini del- 
la storia; un uomo che già a 14 anni era considerato 
uno dei saggi del suo tempo, e che costituirà un esem- 
pio ancora oggi vivissimo in Europa. 

Federico II pose reggia a Palermo e la grande Sici- 



lia post-normanna (una società multirazziale a>ìte litte- 
ram popolata di arabi, vichinghi, germanici, bizantini, 
ebrei, cattolici, ortodossi, latini e... naturalmente sici- 
liani) consentì questa età d'oro, che ancora oggi rap- 
presenta per l'odierno cittadino del nostro paese un 
rammarico enorme per quello che la Storia d'Italia 
avrebbe potuto essere e invece non fu. 

Come oggi così sempre è stato, e la forza de- 
struente dello Stato della Chiesa nei confronti dei de- 
stini di unità e armonia del nostro paese, si vide chia- 
ramente attorno a quel 1200. 

In quegli anni Federico (a soli quindici anni) si li- 
berò della tutela del papa e subito l'abile pontefice si 
rese conto che la sorte gli aveva riservato non un utile 
trastullo, ma un grande antagonista. 

Il pericolo rappresentato dal padre di Federico e 
cioè quello di unire sud e nord d'Italia si stava di nuo- 
vo facendo sempre più consistente e Innocenzo III ri- 
corse al vecchio divide et impera. 

Il papa coronò quindi imperatore di Germania e 
cioè sovrano del nord d'Italia, un oscuro principe te- 
desco: Ottone di Brunswick. Il papa sperò con questo 
di porre in conflitto il giovane Federico con l'usurpa- 
tore e di avere salvato la "cintura pontificia" d'Italia, 
ma la turbata non ebbe buon seguito. 

Ottone e il suo esercito, giunti a Roma per l'inco- 
ronazione, ebbero subito con la popolazione romana, 
certo non immemore dei recenti conflitti con il "tede- 
sco", rapporti tempestosi e il germanico, visto che i la- 
tini non mantenevano i patti, si riprese il suo giocatto- 
lo e cioè la Toscana, che Sua Santità aveva ottenuto co- 
me "premio nell'affare". 

Ancora una volta il papato lanciò la scomunica e 
ancora una volta essa fu di ottima efficacia. 

Insomma, sia a causa dell'inferocito pontefice, sia 
per la crescita di prestigio del giovane Federico di Sve- 
via. Ottone scomparve e il figlio di Costanza rimase in- 
contrastato re e imperatore di un dominio sterminato. 

Federico sognò un nuovo ordine imperiale e subi- 
to la sua figura fu accostata a Carlo Magno. Una nuo- 
va Europa e una nuova Italia erano ora possibili e il so- 
gno fu grande. 

Ancora una volta si doveva però pagare un prezzo 
ad un papa che non era mai stato così forte, potendo 
egli, come abbiamo visto, in quel momento fare e di- 
stare re e imperatori a suo piacimento. 

Federico prese due impegni: lasciare l'Italia divisa, 
rispettando la "cintura pontificia" e realizzare una 
Crociata per liberare il Santo Sepolcro. 

La questione della Crociata non aveva certo solo 
slumature di ordine messianico, ma si trattava anche 
di un orribile tranello di tipo politico e militare. 

La Palestina aveva già inghiottito molte altre spe- 
dizioni e non si contavano ormai più re ed eserciti che 
da laggiù non avevano fatto ritorno. Le ragioni erano 
molte: gli eserciti saraceni, il deserto, la sete, le pesti- 



L'Italia e le Tre Italie 



61 



lenze, le malattie, le dispute fra crociati, l'enorme di- 
stanza. 

Ricordo le due principali crociate fallite in prece- 
denza: 

- II Crociata (1147-1149). Indetta da Corrado II 
Hohenstaufen (imperatore dal 1138 al 1152); 

- III Crociata (1187). Capitanata da Federico Bar- 
barossa, FUippo II, re di Francia, e Riccardo Cuor di 
Leone d'Inghilterra. 

Il pontefice, il duro, pretenzioso e combattivo 
Gregorio IX, sperava certamente di togliersi di torno 
un duro antagonista, ma proprio questa circostanza 
evidenzierà l'incredibile genialità di Federico II, e di 
questo parleremo subito dopo. 

Quella che si verificò fu una vera e propria inter- 
minabile guerra fra l'impero e il papato e ogni colpo vi 
fu permesso perché la posta in palio era enorme. 

In palio vi era la storia di buona parte della Ger- 
mania e di tutta l'Italia. Da un lato vi era infatti l'impe- 
ro e Federico II: essi volevano l'Italia e l'Europa unite; 
di fronte a loro il papato che invece voleva Italia ed Eu- 
ropa divise, perché considerava quel disegno mortale 
per la sopravvivenza stessa dello Stato della Chiesa. 

Fu un momento assai difficile. Italia e Germania 
furono invase da reciproche denunce dei contendenti. 
Da un lato si imputava Federico di eresia e spergiuro, 
dall'altro si dipingeva la Chiesa come un covo di paga- 
na corruzione e simonia. 

Le tante città della penisola, sconcertate, cambia- 
rono fronte con rapidità, finché lo scenario fu attra- 
versato da una decisione storica e cioè Federico decise 
di togliersi un peso: andò alla crociata. 
Ma cos'era questo Regno meridionale di Federico II? 

Quel re fece del Meridione d'Italia un esempio 
mai più dimenticato di civUtà e rese possibile il mira- 
colo della convivenza fra germanici, siciliani, norman- 
ni, arabi, bizantini, latini... ognuno con lingue, religio- 
ni, costumi diversi. 

Le scienze e le arti raggiunsero livelli altissimi, la 
produzione artigianale e agricola eccelse. Il commer- 
cio fece del Meridione d'Italia il centro degli scambi 
del Mediterraneo e in quei porti approdavano pacifi- 
camente navi provenienti da tutti i mari. 

Mercanti e ambasciatori di quel Regno erano pre- 
senti ovunque. Giuridicamente Federico stilò le Costi- 
tuzioni di Melfi, corpo di leggi compilate dal re ispi- 
randosi largamente al Corpus Juris Justiniani. 

Federico fondò l'Università in Napoli (1224), Pa- 
lermo e Salerno, Foggia e Lucerà, ove raccolse i mi- 
gliori insegnanti del momento. 

Uomo laico, egli colpì l'intrusione della Chiesa 
nelle cose dello stato, fustigò quella corruzione e giun- 
se (incredibile per l'epoca) a fare pagare le tasse suUe 
proprietà ecclesiastiche. 

Alla sua corte, con CiuUo (o Cielo) d'Alcamo e Ja- 
copo da Lentini, nacque la lingua "volgare" che di lì a 
poco si sarebbe trasformata in "italiano". 



L'aspetto istituzionale del governo di Federico era 
largamente riconducibile alla cultura immanente in 
quell'area e cioè quella bizantino-satrapica. 

Quell'imperatore era infatti un satrapo, re assolu- 
to, considerato semi-dio, fonte e destinazione di tutte 
le cose. Come a Bisanzio la sua persona era venerata, il 
giorno della sua nascita festeggiato. Anche lo stile e gh 
atti comportamentali del re e della corte erano molto 
simili a quelli del basileus bizantino. 

Uomo curioso e amante della conoscenza fu consi- 
derato uno dei saggi del suo tempo. 

Quel regno ospitò gente che non sarà mai più al- 
trettanto felice e rispettata. 

La sua reggia fu considerata come luogo di delizie, 
luogo fortunato abitato da genti di ogni razza. 

Fu quest'uomo, questa gente e questa cultura che 
in crociata sbarcarono in Palestina nel 1229. 

Qui avvenne un miracolo. Un miracolo che di so- 
prannaturale non aveva nuUa, ma tutto d'umano: il mi- 
racolo della civiltà. 

Federico inviò al gran sultano Al Kamil non frecce 
o lance, ma ambascerie e doni. I due grandi re non si 
fecero guerra, si conobbero, si stimarono, divennero 
amici e il capo arabo concesse, senza colpo ferire, il 
possesso di Gerusalemme e Palestina. Non una goccia 
di sangue era stata versata e non si capisce perché que- 
sto stupendo esempio di civUtà non sia ancor oggi più 
noto di quanto sia e cioè poco o niente. 

Il papato non aveva previsto una conclusione così 
incruenta e gloriosa per l'impero e subito scatenò 
un'offensiva furibonda al sud come al nord, ove riuscì 
a sollevare, ancora una volta contro l'Impero, baroni e 
liberi Comuni. 

Federico, a partire dal 1235, accorse ovunque e fu- 
rono battaglie a non finire. Vinse a Cortenova (1237) 
ove batté la coalizione comunale, ma fu a sua volta bat- 
tuto dalle città di Brescia prima e Parma (1248) poi, 
anzi i difensori di quest'ultima città sterminarono l'e- 
sercito assediante. 

La Sicilia fu stretta in una morsa di polizia e le pri- 
gioni siciliane furono riempite di prigionieri e di eccle- 
siastici che erano rimasti fedeli ili papa. 

Un'ulteriore scomimica papale non sortì grandi ef- 
fetti ad anzi l'imperatore entrò nel Lazio mettendo a 
ferro e fuoco le città che vi si opponevano, ma erano 
poche: per lo più gli aprirono le porte. 

Con un ardito colpo di mano navale Federico e 
con lui suo figlio Enzo, re di Sardegna (Isola del Gi- 
glio, Toscana, 1224), imprigionarono tutti i cardinali 
che si dirigevano verso Roma per realizzarvi un con- 
clave a lui sfavorevole e infine l'imperatore giunse in- 
nanzi a Roma. L'Urbe era ormai in preda al caos e i 
maggiorenti di quello stato erano per lo più fuggiti per 
ripararsi nei loro castelli laziali (non bisogna mai di- 
menticarsi che lo Stato della Chiesa era, in fin dei con- 
ti, strutturato dalle famiglie baronali di quel luogo). 

Il perché Federico II Hohenstaufen abbia rinuncia- 



62 



Roberto Sgarzi 



to a conquistare una Roma ormai prona e priva di diie- 
sa è uno degli interrogativi della Storia, ma così andò. 

La storia di uno degli uomini più illustri dell'uma- 
nità e sicuramente uno dei personaggi più affascinanti 
dei Medioevo, si concluse con alcuni terribili dolori. Il 
primo: il tradimento del figlio Enrico che si era messo 
a capo dei ribelli germanici. Federico lo sconfisse in 
battaglia e lo fece imprigionare in Puglia ove dopo po- 
co morì. 

Ma ciò che più lo amareggiò, più ancora che la 
morte in battaglia del consigliere Taddeo di Suessa, fu 
la perdita di Enzo, figlio naturale amatissimo, leale e 
generoso. 

Enzo, re di Sardegna, fu battuto e catturato dai bo- 
lognesi mentre guidava le truppe modenesi e tedesche 
alla battaglia della Fossalta (1249). 

Quell'imperatore e padre addolorato le provò tut- 
te, con le minacce e le blandizie, l'oro e l'intrigo, ma 
non riuscì a rimuovere quei duri padani dalla decisio- 
ne di non liberare il prigioniero. 

Enzo dopo lunga e dorata prigionia morirà (1272) 
nel palazzo che è ancora oggi chiamato "di re Enzo ". 

Federico II Hohenstaufen: se tanto si è parlato di 
quest'uomo è perché l'argomento che ci interessa e 
cioè le differenze fra gli italiani, passa attraverso gli 
eventi illustrati. 

Le ragioni per le quali le storie d'Italia furono co- 
sì diverse, producendo eventi così differenti, sono ap- 
punto in questi uomini e in questi fatti. 

Federico II fu comunque un luminoso esempio di 
civiltà e un'esperienza di unità e omogeinizzazione del 
nostro paese mai scordate. 

Questo Hohenstaufen fu in poche parole un vero 
sovrano nazionale per tutta l'Italia ed ebbe un proget- 
to di stato monarchico-assolutistico, paritetico ai mo- 
delli similari che in quel periodo storico si andavano 
strutturando negli altri stati europei. 

Federico cercò di formare lo stato d'Italia, ma a 
differenza di altri sovrani europei non ci riuscì. 

Il papato e le città-stato indipendenti del nord Ita- 
lia (i Comuni) furono, semplicemente troppo torti, ma 
ancora oggi noi paghiamo quel fallimento. 

La morte di Federico (13 dicembre 1250) porterà 
il Meridione d'Italia dalle "stelle alle stalle" facendo 
perdere a questa regione forza e autorevolezza e ciò lo 
porterà di lì a poco a conoscere tempi molto duri. 

Questa regione italiana cominciò da allora a regi- 
strare una certa analogia e integrazione con gli eventi 
che la legheranno poi ad un altro paese anch'esso in- 
vaso dai saraceni: la Spagna. 

Nulla del grande sogno politico e culturale che si 
riferisce a Federico II rimarrà concretamente, se non 
come ricordo di una mitica "età d'oro" del Meridione 
d'Italia. 

A ben guardare questa "età d'oro" rappresentò un 
momento di potenziale unione del paese nella felice 



miscellanea di genti, religioni, culture, nel rispetto del- 
le libertà e dell'essere di ognuno: ogni aspetto dello 
scibile umano raggiunse allora in questa parte d'Italia 
particolare grandezza. 

Ma è vero anche che in questo stesso momento le 
storie della parte meridionale e di quella settentriona- 
le del paese imboccarono strade sempre più divergen- 
ti: sudditi i primi e cittadini i secondi. 

Regno illuminato quello meridionale, al quale si 
anteposero dure, difficili, ma libere, autonomie locali 
(i Comuni) nella parte settentrionale d'Italia. 

Diverse e contrapposte le vite, le culture, le realtà, 
le consapevolezze. 

Di lì a poco comunque questa felice esperienza del 
Bel paese finirà e per esso comincerà un lungo sonno. 

Le ragioni sono solo militari e sono costituite dal- 
l'ultima e più tragica delle invasioni barbariche: quella 
spagnola, che inizia nel 1282. 



L'invasione spagnola 



L'importanza della presenza di questa potenza in 
Italia in quel periodo storico e le relative conseguenze 
culturali, ancora oggi presenti, sono tali che risulta ora 
indispensabile volgere la nostra attenzione sulla Spa- 
gna di quegli anni e sulla sua qualità culturale e civile. 

Se vogliamo capire un fiume, risaliamo alle fonti. 
Ricordiamo quindi che la penisola iberica, uno dei 
gioielli di Roma, al cadere dell'impero subì, come l'I- 
talia, le invasioni dei "barbari settentrionali". Fu parti- 
colarmente sfortunata. 

La popolazione germanica che invase quella regio- 
ne e da lì le floride province nordafricane, fu fra le più 
primitive e feroci fra le molte che sommersero il mon- 
do mediterraneo e il loro nome ancora oggi riempie di 
terrore: i vandali. 

Fu allora che il sud spagnolo assunse il nome che 
ha ancora oggi: casa dei vandali, "Vandal haus" e 
cioè... Andalusia. 

Dopo il loro passaggio sterminatore ben poco di 
civile rimase nelle odierne rovinose e disperate, ma al- 
lora fiorenti, Algeria, Marocco, Tunisia e naturahnen- 
te Spagna e Portogallo. 

La gens che popolò poi la Spagna si originò quin- 
lIì dal mescolarsi dell'originario ceppo ispano-latino 
con questi feroci, sanguinari, sterminatori. Fu su que- 
sta terra, abitata da questa gente, che si abbatté l'inva- 
sione arabo-islamica, causando uno degli scontri mili- 
tari e culturali più lunghi, drammatici e sanguinosi del- 
la storia dell'uomo. 

Quando la Spagna invase il Meridione d'Italia 
( 1282) era ancora in pieno, incerto svolgimento la più 
lunga guerra mai combattuta (771 anni): quella dei cri- 
stiani, abitatori della penisola iberica, contro i sarace- 
ni che la invasero nel 711 d.C. 

La penisola iberica non iu mai completamente 



L'Italia e le Tre Ihilw 



6Ì 



conquistata dai mori e dal piccolo ridotto cristiano del 
nord della Spagna iniziò "la Reconquista" (battaglia 
chiave: 1212 Las Navas de Tolosa, vinta dai cristiani), 
che si completò nel 1492 con la resa dell'ultima città 
islamica: Granada. 

Quella guerra infinita, di cui ancora oggi e non a 
caso si canta nei teatri dei pupi siciliani, guerra senza 
colpi proibiti, iniziata e poi vinta da un pugno di cri- 
stiani duri e irriducibili contro l'immenso mondo isla- 
mico, potè essere realizzata dai "re cattolici" solo con 
una determinazione fortissima. 

La guerra, la "Reconquista", fu una guerra di cri- 
stiani puri contro islamici infedeli, di bianchi contro 
mori, di europei contro africani invasori, di angeli con- 
tro diavoli, del Bene contro il Male. 

La guerra, quella guerra così incredibile, potè es- 
sere in quanto "guerra santa". 

Fu allora che iniziò presso quella gente prima, ed 
esportato poi, quel culto orribile e disumano per la 
morte e la sofferenza. 

Quell'evento determinò nella religione, nel costu- 
me e nella cultura spagnola connotazioni che la distin- 
sero dal resto dell'Europa. Quella guerra infinita fu 
uno dei primi esempi, nel mondo occidentale, di un 
evento equiparabile alla ]ihad islamica: la "guerra san- 
ta" corrispettiva in campo avverso. 

Il santo protettore della Spagna, Santiago de Com- 
postela si conquistò i galloni sul campo in quanto la 
leggenda dice che nel 778, durante una delle solite bat- 
taglie fra i soliti mori e i soliti cristiani che stavano però 
per essere sommersi dalla marea africana, cancellando 
quindi dall'estremo nord della regione iberica le ulti- 
me difese cristiane. 

Agli islamici invece andò male perchè, proprio al- 
la... "arrivano i nostri", all'ultimo momento, compar- 
ve sul campo di battaglia Santiago in persona che, 
montando un cavallo bianco, ov\'iamente simbolo del- 
la purezza, ovviamente invoilnerabile ai dardi avversa- 
ri, ovviamente con una spada fiammeggiante, fece stra- 
ge dei mori, salvando così la situazione. 




La croce-spada di Santiago (san Giacomo) di Compostela: il simbolo 
della Spagna. 



Da quel giorno simbolo di Santiago e della Spagna 
è uno strano segno che è contemporaneamente croce e 
spada e questi sono fatti dal profondo significato. 

Chi visiti oggi la Spagna meridionale rimane affa- 
scinato dalle infinite testimonianze della civiltà araba 
in quella regione. Era ed è un dono meraviglioso, ma 
per certi versi avvelenato: causerà infatti uno scontro 
terribile, un fanatismo religioso violento e omicida, un 
morbo orribile, che causerà in tutto l'Occidente gravi 
problemi per secoli. 

Fu in realtà un vera interminabile Crociata, una 
guerra concepita come salvezza eterna, come espres- 
sione di fede religiosa, come penitenza eseguita da pel- 
legrini in armi, le cui vite furono concepite come Via 
Crucis ed è da allora che si verifica in Europa il culto 
disumano della morte e della sofferenza fisica e mora- 
le dell'individuo. 

La conclusione della guerra di "reconquista" coin- 
cise con la "pulizia etnica" delle zone "liberate". 

Ebrei, arabi, mori e tutti coloro che non erano in 
purezza di sangue o di fede, conobbero il "fuoco Ube- 
ratore" dei roghi, la fuga, la tortura e ogni tipo di sof- 
ferenza. 

La Spagna assunse da allora aspetti di inaudito fa- 
natismo religioso, con rilevanti caratteristiche di cru- 
deltà pagana e primitiva (Torquemada, Santa Inquisi- 
zione spagnola. Settimana santa di Siviglia), gusto del- 
la crudeltà e della violenza (autodafé, corrida de toros, 
guerra civile 1936-1939), disprezzo e attuazione del 
genocidio per le altre culture (distruzione delle civiltà 
preispaniche in America meridionale, centrale e Filip- 
pine). Sono aspetti questi che, in parte e in modo piiì 
o meno sommerso ancora oggi, in tracce, contraddi- 
stinguono questa nazione e questa cultura, anche se 
fortunatamente in misura sempre minore ed è cosa 
gradita il verificare l'enorme avanzamento civile nella 
Spagna degli ultimi venti anni. 

Si creò in quel tempo, in quella terra, una società 
di tipo militare, un nesso indissolubile fra patria e un 
certo tipo di cattolicesimo, fra chiesa e monarchia, sì 
da fare sembrare nemico da abbattere ogni apparte- 
nente ad altra religione e si formò una classe di uomi- 
ni feroci, spietati, crudeli, consci di una loro pretesa 
superiorità etica ed etnica, convinti in un loro compi- 
to di diffusione militare del cattolicesimo, animati da 
zelo fanatico, ma avidi oltre ogni misura di ogni forma 
di ricchezza terrena, pronti a considerare la lotta e la 
guerra, come solo scopo della vita. 

Sempre, questi nobili hidalgos (da hijo de alga: "fi- 
glio di qualcuno", secondo G.B. Guerri) e i loro prezzo- 
lati assassini (i bravos: i coraggiosi), dimostrarono di- 
sprezzo per ogni attività mercantile, industriale o co- 
munque produttiva. La guerra, l'omicidio, la prepotenza 
e il furto erano il loro mestiere, di fatto furono predoni 
assassini, fanatici e crudeli: nemici del genere um;mo. 

Il loro motto, che la dice lunga, era: "Otium, non 



64 



Roherlo Sgani 



negotium" e cioè: "Sì all'ozio e no al la\oro"l (Ricor- 
da qualche contemporaneo?) 

Difficile non vedere una analogia fra questi indivi- 
dui e i mafiosi, i camorristi, gli 'ndranghetisti e tanti al- 
tri bravi figlioli che ancora oggi infestano quel Meri- 
dione d'Italia che fu Spagna, tu questa Spagna, per 
400 anni. 

A partire dal Trecento, infatti, la Spagna potè rivol- 
gere buona parte deO'enorme potenziale bellico, che 
lentamente aveva costituito, fuori dai confini iberici e 
nel bre\'e periodo di 300 anni conquistò l'itnpero. 



Anzi il più esteso degli imperi, quello "dove non tra- 
montava mai il sole". In realtà il sole tramontò subito in 
ogni terra ove sventolò l'odiata bandiera iberica. 

Ancora oggi tutti i paesi che dovettero subire que- 
sto dominio, hanno connotazioni di sottosviluppo e di 
miseria umana, morale, civile ed economica intollera- 
bili. 

Per la scia di sangue e di dolore che lasciò ovun- 
que nel mondo, quella spagnola può forse essere defi- 
nita l'ultima e la più feroce delle in\-asioni barbariche. 



L'Italia e le Tre balie 



65 



I 

^ 



1 



3. Levo moderno: 

il Cinquecento e il Seicento 



Il dominio spagnolo in Italia 



Per nostra somma disgrazia sul Meridione d'Italia, 
faro di civiltà, a partire dal Trecento, si abbatté come 
un maglio distruttore l'invasione spagnola, barbara e 
feroce. Lentamente essa conquistò la Sicilia nel 1282, 
Napoli nel 14-12 e poi rapidamente risalì lo stivale. 

La guerra con la Francia per la supremazia sulla 
penisola fu vinta dalla Spagna imperiale di Carlo V 
sull'esercito francese di Francesco I in una disgraziata 
battaglia che segnerà uno dei momenti piii neri della 
nostra Storia: Pavia 24 febbraio 1525. 

A causa di ciò anche la bellissima Milano e la Lom- 
bardia subirono la mai dimenticata dominazione spa- 
gnola (1535-1706): 171 interminabili anni! 

Il trattato di Cateau-Cambrésis (1559) che ne se- 
guì, sancì il predominio spagnolo su quasi tutta l'Italia 
fino all'inizio del Settecento: 150 anni di barbarie e di 
forzato immobilismo culturale, scientifico ed econo- 
mico. 

Tutto da allora cambiò e si spense nel Bel paese e 
un piccolo particolare può essere preso ad esempio: il 
colore dei vestiti. La filmografia ci ha rappresentato gli 
abiti del Quattrocento italiano: un'esplosione di colo- 
ri, di varietà, di gioia, di raffinatezza. La dominazione 
spagnola impose invece la matrice militare di quella 
cultura: quei vestiti erano quasi tutti eguali e soprat 
tutto, assolutamente, sempre neri. 

Neri, come il lutto, la morte, la sofferenza, l'assen- 
za di speranza che gli spagnoli in ogni momento rap- 
presentarono. 

Da questa tristezza si salveranno solo il Piemonte 
(allora Regno di Savoia) e soprattutto il grande domi- 
nio veneto. Di ciò diremo di seguito perché si comin 
eia a dare ulteriore spiegazione di fatti recenti, ma nel 
frattempo stavano accadendo grandi eventi storici. 



Riforma e Controriforma 



Quelli attorno al passaggio del secolo (fine Quat- 
trocento - inizio Cinquecento) sono gli anni più straor- 
dinari dell'umanità. Tutto cambia, millenarie certezze 
diventano polvere: la scoperta dell'America e di altri 
mondi sconosciuti sconvolge gli europei. 



Tutto ciò significa che la Terra non è piìi il centro 
rassicurante di un Universo fisso, immobile e con pe- 
rimetri ben definiti, che non è più piccola e piana, ma 
la si scopre enorme e sferica. 

L'Universo stesso, impro\'\isamente, diventa im- 
menso e tutto, sempre, costantemente in moto. L'uo- 
mo non è più la creatura prediletta da un Dio che per- 
dona, bensì un granellino di polvere cosmica scagliato 
con sconfinata violenza nell'immensità. Ai limiti del fi- 
nito e del definito si oppongono le passioni e le dispe- 
razioni dell'infinito. 

Un monaco tedesco, Martin Lutero, con un sem- 
plice, modestissimo atto, spazza via l'antico e affronta 
l'Evo nuovo, che infatti inizia in quel momento. 

Il mattino del 31 ottobre 1517 egli affigge alle por- 
te del duomo di Wittemberg (rendendole quindi pub- 
bliche) alcuni fogli con le sue celebri 95 tesi, protetto 
in questo da Federico il Saggio, Grande Elettore di 
Sassonia e da tutto il popolo germanico, che vede in lui 
un nuovo eroe nazionale. E l'inizio della "Ritorma". 

Dicono, queste 95 tesi, alcune cose brevi e sempli- 
ci, come tutte le cose grandi. Dicono che la Fede in 
Dio è cosa che riguarda l'individuo, solo lui e la sua 
coscienza, intesa come conoscenza, consapevolezza e 
rispetto di sé. Dicono le 95 tesi che la Fetie in Dio è 
rapporto diretto fra l'uomo e l'Eterno e non può, né 
deve, avere intermediari. 

Dicono che per avere questo rapporto, ogni uomo 
deve possedere il Libro, la Bibbia, che egli deve per- 
sonalmente leggere e interpretare, come unica parola 
di Dio e che primo dovere dell'uomo di Chiesa dove- 
va appunto essere il favorire questo rapporto diretto. 

L'immensa struttura politico-amministrativa che è 
la Chiesa Cattolica Apostolica Romana, che aveva ed 
ha appunto il significato di mediazione fra Dio e l'uo- 
mo, è spazzata via come parassita, inutile ciarpame e 
con essa il sistema politico, ideologico e sociale che è 
l'Impero spagnole^ che nella e della chiesa è parte in- 
tegrante. 

Saranno trent'anni tli terribili guerre ili religione, 
ira protestanti del nord e cattolici del sud, che afflig- 
geranno l'Europa e la di\ideranno irrimediabilmente 
in i\\\e parti: sud e nord. 



Nel centro-nord I 



uiropa la ne 



ecessità di possedere 



67 



la Bibbia e di saperla leggere, implica per l'uomo 
"riformato" Facculturamento obbligatorio e la conse- 
guente diffusione della stampa. 

Naturalmente la Bibbia fu tradotta in tedesco per 
i tedeschi e ogni nazione protestante la compilò nella 
propria lingua. 

Viceversa sembra di rilievo ricordare che, solo fino 
a pochi anni fa (Concilio Vaticano II, 1962-1965), van- 
geli e messe nei territori della Controriforma erano 
detti e scritti in latino, la lingua di alcuni dotti o po- 
tenti, ma assolutamente incomprensibile per la grande 
maggioranza delle gente, per la quale i fatti della fede 
continueranno ad essere misteriosi, incomprensibili e 
delegati a pochi individui che poi li avrebbero, beni- 
gnamente e paternamente, "spiegati e illustrati alle pe- 
corelle". 

Nel sud Europa le lunghe picche spagnole furono 
lentamente, ma inesorabilmente, respinte dalle Fian- 
dre, dall'Austria e finalmente, a cavallo del Settecento, 
anche dalla Lombardia. 

Nel sud ispano-pontificio era vietata la produzione 
di qualsiasi scritto, manoscritto o stampato che fosse. 
Per farlo era necessario un permesso speciale della 
censura che, dopo avere analizzato il pezzo, e dopo 
avere effettuato le eventuali "correzioni", rilasciava un 
permesso particolare: "imprimatur"... si stampi. 

Il sapere leggere e scrivere era di fatto riservato ad 
alcuni ecclesiastici, a pochi nobUi e a coloro che lo ne- 
cessitavano per motivi professionali. Interessante ri- 
cordare che, mentre per l'uomo riformato l'analfabe- 
tizzazione era causa di riprovazione sociale, per il con- 
troriformato il sapere leggere e scrivere era considera- 
to con sospetto dalle autorità. 

Molti dei nostri problemi odierni, il gap cultura- 
le, etico e sociale che separa parte dell'Italia dall'Eu- 
ropa, hanno le loro radici più dirette in quegli antichi 
eventi. 

Spagna e Chiesa reagirono con grande durezza al- 
la minaccia luterana e ad una contemporanea recrude- 
scenza del costante e spaventoso pericolo che si profi- 
lava da oriente: i Turchi. 



Mamma... li Turchi! 



L'influenza, anche se fortunatamente non diretta, 
che queste genti ebbero nella nostra Storia induce ad 
alcuni sintetici riferimenti. 

I Turchi sono popolazioni di origine asiatico-mon- 
gola che solo in epoca molto recente hanno fatto appa- 
rizione nel comprensorio geografico che ci interessa. 

Le tribù turche, che in qualche modo sono paren- 
ti strette dei già citati unni, avevano caratteristiche di 
infima levatura culturale, erano in poche parole dei 
selvaggi assassini, quando si affacciarono attorno al 
1100, con la dinastia dei Selgiuchidi, in Persia. 



Come gli unni non sapevano tare che una cosa, ma 
quella la sapevano fare come nessuno: la guerra e, di 
conseguenza, uccidere e rubare. In modo lento, ma 
inarrestabile quelle orde sanguinarie sommersero tut- 
to, a macchia d'olio, prima la Persia, poi la Mesopota- 
mia e l'Anatolia, poi ancora la Siria, l'Egitto, la Libia, 
la Tunisia. 

Il grande, grandissimo mondo arabo era distrutto, 
la loro civOtà non risorgerà mai più, ma a differenza 
degli arabi che inondarono il mondo della loro civiltà, 
non si ha notizia, in novecento anni di presenza in un 
mondo assai civilizzato, del nome di un solo uomo tur- 
co che abbia dato agli altri uomini un quid in più di ci- 
viltà. 

Questi asiatici passarono alla Storia per la qualità 
incredibOe delle loro efferatezze. I Balcani ancora og- 
gi sono intrisi dei loro ricordi. Quando passavano in 
un villaggio cristiano nessuno si salvava e risparmiamo 
al lettore le descrizioni delle "abilità" di questi mostri 
sanguinari. 

Già, i Balcani: dopo la povera Grecia è appunto 
questa regione a subire 1' "interesse" dei Turchi. 

Dopo le battaglie di Kosovo Polje (1389 e 1448), 
Mohacs (1526), Belgrado (1688), quelle orde sangui- 
narie e feroci puntarono al cuore dell'Europa: Vienna. 

Quella minaccia di assoggettamento etnico e reli- 
gioso determinò in Occidente ulteriori spinte reattive 
feroci e sanguinarie in direzione di un'omologazione 
culturale e dogmatica durissima. 

"Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale 
e contraria", non solo in fisica, ma spesso anche nelle 
cose degli uomini. 

L'in\'asione dei barbari Turchi causò quindi una 
duplice tragedia, la prima naturalmente fu la perdita 
della vita e della libertà per arabi ed europei che do- 
vettero soggiacere a quel dominio e la seconda fu l'ir- 
rigidimento in senso violento e liberticida che alcune 
parti del nostro continente dovettero registrare. 

Ritornando alle cose che av\'enivano nel nostro Oc- 
cidente, in buona parte del Sacro Romano Impero, Do- 
menicani e Gesuiti furono la polizia politica del regime 
e con la loro Santa Inquisizione accesero i terribili ro- 
ghi umani che ancora angosciano i nostri ricordi. 

Altri roghi terribili ebbero per obbiettivo proprio 
i libri non autorizzati perché inclusi in uno speciale 
elenco: "L'Indice". 

La "Sacra Ignoranza" dei reami ispano-pontifici 
cominciò così, con il terrore a detenere libri. . . di qual- 
siasi tipo. 

Anche il "Divino Poeta" con il suo "De Monar- 
chia" ebbe i suoi guai, sì anche i libri di Dante furono 
bruciati: fu sufficiente da parte dell'Alighieri il noto ri- 
ferimento all'auspicata indipendenza dell'imperatore 
nei confronti del papa e anche per il poeta più amato 
dagli italiani si riser\'ò il rogo. 

Pochi sanno che una della più floride attività pro- 
duttive italiane era proprio l'editoria. Il Bel Paese 



68 



Roberto Sgarzi 



esportava libri in tutto il mondo allora conosciuto. Ba- 
starono pochi anni di roghi di libri all'/wJ/a' e quel- 
l'attività semplicemente scomparve. 

Quanto è difficile costruire e quanto è facile di- 
struggere...! Da allora l'editoria italiana è la pecora 
nera d'Europa! 



È la Controriforma 



L'Italia del Cinque-Seicento che deve subire que- 
sta infamia, è un grande paese, anzi il più grande elei 
momento. 

Il Rinascimento italiano irradia il mondo con la sua 
luce, ma tutto lentamente, si isterilisce ed esiste una 
data che da molti è indicata come il triste giorno in cui 
l'Italia si spegne: è il 22 giugno 1633. 



In quel giorno un povero, immenso vecchio di 70 
anni, nel romano convento della Minerva, assai proba- 
bilmente torturato con il terrò e con il fuoco, è co- 
stretto ad abiurare le sue grandi scoperte: il suo nome 
era Cìalileo Cìalilei. 

La situazione culturale e politica di quell'Italia tu 
in quei tempi assai abilmente sintetizzata da una gran- 
de, modernissima ospite del Bel paese e innamorata 
della sua classicità, Cristina, regina di Svezia, che al 
proposito ebbe a dire: "Qui di vivo... ci sono soltan- 
to i morti". 

Fortunatamente assieme al Piemonte, un'altra par- 
te d'Italia si salvò, là gli spagnoli non arrivarono, non 
giunse la Santa Inquisizione, i roghi umani non si fe- 
cero, gli uomini restarono liberi, cjuesta parte d'Italia, 
fortunata e grande è Venezia. 



A) Il Cinque-Seicento nell'Italia settentrionale 



Se si vuole considerare la situazione politica italia- 
na nel Cinquecento e nel Seicento nelle sue varie di- 
mensioni territoriali, si vede una penisola uniformata 
al basso dalla feroce presenza spagnola. Come già rife- 
rito, nella Valle Padana sfuggono alla presenza iberica 
il Regno di Savoia e i domini veneti; deve essere detto 
però che questi ultimi erano piìi ampi dell'attuale re- 
gione veneta, in quanto si estendevano quasi fino alle 
porte di Milano. 



Venezia 

Venezia e il Veneto sono l'unica parte d'Italia che 
nei secoli non fu mai calpestata da talloni stranieri. 

Nemmeno le terribili invasioni barbariche di unni, 
goti o longobardi riuscirono a porvi piede. 

Sulle Isole Reaitine (quelle attorno all'odierna Rial- 
to), a Malamocco, a Torcello, ad Eraclea nacquero cen- 
tri abitati che poi confluiranno in epoche variabili fra il 
700 e l'SOO d.C. nella grande Venezia. 

Furono gli ultimi invasori, i franchi di Pipino re 
d'Italia (il figlio di Carlo Magno) nell'810 a cercare, su 
goffi e ingombranti barconi, di conquistare anche 
quell'ultimo, minimo, incredibile, baluardo di indi- 
pendenza, dignità e libertà ili quel lembo dell'ex Im- 
pero romano. 

I tranchi conobbero a loro spese chi fossero quei 
veneti. 

I franchi erano in quel momento la popolazione 
dominante su un impero enorme, quello carolingio, 
che si estendeva su tutta l'Europa, dal nord della Spa- 
gna, a tutta la Francia, all'Olanda e al Belgio, a gran 
parte di Ciermania, Austria, Ungheria, Cecoslovacchia 
ecc., insomma, un impero gigantesco, soprattutto per 
l'epoca, un impero che anticipava l'odierna Europa e 



che aveva saputo darsi un assetto amministrativo e or- 
ganizzativo assai decentrato e funzionale (contee, mar- 
chesati, ducati ecc.). 

Quell'enorme impero dovette rinunciare per sem- 
pre alla ancora piccola, neonata Venezia. Appunto 
nell'SlO i barconi dei franchi rimasero intrappolati 
nelle infide acque della laguna e le agili imbarcazioni 
venete ebbero facilmente ragione degli invasori. Fu 
una strage mai pili dimenticata. Per mille anni, se si ec- 
cettua la minaccia genovese, i veneziani non vedranno 
pili invasori nelle acque della loro laguna. 

Per mille anni (circa 800-1797) Venezia fu repub- 
blica liberamente amministrata dai suoi cittadini, ad- 
ditato esempio di liberalità, illuminata e severa giusti- 
zia, saggia amministrazione, grande potenza militare di 
terra e di mare. 

F da queste premesse storiche politiche e militari 
che si evince perché nei momenti terribili della Con- 
troriforma, Venezia mantenne cultura e libertà euro- 
pee e si deduce perché proprio nella grande, libera, ve- 
neta università di Padova e nell'Arsenale veneziano 
Galileo Galilei, nei diciotto pii;i felici e fecondi anni 
della vita, compirà le sue più grandi invenzioni. Fu qui 
che l'inglese William Harvey scoprirà la circolazione 
del sangue nel corpo umano e fu qui che tanti europei 
portarono all'uomo la luce della conoscenza. 

In questa Venezia libera, ma pragmatica e realisti- 
ca, il Santo Uffizio, pur presente, non ebbe mai la vio- 
lenza assoluta che manifestò negli altri paesi sud-euro- 
pei dominati dagli ispano-pontitici: in particolare l'e- 
ditoria di quella città-nazione rimase libera. 

Resta famosa la posizione del governo della Sere- 
nissima sul problema dei roghi dei libri all'Indice, ove 
si rende evidente la necessità veneta di concedere 
qualche facoltà agli ispano-pontifici controriformisti, 
mantenendo però la più assoluta padronanza della 
propria autonomia e delle proprie libertà. 

Disse quindi il Doge che effettivamente il Santo 



Lìlalia e le ire Italie 



69 



Offizio aveva la tacoltà di "abbrusciare" i libri empi ri- 
feriti aH' Indice, ma che però la "Santa Congregazione" 
doveva prima ottemperare ad una pratica irrenuncia- 
bile per i veneziani: cioè che "li avesse pagati!". 

L'editoria veneziana era quindi libera di stampare 
ciò che voleva e se qualcuno voleva bruciare ciò che, 
avendolo pagato, era di sua proprietà facesse pure... 
fatti suoi! 

Altri libri, in sostituzione di quelli distrutti, pote- 
vano essere subito stampati! Grande Venezia! 

Questo nell'Italia del terrore, dei roghi, delle tor- 
ture, delle delazioni, questo nell'Italia ove gli unici 
committenti di opere d'arte erano ormai rimasti gli ec- 
clesiastici e oggi sappiamo che i soli quadri che il no- 
stro Seicento produsse erano madonne in lacrime, de- 
capitazioni di santi, flagellazioni sul Calvario con tan- 
to di apposizioni di corone di spine e di Sant'Antonio 
che in pieno deserto si tortura per sfuggire alle tenta- 
zioni. 

Questo avvenne in quell'Italia della Controriforma 
che distrusse interni, arredi ed esterni di migliaia di 
meravigliose chiese, veri tesori di arte medievale e ri- 
nascimentale, e questo con intere rivoltanti colate di 
falsi e bugiardi stucchi, ghirigori e tlorflegi vari. 

Questo fu la libera, meravighosa Venezia. 

Lo stesso Manzoni nei suoi Promessi Sposi, sa be- 
ne dove sono la vita, la serenità e la libertà per U suo 
Renzo che fugge dalla Lombardia oppressa dal tallone 
ispano-pontificio. La salvezza è là oltre l'Adda ove re- 
gna il Leone di San Marco, buono e forte. 

E opportuno ricordare quel passo per rendersi 
conto di molte cose di ieri e di oggi. 

Renzo fugge infatti dal territorio lombardo insegui- 
to dalla polizia del "buon governatore Ferrer", dalla 
soperchieria dei bravos, dall'Innominato, dalla crudeltà 
e dalla corruzione del sistema ispano-pontificio e final- 
mente giunge all'Adda, il confine che separava quel 
mondo orribile dallo Stato della Serenissima e quando 
è ben certo di vedere ormai in prossimità la veneta città 
di Bergamo e con essa la sicurezza della libertà, della vi- 
ta, prorompe in un grido che oggi pare essere vietato 
da altre polizie politiche: "Viva San Marco!". 

Le speranze di una maggiore influenza veneta negli 
equilibri italiani furono arenate dalla Lega di Cambrai 
indetta e animata dal papato e dal solito Giulio II, im- 
paurito dalla forza di San Marco. Tale Lega che oltre ai 
pontifici e ai francesi vedeva altri staterelli italiani, 
batté la Serenissima ad Agnadello nel 1509. 



La difesa della libertà e del benessere di San 
Marco fu il prodotto della forza e dell'eroismo dei 
suoi tigli. 

Uno sopra tutti voglio ricordare: Sebastiano Ve- 
nier, l'eroe della battaglia di Lepanto. Questa battaglia 
fu un evento chiave per le sorti dell'Occidente e fu me- 
rito principale di Venezia, vero baluardo contro i tur- 
chi e del suo indomito ammiraglio, se si ottenne que- 
sta vittoria. Le cronache dell'epoca raccontano di que- 
sto canuto ottuagenario che, pur ferito, come un leone 
incita i suoi alla lotta contro il nemico. 

Per quello che Venezia fece e soffrì in quegli anni 
bisogna dire che l'Italia e l'Occidente in genere sono 
debitori alla città lagunare della salvezza dall'invasione 
turca, che vide proprio nel Leone di San Marco il ve- 
ro ostacolo insormontabile. 

Ancora nel 1686, in armonia con la grande offen- 
siva austriaca sul Danubio, Venezia scatenò una po- 
tente offensiva militare in Grecia, contro il turco. L'of- 
fensiva ebbe successo, Peloponneso è finalmente ri- 
conquistato alla civiltà e quei barbari sanguinari sono 
allontanati dalle coste d'Italia e d'Europa. 

Solo la bufera rivoluzionaria bonapartista riuscirà 
nel 1797 ad annullare la libertà di San Marco ed è dif- 
ficile pensare che mille anni di difesa della propria li- 
bertà politica e culturale non abbiano lasciato un se- 
gno profondo, un giustificato orgoglio, che deve esse- 
re considerato con amore e ammirazione. 

San Marco è una delle vere ricchezze d'Italia. 

Negli stessi anni la vicina, antica Università di Bo- 
logna, sotto il tallone ispano-pontificio, era quasi de- 
serta di insegnanti e studenti. Ancora oggi si può ve- 
dere nelle antiche, ben conservate aule d'insegnamen- 
to, una piccola grata collocata al di sopra della catte- 
dra: era uno spioncino dietro il quale si trovava, ben 
nascosto, un frate domenicano, pronto a reprimere 
con l'abituale "severità" e con totale autonomia di giu- 
dizio, ogni "errore eretico". 

Per capire la differenza culturale fra il libero stato 
di Venezia e gli stati ad influenza ispano-pontificia ba- 
sti ricordare che già nel 1610, per primi, i veneziani 
utilizzarono il cannocchiale, intuendone le grandi pos- 
sibilità scientifiche e militari. In quegli stessi anni nel- 
l'Università di Bologna fu vietata la teoria eliocentrica. 
Sempre cioè, pena il rogo, fu insegnato che è il Sole a 
girare attorno alla Terra e non viceversa. Questa ver- 
gogna finì solo nel 1796, con l'entrata delle truppe na- 
poleoniche. 



70 



Roberto Sgani 



B) Il Cinque-Seicento nell'Italia centrale 



Granducato di Toscana 

Abbattuta la libera Repubblica fiorentina e con- 
quistate Firenze (1530) e Siena (1555), l'imperatore 
ispano-germanico Carlo V impone al governo di quel- 
lo che si chiamerà poi Granducato di Toscana la fa- 
miglia dei Medici, in precedenza allontanata dalla reg- 
genza repubblicana. Oggi si direbbe un "governo fan- 
toccio". 

La perdita della libertà, a opera dello straniero, 
della parte centrale della penisola deve essere meglio 
conosciuta per cogliere appieno l'opera orribile che il 
papato fece sempre, ma soprattutto in quegli anni, 
contro l'Italia, la sua libertà e la sua unità. 

Dopo la già citata battaglia-chiave di Pavia le trup- 
pe "imperiali" di Carlo V erano concretamente padro- 
ne di buona parte della penisola, ma purtuttavia quel 
re non era ancora imperatore e i suoi domini, vicever- 
sa, necessitavano di un'autorità quanto mai forte, poi- 
ché si stendevano (per quanto riguarda\'a l'Europa) su 
territori quanto mai vasti e dissimili e ciò non basta, si 
era ormai in presenza dello scisma luterano. 

Insomma, in breve, re Carlo ambiva a diventare 
imperatore e "magno", per questo c'era bisogno del 
papa. 

Con quello si usò prima il bastone e poi la carota. 

Il bastone furono i suoi "Lanzi" che (si veda oltre) 
scatenò sull'Italia e su Roma (1527) e la carota tu... il 
trattato di Barcellona del 20 giugno 1529. 

Questo trattato fu l'ennesima operazione di osce- 
na simonia da parte del papato e ricorda innumerevo- 
li precedenti, come quello con Carlo Magno e quello 
con Barbarossa (si veda): una ulteriore orribile com- 
mistione fra sacro e profano. 

Quel trattato fu un reale "contratto di vendita del- 
la benedizione papale" a Carlo re di Spagna, fra Carlo 
stesso e Clemente VII della famiglia dei Medici (si trat- 
tava in realtà di un figlio postumo e illegittimo di Giu- 
liano dei Medici, fratello di Lorenzo, che fu ucciso nel- 
la Congiura dei Pazzi). 

Il costo era variamente descritto ma ciò che ci in- 
teressa è che, in base al "baratto", Carlo V doveva, fra 
l'altro, abbattere la repubblica del popolo fiorentino e 
riproporre su quel trono la lamiglia dei Medici, ap- 
punto la dinastia dei papi Leone X prima e Clemente 
VII poi. E così sarà. 

Ancora una volta Sua Santità chiede\a quindi al 
futuro imperatore, in cambio della consacrazione ad 
imperatore, di "fare fuori" senza troppi complimenti 
un certo numero di italiani che difendevano la loro li- 
berta. 

Sarà co.sì che il 24 Ichhraio 1530 Ciarlo V sarà in- 
coronato imperatore a Bologna. Ciò non av\'errà a Ro- 
ma perché giudicata da quella "strana coppia" di lo- 



schi figuri, troppo insicura dopo lo scempio dei Lanzi 
di tre anni prima. 

Ma non andrà molto meglio anche in Bologna in 
quella rigida mattina di febbraio. Il comandante spa- 
gnolo De Ley^'a fece allontanare da mezza città tutti gli 
abitanti, per migliore sicurezza e fu così che gli spetta- 
tori alla cerimonia parlarono spagnolo e tedesco. 

Nient'altro. 

Di fatto l'appartenenza della Toscana all'orbita 
spagnola è stretta, anche se in modo più blando. Va ri- 
cordato infatti che nel 1600 Ferdinando I dei Medici 
cercherà di riequilibrare il potere riavvicinandosi alla 
Francia, ma è fatto senza particolari conseguenze. 

Grande decadenza economica e politica. 



Stato della Chiesa 

Formalmente indipendente è di tatto sotto la più 
totale influenza della Spagna, di cui è fra l'altro il prin- 
cipale supporto ideologico e politico. 

Gli spagnoli e i papi furono alleati omologhi e di 
indispensabile supporto l'uno per l'altro (la spada per 
la Spagna e il Credo per Roma), ma scomodi e infidi. 

Nel 1527 Clemente VII crede di potere "fare il fur- 
bo" nel solito gioco del cambio delle alleanze e, stufo 
di una presenza scomoda come quella spagnola, intes- 
se relazioni con la Francia. 

Quel papa non aveva capito che le cose erano or- 
mai definitivamente mutate e che i vecchi balletti fra i 
principati italiani non potevano ormai più essere para- 
gonati alla nuova situazione esistente fra gli stati na- 
zionali. 

La punizione che il duro "alleato" Carlo V inflisse 
ai riottosi duci dello Stato della Chiesa fu storica, indi- 
menticabile e feroce. 

In quell'anno si raccolse un corpo di spedizione di 
"Land Knechts" ovvero "ser\'i della campagna", per lo 
più protestanti (italianizzati in "lanzichenecchi"), la 
parte più infame del mondo germanico, un'enorme ac- 
cozzaglia di autentici ladri e assassini. Questi erano 
privi di un reale comandante militare, ed erano anima- 
ti da pura volontà omicida e di saccheggio, unita ad un 
certo disprezzo per i "papisti venditori di indulgenze". 

Questa gente mosse dai territori imperiali ispano- 
germanici (quelli delle "Loro Maestà Cristianissime"!) 
della bassa Germania, con destinazione Roma. 

Fu un'ennesima "spedizione pimitiva", fu "il sac- 
co di Roma ". L'Italia settentrionale e infine l'Urbe 
stessa saranno devastate da un flagello inaudito. Quel- 
la gente rimarrà a lungo in Roma sottoponendone gli 
abitanti a torture enormi nella \olontà di carpire loro 
ogni più piccolo denaro e lasciando come souvenir un 
dono grazioso: la peste. 

Questa fu la qualità civile e culturale del sistema 
politico ispano-pontilicio. 



Llhiìiii e II- Tre Udite 



71 



C) Il Cinque-Seicento nell'Italia meridionale 



Conquistata Napoli nel 1442 e riconquistatala nel 
1503 dopo una brevissima presenza francese, il terri- 
torio poi definito "delle due Sicilie" è considerato co- 
lonia e governato da un viceré spagnolo fino al 1707. 

Sia nella grande Sicilia che nella luminosa capitale 
partenopea iniziò da allora una decadenza di costumi 
che non si arresterà più. Le spaventose condizioni di 
vita della popolazione delle campagne, vessate dagli 
odiosi hidalgos e dagli assassini loro guardaspalle, por- 
tano ad un'altissima urbanizzazione che farà giungere 
Napoli a ben 600.000 abitanti. 

Miseria, sottonutrizione e pestilenze causano stra- 
gi fra la popolazione che si riduce, dopo l'ennesima 



epidemia, a circa 200.000 abitanti. Dopo alcune pro- 
teste, nel 1647 esplode improv\'isa e durissima la ri- 
volta popolare condotta da un giovanissimo pescato- 
re capopolo amalfitano: Tommaso Aniello, detto 
"Masaniello". 

Purtroppo non esisteva una preparazione sociale, 
culturale e militare di questa iniziativa. Si trattava di 
una fiammata fugace e il comportamento di Masaniel- 
lo divenne subito assurdo e improvvido, ai limiti della 
follia. Venne ucciso e la rivolta che da lui prese il no- 
me svanì nel nulla, ridando spazio alle precedenti ves- 
sazioni. 

Un corpo di spedizione mOitare spagnolo, inviato 
direttamente dalla capitale Madrid, soffocò nel sangue 
le aspirazioni napoletane verso la libertà. 



I 



. Vl.(»n 






^r Fiume 



- ."-"^ Li ''"^ °"^^ ^ 






IMRE R TEDESCO 



Oominro. J'/.V- .-. /. 



'^ 



L ITALIA 

DAL 1559 AL 1700 



7^ JP ICQ 1^0 _ r i 

Chriometri 



^.W^^V" >x 




Carta storica d'Italia. 



72 



Roberto Sgarzi 



4. Il Settecento 



È il Settecento il secolo che produrrà nella peni- 
sola quei cambiamenti che renderanno concreti e an- 
cora pili evidenti le differenze culturali e sociali che 
identificano le tre parti nelle quali si compone oggi lo 
stivale. 

Nella seconda metà del Seicento inizia ovunque in 
Europa il crollo della potenza ispanica, che portava 
del resto in sé le cause della sua stessa distruzione. 

Il confronto con il resto d'Europa non regge. 
L'"uomo nuovo luterano" aveva stimolato una serie di 
grandi mutazioni: al nord la scienza e il progresso civi- 
le galoppano. In Inghilterra nel 1649 la mannaia rivo- 
luzionaria fa saltare la testa di Carlo I, re assolutista ed 
è la rivoluzione borghese. E il Parlamento, come con- 
sesso di cittadini liberamente scelti dal popolo, che go- 
verna. Si affaccia U secolo dei lumi. 




Situazione geopolitica d'Italia all'inizio del Settecento. 



A fronte di ciò l'odioso impasto di fanatica fede 
pagana e di spaventosa violenza, sulle quali si reggeva 
l'Impero ispano-pontificio, croUa. 

In Italia del collasso spagnolo beneficia la più cat- 
tolica delle province germaniche: l'Austria. 



L'Austria potenza egemone in Italia 

Di questo paese e della sua storia gli italiani con- 
servano l'immagine appresa su ogni banco di scuola: 
l'odiato tedesco, barbaro e nemico. 

Essa coincide con quella voluta e falsamente co- 
struita dalla propaganda politica sabauda e italiana fi- 
no alla Seconda guerra mondiale. Le cose andarono in 
maniera diversa. 

L'Austria è minacciata nel Seicento dall'invasione 
turca. L'armata ottomana giunge ad assediare Vienna 
nel 1683, dove è duramente battuta dalle armi impe- 
riali austriache, unite agli alleati polacchi di re Sobie- 
ski. La marea turca refluisce, inseguita e sconfitta dal 
Principe Eugenio, piemontese, maresciallo dell'impe- 
ro e gli austriaci dilagano in Ungheria, Transilvania, 
Bulgaria, Serbia, Croazia, Carnia. 

La trionfale vittoria di Vienna sul pericolo turco 
coincise per l'Austria con un'esplosione di vitalità in 
ogni ambito deUe attività di quel paese. 

Nel 1706, a causa di una delle solite guerre e dei 
complessi giochi dinastici tipici di quel momento sto- 
rico (guerra di successione spagnola 1701-171-1, tratta- 
ti di Utrecht e Rastatt), l'Austria subentra alla Spagna 
nel possesso della Lombardia e come potenza egemo- 
ne sul territorio italiano, mentre i possedimenti veneti 
e il Regno sabaudo non cambiano status. 

E in questo momento che inizia per la Lombardia 
il salto verso l'Europa. Non a caso Mediolanum fu nel 
lontano 292 d.(]. capitale dell'Impero romano d'Occi- 
dente, non a caso hi l'animatrice della Lega lombarda 
(11 67) e sarà la capitale della napoleonica Repubblica 
cisalpina (1797); questa città e la regione che le si rife- 
risce hanno sempre avuto, nel tempo, caratteristiche di 
particolare prestigio, nella produzione dei beni, nella 
forza delle armi, nelle arti e nelle scienze. La presenza 
spagnola aveva forzatamente molto depresso e com- 



73 



presso il potenziale innovativo e commerciale lombar- 
do. La Lombardia, frammento d'Europa, era caduta 
nel più feroce e buio mediterraneo e il raffronto fu 
quanto mai duro ed esplicativo per chi si recasse ol- 
tralpe, fatto abituale per mercanti e viaggiatori, attra- 
verso i molti passi alpini assai agibili nei mesi estivi. 

Esattamente come oggi, oltralpe, gli incantati viag- 
giatori vedevano un mondo diverso e, per certi versi, 
affascinante: Svizzera, Francia, Baviera ed Austria. Era 
l'Europa, l'Europa dell'illuminismo, faro di civiltà che 
caratterizzerà con la sua cultura, la sua filosofia e il suo 
modello sociale, la vita di tutto U pianeta nei secoli a 
venire. 

È in Europa, è in questa Europa, che la Lombar- 
dia, liberando finalmente un potenziale troppo a lun- 
go compresso, entra a vele spiegate. Ed è l'Austria, 
questa Austria, l'occasione che consente il riaggancio. 

"Austria felix". Austria felice si soleva dire e ce 
n'era ben ragione. 

I principi austro-boemi avevano, è ben vero, par- 



teggiato per la dimensione cattolica durante le guer- 
re di religione, ma la cultura germanica, immanente 
in quell'area, aveva tutto connotato in modo assai di- 
verso nei confronti dell'ispanismo: fede profonda e 
non sanguinario paganesimo, amati sovrani presenti 
nel popolo e per il popolo e non osceni, violenti ti- 
ranni. 

L'Austria si identificò con la sua casa regnante. 
Mai nella storia si vide tanto rispetto e tanto amore, fra 
dinastia regnante e popolo tutto e questo sempre. Pro- 
prio l'ultima coppia di sovrani composta da Francesco 
Giuseppe ed Elisabetta di Baviera, fu la piiì amata, al 
punto di dedicare alla mitica "Sissi", ancora nei giorni 
nostri, una fortunata serie di produzioni cinematogra- 
fiche. Ma questo è colore. 

Non fu colore, ma alta, innovativa, politica quella 
che caratterizzò il Settecento austriaco e lombardo, e 
che fu realizzata dalla grande Maria Teresa sovrana 
d'Austria, illuminata e saggiamente ispirata da un 
grande marito, Francesco di Lorena. 




' J ' \. <ÉKcn,,,., , .»4!j(|.., ■ .''^WP 5 «ARINO- -^J'^ ° A, 



„,/„ , «^àX^hp» ■ .^l^£P5l>^ARIN0- 



Ni 



M ^ 




STATO Mt*^ _ V O ^ -■' le^o 









/v 



REO NO <>i 
S(ÀRDEOr<(A 

? , ' 
Uffifìm -^ f 



'Pispoli ' ^ 



OMin/rvacia 



>■*<„ VUMJIMIOo 
I *10MtSEORC 



C 



,' S 0Ì»*/"0 Q^ttnu 



n f^ R 



T l R R L N 



MAR 




\ I - -Renelle L J ^<^'(fflk25iciìie:ì^) 

■Bn Sucàfo <fi /òrma 1. . „ „ j ùomi^ìe^usMàCO 




'^ A N E 



Carta storica d'Italia. 



74 



Roherlo Sgarzt 



Era giunto il tempo in cui la ragione dell'uomo, 
vincendo la barbarie e la superstizione, ambiva dare al- 
l'uomo la ci\'iltà. Il "secolo dei limii" portò all'Austria, 
per prima nel mondo, il raggio della cultura. 

Dopo i fatti inglesi del Seicento la prima vera gran- 
de rivoluzione occidentale positivistica e umanistica, 
ben prima di quella americana ( 1776) e di quella fran- 
cese ( 1789) fu quella austriaca di Maria Teresa, di Giu- 
seppe II e di Leopoldo II. 

Quella rivoluzione, ancora oggi poco nota, ebbe 
alcuni grandi meriti: fu la prima, fu radicale, saggia, 
dotta, equilibrata. Se ancora oggi la rivoluzione au- 
striaca è misconosciuta è perché non ha avuto certi 
tocchi di truculenta follia omicida come ebbe la Rivo- 
luzione francese, ancora oggi rappresentata dalla cele- 
bre ghigliottina, né ebbe l'enorme capacità di propa- 
ganda che gli Stati Uniti si costruirono attraverso la 
forza dei loro mass media e dei loro mezzi di propa- 
ganda, ma verrà un giorno in cui gli storici finalmente 
riconosceranno l'importanza di questa rivoluzione au- 
striaca che portò all'umanità un enorme avanzamento 
civile e culturale, senza costare alla stessa. . . nemmeno 
una stilla di sangue. 

Maria Teresa (Vienna, 13 maggio 1717 - Vienna, 
29 novembre 1780) lu grande moglie e grande madre. 
Diede al marito, in 29 anni di felice matrimonio, ben 
16 figli e fu sposa devota e innamorata. La morte del 
marito la colpì di inesauribile tristezza. 

Maria Teresa fu grande regina (1740) e una delle 
fondatrici dell'Europa moderna. Basilare la serie di 
riforme, da lei intraprese, che trasformarono un'orga- 
nizzazione feudale in uno stato moderno: unificazione 
della legislazione, obbligo generale delle imposte, ri- 
duzione dei poteri locali, creazione (nel 1761) di un 
Consiglio di stato quale supremo organo di governo. 
La sovrana limitò pure i poteri dei nobili, liberò i con- 
tadini, vitalizzò l'industria, rese obbligatoria l'istruzio- 
ne popolare (1770). 

Un breve, opportuno raffronto. La legge Coppino, 
che rese obbligatoria in Italia l'istruzione popolare per 
i bambini dai sci ai no\'e anni, risale al... 1877! 



Maria Teresa, sotto l'influenza del figlio Giusep- 
pe II, di cultura illuministica, imperatore e sovrano 
d'Austria, con la madre, dal 1764, attese alla secolariz- 
zazione dello stato, sottrasse al dominio clericale l'i- 
struzione pubblica, espulse i gesuiti, instaurò il divor- 
zio, adottò il libero commercio dei grani, ebbe polso 
lermo nei confronti delle autorità ecclesiatiche, fautri- 
ci della piij fiera conservazione. 

Alla morte di Maria Teresa, Giuseppe II accelerò 
le riforme in essere con ulteriori leggi, quali la prote- 
zione delle minoranze religiose, l'abolizione dei mona- 
steri contemplativi, con conseguente incameramento 
dei loro beni, e riformò l'esercito. 

Nell'ambito giuridico, Giuseppe II prima e Leo- 
poldo II poi riconobbero particolari diritti nella difesa 
dell'imputato e abolirono la tortura (si può ben dire 
che il nostro sistema giuridico odierno offre meno di- 
gnità al cittadino di quanto prevedesse lo stato au- 
striaco di Giuseppe II). 

Certi odierni magistrati italiani (si pensi al proces- 
so Marta Russo!) avrebbero potuto mai essere magi- 
strati in quei tribunali? 

Lascio ai lettori la risposta, con un consiglio. Nel 
caso fosse negativa è forse consigliabile che se la ten- 
gano per loro e non la confidino ad alcuno. 

Per quanto riguarda quest'ultimo aspetto, partico- 
lare rilievo va dato ad un grande lombardo. Cesare 
Beccaria, che con il suo libro Dei delitti e delle pene, 
influenzò al riguardo in modo assai positivo il pensie- 
ro della corte austriaca e dell'Europa. Questo a dimo- 
strare come subito la Lombardia si inserì in modo at- 
tivo e propositivo nel civile nuovo mondo proposto 
dagli Asburgo austriaci. 

Questo fu l'Austria e questo fu la Lombardia, uno 
stato avanzatissimo per quel momento storico e che fu 
subito occasione di riferimento per tutto il Settentrio- 
ne d'Italia. 

La presenza austriaca fu però quanto mai disomo- 
genea sul territorio italiano. Il Granducato di Parma, 
ad esempio, non ebbe legislazioni avanzate. 



A) Il Settecento nell'Italia settentrionale 



Piemonte 

Risentì in modo assai modesto della ventata dei 
tempi nuovi e rimase, a differenza di quella austriaca, 
una monarchia fortemente assolutistica. Sul suo terri- 
torio si svolsero aspre battaglie fra francesi, spagnoli, 
austriaci e, naturalmente, piemontesi. Questi ultimi in- 
fatti, si allearono spregiudicatamente e in modo alter- 
no alle varie potenze del momento. Il Piemonte riuscì 
però a mantenere la propria indipendenza, ad allarga- 
re il proprio territorio fino al Ticino e ad ottenere l'ac- 
quisizione della Sardegna. 



Lombardia 

Della Lombardia si è già detto, essa bencliciò del- 
le riforme asburgiche, che proprio in questa regione 
spesso anticiparono legislazioni avanzate, poi estese al 
resto dell'Impero. Questa parte d'Italia potè godere di 
rispetto per il cittadino-suddito, di libertà politica e di 
autonomia amministrativa estesa sino alle ultime fra- 
zioni delle strutture dello stato, assolutamente impen- 
sabili per le altre parti d'Italia, se si eccettua il Veneto. 

Una fra le riforme piìi importanti fu l'adozione del 
catasto generale, al fine di una corretta imposizione 
del fisco (1783). 

l !n rallronto si im|Kine. 



Vllalia e le In- Italie 



75 



Tutti sanno come purtroppo, in alcune province 
meridionali d'Italia, il catasto sia ancor oggi e non a ca- 
so, fatto... discutibile, anzi quasi inesistente. 

Un'ulteriore riflessione: oggi l'industria tessile rap- 
presenta gran parte del benessere di Lecco, Como e 
della sua provincia, quella metalmeccanica ha lo stesso 
significato per le province di Brescia e Bergamo. Le 
ragioni sono antiche e vanno appunto riferite alla sag- 
gia e provvida amministrazione di Maria Teresa. 

Dominio veneziano 

Il visitatore e il turista che oggi visitino Venezia ri- 
mangono incantati dalle testimonianze del Settecento. 
Tutto affascina e dà immagine di grandezza: i palazzi 
del Canal Grande, la musica di Vivaldi, i pittori come 
Longhi, Guardi, Canaletto. Tutto fu bello in una Ve- 
nezia in dura decadenza. Nella Serenissima di quel pe- 
riodo ogni divertimento fu possibile. E la dolce follia 
che presagisce la perdita dell'indipendenza e dell'i- 
dentità... si dice che l'orchestra suonasse nel Titanic 
che affondava. 

Le ragioni erano molto varie e lontane da San Mar- 



co. La scoperta delle Americhe e le grandi esplorazio- 
ni avevano spostato per sempre il baricentro di traffici 
e commerci. Il Mediterraneo non era più il centro del 
mondo, ma uno dei molti laghi della Terra. 

La marea costituita dal terribile Impero turco, ave- 
va sommerso tutto e travolto ogni difesa. Si arresterà 
solo a due passi da casa: vicino a Fiume, in Dalmazia. 
La Serenissima era salva, ma ferita a morte. 

L'Arsenale, che fu per sei secoli la più grande in- 
dustria d'Europa, produceva sempre meno e fabbrica- 
va ormai solo su licenza inglese o olandese e ciò per- 
ché il mondo più avanzato della navigazione era negli 
sterminati oceani e non nel bacino di San Marco. 

Il modello di governo, rappresentato da un'aristo- 
crazia repubblicana e illuminata, aveva fatto il suo 
tempo. Nel 1796 Napoleone, con atto odioso, ma sen- 
za spargimento di sangue, formahzzerà la scomparsa 
del millenario governo di Venezia. Alvise Zorzi intito- 
lerà un suo libro: Venezia Serenissima, mille anni di 
buon governo. 

Ne avrà ben ragione. 



B) Il Settecento nelrltalia centrale 



Granducato di Toscana 

Il crollo della potenza spagnola alla fine del Sei- 
cento e la conclusione della guerra di successione a 
questo trono, fanno sì che il Granducato di Toscana 
entri nell'orbita austriaca, con la conseguente presen- 
za sul trono di principi di sangue asburgo-lorenese. Si 
ebbe quindi H regno del granduca Francesco Stefano 
1738-1765, ma soprattutto quello di Pietro Leopoldo, 
che diverrà poi imperatore d'Austria. Il regno di que- 
st'ultimo (1765-1790), apporterà anche in Toscana le 
auree riforme che caratterizzarono l'Impero austriaco 
di quel momento e di cui già si è parlato. 

Un episodio fra i tanti. 

Nel 1786 Pietro Leopoldo abolisce la sentenza di 
morte nel suo reame, ma non gli basta. In quel mo- 
mento la prigione di stato e il luogo ove vengono ese- 
guite le sentenze di morte è nel Bargello, l'antica for- 
tezza della Repubblica fiorentina costruita nel pieno 
centro della città. 

Fu appunto nella corte interna di quel tetro ma- 
niero che quel grande sovrano fece, in un mattino ra- 
dioso per la storia dell'uomo, ammassare ogni stru- 
mento di morte e di tortura presente nelle prigioni. 

Un enorme fuoco liberatore e distruttore di tutte 
quelle infamie tu il segnale del reale cambiamento nel- 
la qualità della civiltà di quella gente. 



Il lettore che abbia assistito alle riprese televisive 
del processo per l'omicidio di Marta Russo e abbia di 
conseguenza constatato le terribili torture psicologi- 
che alle quali sono state sottoposte le persone coinvol- 
te in quell'orribile episodio giudiziario, si renderà con- 
to della differenza che ancora oggi esiste fra quella giu- 
stizia e quella civiltà asburgica, all'epoca presente in 
Toscana e questa giustizia e questa civiltà, viceversa di 
ispirazione borbonico-mediterranea, che gravano oggi 
su tutta l'Italia. 

Si può ben dire che la linea di frattura fra Italia del 
nord e del sud, fra mondo ad influenza culturale ger- 
manica e mondo ad influenza culturale mediterranea, 
si crea in modo netto al confine meridionale della To- 
scana. 

Stato della Chiesa 

La cattolica Austria, rispettosa dell'autonomia del- 
lo Stato della Chiesa, non entra nei palazzi romani. 

L'Illuminismo e i tempi nuovi non abiteranno, na- 
turalmente, qui. 

Il pontificato rimane stato duramente medievale, 
ortodosso e integralista, U pensiero rimane queOo tole- 
maico e agostiniano, U sistema di governo rimane teo- 
cratico feudale. 

Culturalmente lo Stato della Chiesa si stacca dal 
resto d'Italia. 



76 



Roberto Sgarzi 



C) Il Settecento nell'Italia meridionale 



Il Regno delle Due Sicilie e i Borboni 

l'cnso che sia molto giaxe pur l'odierno cittadino 
italiano fare ciò che molti di noi fanno, fingere di igno- 
rare le dure differenze che ancora oggi distinguono l'I- 
talia del nord, del centro e dei sud. 

È grave perché, naturalmente, ciò aggra\'a il pro- 
blema e allontana quella soluzione che tutti ci propo- 
niamo e cioè l'annullamento di queste distanze. 

E viceversa dovere di ogni buon cittadino assume- 
re accurata consapevolezza di queste distinzioni stori- 
che e attuali che caratterizzano queste tre parti, delle 
loro miserie, delle loro grandezze, e anche delle men- 
zogne e delle feroci ingiustizie, spesso folli, che sono 
state disseminate da interessati figuri sulla strada del- 
l'unità d'Italia. Quella vera, naturalmente, non quella 
unicamente geografica, ma l'unità nella libertà e nella 
giustizia per le genti che compongono l'Italia. 

A questo fine mi sembra di notevole importanza 
seguire la storia del Meridione d'Italia e cioè del Re- 
gno delle Due Sicilie, dalla sua nascita, attorno al Set- 
tecento, fino alla spedizione di Garibaldi e Cialdini 
che ne decretò poi la conquista e la scomparsa. 

Ciò perché è in questi tempi, lontani e invece vici- 
nissimi, che si creano, fondate su basi storiche già con- 
solidate, le premesse della "questione meridionale" e 
cioè, in parole povere, le ragioni per le quali certi ita- 
liani si considerano, con reciproco grande dispregio, 
"terroni" e "polentoni", causando enormi, universali 
problemi di rapporto civile e di sviluppo del paese. 

E di grande interesse verificare per quali ragioni, 
spesso fondate e importanti, ma anche incredibili e ri- 
sibili, in quei tempi il nostro paese perse le opportu- 
nità di una reale e concreta unità. 

Proprio il 1° settembre 1700 i molti scricchiolii del 
sistema di potere ispano-pontificio divennero un crol- 
lo totale e la causa scatenante tu apparentemente ba- 
nale: Carlo I re ed imperatore di Spagna morì senza 
eredi, la caccia era aperta. Infatti molti paesi e molte 
famiglie regnanti d'Europa si avventarono suir"ere- 
dità" e in particolare Filippo di Francia e Giuseppe I 
d'Austria. 

Dobbiamo ricordare che a quel tempo e nonostan- 
te i molti eroici tentativi per riconquistare la libertà, il 
Regno delle Due Sicilie era, da secoli e secoli, colonia 
spagnola con a capo un governatore (viceré) spagnolo 
e trattato né più e né meno come le l'ilippine, o il 
Perù, o la Colombia, cioè quasi come schiavi, senza li- 
bertà e dignità. 

In quel 1700 il rapporto assai variabile che legava 
popolo e nobiltà del vicereame napoletano alla Coro- 
na tli Spagna era ormai usurato, sia per via delle molte 
ribellioni sempre represse nel sangue, ma anche in re- 
lazione alle influenze illuministiche che ormai avevano 
in\estito le popolazioni tlel Meridione. 




Napoli, Teatro San Carlo, uno degli esempi del luminoso Settecento 
napoletano. 



Filippo V, il nuovo "spagnolissimo" re di Spagna 
cosciente di questo, si recò a Napoli per sottolineare il 
suo antico possesso del sud della nostra penisola, ma 
gli andò male. Quel potere era ormai debolissimo e 
Napoli non diede né un uomo né un soldo per la dife- 
se di quella struttura socio-politica che ormai odiava. 

Fu per questo che il 7 luglio 1702 le truppe dei 
pretendenti austriaci occuparono la capitale e subito 
dopo tutto il Regno. I napoletani accolsero senza op- 
porsi i nuovi padroni, cosa che in altri tempi non si sa- 
rebbe mai verificata. 

Finalmente, dopo secoli di avvilimento etico ed 
economico del paese, pareva che quegli orribili iberici 
fossero spariti dalle Due Sicilie e subito si posero gran- 
di speranze nell'amministrazione austriaca che sta\'a 
dando ottima prova in tutti i paesi (Area padana com- 
presa) da essa governati. I trattati di Utrecht e Rastatt 
erano chiari: tutta l'Italia, isole comprese, ma meno 
Roma, Piemonte e Stato veneto, era degli Asburgo au- 
striaci. 

Ecco quindi la grande occasione per l'Italia. Si, l'I- 
talia, perché anche se allora di Italia nessuno parlava, 
quasi tutto il nostro paese era concretamente riimito... 
certo sotto il duro imperio di un imperatore straniero, 
ma lo era. 

Grande fu quindi la possibilità dell'unità ammini- 
strativa, politica e militare del paese, ma purtroppo la 
cosa non funzionò in quanto la presenza austriaca nel 
sud si limitò dal 1706 al 173 3. Furono 21 lunghi anni, 
ma la cosa tini lì. 

Ditticile ancora oggi identificare le reali ragioni di 
questo storico insuccesso, anche perché la storiografia 
italiana ufficiale e scolastica si antepone a quella filo- 
borbonica, dando interpretazioni di fiera e pregiudi- 
ziale anteposizione, comunque si può dire che in quei 
27 anni si alternarono in Napoli ben undici governa- 
tori austriaci, senza però determinare quell'atteso mi- 
glioramento di uomini e cose. 

La miseria e le condizioni tli struitamento dei "na- 



ì'ìliiliii e le Tre ìlalic 



77 



poletani" rimasero più o meno inalterate e la delusione 
si trasformò rapidamente in opposizione alle autorità 
austriache. Come spesso succede in Napoli, ove si san- 
no convertire in positivo situazioni negative con l'umo- 
rismo e il realismo ottimistico e pragmatico, ecco il 
commento popolare all'operato del penultimo dei go- 
vernatori napoletani: Luigi Tomaso, conte di Harrach. 

"O credevano 'nu truono chist'Arrach e invece è 
sulamente nu tricchetrach". 

Cioè: "Questo barone di Harrach, che era stato di- 
pinto come un fulmine tonante, era in realtà solo un 
piccolo petardo". 

Ma una cosa anche appare chiara: l'Austria, po- 
tentissima in quel momento, stava esercitando un 
grande sforzo politico-militare contro i terribili e sel- 
vaggi turchi per LI possesso dell'Europa orientale: Slo- 
venia, Croazia, Ungheria, Valacchia, Serbia ecc. Sforzo 
immane per l'espansione in territori piij vicini geogra- 
ficamente e più omologhi storicamente e culturalmen- 
te all'Austria di quanto fosse il sud Italia: era questo 
che entrava nei disegni dell'Austria, non altro. 

Insomma il Regno delle Due Sicilie era troppo lon- 
tano e troppo diverso dall'Austria per poterla real- 
mente interessare. Qualcosa del genere avvenne pure 
con il Regno di Piemonte in tempi coevi a questi even- 
ti, con lo "scambio" isic) Sardegna contro Sicilia 
(1720), proprio per ragioni di possibilità di ammini- 
strazione. 

A questo punto ciò che mandò a scatafascio una 
ipotetica possibilità di omogeneizzazione culturale 
dell'Italia fu appunto questa deludente amministrazio- 
ne e l'intervento nella politica europea e italiana... di 
un abate piacentino e di. . . una bella parmigiana. E fu- 
rono fattori questi che bastarono a sconvolgere i piani 
dei governi e i trattati internazionali. 

Il primo fu l'evidente longa 
manus della Chiesa cattolica 
che, spaventata dal croUo della 
potente "associata in impresa" 
e cioè di quella Spagna, si im- 
pegnò per risolvere, in modo 
ad essa favorevole, il problema 
della successione, con la nomi- 
na al trono di un sovrano spa- 
gnolo: Filippo V. 

Roma mise alle costole di 
quel monarca in crisi, Giulio 
Alberoni, un abate piacentino, 
figlio di un povero ortolano, 
ma autentico genio politico: 
c'era un pericolo, che era quel- 
lo di sempre e cioè che il nord 
e sud d'Italia, con la citata, 
contemporanea presenza au- 
stro-germanica, avessero uno 
stesso autorevole dominio e 
cioè che l'Italia divenisse unita. 



Questo avrebbe determinato la solita, temutissima 
minaccia mortale per lo Stato della Chiesa che era col- 
locato geograficamente, a mo' di cintura, esattamente 
al centro della penisola, a dividere sud e nord. 

La reazione fu autorevole. 

Alberoni divenne primo ministro e fu il reale auto- 
re del risveglio spagnolo e della continuità del suo im- 
pero in Italia. Egli riorganizzò con fermezza l'ammini- 
strazione, l'economia, l'esercito, la marina. 

Subito le iniziative politiche si moltiplicarono: l'a- 
bate creò difficoltà all'Inghilterra sostenendo le pretese 
di Giacomo Stuart; favorì e ordì congiure contro Filip- 
po d'Orléans, previde per le sue Parma e Piacenza una 
grande ed espansiva influenza in Italia; ma soprattutto 
incitò turchi, svedesi e ungheresi contro l'Impero d'Au- 
stria, quell'impero che era ormai uno dei grandi centri 
dell'Illuminismo, mortalmente pericoloso per Roma. 

Soprattutto trovò per il re di Spagna una nuova 
moglie. Già, perché successe che il succitato Filippo 
V di Spagna rimase vedovo con due figli e la nuova 
moglie di quel monarca fu, sempre grazie alle mano- 
vre dell'Alberoni, una bella ed energica donna delle 
sue parti "padane": Elisabetta Farnese della casata di 
Parma. 

Qui la Storia degenera in un'incredibile "telenove- 
la", che sempre aveva come base gli intrighi interna- 
zionali di uno Stato della Chiesa minacciato, con un fi- 
nale favorevole sì alla bella Parmigiana, ma secondo 
molti, pesantemente negativo per i poveri napoletani. 

Avvenne infatti che la brava Elisabetta Farnese 
diede al marito, bellezza, sapienza, astuzia politica e, si 
pensa, anche tutto ciò per cui le belle parmigiane van- 
no giustamente famose ma, da brava madre-chioccia 
padana, in cambio di una promessa: i figli dell'impera- 
tore di Spagna avrebbero avuto un regno. 




Dipinto raffigurante Ferdinando I re delle Due Sicilie, la moglie Maria Carolina d'Austria e i figli. 



7S 



Roberto Sgani 



Furonci i duri, inesorabili \oleri di Elisabetta, den- 
tro e fuori del talamo nuziale, a ridare ali ai piedi ad 
una Spagna che non esitò a stracciare i trattati di Utre- 
cht e Rastatt: si riandava alla guerra per H possesso di 
Napoli e del Meridione d'Italia... i "ragazzi" del re e 
della bella Parmigiana volevano il giocattolo, ma so- 
prattutto Roma voleva allontanare l'antico pericolo ili 
\edere in Italia lo stesso potere sia al nord che al sud, 
con evidente minaccia di mortale schiacciamento del- 
la geografica "cintura pontificia". 

Ecco quindi appunto Don Carlos, l'erede, sbarca- 
re alla testa di un esercito spagnolo per riprendersi ciò 
che considerava suo e... costruirsi un "patrimonio". 

Tutto gli tornava a favore, l'allontanarsi degli au- 
striaci con piccole scaramucce, tanto per salvare la fac- 
cia e il favore per la sua impresa di Francia e Inghil- 
terra, che vedevano con preoccupazione l'ingrandirsi 
dell'Austria in Europa. 

Ecco quindi tornare gli spagnoli sul suolo napole- 
tano (27 dicembre 1733), ma solo in parte, perché 
Don Carlos dei Borboni di Spagna, che divenne di 
conseguenza Carlo III di Napoli, con il gentOe assenso 
del suo Augusto Padre Imperatore di Spagna, sancì 
l'indipendenza del suo Regno da quella Corona. 

Insomma il debito con la "bella Parmigiana " era 
saldato e nacque così il Regno delle Due Sicilie gover- 
nato dalla dinastia dei Borboni di Spagna. 

Durerà 124 anni, ma con un lungo e tragico inter- 
mezzo napoleonico e cioè fino alla spedizione garibaldi- 
na, forse pochi per potere operare grandi riforme delle 
strutture del paese, in quel momento in orribili condi- 
zioni di colonia sudamericana; forse troppi per le gran- 
di polemiche che alimenterà in epoca risorgimentale e 
post-risorgimentale, circa la reale qualità socio-politica 
di quel governo, ma sicuramente a sufficienza per fare 
apprezzare ai sudditi del Regno deOe Due Sicilie, anche 
se in modo diverso nelle varie regioni che lo compone- 
vano, il sapore, il gusto e la dignità della loro libertà. 



I Borboni e il Settecento napoletano 

Documentandosi su questi latti e scrivendo queste 
righe non si può non essere presi da un certo scora- 
mento nel constatare con quale facilità, in ogni tempo 
e sotto ogni latitudine, il potere politico ed economi- 
co, avendo a disposizione danaro, scuole, intellettuali, 
storici, scrittori, ma soprattutto stampa e oggi la deva- 
stante televisione, possa costruire a suo piacimento 
opinioni e coscienze dei cittadini amministrati. 

Così accadde per noi italiani per quanto riguarda 
la qualità dei Borboni nafioletani ed è incredibile veri- 
ficare quanto di ingiusto e bugiardo, dal Risorgimento 
sabaudo ad oggi, sia scientificamente costruito e anco- 
ra si continui a fare e accettare. 

E da quel momento che le definizioni "boibonico", 
ma anche "napoletano", "meridionale", sono messe in 



automatica relazione con realtà particolarmente dequa- 
lificate e dequalificanti, un povero mondo sottosvilup- 
pato, inutile e incapace, al quale "per sua fortuna" un 
Piemonte (oggi si direbbe Padania) nobile, efficiente e 
generoso, concedeva un aiuto per strapparlo al sotto- 
sviluppo, alla miseria nei cuori e nelle cose. 

Questa bugiarda equazione in\'entata nel 1860 per 
giustificare la terribile impresa militare picmtMitese, te- 
sa alla conquista della prima colonia sabauda, costitui- 
ta appunto dal Regno delle Due Sicilie, è falso storico 
clamoroso, è menzognera e incredibile. E orribile che 
essa ancora sia presente nei cuori della stragrande 
maggioranza degli italiani. 

Non vi sarà vera unione del paese, se non nella giu- 
stizia e nella verità. Ecco perché è importante analiz- 
zare compiutamente, anche se in modo necessaria- 
mente sintetico, l'opera e la realtà del Settecento e poi 
dell'Ottocento napoletano, proprio perché poco, trop- 
po poco, conosciamo circa la realtà storica del Meri- 
dione napoletano, mentre le rosee e agiografiche favo- 
lette sui Savoia, dipinti come sempre piti buoni e ge- 
nerosi, hanno riempito certa pubblicistica, scolastica e 
non, fino ai giorni nostri. 

Mentre invito il lettore ad utilizzare l'ampia e do- 
cumentata letteratura in merito presente in molte e ric- 
che librerie (soprattutto napoletane gravitanti attorno 
a Porta Alba) diciamo subito che il Settecento napole- 
tano non fu assolutamente l'infamia che più volte sen- 
tiamo descrivere, ma fatto connotato di aspetti contra- 
stanti che opposero grande esuberanza e alta qualità 
operativa e intellettuale ad altri esempi effettivamente 
disperanti. Realtà comunque tale da consentire un am- 
pio raffronto con gli altri Stati presenti nella penisola. 

Diciamo subito che il Settecento napoletano ebbe 
aspetti culturali, politici e sociali esaltanti che grave- 
mente non sono indicati, particolarmente nelle scuole 
attuali, come una delle glorie del nostro paese. Infatti 
in pochi decenni a partire dalla Dichiarazione d'Indi- 
pendenza del 1734, Napoli divenne una grande capi- 
tale con una classe intellettuale di prim'ordine e sicu- 
ramente tale da essere equiparata a quelle delle coeve 
nazioni europee. 

Al riguardo Milano e Napoli presentano alcuni 
aspetti assai simili. Il raggiungimento dell'indipenden 
za, o quanto meno l'allontanamento della presenza 
ispano-pontificia, liberarono grandi e complesse po- 
tenzialità. 

Come una molla compressa subito Napoli e il Re- 
gno di Ciarlo III si trasformarono in una granile capi- 
tale e in un grande regno europeo. Tutto era un unico 
cantiere edile con la realizzazione di nuove strade, 
ponti, teatri, pala/zi di nobili che si trasferivano nella 
capitale. 

11 teatro San Carlo tu realizzato in soli otto mesi! 

Si favorì il commercio e si cominciò a strutturare 
un catasto, si cercò di temperare le prepotenze di cle- 



i:ìliili,! e le Tre ìliilie 



79 




Re Ferdinando I. 



ro e nobili, si migliorò la giustizia. Al riguardo si pro- 
mulgò il "Codice Carolino" che cercava di unificare le 
undici {s/cl ) legislazioni, concomitantemente presenti 
nel Vicereame spagnolo, come reliquato dei vari regni 
precedenti il Settecento napoletano. 

I protagonisti di questa storia furono fondamen- 
talmente quattro: il suddetto Carlo III, il marchese 
Bernardo Tanucci, il figlio di Carlo, re Ferdinando IV 
(si fece chiamare Ferdinando IV di Napoli e III di Si- 
cilia, o anche Ferdinando I delle Due Sicilie: cosa biz- 
zarra) e sua moglie Maria Carolina. 

E una storia bella, drammatica, con i tocchi del ro- 
manzo storico romantico; il fatto è che è una storia vera. 

Carlo III evidentemente aveva l'occhio lungo e sa- 
piente perché in un suo viaggio in Toscana conobbe e 
apprezzò un aretino, Bernardo Tanucci, docente di ma- 
terie giuridiche nell'Università di Pisa, un illuminista 
moderato. Evidentemente re Carlo aveva la rara dote di 
riconoscere gli uomini come queUo: il marchese Bernar- 
do Tanucci che subito divenne il primo ministro e reale 
uomo di potere del Regno delle Due Sicilie. 

II grande progresso di quella Napoli per circa mez- 
zo secolo fu opera sua. 

Anche perché il suddetto Filippo V, il generoso pa- 
dre di Carlo III, mori nominando nuovo re e impera- 
tore di Spagna, appunto Carlo III re di Napoli. 

Il re di Napoli subito assunse quel trono (1759) e 
abdicò in favore del piccolo Ferdinando I di soli nove 
anni, ma di fatto lasciando il Regno e il piccolo figlio 
nelle sapienti mani del reggente, il potente marchese. 

Il piccolo Ferdinando divenne, in modo non so 
quanto meritato, un personaggio mitico al quale sono 
stati dedicati libri a non finire e in questi ultimi tempi 
perfino un bellissimo film: Ferdinando e Carolina. 

Napoli tutta sentì subito per questo piccolo re un 
amore viscerale anche perché dopo secoli e secoli era 
il primo re veramente nato e cresciuto in Napoli. Quel 
re "napoletano per i napoletani" iu in realtà un guap- 



po e del guappo ebbe le peggiori caratteristiche, ma il 
suo lungo regno (1759-1825), fu ed è ancora oggi il 
"pili amato dai napoletani", nonostante quell'uomo 
fosse ignorante, vile, remissivo, senza alcuna decenza e 
autorità nei confronti delle intrusioni della moglie 
(quanto mai opportune) negli affari di stato. 

Come si dirà poi, gli estimatori di Ferdinando I gli 
riconobbero e gli riconoscono un "grande merito": 
quello di "essere uguale all'ultimo dei suoi sudditi". 

Emerge in questo il drammatico pauperismo po- 
pulista presente nell'animo dell'uomo meridionale ita- 
liano. Perché un re è e deve essere un esempio e una 
guida e a quali traguardi possa condurre un sovrano 
che, nonostante il rango, è ignorante, povero, timoro- 
so e banale come peggiore dei suoi sudditi lascio al 
lettore immaginare! 

Una certa asocialità che alcuni (in modo forzato ed 
erroneo) verificano nel cittadino meridionale, un certo 
diritto del potente all'ignoranza e iiUa viltà nascono for- 
se così. E di queUe parti un motto: "Il pesce comincia a 
puzzare dalla testa", quanto mai esplicativo al riguardo. 

Ferdinando non crebbe come un re, né come un 
principe, ma come uno scugnizzo, la sua fu un'infan- 
zia ove ogni libertà gli fu consentita e lì, nei vicoli di 
Napoli, acquisì la modestia culturale (diciamo pure to- 
tale ignoranza) ma anche il gusto dei modi e dei lin- 
guaggi del popolino napoletano, che non abbandonò 
mai e che sempre fu il "suo stile" nel pubblico e nel 
privato. 

Ferdinando I, il "re Nasone" così detto per quel 
suo particolare anatomico, ebbe quel "buon senso" 
quella saggezza popolare di occuparsi di ciò in cui riu- 
sciva meglio, il correre dietro alle sottane del regno 
(secondo Benedetto Croce) e lasciare alle cure del Ta- 
nucci gli affari di stato, finché non giunse anche per 
questo impenitente "latin lover" ante litteram il mo- 
mento del matrimonio e la sorte gli riservò una grande 
regina: Maria Carolina d'Austria. 

Anche quel matrimonio con Carolina (1768) fu 
una trovata del Tanucci che cercava, attraverso i soliti 
matrimoni dinastici, di ottenere un buon rapporto nei 
confronti della nazione egemone suUa penisola, ap- 
punto l'Austria. 

Maria Carolina fu grande regina, una delle molte 
figlie della grande Maria Teresa, sorella (questo sarà 
fatto drammatico per il nostro paese) della sventurata 
Maria Antonietta, regina di Francia. 

Maria Carolina era donna assai colta e moderna in 
quanto educata nella grande e avanzata corte del mo- 
mento, quella di Vienna, ove si realizzò per la prima 
volta l'applicazione dell'illuminismo alle concrete cose 
della società. 

Maria Carolina, esempio di... illuministica toUe- 
ranza, lasciò al marito-bambinone la soddisfazione di 
continuare a correre dietro le solite sottane del Regno 
e subito si diede ad applicare le vere ragioni della sua 
presenza in Italia: fare politica. Fu per suo merito che 



m 



Roherlo Sgarzi 



la concreta presenza in Napoli della corte di Madrid si 
eclissò per vedere subentrare influssi e influenze au- 
striache e inglesi (Lord Acton). 

In armonica collaborazione, ma poi in concorren- 
za con il Tanucci essa assunse la reale direzione dello 
stato, la qual cosa non le impedì del resto, di dare al 
sovrano marito una nidiata di figli. 

L'Illuminismo si diffuse in quel reame e Napoli in 
quello scorcio storico fu una delle maggiori capitali 
d'Europa, faro di a\'anzata cultura, liberalità e tolle- 
ranza, politica e culturale. 



Grandi spiriti l'illuminarono, come G.B. Vico uno 
dei massimi storici e Pietro Granione, fiero anticleri- 
cale che, in fuga dai soliti, ben noti, pugnali del papa, 
finì i suoi giorni di grande difensore della libertà nelle 
prigioni dello stato italiano sicuramente pii!i oscuranti- 
sta, omicida e forcaiolo del momento: lo Stato del Pie- 
monte. 

Ma anche altri intellettuali fecero realmente gran- 
de il Settecento napoletano come il Filangieri, Vin- 
cenzo Cuoco, Eleonora Pimentel, così come grandi 
musicisti e grandi pittori diedero lustro ad un regno 
sempre piìj riferito ai princìpi etici e sociali dei "Li- 




Carta geopolitica dell'Italia centrale all'inizio del periodo napoleonico. Si noti la riduzione dello Stato della Chiesa, privato dei 
territori padani. 



L'Italici <■ le Tre Italie 



81 



beri Muratori", stimolati da una regina sempre più 
anticlericale. 

Paese di grandi luci e di grandi ombre quel Meri- 
dione d'Italia, ove a fronte di una classe dirigente in- 
dubbiamente avanzata si opponeva una realtà sociale 
durissima e disperante, impersonata del resto dallo 
squallore del personaggio del "re Nasone". 

Per ben capire questa realtà si scopre di particola- 
re interesse l'avveniristica "Regia fabbrica di sete di 
San Leucio" (un borgo assai vicino alla allora nuova e 
colossale reggia di Caserta), ancora oggi indicata dai 
fans borbonici come un luminoso, antesignano esem- 
pio di buon governo borbonico, quando in\'ece può 
apparire come un divertente, ludico laboratorio socia- 
le voluto e animato dalla fantasia un po' grottesca del 
buon Ferdinando. 

Avvenne infatti che Sua Maestà, in uno dei rari 
momenti di lucidità extra-sessuale, volle dare un 
chiaro esempio di cosa anch'egli sapesse fare nel- 
l'ambito sociale a fronte della scomoda concorrenza 
rappresentata dalla moglie, dal Tanucci e dai Liberi 
Muratori (i massoni che tutto influenzavano). Chia- 
ramente ispirato alle idee di un grande pensatore co- 
me il Filangieri, Ferdinando in un tessuto sociale ove 
l'individuo si esprimeva in modi alle volte selvaggi, 
realizzò a spese dello stato un paese-fabbrica ove, ad 
immensa differenza di quanto avveniva tutt'attorno 
in quel Regno, erano previste per i fortunati popola- 
ni di San Leucio promossi operai, realtà e previdenze 
inaudite per quel periodo storico, non solo per il Re- 
gno napoletano, ma altresì per l'Europa intera e cioè: 
abito rigorosamente uguale per tutti (Mao Zedong ha 
avuto dei predecessori); matrimonio permesso solo 
agli operai provetti (!); abolizione dei testamenti; 
Casse Mutue operaie interne (Cassa della Carità) ove 
erano coperte la malattia, l'infortunio, l'invalidità, 
l'anzianità; il merito individuale come sola distinzio- 
ne e titolo nella carriera; l'istruzione obbligatoria per 
ogni popolano assunto per almeno sei anni; parità di 
diritti e doveri fra i due sessi e altre affascinanti pre- 
rogative, tutte naturalmente realizzate a spese dell'E- 
rario. 

Insomma un "kibbntz napoletano", un'"aurea 
città ideale" per l'illusoria felicità di alcuni fortunati, 
collocata di peso nel bel mezzo di un contesto genera- 
le troppo spesso quasi incivile. 

Ferdinando I, il "re Lazzarone", diede la stura con 
questa sua "seteria... para-cooperativa" ai tanti reali 
giocattoli che caratterizzeranno la monarchia borboni- 
ca, pagliacceschi fiori all'occhiello da mostrare a so- 
vrani in visita, oppure qualificanti testamenti da lascia- 
re ai posteri (abbiamo visto che c'è riuscito). Sarà que- 
sto un viziacelo pesantemente presente nell'Ottocento 
napoletano con treni, vapori, industrie, dietro, ai qua- 
li spesso non c'era nuUa. Nulla del resto rimarrà di 
questa "Reale fabbrica di sete di San Leucio". 

San Leucio fu la prima "cattedrale nel deserto"; 



esempio che, come sappiamo, ha avuto troppi attuali 
proseliti. 

L'organizzazione sociale borbonica 

Il disimpegno morale e sociale, l'assenza più totale 
di "etos" in quell'individuo, il tanto amato "re Lazza- 
rone", furono solo parzialmente colmati dall'impegno 
di Carolina e del Tanucci e, come abbiamo visto, die- 
de esempi pericolosi e destruenti lasciati ai suoi di- 
scendenti. 

Ma ciò in cui la proverbiale viltà, disinteresse e pi- 
grizia di Ferdinando fu destruente è nell'assoluto di- 
sinteresse che questo "re napoletano per i napoletani" 
dimostrò sempre nei confronti dell'organizzazione so- 
ciale del suo popolo sofferente, a parte le fanfaronate 
come certe "seterie". Perché Sua Maestà non fu un po- 
polano travestito da re, ma un re travestito da popola- 
no, un nobile dei peggiori, che sempre abbandonò il 
suo popolo al proprio destino pensando solo a non es- 
sere disturbato nelle uniche attività che stavano a cuo- 
re a quell'animo minimale: la caccia, il vino, il cibo, le 
donne, il dolce far niente. 

La classe dirigente comunque si impegnò, ma non 
riuscì a costruire la società e l'ordine civile, quella se- 
rie di norme cioè che rendono civile la convivenza de- 
gli individui. Era realmente un compito difficile, stan- 
te il disperante stato di partenza di quella società. 

Come si ricordava, fino alla metà del Settecento, 
prima del codice di re Carlo, non esisteva nemmeno la 
legge, perché undici leggi contemporanee sono ap- 
punto una non-legge. 

Per i riformisti battersi fu cosa dura; l'antica strut- 
tura derivata dal vicereame spagnolo era impermeabi- 
le e ostile. 

La solidità di quell'antica struttura feudale poggia- 
va su alcuni pilastri, dei quali uno dei più efficaci era 
rappresentato dalla "Compagnia di Gesù"... i "Gesui- 
ti". Questa setta religiosa ultra-integralista aveva un 
motto: "Se vuoi avere in pugno un uomo per tutta la 
vita, prendigli l'anima e prendigliela a sei anni". 

Proprio per questo ogni entità dello stato ove fos- 
se presente anche una sola frazione di potere vedeva la 
presenza di un "gesuita": alla luce di quanto detto es- 
si erano soprattutto gli educatori degli eredi delle clas- 
si dirigenti, ma in realtà avevano la struttura e la ragion 
d'essere di una pohzia politica. 

Infatti i gesuiti, fondati da un soldato (spagnolo, 
naturalmente: Ignazio di Loyola, nel 1540), si sentiva- 
no e si sentono corpo militare e stato in uno stato, con 
proprie leggi e proprie costumanze. Il loro massimo 
esponente era ed è infatti definito "generale" ma, pro- 
prio per evidenziarne l'indipendenza anche nei con- 
fronti dello stesso papa, era ed è meglio conosciuto co- 
me "0 papa nero". Nero come è totalmente nera la lo- 
ro divisa e, come molti dissero, il loro animo. 



I 



82 



Roberto Sgarzi 



Da quanto detto si riconoscono le ragioni per le 
quali una delle prime iniziative politiche della rivolu- 
zione austriaca fu di allontanare dai propri domini ap- 
punto questa setta religiosa. In ciò gli austriaci furono 
immediatamente imitati dai reggenti degli altri stati ad 
influenza asburgica e in ciò furono seguiti anche dal 
Regno delle Due Sicilie nella seconda metà del X\'III 



secolo. 



I gesuiti refluirono quindi in gran numero dagli 
stati evoluti finché nel 1773 un francescano, papa Cle- 
mente XIV sciolse quella setta, che fu poi del resto ri- 
costituita e riconosciuta nel 1814. 

La durezza dell'opera di questa gente al fine del 
mantenimento del Meridione d'Italia nello stato orri- 
bOe in cui si trovava deve essere stata veramente effi- 
cace e feroce, se Bernardo Tanucci che andò assai vici- 
no ad un riposizionamento di queOe terre in una di- 
mensione europea, ebbe a dire di loro, come afferma 
G.B. Guerri, Gesuiti, vero canchero del genere umano. 

Di ordine logico e razionale, cioè di illuministico, 
nel Regno delle Due Sicilie vi era quindi ben poco, se 
non alcuni animi elevati. 

II mondo napoletano era allora costituito in realtà, 
come in quasi tutta Europa del resto, da due mondi re- 
ciprocamente impermeabili; nobili e plebe. Come fos- 
se strutturato il mondo dei nobOi è abbastanza cono- 
sciuto con il suo vertice regale. Ove, viceversa, la realtà 
è sorprendente e le differenze con l'Europa brucianti, 
è il mondo plebeo. 

Prendiamo Napoli a modello esemplare per tutto 
il mondo meridionale. 

La vita, l'ordine, la realtà della plebe (la malacar- 
ne! era affidata a se stessa, per questa gente il disprez- 
zo e il disinteresse del re e dei nobili era totale. Il fatto 
è che la plebe aveva (e non potexa essere altrimenti), 
una sua organizzazione codificata, non certo neUe leg- 
gi, ma nel tempo, nelle consuetudini, nella dura realtà 
delle cose. Era a questa "organizzazione" che veniva 
riservata per tacito consenso di tutti, la tenuta di quel 
minimo ordine sociale che non poteva non esserci, nel 
bene e nel male, e a questa "organizzazione", era de- 
mandato, sia il concedere agli individui avanzamenti di 
"carriera" e prebende, sia il pretendere il naturale 
compenso per mantenere in vita quella struttura, sia il 
comminare pene (erano sempre durissime) a chi si al- 
lontanava dai voleri dei preposti. 

La gerarchia era ferrea. Era nei vicoli che si svolge- 
\'a la \ ita di quella gente e appunto il vicolo esprimeva 
la cellula base di quella società e si chiamava "famiglia" 
(erano centinaia di persone). Alla testa c'era ovviamen- 
te il capo-famiglia, leader duro e indiscutibile che si 
imponeva non certo per alzata di mano, ma per forza 
personale, cinismo e crudeltà. Napoli era divisa in otto 
.settori (gli ottieri, diverranno dodici nel 1779), per 
ognuno dei quali, le "regole" erano sempre le stesse. 
( )gni ottiere sceglieva un capitano del popolo. I vari ca- 
pitani sceglievano il capo dei capi e cioè l'Illetto. 



Quali fossero i diritti e i doveri di ognuno in que- 
sta democrazia primitiva non è dato sapere: tutto era 
affidato alla "sensibilità" e alla volontà del momento 
di questi capi: questa era la loro "legge". 

In altre parole risulta esplicito che diritti, do\'eri, 
\'ita e hituro di ognuno erano totalmente nelle mani di 
questi violenti figuri. C'è poco da commentare, ma un 
gustoso esempio si può proporre. 

Questa società aveva le sue attività artigianali, che 
o\'\'iamente venivano coralmente realizzate nel vicolo. 

Una di queste era la produzione di ciambelle frit- 
te, sempre molto richieste dai napoletani. Ebbene il 
prodotto delle prime padellate costituiva il "pizzo", il 
tasso d'obbligo per quella società, che appunto veniva 
gratuitamente consegnato ai cittadini di quel vicolo, 
capofamigUa in testa. Il resto poteva essere venduto. 

Questa "organizzazione" raggiunse il suo massimo 
con i Borboni del "re Lazzarone". 

Ecco il bel regalo che ci hanno lasciato il simpati- 
co "re Nasone" e "Lazzarone" per primo e i suoi di- 
scendenti poi: una società con caratteristiche paleo-tri- 
bali, la Camorra, che via via spostandosi nel Meridio- 
ne oggi si chiama Mafia, oppure Sacra Corona Unita, 
o 'Ndrangheta, o Stidda o altro. 

/ "Lazzari" 

Nel colorito mondo napoletano e meridionale un 
posto a parte meritano i "Lazzari", o "Lazzeri", o 
"Lazzeroni", così detti, pare, per quel loro ritrovarsi di 
fronte alla spianata della Chiesa di San Lazzaro. 

Erano la parte più disperata e dequalificata della 
plebe, i prestatori d'opera più modesti, facilmente uti- 
lizzati dai loro datori di lavoro ad ogni livello, ma so- 
prattutto per mantenere la stabilità della descritta or- 
ganizzazione sociale, contro le esagerate pretese della 
nobiltà e contro i tanti tentativi di invasione da parte 
di forze straniere. 

Quei poveri "Lazzari" sempre stracciati, scalzi e 
affamati! Sarà prevalentemente fra quella gente che fi- 
no ai giorni nostri Napoli ha trovato uomini decisi a 
difendere il loro onore e la loro libertà. 



Conclusioni 

Il Settecento napoletano hi un mondo affascinan- 
te, illuminato da grandi uomini e donne che possono 
essere definiti glorie dell'umanità. I Borboni ereditaro- 
no dagli spagnoli nel 1733 una realtà sociale veramen- 
te terribile. 

(Quella classe dirigente ne fu cosciente e operò dal 
1733 al 1799 (66 anni) in modo variegato e composito 
al fine di realizzare un grande stato. Come operasse è 
stato detto (commerci, legislazione, industria, agricol- 
tura ecc.), ma è forse opportuno riportare due ulterio- 
ri esempi: la costruzione dell'Ospedale dei Poveri e gli 
sca\'i di Pompei. 



ì.'Ucilia e le Tre Italie 



83 



L'Ospedale dei Poveri è un edificio di dimensioni gi- 
gantesche che doveva essere devoluto all'assistenza di 
migliaia e migliaia di poveri indigenti. Non era una 
bullonata come la "seteria", ma una struttura che sareb- 
be stata di grande utilità sociale; si pensi che oggi (1999), 
dopo secoli di abbandono, essa è in restauro, ma le di- 
mensioni ciclopiche creano problemi per il suo utilizzo. 

Gli scavi di Pompei furono ordinati, razionali e 
scientificamente accurati. Essi subito alimentarono il 
grande Museo archeologico che fu appositamente co- 
struito e che ancora oggi è una delle meraviglie dell'u- 
manità. 

Sessantasei anni per cambiare un modello d'uomo 
e LI suo mondo erano veramente troppo pochi, ma si 
erano poste, a cavallo della fine del Settecento buone 
premesse teoriche e pratiche affinché il secolo succes- 
sivo fosse un grande secolo per Napoli e il Meridione. 

Lo stesso "re Lazzarone", sia pure in tutta la sua 
spaventosa modestia individuale, un risultato lo otten- 
ne e non trascurabile: si era fatto stra-adorare dal suo 
popolo e per un re di Napoli questo era un risultato 
mai raggiunto. 

Il Meridione d'Italia, partito con un grave handi- 
cap, stava correndo con grande impegno e merito ver- 
so una parità di condizioni civili con l'Europa e, data 
la sua condizione di ponte fra Europa e Mediterraneo, 
avrebbe avuto funzioni di sviluppo ed equilibrio cul- 
turale e politico di incalcolabile valore per tutto quel- 
l'ambito. 

Napoli non ha avuto la giusta riconoscenza per la 
grande Maria Carolina d'Austria, la vera artefice di 
questo miracolo, il vero capo di stato, soprattutto do- 
po che il Tanucci per tarda età si fu ritirato (morì il 30 
aprUe 1783 a 84 anni), ma in ciò influirono sicuramen- 
te i terribili av\'enimenti della rivoluzione napoletana 
del 1799 e il ruolo di terribile persecutrice che quella 
regina assunse in quell'ultima parte della sua vita. 

AUa fine del 1778 il nostro amato Meridione stava 
volando verso una luminosa civiltà, quasi sentisse che 
doveva rapidamente colmare quel grande handicap, 
ma quel volo purtroppo si interruppe. 

C'era un appuntamento con il destino per quei no- 
stri antichi fratelli e quel destino, costituito dai tempi 
nuovi della Rivoluzione francese, portava valori e prin- 
cipi morali e politici accolti altrove con entusiasmo, 
ma purtroppo ancora incompatibili con lo stato della 
cultura del Regno delle Due Sicilie. Chissà... sarebbe- 
ro forse stati sufficienti a quel volo ulteriori 60-70 an- 
ni, ma il destino e la Storia non li concessero. 

Quel destino che proveniva dalla Francia giunse 
sulle regioni settentrionali e centrali della penisola co- 
me un vento soffice, fresco e lieve. Quel vento giunse 
amato e benvenuto da quelle popolazioni perché por- 
tava la gioia della libertà. Tutto cambiò: la Storia del 
Regno delle Due Sicilie, d'Italia e del mondo. 

Ma, giunto ai confini borbonici, a Gaeta e al Tron- 
to, quel vento divenne una tempesta terribile e di- 



struttiva: due mondi, due filosofie, due culture incon- 
ciliabili si scontrarono e il nostro Meridione ne uscì 
stroncato. In una parola: il Meridione d'Italia rifiutò in 
quel momento l'illuminismo francese, così come set- 
tant'anni prima aveva rifiutato l'illuminismo austriaco. 

Il 18 gennaio 1799 il breve volo della monarchia 
borbonica e della speranza della gente del Regno del- 
le Due Sicilie si interruppe, a ben guardare per sempre 
(l'ulteriore definitiva tragica esperienza del 1860, soli 
sessant'anni dopo, fu forse la diretta conseguenza di 
quel primo dramma). 

Il 18 gennaio 1799 a Napoli giunse un ben triste 
vento del destino. Fu una guerra, lunga, terribile e san- 
guinosa. 

Quel vento e quel destino avevano un nome e un 
cognome: Napoleone Bonaparte. 



L'età napoleonica in Italia: T796-1815 



Parigi 1789: "la Revolution" 

Quello napoleonico fu un vero fulmine che cam- 
biò tutto, o quasi, in un'Europa conquistata a carissi- 
mo prezzo. L'Area padana fu pure acquisita in un ma- 
re di sangue, le battaglie furono durissime. 

In Europa le imbattibili armate francesi combatte- 
rono sempre con grande vittoriosa determinazione, ma 
solo contro eserciti lealisti che rappresentavano gli op- 
posti sovrani e pii!i ancora rappresentavano sistemi po- 
litici autocratici, autoritari e vessatori, che considera- 
vano la loro autorità come totalmente discendente dal- 
la Volontà Divina. Alla fin fine erano sistemi istituzio- 
nali molto simili alla già illustrata struttura ispano- 
pontificia. 

Ma gli eserciti francesi, dopo avere sconfitto quel- 
le armate, ebbero sempre dalla loro parte i popoli in- 
vasi e con loro i grandi spiriti che li rappresentavano 
(basti pensare a Beethoven). 

I popoli "padani" saranno fratelli dei francesi. 

Vi furono invece due ambiti europei ove ciò non 
accadde e dove la reazione del popolo fu ampia e ine- 
stinguibile, due stati simili e cugini: la Spagna e il sud 
Italia (volutamente ignoriamo la lontana Russia). E vi 
fu solo una città ove l'esercito francese tu costretto al- 
l'espugnazione palmo a palmo: Napoli. 

La questione era molto complessa. I francesi por- 
tavano i lumi della ragione, l'eguaglianza, la fraternità 
e l'avx'ersione per sistemi che prevedevano la religione 
non come fatto individuale e intimistico, bensì come 
struttura amministrativa, sociale e politica. 

In tin dei conti era il solito discorso già sentito e 
veniva dal centro Europa. I transalpini erano nemici 
dei sovrani autocratici e aristocratici, ma anche del pa- 
pa, come uomo politico antidemocratico. 

Fu quindi tacile additare al popolo i francesi come 
nemici della Vera Fede, i pagani anticristo distruttori 



S4 



Roberto Sgarzi 




Bandiere dell'esercito napoleonico. 



di altari, gli orribili eretici 
infedeli, che arrivavano 
per distruggere le chiese, 
rapinare le legittime pro- 
prietà, stuprare le \'ergini. 

Ancora una volta 
spuntarono nei popoli del 
Meridione d'Italia e della 
non lontana Spagna so- 
strati fideistici e religiosi. 
Fu Guerra Santa e fu 
guerra terribile. Fu natu- 
rale che la favola attec- 
chisse in quei due paesi, là 
ove migliore era l'humus 
per secoli di dura domina- 
zione e fu naturale che in 
altre zone quella favola 
fosse respinta; e ciò con 

una linea di frattura nettissima: ai contini dello Stato 
delle Due Sicilie. 

I valori connessi alla Rivoluzione francese furono 
quindi esportati dall'armata napoleonica. Con essi 
cambiò il mondo e, di conseguenza, anche l'Italia, ma 
le mutazioni del nostro paese furono molto diverse nei 
tre tronconi dello stivale: Italia meridionale, centrale e 
settentrionale. 

Ciò perché, come si può evincere dalle analisi pre- 
cedenti, le realtà che la bufera rivoluzionaria incontrò 
furono radicalmente differenti. 

Non si entrerà certamente in un'analisi storica sul- 
la realtà e sulle conseguenze deOa presenza francese in 
Italia, argomento ancora duramente dibattuto, come si 
evince dai molti convegni al riguardo tenuti in occasio- 




ne del 200° anniversario della Rivoluzione francese: un 
terreno minato. 

Si può dire comunque che, pur ricordando le gra- 
vi ruberie e sopraffazioni riferibili a quella presenza in 
Italia, la consapevolezza degli indi\'idui di avere diritti 
e con essi doveri eterni e inalienabili, connaturati alla 
loro essenza umana, ha le radici in questi eventi. È in 
questo momento che i sudditi divengono cittadini: è il 
9 aprile 1796, Napoleone inizia la prima campagna 
d'Italia. 

Il cataclisma pervade tutto lo stivale: fra il 1796 e 
il 1815 le trasformazioni dei confini interni ed esterni 
dell'Italia furono molte e interessarono relativamente 
la nostra analisi. Ci limiteremo ad alcune sintetiche in- 
dicazioni. 




s.:. *3j 








è^'\ 







Venezia 1797. Arrivo delle truppe francesi. 



Vllalm e le ire I/iilic 



85 



A) Italia settentrionale 



Le grandi riforme 

La partecipazione delle popolazioni di queste par- 
ti d'Italia alla ventata rivoluzionaria fu assai alta e 
spontanea. Anche gli strati nobiliari di queste zone su- 
bito si adattarono al nuovo mondo, che del resto tolse 
loro rango e blasone, ma lasciò loro possedimenti ter- 
rieri e danaro. Anzi furono proprio i ceti abbienti che 
più beneficiarono dei massicci espropri di beni eccle- 
siastici e, per i territori ex pontifici, della caduta di 
quel gangrenoso sistema politico. 

Un esempio. Quando il 26 giugno 1796 sparute e 
lacere truppe francesi entrarono per la prima volta in 
Bologna esse furono sorprendentemente accolte da 
cittadini festanti al canto della Marsigliese. 

Ancora oggi gli storici più attenti non riescono a 
spiegarsi come la conoscenza di quegli ideali e di quel- 
la musica abbia potuto entrare, attraverso le maglie di 
un'attenta polizia, fino agli strati più modesti della 
gente di quella città. 

Geograficamente e politicamente buona parte del 
Piemonte fu annessa alla Francia, mentre la quasi to- 
talità di quella che oggi si chiamerebbe Area padana, 
fu riunita in solo stato che si definì prima Repubblica 
cisalpina e poi Regno d'Italia con capitale MOano. 



Al centro la Toscana assunse il nome di Regno d'E- 
truria. 

A parte insoddisfazioni causate dalla leva militare 
obbligatoria e da alcune nuove tassazioni, la situazione 
è pacifica. Fra le ribellioni risulta di un certo rilievo 
l'assalto in Verona da parte dei ceti popolari alle trup- 
pe francesi d'occupazione (Pasque veronesi, 1797). 
L'episodio è da mettere in sicura relazione alla insoffe- 
renza di quei cittadini verso presenze dominanti stra- 
niere alle quali i veneti da più di mille anni non erano 
avvezzi e che si trasformerà poi nella perdita dell'auto- 
nomia e dell'indipendenza. 

L'humus culturale settecentesco e illuministico, di 
derivazione austriaca, consentì al centro-nord di vive- 
re questi brevi, tumultuosi anni, così come li visse la 
maggior parte d'Europa. 

L'abbattimento di tante frontiere premiò la robu- 
sta ed efficiente esperienza austriaca presente in Lom- 
bardia e penahzzò, invece, Emilia e Veneto. 

Interessanti alcimi dati statistici. 

Lombardo-Veneto: la produzione di bozzoli da se- 
ta fra il 1800 e il 1815 raddoppia. 

Nello stesso periodo la zona veronese vede dimez- 
zare la produzione dello stesso prodotto. 

Alessandro Volta, un grande lombardo, scopre e 
presenta a Napoleone la più grande delle invenzioni 
del momento: la corrente elettrica. 



B) Italia centrale 



Lo Stato pontificio 

Oggi l'esistenza dell'Area padana come entità rela- 
tivamente omogenea sotto il profilo storico-culturale è 
da alcuni contestata e da alcuni altri non a\'\'ertita. 

L'avvertì subito, invece. Napoleone nel 1797, al 
raggiungere con il suo esercito il confine fra Toscana e 
Stato pontificio. Il discendere la penisola sarà per il 
Primo console fatto fonte di ostilità gradualmente ag- 
gravantesi e già nei primi territori del papa non vedrà 



..,H*\!««tH»*Pm"»fil 




Roma 1797, entrata delle truppe francesi comandate dai generali 
Miollis e Berthier. 



più le folle plaudenti che in Padania avevano accolto le 
truppe dell'illuminismo e della rivoluzione. Oltre quel 
confine Napoleone troverà l'ostilità più feroce e il ri- 
fiuto più netto della ventata di libertà, eguaglianza e 
fraternità che provenivano dall'Europa. Il Mediterra- 
neo, ancora una volta, rifiutava l'Europa. 

Lo Stato pontificio avversò subito e totalmente la 
Repubblica francese, già pochi mesi dopo la presa del- 
la Bastiglia e questo fu nel marzo del 1791 in occasio- 
ne della Costituzione civile del clero francese. 

I rapporti fra i due stati furono caratterizzati dalla 
più netta ostilità, giungendo all'assassinio dell'amba- 
sciatore francese ad opera del popolino romano, ov- 
viamente ispirato da "qualcuno". 

Già nel 1794 si ebbero nei territori pontifici delle 
Legazioni (Emilia-Romagna) e delle Marche sommos- 
se filofrancesi, seguite due anni dopo dal citato inter- 
vento delle truppe napoleoniche. 

Un inutile tentativo di opposizione militare da par- 
te delle truppe pontificie si ebbe a Castelbolognese 
con caratteristiche che gli storici definiscono tragico- 
miche. 

Un anno dopo (1797) anche Ancona e le Marche, 
dopo secoli di orribile servaggio, si diedero la libertà e 
si costituirono in repubblica. 

Come conseguenza di questi avvenimenti si ebbe- 
ro manifestazioni antitrancesi in Roma e furono ap- 
punto queste a spingere i transalpini del generale 



86 



Roberto Sgarzi 




ffil-ICIS.VIMO E TPTOKlt-SSTlC RITOBXC) DEL .S. E^DPE NEIX.A. SUA SKDE :B JìhJàlR'rt}.^- 

Ira c^/i' aff)tiiiiJi.u Oinim^ioiii / i- ^nth m giuMo é im Jò/w/.-i !/ii/iif/?.<o , cAe ònimtiM i jojfitraua da /.•iii aiim h /frrMmi ei/ Jiio Atiz amhiiij.u/no . 

df/ .'IIP Saiifo Rj/liit. </e//' imMi.vmio jito Moi/,7ira 



Incisione di B. Pinelli che illustra il ritorno trionfale del papa a Roma. Collezione dell'autore. 



Berthier fino alle porte della città (località La Storta, 
IO km dalle mura), ma lì i selciati si fermarono. 

La ragione era semplice. Napoleone, come già era 
avvenuto in Padania, non voleva avere il significato del 
conquistatore di un paese ostile, bensì il soccorritore 
di patrioti italiani insorti e in "difficoltà contro la rea- 
zione". 

Berthier capì che le cose in quella parte d'Italia 
erano mutate, perché attese pazientemente l'abituale 
sommossa, ma questa non si verificò (a parte qualche 
innocua gazzarra). 

Il generale fu costretto ad una pesante forzatura 
dei princìpi rivoluzionari, in quanto accampò la neces- 
sità di mantenere l'ordine pubblico in Roma e là inviò 
un piccolo distaccamento che eseguì arresti, prese 
ostaggi, impose sequestri e taglie e soprattutto disarmò 
i gendarmi pontifici. 

Fu allora che, presieduta da Antonio Bassi, dopo 
avere dichiarato decaduto il potere temporale del pon- 
tetice, hi proclamata la risorta Repubblica romana con 
ben sette consoli (15 febbraio). 

Fu allora e solo allora, che Berthier fece il slio in- 
gresso trionfale nell'Urbe; questo coincise con il tenta- 
ti\o di lare accettare al papa il fatto compiuto, ma egli 
non volle rinunciare, come disse, "per opera degli uo- 
mini" ad uno "stato di cui era in possesso per volontà 
di Dio" e solo dopo molte, tlurc insistenze abbandonò 
la sede papale. 

Si ebbero immediatamente (25 febbraio) ri\'olte 
[xipolari a partire da Trastevere con eccessi di terribi- 



le crudeltà sia da parte del popolo romano, come da 
parte francese. Di particolare gravità la fucilazione di 
ben ventiquattro patrioti romani iilopapalini, come 
pubblico avvertimento. 

La tragedia era cominciata e subito si propagò nel- 
la provincia e nei castelli romani: Marino, Albano, Vel- 
letri, Terracina, Ferentino, Frosinone e altri centri co- 
nobbero la rivolta antifrancese e conseguentemente il 
sangue e la repressione dell'esercito di occupazione. 

Lentamente tornò l'ordine in "Roma giacobina per 
forza", ma era basato non sul consenso, bensì sulla vio- 
lenza e il terrore. 

La storia del territorio laziale si frammischia pe- 
santemente con quella del Regno najiolctano di cui si 
dirà e sarà proprio nel 1798, in coincidenza con le no- 
te difficoltà della presenza francese in Italia, che si avrà 
la reazione napoletana con invasione del territorio la- 
ziale e l'occupazione di Roma il 27 novembre 1798 su- 
bito ripresa (14 dicembre) dai francesi del generale 
Championnet che poi inseguiranno (.]uclle trupjie hno 
a Napoli. 

Saranno mesi terribili per il territorio laziale, con 
lutti e dolori per la popolazione ci\ ile, fatalmente coin- 
volta nei fatti bellici. 

La controrivoluzione borbonica dell'anno seguen- 
te determinata dal ritiro francese (si veda) si esaurirà, 
ancora una volta, nel superamento dei confini napole- 
tani e con la momentanea riconquista di Roma e dello 
Stato pontificio da parte del pittoresco "esercito na- 
poletano" che entrerà nell'Urbe da Porta San Cliovan- 



i'Iliilhi e /f />(■ I /lille 



87 



ni il 30 settembre 1799, per poi esservi di nuovo ricac- 
ciato alcuni anni dopo per via del ritorno napoleonico. 
La storia del Meridione d'Italia, e cioè dello Stato 
pontificio e del Regno delle Due Sicilie, in questa espe- 
rienza napoleonica, si salda e si connota chiaramente 
in un comune contesto di violenza e di rigetto intran- 
sigente dei tempi che si affacciavano alle Alpi. 



Nel 1805, in occasione del ritorno in forze della 
presenza francese, Roma, il Lazio e l'Umbria, così co- 
me era già successo per il Piemonte e il Ducato di 
Parma, entrano a fare parte organica del territorio 
francese. 

Da segnalare l'arresto del papa che in precedenza 
aveva scomunicato Napoleone. 



C) Italia meridionale 



La Repubblica partenopea 

Il momento napoleonico del Regno delle Due Sici- 
lie fu molto differente da quello vissuto dal centro- 
nord. La realtà sociale e culturale, ben diversa da quel- 
la su descritta e fatti militari sfortunati non permisero 
alle "idee francesi" di penetrare nel Meridione d'Italia. 

Quando nel 1798 il generale Championnet invase 
il regno borbonico si rese conto che i fattori si erano 
invertiti perché, dopo che si fu liberato con poche sca- 
ramucce dell'esercito borbonico, era evidente che il 
popolo non solo non gli era favorevole, ma pesante- 
mente ostile. 

Un particolare non deve essere sottovalutato. La 
regina Maria Carolina aveva visto i propri alti principi 
di fraternità illuministica e massonica degradati a livel- 
li di bassa macelleria da una rivoluzione che ebbe an- 
che aspetti criminali: sua sorella Maria Antonietta, re- 
gina di Francia, una povera ragazza innocente, aveva 
perso la testa sulla ghigliottina e ciò scatenò in Maria 
Carolina un odio inestinguibile contro quella gente. 

Non solo: fra i generali dell'esercito francese che 
invadeva il sud Italia vi era proprio anche un certo Ga- 
rat, appunto quel signore che aveva personalmente 
condannato a morte i reali di Francia. 

Ma di più, i francesi erano stranieri che venivano 




Napoli 1798, la sanguinosa conquista da parte dei francesi. 



ancora una volta a sottrarre ai napoletani la libertà re- 
centemente conquistata, essi ruppero l'unità della na- 
zione perché, mentre la maggioranza rimase fedele al 
"re Lazzarone", i "Giacobini", una parte considerevo- 
le, quella più evoluta del napoletano, si alleò con i 
francesi e tu quindi guerra civile. 

E si ruppe pure l'unità territoriale del paese, per- 
ché la potente flotta inglese di Lord Horace Nelson 
sbarrò passo ai francesi allo stretto di Messina e non 
permise mai loro di porre piede in Sicilia. 

Lo Stato borbonico e l'esercito borbonico si dis- 
socerò, l'amato, ma vile "re Lazzarone" abbandonò 
tutto e tutti, trasferendosi, con la famiglia e i nobili sul- 
le sicure navi inglesi alla fonda a Napoli, divenne un 
loro servo e si trasferì nella più sicura Palermo. E un 
quadretto infame che rivedremo nella nostra storia 
150 anni più tardi. 

Napoli fu abbandonata anche dal vicario regio Pi- 
gnatelli e rimase sola con il suo Popolo. Rimasero cioè 
solo i poveri "Lazzaroni" e il loro capo Girolamo Mo- 
literno, assieme alle fortezze che difendevano la città. 

Il 18 gennaio 1799 Moliterno intimò alle truppe 
francesi, ormai alle porte, di non entrare in città, ma 
un colpo di mano dei giacobini napoletani permise lo- 
ro di conquistare Forte Sant'Elmo e ciò spianò la stra- 
da all'armata repubblicana. 

Furono tre giorni di battaglie terribili, strada per 
strada. Napoli fu pesantemente incendia- 
ta e all'armata Championnet dovettero 
aggiungersi le colonne Kellermann e 
Duhesne. 

I prodi "Lazzaroni", senz'armi né ad- 
destramento, si sacriticarono fino all'ulti- 
mo per difendere la loro città e la loro 
cultura. 

Nessuna città europea oppose tanta 
determinazione e bisogna riconoscere 
che non era certo la carriera che spingeva 
i popolani a quell'eroismo. In ben 5000 
morirono per la loro libertà in quei tre 
giorni, e anche questo è un episodio del- 
la nostra storia che dovremo rivedere. 

II loro sacrificio è ignoto a quasi tut- 
ti, essi non ebbero un pittore che li im- 
mortalasse, così come Goya fece per i pa- 
trioti spagnoli nei suoi Capricios, né un 
Tolstoj con il suo Guerra e Pace, né tutti i 
monumenti che sono stati eretti per un 



88 



Roberto Sgarzi 



sudtirolese, Andreas Hoter, per avere anch'esso difeso 
fino alla morte la qualità culturale della sua gente. 

Dispiace effetti\'amente che questi poveri, ignoti 
eroi siano rimasti nella memoria dei posteri solo per 
l'altro più colorito aspetto, quello di essere dei "Laz- 
zaroni ". 

Dopo successe ciò che non poteva non succedere, 
la guerra divenne guerra civile e poi orribile guerriglia, 
i "Lazzaroni-eroi" si diedero al brigantaggio. 

Ciò che di evoluto era stato realizzato in ses- 
sant'anni da parte degli illuministi napoletani nella co- 
struzione di una nuova società, fu spazzato via in quei 
tre giorni di sangue. Il fatto giacobino, repubblicano, 
illuminista e cioè la filofrancese Repubblica parteno- 
pea che risultò da quella conquista francese, fu un fe- 
nomeno elitario non accettato dalla stragrande mag- 
gioranza del popolo meridionale. 

Fu un ritorno a dure e antiche, truci, spagnole- 
sche, radici culturali e fu un terribile bagno di sangue. 
Lo zoccolo duro del baronaggio provinciale e della 
Chiesa cattolica, che avevano aspetti di privilegio e au- 
torità sicuramente medievali, ebbero in pugno il pote- 
re, stimolati da un Nelson assetato di sangue, assieme 
alla sua amante Emma Hamilton, una prostituta d'alto 
bordo, e il bagno di sangue che ne seguì ebbe aspetti 
incredibili. 

Riguardo quest'ultima "segnorina" è di grande im- 
portanza segnalarne alcune caratteristiche al fine di 
ben capire a quali individui dovette sottostare il Meri- 
dione d'Italia, perché costei fu, di fatto, una seconda 
regina delle Due Sicilie e traggo alcune note da L^Jy 
Hciinilton di Flora Fraser. 

Emma Hart Flamilton, nativa della regione inglese 
del Cheshire, fu subito ben nota per la sua esplosiva e 
aggressiva bellezza nel mondo della prostituzione del- 
la corrotta e viziosa alta società inglese della fine del 
Settecento. Emma fu venduta (sic!) dal suo protettore 
al vecchio sir William Hamilton, ambasciatore di Gran 
Bretagna a Napoli, il quale la sposò. 

Lady Hamilton fu donna di rara e spregiudicata 
intelligenza e subito si introdusse a corte ove divenne 
intima amica della regina, r"uomo forte" del Regno di 
Napoli. 

In realtà della grande Maria Carolina era rimasto 
poco, le tragedie familiari e la guerra avevano natural- 
mente leso l'equilibrio di quella donna; l'ascendente 
che Lady Hamilton ebbe sull'austriaca fu enorme e 
Flora Fraser lo definisce sconcertante ed "ambiguo". 
Insomma a quella amicizia furono date varie interpre- 
tazioni, non ultime quelle morbose. 

Emma la "Liona", come fu ribattezzata dai napo- 
letani, fu personaggio fondamentale nella sioria tlel 
Regno di Napoli e d'Europa. Fu inlatti grazie a lei e al- 
le "ambigue relazioni" con la regina che la flotta di 
Nelson ebbe sicure basi e sicuri rifornimenti nel Regno 
di Napoli e fu solo grazie a queste premesse che al 
grande marinaio inglese fu possibile battere la flotta 



francese ad Abukir il 1° agosto 1798; dopo quella bat- 
taglia Emma e Nelson divennero amanti. Di cosa a vol- 
te è fatta la storia! 

L'odio per la Napoli illuminista e filofrancese da 
parte di entrambe queste signore si mutuò reciproca- 
mente e fu sanguinario e omicida. La tragedia della Re- 
pubblica partenopea sarà in una buona misura il pro- 
dotto di questo odio. La sovrana in persona racco- 
manderà a Nelson di "trattare Napoli come una città 
ribelle d'Irlanda"... cioè lo invitava alla strage. Sarà 
accontentata. 

Lady Hamilton, dopo la scomparsa di Nelson, il 
suo ultimo protettore, abbandonata da tutti, morirà a 
Calais nel 1815 seguendo la sorte di molte deUe segua- 
ci del "piij antico mestiere del mondo", cioè nella più 
totale miseria, distrutta economicamente e fisicamente. 

Sicuramente i napoletani non la piansero. 



La controrivoluzione borbonica 

Le orribili e sanguinarie imprese di Fabrizio Ruffo, 
cardinale di Santa Ronmna Chiesa e bandito napoletano 
(1744-1S27) 

Alcuni evidenti e gravi problemi che ancora oggi 
affliggono certe zone del Meridione d'Italia, raramente 
riescono a trovare risposta se non si ha conoscenza di 
fatti avvenuti in quei territori anche in momenti relati- 
vamente vicini a noi e che non sono noti a sufficienza 
(non certo casualmente) presso il grande pubblico. 

I fatti che illustrerò riguardano un indi\'iduo, ma 
più ancora la classe dirigente napoletana e meridiona- 
le che egli rappresentò, evidenziando aspetti di crimi- 
nalità e ferocia terribili. Buona parte della storia dei 
nostri fratelli meridionali è stata gestita da individui 
che avevano con questo Ruffo molti lati in comune. 

Si pensi che la Lombardia, quando questo individuo 
ebbe a compiere queste atrocità, aveva ormai da tre ge- 
nerazioni l'istruzione obbligatoria di stato e ci si renderà 




Busto marmoreo del cardinale Fabrizio Ruffo 



L'Italia e le Tre Italie 



89 




*t^yi^ 



MOVIMENTO NEOBORBONICO 



m 



(.omini: di napoli 



CIRCOSCRIZIONE 
MERCATO-PENDINO 



ASSESSORATO 
ALL'IDENTITÀ' 



ASSOCIAZIONE CULTURALE 




.97/ZCJ9 

e 
1^7 ^)p€}/o f. Stipo /et tuia 




7^ 




i 



r/'e,s'/€r {/e/ fPo/ìft/o , S u/ìo/efttuo 
her /ti ff/f/o/uif co/f//Hf //'uf/tccA't e^(/f(fCoo(/ti 

Sabato 29 Maggio ore 1 1 .oo 

prcsentazioin- lUllii mosirii ii DiioBriifii <i e (locuiiM-iiTiiriii e del |ir<>K(-lt»;visita guidala presso piazza .Mcr< aio. 

Venerdì 4 Giugno ore i8.;{() 

convfKno (li snidi e visita Kuiduia dal mare .li luoMlii ili-l 17!)!) ( dal Cariiiiiu- al Granalollo ) 
a bordo di una molonavc con canti |K)|K)lari iradizionali e «Tonache <lcll'epoca. 

Sabato 5 Giugno ore i(>.3o 

ricostruzione .siori<a <li un.i lesi.i-spiit.uolo i -La l<sia ili-l popolo napolciano per larrivo di Ruffo" ) 

con corteo ila piaz/a del Ciriiiiiu- a >i.i Duomo, da \\,\ Duomo a pia//,i S.ui Donu-nii o MaRR'ore 

e visita guidai. i: "Arrivo dei Calabresi': sh.nidirr.ilori: « osuiml Morii i di .Siin Leucio; 

figuranti, niuslianii i- stelle pogiolari dai Pali olii ( "é finii. i la rc\oluzione"). 



Domenica 6 giugno orr i().;ì() 



S..Messa per rii (irdare lutti i caduti del 1 7<)<): pr<senta/ioiie e allesiimeiilo della mostra documentaria 
o iconoKrafica itinerante ( "Il I 7«)<> e il popolo, il 1 7!)<) e il .Meri alo" i pri-sso il i hiostro di S.KIigio: visita guidala. 



Foto di manifesto affisso ai muri di Napoli nel maggio 1999 in occasione delle celebrazioni della controrivoluzione borbonica. 



« 

i 



90 



Roher/o Sgarzi 




La strage di Altamura in un'Incisione ottocentesca. 



conto dell'enorme differenza sociale e culturale che di- 
videva già allora, queste due zone del nostro paese. 

E giustificato chiedersi cosa sarebbe stato della Pa- 
dania se, anziché avere nella nostra storia Comuni, au- 
tonomie, Venezia, Piemonte, Maria Teresa, Leopoldo 




ecc., avessimo dovuto subire le atrocità che inflissero 
ai suoi concittadini l'orribile indix'iduo e altri accoliti 
di cui si parlerà. 

L'individuo in questione è Fabrizio Ruffo di fami- 
glia principesca (era figlio del duca di Baronello e la 
madre era una Colonna), il quale appoggiato dal soli- 
to zio cardinale entrò nell'amministrazione dello Stato 
pontificio, giungendo a diventarne il tesoriere. 

Non stupisce il fatto, considerando il delinquente 
che era, che nel 1791 egli fu obbligato a lasciare l'in- 
carico, ma stupisce il fatto che ottenesse per questo il 
cappello cardinalizio! 




f^7: 



Giuramento dei sanfedisti, stampa dell'epoca. 



L'ammiraglio Orazio Nelson in un'incisione dell'epoca. Per i napole- 
tani fu un sanguinario persecutore. 



VÌIaìia e le ire Ualic 



91 




F.Ih 



EOTMrV OCCTIEAli\ 13^ S^J01 ISIEMICI B Biulh .ì,U,„j^j 

Le tnfpnu7mc/t/, wnid/ìr/a/t dal pmmi/e Mu/kl,^llOmlo tiijf^ma ilo. d Mb' del i8oS .vtto jmi/ di nima7U! , j: jManm ju/h ma^ra df/ 
QnimaU. appinmw i ,mmom conio i/lhhjplbiift/aa:/- im/mado fiwfy apf>imifo di UtTVrf, ìmperturlyaM d foimim lòniffii^ jRò M./ù- 

lU coi Cardl'ncdì ùi jo/itó Cmff'f//a 



Roma, 2 febbraio 1808. Nuova entrata delle truppe francesi. 



Ritroviamo questo bravo suddito del Regno di Na- 
poli al seguito del suo re Ferdinando I, quando nel 
1799 egli, costretto ad abbandonare Napoli sotto la 
pressione dell'esercito rivoluzionario francese, si rifu- 
giò a Palermo. 

Da lì Sua Eminenza si trasferì subito in Calabria e 
dalla SUa, che trasformò nel suo quartier generale, rac- 
colse una specie di grande banda di assassini e taglia- 
gole che costui ebbe l'infamia di definire "L'Esercito 
della Vera Fede", da cui derivò l'aggettivo di "Sanfe- 
dista". 

Il simbolo riportato sulle loro bandiere fu la Sacra 
Croce, da cui l'ulteriore definizione di "crucisegnati", 
ovvero i nuovi crociati. 

Anche se Jules Michelet, Colletta, Cuoco e Carlo 
Botta hanno riportato questi episodi, non pare che es- 
si siano sufficientemente noti. Maria Antonietta Mac- 
ciocchi suUe pagine culturali del «Corriere della Sera» 
ha recentemente (mercoledì 17 febbraio 1999, p. 33) 
ripreso l'argomento, anche alla luce di uno sconvol- 
gente documento inedito che la studiosa ha scoperto 
alla Biblioteca Richelieu di Parigi nel 1995. 

L'anonimo napoletano autore del manoscritto in 
questione descrive i fatti essendone stato spettatore. 

Assieme a Ruffo troviamo i suoi luogotenenti e 
cioè Michele Pezza detto Fra Diavolo, Gaetano Mam- 
mone e un autentico mostro, tale Gennaro Rivelli (da 



ragazzo compagno di giochi di re Ferdinando I e suo 
"meniiìo", all'uso spagnolo, secondo la Macciocchi). 

Dalla Sila i suddetti "Difensori della Vera Fede" ri- 
salirono lo stivale, alla testa di almeno 20.000 assolda- 
ti assassini, alla ricerca degh oppositori "giacobini". 
Da quel momento furono conosciuti come "i calabre- 
si", proprio per la loro origine. 

Fu un vero massacro; i giacobini venivano uccisi 
dopo orribili sevizie, ma le prede piìi ambite erano, na- 
turalmente, le povere donne di quei poveracci che ve- 
nivano brutalizzate e poi messe a morte nei modi più 
infami. 

Ogni barbarie era autorizzata in quanto U cardina- 
le aveva rassicurato i suoi "eroi": "Vi annuncio - ave- 
va detto Sua Eminenza - che se a qualcuno di Voi ispi- 
rato dalla fiamma divina, accadesse di trucidare i vec- 
chi, o le donne dei giacobini, in virtù del mio Sacro 
Ministero, io vi accordo piena assoluzione della Chie- 
sa. Fratelli inginocchiatevi. Venite a prendere la Croce. 
Dio lo vuole". 

Questo il racconto riportato dalla Macciocchi, ma 
in realtà lo sterminio non fu certo limitato ai giacobini. 

La suddetta studiosa ricorda che nel luglio 1799 
quei bravi "soldati" si impadronirono del convento di 
clausura di Altamura, noto per ospitare suore di fami- 
glie ricche e nobili. 

Le quaranta suore, che certo non potevano essere 



92 



Rohcrlo Sgarzi 




Configurazione geopolitica della penisola nel pieno periodo napo- 
leonico (1803). SI noti, fra l'altro, la scomparsa dello Stato veneto, ce- 
duto all'Austria da Napoleone con il Trattato di Campoformlo. 



sospettate di simpatie rivoluzionarie, furono tutte de- 
rubate di ogni bene, stuprate, torturate e infine uccise. 

Re Ferdinando e il suo tutore Lord Nelson di cui 
era in balìa non andarono per il sottile e incrementa- 
rono r"Esercito della Vera Fede" con un corpo di spe- 
dizione internazionale formato da montenegrini, russi 
ortodossi, inglesi mangia-papi protestanti e (udite, 
udite!)... i sanguinari selvaggi turchi, islamici ottoma- 
ni (Stona di Napoli. G.R. Edizioni, p. 123). 

Il che per un esercito integralista, teso alla restau- 
razione della Chiesa Cattolica Apostolica Romana non 
era da buttar via! 

Nell'agosto 1799 "l'Esercito della Vera Fede" 
giunse a Napoli, abbandonata dai francesi e tenuta so- 
lo da sparuti gruppi di patrioti. Questi, arresisi dopo la 
promessa di avere salva la vita, furono invece tutti 
massacrati in mesi e mesi di stragi orribili. 

Nessuno fu risparmiato e si ammazzò di tutto: no- 
bili, illuministi e contadini, soldati e intellettuali, scien- 
ziati, poeti e sacerdoti e in questo l'aiuto dato dalla 
flotta inglese di Nelson fu determinante. 

Lord Horace Nelson, uno degli eroi inglesi, uno 
dei padri di quella patria, si comportò come un assas- 
sino assetato di sangue; approfittando di un re senza 
dignità, strappò impegni già presi, superando come 
follia omicida anche quello "stinco di Santo" c4el car- 
dinale Ruffo, accusandolo di troppa umanità (Berto- 
letti, // Risorgimento visto dall'altra sponda, p. 35). 



Fu suo il merito dell'autentico omicidio dell'am- 
miraglio Caracciolo, da lui fatto impiccare al pennone 
della nave "Minerva". 

Varie sono le interpretazioni di questo comporta- 
mento, le più attendibili sono che forse Lord Nelson 
voleva con questo ottenere le "attenzioni" di Emma 
Hamilton, la quale a sua volta era l'interprete ed ese- 
cutrice delle volontà di una regina Maria Carolina di- 
venuta spietata e vendicativa oltre ogni dire a causa 
della morte della sorella e delle sciagure che la famiglia 
viennese aveva subito ad opera degli eserciti rivoluzio- 
nari francesi. 

Ma la strage sanfedista più feroce (una vera e pro- 
pria pubblica mattanza) si ebbe il 20 agosto 1799 sul- 
la piazza del mercato di Napoli. 

Fra le molte vittime illustri c'è stata anche una 
grande, colta, anima femminile: Eleonora de Fonseca 
Pimentel. 

Interessanti alcune riflessioni della Macciocchi. El- 
la fa rilevare come dalla Chiesa cattolica mai si sia le- 
vata una voce di richiesta di perdono per gli orribili 
crimini commessi da un suo cardinale. 

La studiosa pone altresì in relazione questo fatto 
con l'atteggiamento odierno, tenuto da "certe forze", 
sempre più illustrativo nei confronti degli antichi re 
borbonici, con particolare riferimento a quel Ferdi- 




f^^ipi^HI^ 




Ferdinando I di Napoli giura solennemente di concedere e rispettare 
la Costituzione napoletana. Né lui né 1 suoi eredi lo faranno mai. 



VUalia e le Tre Italie 



93 



IMPERO 
D'AUSTRIA 




ulteriore situazione geopolitica della penisola durante l'occupazio- 
ne francese. 



nando "che allagò tutta Napoli del sangue delle sue 
vittime". Fatto questo che nel giudizio della Civiltà, 
della Verità e della Storia, divide gravemente ancora 
una volta il nord e un certo sud. 

Ella, fra l'altro, si riferisce ad un libro recentemen- 
te apparso in cui si definisce "re Ferdinando [il man- 
dante di Ruffo n.d.a.] vero re e vero padre, così vicino 
e simile all'ultimo dei suoi sudditi, come Napoli non 
avrebbe avuto mai più". 

La Macciocchi conclude acutamente: "Meno male 
per Napoli e per noi". 

Come si è visto nelle pagine precedenti lo Stato di 
Napoli aveva allora, come oggi, due anime duramente 
contrapposte e, come scrive Giovanni Montroni, per 
alcuni versi questo stato può anche paradossalmente 
essere considerato proprio il più recettivo fra gli stati 
italiani alle idee francesi e ciò proprio perché l'enorme 
arretratezza di quella collettività faceva sì che la parte 
più civile che la componeva più di ogni altra anelasse 
a momenti di convivenza elevati ed europei. 

Come già detto, la succitata restaurazione borbo- 
nica e inglese fra il luglio 1799 e il febbraio 1806 cau- 
sò feroci e sanguinose repressioni ovunque: nelle mas- 
se contadine, nella borghesia illuminata, in certa no- 
biltà avanzata. Ma non finì così. 

Fra il 1806 e il 1815 Napoli vide il ritorno delle 
truppe e dell' "ordine" francesi. 

Non saranno ricostituiti in modo indolore. Vari ge- 
nerali francesi, Massena fra quelli, metteranno a ferro 



e fuoco il Meridione d'Italia ed Abruzzo e Calabria in 
primis, con gravi efferatezze (da Bertoletti). 

Il Meridione d'Italia, in questo secondo periodo di 
governo giacobino e francese, non vedrà un nuovo 
"Esercito della Vera Fede", la repressione sarà durissi- 
ma e i vari capi briganti perseguitati e imprigionati. Il 
colonnello "(per "meriti di guerra") Michele Pezza, 
meglio noto come il brigante Fra Diavolo, è impiccato 
nel luglio del 1808, così come varie cittadine, sempre 
in quell'anno, sono messe a ferro e fuoco; ne cito una, 
la città di Lauria. 

La violenza chiama violenza. Il metodo usato (ge- 
nerale francese Manhés definito dal giacobino Pietro 
Colletta "inumano e violento") fu quello feroce della 
terra bruciata con il tassativo divieto, pena la morte, ai 
cittadini di concedere qualunque aiuto ai briganti. E 
riferito che attorno al 1810 il fenomeno del macrosco- 
pico brigantaggio pare esaurito. 

Il sistema francese e giacobino può quindi gover- 
nare: sono solo nove anni, ma saranno importanti: con 
il regno di Giuseppe Bonaparte prima e poi con 
Gioacchino Murat (1808), si realizzò in Napoli e nel 
suo stato (la Sicilia continua ad essere esclusa), un 
grande programma di riforme e di riorganizzazione 
che investì tutti gli aspetti di quella società. 

Le difficoltà si rivelarono subito enormi: una fra 
tutte. La non esistenza di un catasto rese di fatto im- 
possibile l'applicazione della nuova riforma contribu- 
tiva fondiaria. 

Capaci ministri. Zurlo prima e David Winspeare 
poi, diedero un duro colpo allo spagnolesco e crimi- 
nale baronaggio meridionale, ma la primordiale situa- 
zione sociale di queUe terre impedì l'ambita formazio- 
ne della piccola proprietà contadina. 

Come, riferendosi a situazioni storiche posteriori, 
ma analoghe. Il Gattopardo illustrerà: "tutto cambierà 
per non cambiare nulla". 

Alla nobiltà baronale infatti subentreranno alle 
\'olte grandi proprietari terrieri di origine non nobilia- 
re, ma tutto resterà come prima. 

Fortunatamente si realizzarono molte innovazioni 
felici. L'amministrazione pubblica e la rete viaria mi- 
glioreranno sensibilmente, il sistema delle contribuzio- 
ni assunse connotazioni di equità con l'introduzione di 
una nuova imposta, detta "patente", gravante su tutti 
coloro che erano impegnati in attività commerciali o 
professionali. Come negli altri stati gravitanti nella di- 
mensione illuministica e rivoluzionaria francese, la 
vendita di terreni e immobili appartenenti alla Chiesa, 
così come il processo di laicizzazione dello stato e an- 
che la metodologia delle vendite dei suddetti beni, as- j 
sunsero connotazioni di sempre maggiore significato 1 
per il Regno di Napoli. 

Un aspetto negativo fu invece costituito dal pesan- 
te blocco posto dalla flotta di Nelson alle esportazioni _ 
dei prodotti agricoli locali, la qual cosa penalizzò mol- f 
to quell'importante settore produttivo. 



94 



Roberto Sgarzi 



p 




j^M ^•-' 




Pizzo Calabro 13 ottobre 1815. Fucilazione di Murat. 

Ma tutto ava'enne troppo tardi: nel 1811. L'unica 
seria analisi statistica di quella situazione fatta all'epo- 
ca da Gioacchino Murat, illustra una disperante con- 
dizione delle attrezzature, della produttività, dell'orga- 
nizzazione della manodopera dell'unico settore pro- 
duttivo: appunto quello agricolo. 

Nel 1812 Giangiacomo Egg di Zurigo impianta la 
prima moderna manifattura cotoniera nel mezzogior- 
no ma, come detto, è ormai troppo tardi. 

Interessante è pure un'altra della classiche, puerili, 
hmfaronate del "re Lazzarone". Il 13 luglio 1812 in 
Palermo ove era rifugiato, in modo solenne re Ferdi- 
nando emana a sorpresa la Costituzione del Regno del- 
le Due Sicilie, la prima Costituzione concessa ai sud- 
diti su suolo italiano da un re. Era successo, molto 
semplicemente che onde "hire concorrenza " alle otti- 
me innovazioni liberali del "regime murattiano" in 
Napoli, anche il Borbone "regalava qualcosina" ai suoi 
amati sudditi. Per stilare il documento re Ferdinando 



non fece troppa fatica (aborriva 
le fatiche) e con tutta tranquillità 
prese la Costituzione inglese co- 
piandola integralmente, salvo 
fatte alcune, modeste, banali cor- 
rezioni. 

Naturalmente si trattava di 
un orribile "scherzo" di "re Na- 
sone" le cui conseguenze si 
estenderanno ai successori: quel- 
l'impegno non sarà mai onorato. 
I Borboni con quel docu- 
mento scateneranno grandi atte- 
se di modifiche istituzionali con 
relative insurrezioni endemiche 
nei territori del regno per mezzo 
secolo. Essi giureranno e rigiure- 
ranno mille volte di applicare la 
Costituzione ma, superati i vari 
pericoli insurrezionali dei costi- 
tuzionalisti, ignoreranno sempre 
la parola data di fronte a Dio e 
agli uomini. 

Quel Borbone nella sua sma- 
nia di essere ben visto dagli in- 
glesi si liberò anche della scomo- 

. ^ ,. — ,- _^ jg Maria Carolina che ritornò, 

tramite la solita ospitale nave di 
Nelson, nella sua Vienna il 2 feb- 
braio 1814, di nascosto con i quattro figli. Onde evita- 
re pubblicità non gradite il suo passaporto era intesta- 
to alla "marchesa di Lipona", anagramma di Napoli. 

Certamente Sua Maestà, privata di quella mente 
pensante, sarà stato più malleabile alla pretese degli 
inglesi. 

Nel 1815 tutto crolla, perché Napoleone è battuto 
detinitivamente a Waterloo, dopo la Russia e dopo la 
sconfitta di Lipsia. 

Il Regno napoletano murattiano cerca coraggiosa- 
mente di difendersi nei confronti dello strapotere de- 
gli alleati antinapoleonici ma, dopo alcuni iniziali e fa- 
vorevoli risultati in Emilia, Marche ed Abruzzo, è di- 
sastrosamente battuto a Tolentino. 

Murat cerca disperatamente di difendere il trono. 



ma è catturato dai borbon 



'izzo Calabro e lì luci- 



lato il 13 ottobre 1815. L'avventura napoleonica è fini- 
ta e per il Regno delle Due Sicilie comincia la seconda 
tribolatissima Restaurazione borbonica. 



L'Italia e le Tre Italie 



95 



5. L'Ottocento 



La Restaurazione nell'Italia del nord, del centro 
e del sud dal 1815 al 1848 



La cometa napoleonica si spense il 15 giugno 1815 
dopo una battaglia che rese celebre una piccola città 
ora belga: Waterloo. 

A battere l'esercito che aveva portato in Europa i 
lumi della Rivoluzione francese fu una grande coali- 
zione di sovrani assolutistici. Si dice che Wellington, il 
comandante inglese, inquadrasse il còrso nel suo ca- 
nocchiale e dicesse: "Ecco là il gran ladro d'Europa". 

Il Settecento e le sue guerre fra piccoli eserciti di 
cavalieri e uomini d'arme era veramente finito, ora si 
affrontavano interi popoli, divisi da convinzioni ideolo- 
giche ed etiche profonde e opposte. Dopo Waterloo i 
vincitori si diedero ad un odioso massacro dei nemici. 

Alla caduta napoleonica seguì il Congresso di 
Vienna che, con troppa facilità, pensò di riportare le 




La restaurazione in Italia. Conclusione delle guerre napoleoniche. Si- 
tuazione geopolitica cJopo il Trattato cJi Vienna (1 1 novembre 1814 - 
9 giugno 1815). 



cose del mondo alla situazione precedente alla caduta 
della Bastiglia: via gli alberi della libertà e dentro i par- 
rucchini incipriati, fuori i parlamenti popolari e dentro 
i sovrani assolutistici. 

Chiaramente non poteva andare e non andò. 

L'esaurirsi della tempesta napoleonica sulla peni- 
sola e il suddetto Congresso di Vienna (1° novembre 
1814 - 9 giugno 1815) riportarono effettivamente la si- 
tuazione geopolitica allo stato precedente gli eventi 
francesi, ma non troveremo fra quelli il più antico e 
glorioso degli Stati nazionali, la Repubblica di Venezia, 
che pur non avendo mai parteggiato per Napoleone ed 
essendo stata viceversa una delle sue prime "vittime", 
fu annullata come libero stato e assegnata all'Austria, 
che così costituì il Lombardo-Veneto. I vincitori costi- 
tuiranno la Santa Alleanza, così detta perché doveva 
"santamente" e "fideisticamente" opporsi agli illumi- 
nistici ideali di democrazia ereditati dall'esperienza 
napoleonica. 

Ma i veneti hanno buona memoria e di lì a cin- 
quant'anni certi conti saranno saldati. 



A) La prima metà dell'Ottocento 
nell'Italia settentrionale 



È costituita dal suddetto "Granducato Lombardo 
Veneto", in realtà parte integrante dell'Impero austria- 
co, dallo Stato del Piemonte e da una serie di molti 
piccoli "Granducati" che vedono tutte le loro dinastie 
regnanti strettamente imparentate con la Casa d'Au- 
stria. Un esempio: il Cjranducato di Parma è governa- 
to dalla ex consorte di Napoleone, Maria Luigia, figlia 
appunto dell'imperatore austriaco. 

In tutti questi stati e staterclli riapparvero quindi i 
precedenti duri sovrani, ansiosi di severe repressioni 
che garantissero il loro rinnoxato potere. 

Std/o del PiciHoiite 

Nei vari reami la situazione fu molto di\'ersa, sicu- 
ramente il più duro e omicida, come dirò, fu lo Stato 
del Piemonte e questo nei confronti non solo del Set- 
tentrione, ma di tutta la penisola. 

La ragione di questa realtà va forse ricercata nel 
fatto che, come si ricorderà, il Piemonte era stato ac- 



97 



corpato allo Stato francese durante il periodo napo- 
leonico, godendone quindi delle libertà e del prestigio. 

Il ritorno ad una monarchia savoiarda, modesta, 
montanara, retriva e forcaiola, non poteva che essere 
particolarmente duro per i piemontesi. 

Oppure forse perché fra il 1821 e il 1849, la sorte 
mise, come sovrani, suUa strada dei nostri amati fratel- 
li piemontesi, tre individui presentanti aspetti partico- 
larmente penosi. 

Il primo Vittorio Emanuele I alle prime difficoltà 
subito si dimise, il secondo Carlo Felice presentò inve- 
ce da sempre caratteristiche indi\'iduali di particolare 
ferocia ai limiti della criminalità omicida. 

L'ultimo infine, Carlo Alberto, fu uomo dalla per- 
sonalità infantile, con turbe religiose maniacali, che 
più volte nella nostra storia fu portato a comporta- 
menti contraddittori e opposti, anche da un giorno al- 
l'altro, la qual cosa causò, naturalmente, autentiche 
tragedie. 

I primi moti insurrezionali tendenti ad ottenere 
nuovi diritti politici che erano sintetizzati nella richie- 
sta di una "Carta Costituzionale" esplosero di lì a po- 
co nel 1821 (13 marzo) e sicuramente sull'onda dei 
primi moti sollevati nella penisola, quelli napoletani 
del 1820 e di cui dopo si dirà. 

Avvenne infatti che a fronte delle dure richieste di 
Costituzione da parte degli insorti torinesi Vittorio 
Emanuele abdicò a favore del fratello Carlo Felice. 

II problema era che costui non era in Piemonte, 
ma a Modena, in visita ufficiale: ecco perché fu al prin- 
cipe Carlo Alberto che transitoriamente venne affida- 
ta la reggenza. 

Potrà sembrare curioso, ma a capo della sommos- 
sa fu proprio il principe ereditario Carlo Alberto, an- 
zi era solo il più alto in grado poiché quell'uomo, alla 
ricerca di spazi personali, non avrebbe mai avuto le- 
vatura etico-politica adeguata, ma aveva avuto la ridi- 
cola superficialità U 6 marzo 1921, di accondiscende- 
re alla proposta costituzionalista di Santorre di Santa- 
rosa, quello sì un grande liberale e la vera mente del- 
l'iniziativa. 




Incisione di B. Pinelli illustrante il ritorno trionfale del papa a Roma. 
Collezione dell'autore. 



La cosa ridicola fu che durante la notte seguente 
Sua Maestà, puerilmente, cambiò idea, ma ormai il 
moto era già in atto nelle università di Torino e di Ge- 
nova, e nelle guarnigioni di San Salvario, Vercelli, Va- 
lenza, Ivrea, Biella e nella stessa cittadella di Torino. Di 
fronte al fatto compiuto Carlo Alberto, che in quel 
momento era Reggente, ricambiò idea e promise for- 
malmente la Costituzione. 

Quel povero, piccolo uomo, che sarà soprannomi- 
nato "re Tentenna", fu immediatamente esautorato da 
una semplice lettera del re Carlo Felice e subito abban- 
donò congiura, congiurati e promesse di Costituzione. 

Il re Carlo Felice (che pure dovette subire un no- 
mignolo popolare... "Carlo Feroce") non esitò a fare 
intervenire anche un modesto corpo di spedizione au- 
striaco contro i patrioti piemontesi (che furono battu- 
ti a Novara 1*8 aprile 1821) e a scatenare una terribile 
e sanguinosa repressione. 

Una Corte Marziale subito nominata per giudicare 
i costituzionalisti pronunciò settanta condanne a mor- 
te, cinque alla galera perpetua e venti a pene varianti. 

Le università di Torino e Genova saranno chiuse 
per un anno, certe lauree annullate e i funzionari di go- 
verno e i sacerdoti dovettero prestare uno speciale giu- 
ramento di fedeltà al re. 





(Oolkn. i^linwi.letUi 



Re Carlo Felice di Piennonte. 



Re Carlo Alberto di Piemonte. Ritratto giovanile. 



9S 



Roberto Sgarzi 



wmi 




6 marzo 1821. Torino, Carlo Alberto reggente parteggia con i con- 
giurati liberali costituzionalisti. LI abbandonerà il giorno dopo. 



Santorre di Santarosa sarà costretto ad emigrare e 
morirà da prode nel 1825 di fronte a Navarino, per la 
libertà della Grecia contro gli orribili Turchi. 

Su quel suolo ancora oggi si erge un monumento a 
rict)rdt) del sacriticio di quel prode e dei suoi amici: 
Collegno, Pietro Torcila, Antonio Pecorara e del gene- 
rale napoletano Giuseppe Rossarol. 

Merita un particolare riferimento la persona di 
Ciarlo Felice per via di certi aspetti a caratteristica di- 
chiaratamente omicida e criminale, di fatto patologica. 

Sono in possesso degli storici lettere autografe 
(Bertoletti, Verità e giustizia, p. 74 e ss.) del suddetto 
figuro ove egli scriveva: "Se essi (gli stude>iti di l'orino) 
si ostinano a riunirsi, bisogna arrivare alla carneficina, 
che è l'unico sistema"; oppure: "Spero che essi saranno 
impiccati; impicca, impicca, così va bene"; oppure al fra- 
tello: "Dimenticavo di dirti che qui la giustizia va bene, 
perché ogni quindici giorni si impicca un uomo" . 

Nel periodo in cui Carlo Felice fu viceré di Sarde- 
gna \i furono in quella sola isola più impiccagioni di 
quante si erano verificate in dieci anni in tutto il Regno 
sabaudo e penso ciò basti per definire un individuo. 

Poiché il compito di questa mia ricerca è il tentati- 
vo di stabilire certe verità storiche e metterle in raf- 
fronto, al di là di quanto affermato in epoca posterio- 
re da ima propaganda sabauda, a volte veramente in- 




Santorre di Santarosa, ispiratore dei moti liberali del 1821 in Pie- 
monte, morirà da prode a Sfacteria combattendo contro i turchi per 
la liberta della Grecia. 



fame, non posso non riferire del prosieguo dell'inde- 
cente storia di Carlo Alberto. 

Il suddetto signore si diede ad una disperata volontà 
di essere perdonato da "Carlo Feroce" al fine di essere 
di conseguenza riammesso come erede al trono. Non fu 
facile perché Carlo Felice aveva già pensato di escluder- 
lo dalla successione e ciò gli fu impedito solo dalla for- 
te volontà dei veri padroni d'Italia: gli austriaci. 

Interessante l'ulteriore comportamento di Carlo 
Alberto che, nella volontà di rifarsi una verginità con- 
servatrice e un "buon nome" tra i conservatori e, pur 
di dare a chi di dovere "buona prova di sé", andrà ad- 
dirittura in Spagna, ove era in corso una ribellione dei 
patrioti spagnoli e a iVladrid riuscirà finalmente a par- 
tecipare alla mattanza: meriterà gli elogi del suo co- 
mandante. 

Sarà questo e altro a convincere Carlo Felice, poco 
prima di morire, a rifare di quel Principe di Carignano 
un erede al trono (regno di Carlo Alberto: 1831-1849). 
Il regno di Carlo Alberto fu brutale come quello del 
predecessore. 

Altre ribellioni sono segnalate a Geno\'a nel 1831 
e nel '33. Ulteriori sanguinose insurrezioni si verifica- 
no ad Alessandria nel 1832 e a Chamberv, ove il 20 









Torino 1821, sanguinosa repressione del moti liberali, eccidio di stu- 
denti. 



Vltalia e le Tre Italie 



99 



maggio 1833 furono condannati a morte tre patrioti, e 
il 10 giugno furono emanate altre gravi sentenze. 

Nel giugno del '33 in Genova vi furono condanne, 
morti, impiccagioni e quant'altro. Fra i condannati a 
morte in contumacia spuntano i nomi di Mazzini e Ga- 
ribaldi. 

Interessante una lettera di Carlo Alberto a quella 
mammola di Ferdinando II, re delle Due Sicilie, nella 
quale lo imputa di essere troppo tollerante nei riguar- 
di dei seguaci della neofondata, mazziniana "Giovane 
Italia" invitandolo ad essere più duro e feroce. 

Vincenzo Gioberti teologo di Casa Savoia aperto 
alle nuove idee, è incarcerato il 31 maggio 1833 ed esi- 
liato in Francia. 

Anche in questo Stato piemontese si distingue co- 
me pilastro della più dura conservazione l'ordine dei 
Gesuiti. 



Questo e non altro fu quel Regno di Piemonte e 
Sardegna. 

Gli altri stati del nord Italia 

Non interessa particolarmente alla nostra indagine 
la penosa cronologia di moti, condanne, esecuzioni, o 
quant'altro, ma il verificare come la situazione fosse 
universalmente di grande repressione. 

Nel Lombardo-Veneto e nei Granducati U clima 
che si viveva era solo leggermente migliore di quello 
piemontese, ma a quello di fatto equiparabile. Per bre- 
vità non se ne parlerà, se non per un rapido riferimen- 
to alla presenza di sette carbonare e ai conseguenti ar- 
resti, processi e dure pene inflitte nel '20-2 1 a Pellico, 
Maroncelli, Romagnosi, Borsieri, Gonfalonieri, Arco- 
nati, Pallavicino e molti altri. 



B) La prima metà dell'Ottocento 
nell'Italia centrale 



Nella prima metà dell'Ottocento nel centro Italia 
c'erano due stati: il Granducato di Toscana e lo Stato 
pontificio. 

Lo Stato pontificio presenta connotazioni socio- 
politiche rigorosamente assolutistiche e teocratiche, 
non vi è ombra di volontà di alcun tipo di riforma. 
L'ordine pubblico è garantito da truppe mercenarie 
straniere, per lo più svizzere. 

Anche in questo caso i sotterranei tentativi di sedi- 
zione, soprattutto ad opera di sette segrete e carbona- 
re sono diversi, sempre repressi nel sangue. La corru- 
zione è rilevante e spicciola, il privilegio di alcuni no- 
bili laziali è totale. Recentemente libri e cinematogra- 
fia hanno illustrato in modo ampio e illuminante la 
realtà del regno del papa-re in questo periodo storico. 



Di particolare durezza il Regno di Leone XII (1823- 
1829) contro le volontà riformatrici presenti nelle Ro- 
magne. Anche i regni di Pio VIII (1829-1830) e di 
Gregorio XVI (1831-1846) ebbero le suddette caratte- 
ristiche repressive. 

Ben diverso fu il clima socio-politico nel Grandu- 
cato di Toscana ove la reggenza degli Asburgo-Lorena 
(Leopoldo di Lorena, 1824-1859) di derivazione au- 
striaca, consentì situazioni di grande evoluzione civile. 

Pare di un certo interesse un motto caratteristico 
del Fossomboni, un insigne scienziato, ministro del 
Granduca: "Il mondo va da sé" a sottolineare la ne- 
cessità di non usare violenza nel divenire degh uomini. 

In un quadro italiano culturalmente piuttosto de- 
presso, è di rilievo l'apertura del "Gabinetto scientifi- 
co letterario" di Giampietro Vieusseux, ove affluirono 
le menti più acute di ogni parte d'Italia. 



C) La prima metà dell'Ottocento 
nell'Italia meridionale 



Questo è il periodo storico che più interessa la no- 
stra indagine al fine di \-erificare le reali differenze fra 
nord e sud della nostra nazione nell'importante mo- 
mento immediatamente precedente l'unità d'Italia. 

Vi si alternarono quattro sovrani: il già noto Ferdi- 
nando I, Francesco I, Ferdinando II e infine Francesco 
IL meglio noto come Franceschiello. 

Ferdinando I, il re Nasone, sbarcò, al ritorno dal- 
la "vacanza palermitana", il 17 giugno 1815 in una Na- 
poli sottoposta ad un duro controllo da parte del con- 
tingente austriaco del generale Neipperg, il vincitore 
dei francesi e fra le acclamazioni della foOa festante. 

Il "re Lazzarone" era quasi tutto nuovo: aveva un 
nuovo nome, si faceva chiamare Ferdinando I re delle 
Due Sicilie, e una nuova moglie, che era poi la sua an- 




Re Ferdinando II delle Due Sicilie. Sarà più noto come il "re bomba". 



nw 



Roberto Sgarzi 



tica amante la duchessa di Floridia, ma astuzia e carat- 
teristiche personali erano intatte. 

Si presentò con un proclama che aulicamente pa- 
reva ispirato alla massima di un'antica canzonetta na- 
poletana: ''Chi ha viito, ha vuto, ha vuto; chi ha dato, ha 
dato ha dato. . . scurdammece 'o passato, simme 'e Na- 
pule paisà" . 

C'è poco da dire, il re Lazzarone fu, in quel mo- 
mento, il più turbo dei sovrani italiani e per di più, in- 
credibilmente, mantenne la parola. 

Infatti nel proclama promulgato dalla reggia era 
scritto chiaramente: non vi sarebbero state vendette 
politiche, Sua Maestà veniva da pacificatore e chiun- 
que avesse bene operato non doveva temere e avrebbe 
mantenuto il "posto". 

Riconoscendo che le riforme illuministico-giacobi- 
ne di Murat e del periodo francese in genere erano sta- 
te particolarmente utili per la crescita del paese, Sua 
Maestà Borbonica le mantenne tutte in essere, cam- 
biando semplicemente loro i nomi, nonché qualche 
\'irgoletta. 

Il Codice Napoleonico divenne il Codice fernan- 
deo, chiamò Senato l'amministrazione municipale 
della città, le leggi principali rimasero inalterate (sal- 
vo il divorzio, che fu abolito) e i funzionari e i milita- 
ri che avevano servito correttamente durante il prece- 
dente regime rimasero ai loro incarichi. E questo, bi- 
sogna ricordare, in un'Europa percorsa da terribih e 
sanguinose vendette da parte dei consevatori anti-na- 
poleonici. 

Pareva essere una buona soluzione e molti giaco- 
bini, come il già citato storico Pietro Colletta, applau- 
dirono al buon governo che lentamente faceva capoli- 
no e di conseguenza... "prosperava lo stato, felice il 
presente, felicissimo si presentava l'avvenire". 

Ma il periodo illuministico aveva fatto molti pro- 
seliti e la Carboneria esplose come importanza: la pre- 
senza di questa setta nei territori del Regno delle Due 
Sicilie divenne capillare. 

La questione era sempre la stessa, al di là della pu- 
ra cosmesi legislativa: l'applicazione della già concessa 
e mai abrogata Costituzione e questa era chiesta con 
forza dalla mai doma frazione filofrancese e filoeuro- 
pea in quel mondo duramente mediterraneo. 

Già nel 1817 i Carbonari di Puglie, Salernitano, 
Napoli, Basilicata e Calabrie iniziavano l'azione poli- 
tica che sfociò concretamente, nelle prime ore del 
mattino del 2 luglio 1820, nei primi moti liberali dcl- 
ritalia. 

Si può dire che il Risorgimento del paese cominciò 
quel giorno ad opera degli uHiciali Morelli, Salviati e 
Cìuglielmo Pepe, ma le radici erano lontane, nella vera 
madrepatria del Meridione d'Italia: la Spagna. 

Successe infatti che Ferdinando VII di Spagna, 
mentre il paese soffriva sotto la dura dominazione 
francese, immortalata da Cìoya, emise anch'egli una 
Costituzione assai liberale e ispirata alle idee francesi e 



questo evidentemente per non deludere il popolo spa- 
gnolo che aveva così duramente combattuto per la sua 
libertà. Naturalmente, anch'esso, caduto Napoleone, 
revocò quella Costituzione (1812) e restaurò l'assoluti- 
smo (1814). Non solo ma di lì a pochi anni (gennaio 
1820) raccolse a Cadice un esercito al line di riconqui- 
stare le colonie americane. 

Fu appunto quell'esercito che, ispirato dalle filo- 
sofie di uguaglianza ereditate dalla Rivoluzione france- 
se, si ribellò a quell'iniziativa imperialistica e impose al 
re di Spagna di riconfermare la Costituzione (marzo 
1820). Fu quell'esperienza nella nazione gemella a sca- 
tenare i militari napoletani, solo pochi mesi dopo. 

Essi innalzarono vessillo rivoluzionario azzurro, 
rosso e nero ed entrarono in Napoli (8 luglio 1820). 

Due storie parallele. Anche qui l'oggetto della con- 
tesa era la Costituzione che subito il re napoletano si 
affrettò a ribadire, giurando il 13 luglio 1820 nella 
Chiesa dello Spirito Santo. 

Ma tutto fu subito prevedibile caos. Dietro quella 
parola tutti vedevano significati molto diversi. La Sici- 
lia intendeva la sempre tanto agognata indipendenza e 
subito si ribellò, con circa 600 fra morti e feriti con 
l'immediata repressione sanguinosa del napoletano 
Florestano Pepe, poi sostituito da un generale ex gia- 
cobino, nonché storico: Pietro Colletta. 

Grande differenza di programmi c'era pure fra le 
varie sette carbonare, fra i cortigiani del re, nonché fra 
la nobiltà locale. 

Ad avere le idee chiare furono i soliti austriaci, che 
subito inviarono il solito corpo di spedizione armato. 

Qui avvenne l'incredibile perché re Ferdinando di 
Napoli superò se stesso. Con grande autorità infatti 
mobilitò e inviò l'esercito ad affrontare gli inx'asori che 
minacciavano la patria, ma immediatamente dopo fu 
convocato a Lubiana al congresso della conservatrice 
Santa Alleanza, ove di fronte ai rimproveri degli au- 
stro-russi semplicemente cambiò idea. Il 23 febbraio 
1821 emanò di conseguenza un opposto proclama nel 
quale si invitava la popolazione ad accogliere amiche- 
\'olmente l'armata austriaca e a collaborare con essa 
per il bene della patria. 

Proprio in Lubiana Ferdinando invitò gli eserciti 
stranieri ad intervenire militarmente contro la propria 
patria, per ristabilire un'ortodossa situazione politica. 

Fu in questa incredibile situazione che subito do- 
po, il 7 marzo, Guglielmo Pepe alla testa di 24.000 na- 
poletani cercò di arrestare le forze austriache, fra le 
quali appunto vi era quel re che mai come in quel ca- 
so meritò l'epiteto di "Lazzarone" (Storia di Napoli, 
G.R. Edizioni, p. 144). Quel povero esercito e quei po- 
veri soldati napoletani, confusi, umiliati, traditi, sfug- 
girono al Pepe. Ci furono due parvenze di battaglie 
(Rieti e Antrodoco, marzo 1821) ed essi si sbandarono 
irrimediabilmente. In breve non ci fu più esercito e le 
fortezze aprirono le porte alle forti (50.000 uomini) ar- 
mate austriache. 



l.'Iliiliti e te in- ìudie 



101 



Naturalmente ad opera di Ferdinando e del suo 
ministro di polizia, si verificò la solita violenta repres- 
sione, con le fughe, il carcere, l'esilio, la forca, il car- 
cere duro. Un altro quadretto che rivedremo nel 1943, 
1944, 1945. 

Fra i fortunati che salvarono la vita i generali Pepe 
e Carrascosa, mentre gli ufficiali Morelli e Salviati, che 
avevano iniziato il moto, furono fra coloro che perse- 
ro la loro nobile vita sul capestro. 

I moti di Messina furono giudicati da un'ulteriore 
Corte Marziale che il 28 febbraio 1822 comminò ai 
ben cinquanta imputati nove condanne a morte e nu- 
merose condanne all'ergastolo e alla galera. La povera 
e bella Sicilia cominciava il suo calvario in un secolo 
che sarà terribile per quell'isola. 

La mattina del 4 gennaio 1825 il re Nasone e Laz- 
zarone concluse la sua vita terrena, dopo 74 anni di vi- 
ta e 65 di regno. 

II giudizio su quest'uomo divide ancora oggi stori- 
ci e cittadini e questo in funzione della loro derivazio- 
ne culturale ed etica. A molti pare incredibile il gran- 
de favore di cui Ferdinando I gode ancora oggi presso 
i napoletani e i meridionali conservatori in genere. 
Scrive Bertoletti che in molti è l'opinione che Ferdi- 
nando I abbia distrutto la base morale della sua dina- 
stia nella coscienza della nazione. 

Sembra difficile non condividere questa opinione 
su un sovrano, il capo di un popolo per "grazia di 
Dio", che, fra le molte sue discutibili iniziative, era 
presente fra le fila di un esercito che si batteva contro 
i suoi sudditi. 



A Ferdinando succedette per un regno incolore, 
quanto breve, il figlio Francesco 1. 

Da registrare una ribellione di stampo liberale a 
Bosco di Salerno con l'abituale lunga fila di forche, 
ben 26 questa volta; fra le vittime il canonico locale De 
Luca. 

La Storia di Napoli (p. 144) riferisce di una situa- 
zione economica contraddittoria. 

Esisteva cioè una buona produzione di lana, seta e 
cotone con crescita di fonderie, stamperie, concerie, tin- 
torie, saponifici, fabbriche di candele, mobili e altre pic- 
cole industrie, ma a questa dimensione economica l'au- 
tore dà una valutazione quantitativamente trascurabile. 

Viceversa a tronte di una globiilità commerciale 
precaria, con finanze gravemente compromesse, vi so- 
no aspetti di evoluta organizzazione sociale, come la 
prima nave a vapore salpata nella penisola il 21 settem- 
bre 1818 per il viaggio inaugurale Napoli-Genova e la 
prima compagnia di navigazione nel Mediterraneo fon- 
data nel 1823. 

Sempre nel già citato Storia di Napoli si descrive un 
paese totalmente allo sfascio civile e culturale e mai in 
grado di ripetere i fasti del Settecento: non pittori, né 
musicisti o scultori di vaglia a causa dei larghi vuoti 
causati dagli esili del 1799 e del 1820. 

Esuli uomini come Cuoco o Rossetti, le accademie 
furono pesantemente sxoiotate. Unico esempio di pre- 
stigio il pacifico Basilio Puoti che ebbe un solo merito: 
essere il maestro di Francesco de Sanctis. 

L'8 novembre del 1830 morì Francesco I. Aveva 
soli 53 anni ma, a quanto scrissero i contemporanei, ne 
dimostrava 80. 




Ferdinando I, re delle Due Sicilie, dopo avere sconfitto l'esercito. 
da conquistatore in Napoli, scortato da generali di Vienna! 



napoletano entra 



Siamo quindi al penultimo Regno bor- 
bonico, quello di Ferdinando li meglio noto 
Kimie il "re Bomba" per quel suo vizietto di 
tare bombardare i sudditi irrequieti, ma del 
quale ingiustamente non sono noti altri 
aspetti di largo merito. 

Sì... perché tutto considerato egli fu il 
sovrano più serio dei quattro di cui si parla. 
Ereditò un'economia disastrata che per di- 
chiarazioni dello stesso sovrano ammontava 
nel 1831 ad un ammanco di 1.128.167 duca- 
ti, una somma enorme per l'epoca, al quale 
cercò immediatamente di porre rimedio con 
l'esborso personale di 370.000 ducati e tutta 
una serie di progetti di politica della lesina 
su spese varie, soprattutto militari e sui mol- 
ti bilanci ministeriali che consentiranno al 
sovrano di portare il bilancio dello Stato 
borbonico ad un sostanziale pareggio. 

L'odierna politica economica del nostro 
Paese ha certo modelli ideali borbonici, pur 
non ottenendo, purtroppo, pari risultati. 

"Re Bomba" ebbe anche altri meriti e 
due riguardano minimi aspetti istituzionali 



Ì02 



Ruberto Sgarzi 



della corte dei precedenti sovrani napoletani, talmente 
folcloristici da lasciare sbalorditi. 

Ferdinando cioè cancellò alcune "figure istituzio- 
nali". La prima era il cerimoniere che organizzava le 
audizioni a Corte dei poveri, dei diseredati e dei di- 
sperati, al fine di presentare suppliche al re. 

Queste audizioni \'enivano ottenute tramite il ver- 
samento di una quota al ciambellano. Spesso il ticket 
superava l'elemosina, con proteste di quei poveracci. Il 
ciambellano fu licenziato e le pubbliche udienze furo- 
no gratuite. 

La seconda, gustosissima, fu il licenziamento del 
Ministro di polizia Nicola Intontì che organizzava false 
"sommosse liberali", ad opera di poliziotti travestiti, 
onde impaurire il re e poterlo \'ariamente influenzare. 

Non si vuole con ciò lasciare intendere che simili 
corruzioni fossero caratteristiche del solo stato delle 
Due Sicilie". In questa indagine è stato preso come 
modello di paragone degli stati non meridionali il Pie- 
monte, assai illustrato dalla storia ufficiale del nostro 
paese come mociello di integrità. 

Ebbene, Brofferio nel suo Storia del Piemonte rife- 
risce: "/ più feroci spogliatori nel Piemonte non erano 
quelli delle pubbliche vie, ma quelli dei pubblici impie- 
ghi. Si vendevano i favori, si vendevano i titoli, si ven- 
devano le cariche, e vendevano le sentenze. Tutto si ven- 
deva''. 

Ferdinando fece opportuna clemenza, cercando di 
richiamare in patria ben circa 500 esiliati e graziando- 
ne altri esonerati o imprigionati. Fra essi Guglielmo 
Pepe, Gabriele Rossetti, Alessandro Poerio. 

Di rilievo il rientro in esercito del generale Filan- 
gieri. 

Un'amnistia di Ferdinando ai prigionieri politici in 
occasione della nascita di Francesco, l'erede al trono, 
diede adito a molti timori nel nord Italia, che già guar- 
dava al Meridione con timore dopo le "sbandate pro- 
costituzionali" avute dal "re Nasone". Proprio quel- 
l'amnistia causò un intervento di Carlo Alberto nei 
confronti della Corte napoletana per stimolarla ad es- 
sere ossequiente nei confronti degli impegni presi con 
la Santa Alleanza. 

E interessante conoscere inhitti che attorno al 
1837 lo Stato delle Due Sicilie era indicato dai liberali 
costituzionalisti italiani come faro di promesse di li- 
bertà. 

Sotto il profilo della politica internazionale risulta 
di grande interesse, al line di ben (.letinire la qLialità so- 
cio-politica di quella società, ricordare la "guerra del- 
lo zolfo" con la Gran Bretagna. 

Sì, perché il grande interesse che l'Inghilterra ave- 
va per il Meridione e l'Italia in genere non aveva in 
realtà i romantici risvolti che poi si vollero intravedere 
negli atti delle gentildonne londinesi filo-mazziniane, 
ma erano molto concreti ed erano rappresentati dalle 
basi militari per l'assistenza alla sua Ilenia, che dcMui 



nava il Mediterraneo per frenare l'espansionismo fran- 
cese e consistevano pure nel vino che era usato in quel 
Paese in antagonismo con quello francese. Ma il mag- 
giore interesse inglese era per lo zolfo siciliano. 

Il commercio di questi prodotti era regolamentato 
da contratti capestro per i napoletani, stilati da "re Na- 
sone" in momenti di grande difficoltà militare per il 
Regno delle Due Sicilie e cioè quando troppo in quel 
paese dipendeva dalla volontà e dalla benevolenza del 
mai dimenticato, sanguinario Lord Nelson. 

Ferdinando dimostrò grande coraggio e dignità 
perché volle abrogare quel contratto e stipularne un 
altro, assai piiì vantaggioso, con i francesi. Successe il 
finimondo e le squadre navali inglesi e napoletane eb- 
bero confronti pericolosi e reciproci sequestri di navi- 
glio minore. 

Ci fu un ultimatum inglese: insomma si fu ad un 
passo dalla guerra. 

Ferdinando ebbe l'occasione di passare alla storia 
con un celebre motto da lui enunciato in quell'occa- 
sione: "Io mi fido più nella forza del diritto, che nel di- 
ritto della forza". 

La forza della flotta inglese tu troppo alta e fran- 
cesi e napoletani dovettero cedere, ma il messaggio di 
autorevolezza era stato lanciato. Si deve riconoscere 
che da quel momento la linea internazionale napoleta- 
na non fu piìi quella dell'odiosa e ridicola arrendevo- 
lezza di "re Nasone", bensì fu impostata ad un sano li- 
berismo tendente al miglior risultato nell'interesse del 
Paese. 

In quegli anni av\'enne un episodio che potrebbe 
sembrare marginale, e invece implicò grande risonanza 
in tutta un'Europa che guardava al Regno deUe Due Si- 
cilie con indifferenza e distacco, stanti le solite distin- 
zioni che hanno sempre diviso Europa e Mediterraneo. 

Avvenne infatti che un importante uomo politico 
inglese, Lord Gladstone, ebbe a visitare il regno napo- 
letano e con esso le sue prigioni. 

L'inglese che già aveva espresso dure critiche nei 
confronti di quel Cioverno, ebbe a definirlo "La nega- 
zione di Dio". 

Questa frase efficacissima lece immediataniente il 
giro d'Europa con risultati detonanti e alimentò nel 
Settentrione d'Italia, soprattutto negli incipienti ro- 
mantici circoli patriottici e unitari, la convinzione che 
le regioni del Meridione d'Italia "dovessero essere li- 
berate dal dominio di una dinastia corrotta e malva- 
gia", con le conseguenze che tutti conosciamo. 

Qualunque turista oggi visiti le antiche prigioni, in 
quelle che oggi sono isole mediterranee esclusive per 
ricchi vacanzieri, ma che solo ieri erano scogli sperdu- 
ti abbandonati da Dio e dagli uomini, non può che es- 
sere d'accordo con U duro Lord Gladstone. 

Ma per inderogabile necessità di obiettività, alcu- 
ne cose debbono essere dette, perché negli stessi anni 
potevano essere visti, anche nell'evoluto mondo euro- 
peo e occidentale, alni identici spettacoli. 



L'I/uliit e /(• Tn- liolie 



10} 



Cavour scriveva critiche più o meno analoghe sul- 
le carceri piemontesi di Cagliari; sui mercati di tutta 
America (in Brasile fino al 1892), Stati Uniti compresi, 
schiavi di ogni colore, anche neonati naturalmente, ve- 
nivano tranquillamente comprati e venduti al migliore 
offerente e nello splendido isolamento dell'arrogante 
Albione di Lord Gladstone, i bambini di cinque anni 
lavoravano al buio in miniera, immersi nell'acqua fino 
alla cintola. . . tutto questo nella piena lodata legalità di 
Sua Maestà britannica. 

Beh, nelle sicuramente orribili prigioni borboni- 
che... almeno questo non avveniva. 

Insomma i Borboni di Napoli, anche se non beve- 
vano il tè alle cinque, in quanto a "negazione di 
Dio"... erano in buona compagnia. 

Ma questo non si doveva e voleva sapere. In vari 
modi insomma era diffusa attorno a quel 1844 l'opi- 
nione che per i fratelli del sud bisognava muoversi e 
tra quelli che cominciarono a muoversi ci fu soprattut- 
to Mazzini. 

La storia del paese, cioè, cominciò ad assumere i 
caratteri risorgimentali che conosciamo e un certo ini- 
zio di tutto questo si può verificare nella prima delle 
spedizioni da nord a sud, quella dei fratelli Attilio ed 
Emilio Bandiera. 

Furono questi due patrioti veneziani, figli di un am- 
miraglio della flotta austriaca che, viaggiando molto e 
imbevuti di romantico mazzinianesimo, si cominsero 
della tesi del grande genovese e cioè che per la patria 
oppressa e in particolare per il territorio "napoletano" 
era "sufficiente una scintilla" per provocare in quell'a- 
nelante contesto socio-poUtico l'incendio della libertà. 

Rileggendo le cronache dell'accaduto risulta scon- 
volgente la superficiahtà con la quale questi giovani 
patrioti organizzarono quella spedizione, in cui la pre- 
senza di spie e malfattori in cerca di prebende era mas- 
siccia. 



Successe l'inevitabile. Subito al momento del loro 
arrivo i ventuno componenti la spedizione furono tra- 
diti, scoperti, arrestati, giudicati e, poco dopo, nove di 
loro fucilati nel vallone di Rovito, vicino a Cosenza, il 
25 luglio 1844. 

L'intero Regno napoletano era, come del resto tut- 
ta la Penisola percorso da pulsioni di libertà, la Sicilia 
soprattutto ove l'avvento di Pio IX al soglio pontificio 
(di cui si dirà) aveva creato grandi attese. 

Ormai la storia delle nostre Tre Italie era alla resa 
dei conti. Come disse Ferdinando II riferendosi ai 
pappagalli, ingenuo e sciocco divertimento dei suoi 
predecessori: "O tietnpo d'è pappavalle è fernuto!" . 

Già il "tempo dei pappagalli" era veramente fini- 
to. Era il '48 e la parola era alle armi. 

Ma prima dobbiamo illustrare i prodromi del '48. 



Conclusioni 



Dal 1815 al 1848 vediamo un'Italia pesantemente 
divisa nelle classiche tre parti, ma uniformente coper- 
ta da un'identica repressione conservatrice, con gli au- 
striaci come potenza egemone ovunque mOitarmente 
presente. 

Siamo di fronte ad un momento di grandi trasfor- 
mazioni o\'e le varie parti, pur alle volte ipotizzando 
un'Unione della penisola, hanno bene a mente gli ane- 
liti di libertà regionale, o macroregionale. 

Si registra la presenza di grandi differenziazioni 
culturali, politiche, economiche e sociali di queste en- 
tità, ma ognuna di esse è ben gelosa e orgogliosa delle 
proprie caratteristiche storiche. 

Sicuramente nessuna delle entità presenti sulla pe- 
nisola ambisce ad essere "liberata", o tanto meno 
"conquistata" da alcuna altra frazione di questo "ca- 
leidoscopio Italia". 



I prodromi del '48 



In Italia la nuova forzata frantumazione in mille 
staterelli alle soglie dell'evo industriale e ferroviario, 
creò problemi politici, economici e doganali, non di 
poco conto. Le esperienze di unità politica ed econo- 
mica avute con la presenza francese e i contemporanei 
esempi germanici di zolìverein e cioè di aree di libero 
scambio, crearono convinzioni e speranze ditticilmen- 
te eludibili. 

Fu allora che si cominciò a parlare d'Italia e so- 
prattutto di come farla. 

Le presenze geografico-politiche in causa erano 
quelle di sempre: 

- il nord con lo Stato piemontese e il Regno Lom- 
bardo-Veneto (con governatore austriaco); 



- al centro lo Stato della Chiesa e il Granducato di 
Toscana; 

- al sud il Regno napoletano. 

Tutti erano dotati del loro bravo sovrano assoluti- 
stico. I microstati non contavano. 

Fu una guerra fra furbi. 

Ogni sovrano (rigorosamente assolutista) regnante 
in Itiilia doveva naturalmente rispondere ai veri pa- 
droni di casa che erano gli Austriaci, in quanto vinci- 
tori di Napoleone. Quei regnanti dovevano quindi es- 
sere assai osservanti nei confronti di Vienna, ma con- 
temporaneamente si trovavano a dovere governare sta- 
ti e staterelli in cui la borghesia pretendeva sempre piti 
diritti politici e le piazze sempre più libertà e sempre 
più... Italia. 

La possibilità, seppure remota, che questa Italia 



104 



Roberto Sgarzi 



realmente poi un giorno si realizzasse, sia pure contro 
ogni volontà o previsione di quei governi, spingeva 
qualcuno di questi reucci a comportarsi in modo da 
potere trarre da questa eventualità i massimi vantaggi 
possibili per le loro casate. Quindi "assolutamente 
no,... o forse sì". 

Quindi severo rigore dei sovrani per r"ortodossia 
assolutistica", ma contemporanea "comprensione" de- 
gli intellettuali di questi stessi sovrani "per i tempi 
nuovi". 

In poche parole: il solito ridicolo teatrino impasta- 
to di menzogne e viltà, un buffo, povero gioco pratica- 
to "un po' per gioco e un po' per non morir", nel qua- 
le i vari sovranucoli cercavano eventuali vantaggi: il più 
"furbo fra i furbi" fu il Piemonte con i suoi Savoia. 

Furono anni duri, quei primi quaranta dell'Otto- 
cento, dominati da associazioni segrete e repressioni 
feroci, continuamente infiammati da moti rivoluziona- 
ri fino a culminare nel cataclisma del 1848. 

Il concetto di Italia in quegli anni fu fatto politico, 
economico, ma soprattutto culturale e fra i molti intel- 
lettuali che al riguardo si distinsero citerò: Silvio Pelli- 
co (Le mie prigioni, Saluzzo 1789), Cesare Balbo (Le 
speranze d'Italia, Torino 1789), Massimo d'Azeglio 
(Degli ultimi casi delle Romagne, Torino 1789), ma an- 
che Vincenzo Gioberti (Del primato morale e civile de- 
gli italiani, Torino 1801), Giuseppe Mazzini (Dei do- 
veri dell'uomo, Genova 1805), Giacomo Durando 
( Della nazionalità degli italiani, Mondovì 1 807 ) 

Vincenzo Gioberti: Italia confederale nel nome del 
papa (corrente moderato-riformista. Neoguelfismo) 

Fu il modello d'Italia proposto da Vincenzo Gio- 
berti che inizialmente emerse e si impose: era un mo- 
dello confederale. 

Il concetto di questo prete piemontese, cappellano 
alla corte dei Savoia, poi arrestato e bandito per so- 
spetti di collusione con i rivoluzionari, era semplice: 
era il neogueltismo confederale. 

Egli, sinteticamente, diceva che, senza violenze o 
guerre, la logica della comune convenienza e della co- 
mune cultura a fronte dei tempi nuovi avrebbe dovu- 
to convincere i vari Stati italiani, ai quali andava ga- 
rantita autonomia amministrativa e rispetto per le 
identità culturali, ad unirsi in confederazione. 

Il capo di questa confederazione avrebbe dovuto 
essere, coerentemente con la storia e il costume (era la 
religione cattolica il solo filo che legava in comunità gli 
italiani), il papa. 

Solo nel papa, fra i sovrani italiani, Gioberti vede- 
va le virtù e l'autorità necessarie per forzare e armo- 
nizzare le varie forze centrifughe. Interessante la defi- 
nizione del suo stato, il Piemonte, da lui definito "di- 
venuto italiano", proprio per sottolinearne la cultura e 
l'etnia a grande carattira francese. 




Vincenzo Gioberti. 



Come si potesse liberare la gran parte dTtalia sot- 
to la dominazione austriaca e come si potesse trasfor- 
mare in nazionalista quell'autorità papalina che da 
sempre (si iniziò con Carlo Magno nel 774 d.C.) aveva 
chiamato stranieri in Italia per opporsi alla formazione 
di uno stato nazionale, questo Gioberti non diceva. Sa- 
ranno le dure realtà poHtiche e militari a fare fallire 
questo progetto, ma in quel momento... agli italiani 
Gioberti piacque perché diceva che l'Italia doveva na- 
scere nella convivenza pacifica e senza guerre: dal con- 
vincimento e dalla cultura. 

L'idea era bella e civile, ma purtroppo irrealistica. 

Fra nord, centro e sud, la parte di gran lunga più 
arretrata era proprio lo Stato pontificio del papa-re. 
Difficile quindi immaginare che proprio a questo po- 
tesse essere affidato il comando dell'ipotizzata confe- 
derazione italiana, ma non solo: la natura e l'esperien- 
za storica dicono che le confederazioni si realizzano 
solo fra entità in buona misura omogenee e invece i ca- 
si della Storia avevano prodotto nella nostra penisola 
tre entità pesantemente difformi e non armonizzabili, 
se non nel lungo periodo. 

Il citiismo della real-politik faceva presagire che, se 
Italia poteva esserci, essa sarebbe stata il prodotto del- 
la conquista della parte più forte sulle più deboli, co- 
me effettivamente poi accadde. 

A vibrare per l'Italia era poi soprattutto la parte 
settentrionale del Bel paese, basti dire che i nomi dei 
sei intellettuali su accennati... tutti erano stidditi pie- 
montesi. 

Successe, fra l'altro, che nel 1831 nelle solite Ro- 
magne si verificassero alcuni moti, in realtà poco tu- 
multuosi e seguiti. Papa Gregorio XVI (conosciuto co- 
me "Gregoriaccio", come diremo poi) non esitò a da- 
re mandato alle sue truppe scelte, i mercenari svizzeri, 
di soffocare nel modo più omicida e sanguinario tali 
sollevazioni. 

Cili svizzeri, in Rimini, Fano, Faenza e molti altri 
centri minori, uccisero, sterminarono, saccheggiarono, 
stuprarono a più non posso. Targhe marmoree in que- 
ste città ricordano ancora oggi quegli avvenimenti. 

Comportamento più spro\'\'ediito di questo non 



Vìldiui e le Tre ìliilic 



/05 



poteva certo esservi per chi avesse voluto guidare un 
popolo nuovo, in tempi nuovi, con metodi nuovi. 

Subito ci fu chi pensò ad evidenziare tutto questo 
e costui fu Massitno D'Azeglio. 



Massimo D'Azeglio: l'unità d'Italia nel nome del re 
del Piemonte (corrente albertista, moderata) 

Uomo di rara cultura e amabilità, nobile (di stirpe 
e di animo) piemontese. Massimo D'Azeglio fu orato- 
re affascinante, commediografo e scrittore, pittore as- 
sai noto in tutta Italia, imparentato con Alessandro 
Manzoni e con amicizie importanti in tutta l'Italia ove 
lui aveva intensamente viaggiato (cosa non frequente 
per quei tempi). 

Egli subito puntò il dito accusatore sul papa nel 
suo Degli ultimi casi delle Komagne facendo rilevare le 
profonde inadeguatezze di quella struttura statale e 
politica, ma anche la sproxa'edutezza dei moti rivolu- 
zionari troppo spesso improv\àsati. D'Azeglio propose 
poi ai patrioti e ai cittadini anelanti l'unificazione d'I- 
talia un'altra metodologia di comportamento e un'al- 
tra persona da porre come capo dell'ipotizzata confe- 
derazione. Non più moti romantici rivoluzionari im- 
provvidi, improvvisati e perciò facilmente battuti, ma 
una seria, realistica, aperta preparazione... lealista at- 
torno a colui che appunto avrebbe dovuto guidare la 
"Crociata liberatrice", contro lo straniero. Chi poteva 
essere costui?... ma il suo monarca, Carlo Alberto re 
di Piemonte. Come?... con la guerra. 

D'Azeglio anticipa quindi, con la sua proposta la 
realtà storica che vedrà l'unità d'Italia, non come ope- 
ra dei vari popoli che riescono armonicamente e auto- 
nomamente a trovare la via della libertà, bensì come 
l'opera di un solo principe e un solo popolo su tutti gli 
altri. 

Il nome di Carlo Alberto in quella prima metà del- 
l'Ottocento era difficilmente presentabile, trattandosi 
di un rottame della conservazione autoritaria e assolu- 
tistica più feroce. 




Proprio quel signore si era distinto nel massacrare 
i patrioti spagnoli nelJ'incarcerare e uccidere i patrioti 
piemontesi autori dei moti del '21. L'ottimo D'Azeglio 
però, seppe ben giocare le sue carte anche perché eb- 
be l'abilità, pur non nascondendo le caratteristiche 
dell'uomo, di dipingerlo come "un pentito" trovando, 
come sempre evidentemente nel nostro paese, buone 
orecchie per questi concetti. 

Con D'Azeglio cominciò la grande, repentina e 
per molti versi impensabile ascesa, che porterà la pro- 
vinciale casa dei Savoia ad impadronirsi, nel giro di 
una ventina d'anni, di tutta l'Italia. 

Molto vicino al pensiero di D'Azeglio è Cesare 
Balbo, autore nel 1844 di Le speranze d'Italia. 

Ma furono le cose, gli avvenimenti storici che, con 
la loro imprevedibilità, travolsero tutto e tutti e come 
sarebbe andata la questione lo si vide già nel corso di 
un anno che è assurto a sinonimo di pandemonio ri- 
voluzionario: il 1848, di cui parleremo subito dopo. 



Giacomo Durando: l'unità confederale d'Italia nel 
nome dei tre popoli delle Tre Italie 

Giacomo Durando di Mondovì (1807-1894), dot- 
tore in Giurisprudenza, esule in Belgio, Portogallo e 
Spagna dal 1831, fin dal suo ritorno in patria nel 1844 
concepì l'opuscolo Della nazionalità degli italiani. Pe- 
raltro prima della pubblicazione uscirono le opere ci- 
tate del Gioberti, del Balbo, e del D'Azeglio che egli 
ebbe tempo e modo di leggere. 

Egli accusa questi scrittori di non tenere conto ab- 
bastanza dei diritti e degli interessi delle popolazioni e 
cerca "un simbolo di transazione e un complesso di 
forme pieghevoli a tutte le ragionevoli esigenze". Im- 
magina il nuovo assetto suUa base dell'alleanza sardo- 
napoletana e dell'eliminazione dell'Austria, quindi 
ipotizza: "conquista in comune; riordinamento di tutte 
le Provincie geograficamente appartenenti all'Italia, pre- 
ventivamente e segretamente pattuite sulla base dei due 
regni di Alta e Bassa Italia; le Isole di Sicilia, Sardegna, 



i 




Am 



Massimo D'Azeglio. Ritratto giovanile e nella maturità. 



Giacomo Durando. 



106 



Roberto Sgarzi 




L'aspetto geopolitico della penisola italiana proposto da Durando. 



il' Elba, la Savoia, il contado di Nizza e l'Istria, disponi- 
bili per i compensi e le sostituzioni di territori dovuti al 
pontefice e ai Principi dell'Italia centrale: rispetto alla 
Santa Sede e a tutti i diritti legalmente posseduti" . 

Nell'analisi dei trascorsi storici Durando afferma 
che Punita italiana fu impedita dairAppennino e dal 
papato. In L|Lianto il papato... ma anche Firenze com- 
presero di non potere, per moti\'i diversi, unificare l'I 
talia a proprio vantaggio e si allearono spesso per im- 
pedire che altri potessero compiere l'impresa unitaria. 

Egli pensa che i fatti storici e le realtà culturali e 



geopolitiche debbano essere tenuti in grande conside- 
razione. Alla luce di queste egli ipotizza Tre Italie: 
quella continentale che chiama Eridania, quella penin- 
sulare o appenninica e quella insulare. 

A nessuno sfuggirà che, essendo "Eridano" l'anti- 
co nome con cui si intendeva il fiume Po, Durando in 
quel 1844 ipotizza l'Area padana come stato indipen- 
dente e in im certo modo federato agli altri. 

11 conline di quell'Area padana anda\a da Kimini a 
Pietrasanta sul Tirreno. Nell'ambito di questa ipotesi il 
letterato vede il nortl Italia e cioè quella zona, come Re- 



L'I/nlici e le Tre Ilci/ie 



107 




L'austriaco principe di Metternich, il duro gendarme della conserva- 
zione in Italia e in Europa (Museo del Risorgimento, Bologna). 



gno dei Savoia e tutto il resto della penisola (che Du- 
rando chiama genericamente "sud") come principato 
dei Borboni napoletani, ma con alcune "enclaves". 

In un disperato tentativo di ottenere l'unità all'in- 
segna dell'armonia e del rispetto dei tanti interessi, egU 
prevedeva "compensazioni" ai vari principi che aveva- 
no subito "espropri". 

E cioè: Sardegna, Elba e indennità pecuniarie an- 
davano alla Santa Sede, che nel continente conservava 
solo le città di Roma e Civitavecchia; Malta era conse- 
gnata all'Inghilterra, Corsica alla Francia, Canton Tici- 
no alla Svizzera e questo ''per non complicare la nostra 
lite con altri stranieri'': e inoltre la Sicilia diveniva pa- 
trimonio dei principi di Toscana, Savoia e Nizza dei 
Borboni di Lucca, l'Istria della casa di Modena. 

L'autore prevede che l'imminente spartizione del- 
l'immenso Impero turco nei Balcani avrebbe appagato 
la fame di territori delle altre potenze e cioè Russia, 
Francia, Inghilterra e soprattutto Austria, le quaU pro- 
prio per questo non avrebbero creato ostacoli a questo 
tipo di soluzione del "problema Italia". 

È questa una proposta che chiaramente risulta 
sgradevole per la sua artificiosità quasi mercantile e 
che tiene conto di alcuni diritti certo, ma non di quel- 
li dei popoU delle nostre isole. 

Sotto il profilo dell'analisi storica risulta di grande 
interesse, ancora una volta il rifiuto della guerra, ve- 
rificare già allora l'evidenziazione delle Tre Italie e co- 
me la valle del Po risultasse im'imica entità culturale, 
sociale e politica, sì da prevederne l'indipendenza e il 
riconoscimento come stato. 

Durando prevedeva quindi un'unità per gradi, 
partendo dai due grandi regni, per opera di un partito 
che egli chiama "razionalista". Interessante il quesito 
che egli pone a mò di deterrente per i suoi contempo- 
ranei: "£ se il Piemonte che ha una posizione privile- 
giata si mette al capo del riformismo, che avverrà?". 

Sarà appunto quello che accadrà di lì a tre anni e 
le drammatiche conseguenze sono oggi sotto gli occhi 
di tutti. 



Giuseppe Mazzini: l'unità d'Italia nel nome 

del Popolo (corrente rivoluzionario-democratica) 

Al federalismo prudente e pragmatico del neo- 
guelfista Gioberti e all'unità "dei nobili in nome del 
re" proposta dal conte D'Azeglio, si oppose r"unità di 
popolo" di Giuseppe Mazzini. 

È immagine arcinota quella secondo la quale Gari- 
baldi fu la spada, Cavour la mente e Mazzini l'anima 
del Risorgimento italiano. 

Sono interessanti queste parole di Giosuè Carduc- 
ci dedicate al grande patriota e incise nel marmo sul 
frontone della casa comunale di Reggio Emilia: 

L'ultimo dei grandi italiani e il primo dei moderni. 
L'nomo che tutto sacrificò, che tanto amò e molto 
conìpatì, e non odiò mai. 

Versi alati e forse retorici, ma che stanno ad indi- 
care O grande amore che tutti gli italiani sempre por- 
tarono al genovese. 

In realtà l'uomo fu un grande europeo, perché la 
sua vita si svolse soprattutto all'estero, ove era stato 
spinto già giovanissimo da bandi e condanne. 

Vi sono pagine toccanti nella sua biografia che ci 
consentono una corretta interpretazione del suo pen- 
siero. 

Si racconta infatti che giunto a Londra si rese con- 
to dello stato orribile in cui si trovavano gli emigranti 
italiani (la maggior parte dei residenti inglesi non sta- 
va meglio) e soprattutto i bambini. 

Quest'uomo, si guardi bene, era dotato di fascino 
personale enorme, ospite dei migliori salotti londinesi 
e inseguito dalle grandi dame della Londra vittoriana 
(Mazzini fu incredibile tomheur de femmes), le quali 




Giuseppe Mazzini. 



\08 



Roberto Sgarzi 



N'ersarono somme enormi, per suo tramite, al fine di 
acquistare fucili per la guerra di liberazione risorgi- 
mentale italiana. 

Quel genovese affascinante, ma parco e a modo 
suo morigerato, si immerse nel mondo disperato degli 
emigranti italiani, lo aiutò, lo protesse, fondò una 
scuola e là insegnò a quei bambini. 

Se dalle romantiche signore inglesi era amato, 
quegli italiani lo soprannominarono "l'Apostolo". 

Mazzini era innamorato del "Popolo" che rimase 
sempre suo vero e unico referente. Il sucì motto era 
"Dio e Popolo, Pensiero ed Azione". Il suo pensiero fu 
contemporaneamente dolce e durissimo. 

Quanto losse duro Mazzini lo dice un carteggio 
che il genovese ebbe con quella specie di toro con i 
baffi che lu Vittorio Emanuele II. Il sabaudo cercava 
infatti di mercanteggiare le reciproche posizioni politi- 
che e, di tronte alla fermezza di Mazzini chiese: "E... 
sennò?". Mazzini rispose con affascinante semplicità: 
"Sennò... no!". 

Le grandi anime non mercanteggiano la loro Fede 
e la loro Verità. 

La Fede e la Verità di Mazzini erano nel popolo 
italiano e fino alla fine dei suoi giorni, il genovese so- 
gnò che questo popolo che immaginava come grande, 
forte, buono e imprigionato, aspettasse solo una "scin- 
tilla" per liberarsi da re e tiranni. 

Grandi anime e modeste realtà. 

Innumerevoli furono le "scintille" e con esse i ten- 
tativi di rivolta, un po' in tutta Italia, indetti da Mazzi- 
ni, ma invano: tutte fallirono e nessun incendio fu ap- 
piccato da quelle "scintille". Si cominciò con i fratelli 
Bandiera nel '44 di cui è già stato riferito, ma partico- 
larmente penosa tu la penultima di queste iniziative, la 
"spedizione di Sapri" che assunse l'aspetto di grande 
tragedia. 

Carlo Pisacane, colto patriota ed ex ufficiale napo- 
letano, cercò disperatamente di portare la libertà ai 
suoi connazionali. 

Partito con pochi seguaci da Genova approdò il 28 
giugno 1857 a Sapri, una cittadina calabrese. Le paro- 




Fucilazione dei fratelli Bandiera ad opera delle truppe borboniche il 25 luglio 1844 



le Italia e libertà, che sicuramente Pisacane urlò, non 
fecero breccia nella turba di popolani che aggredì la 
piccola spedizione facendone letteralmente a pezzi i 
componenti con i loro strumenti di lavoro: asce e falci. 
La romantica visione politica di Mazzini concepiva 
la "rivolta armata del popolo", come l'unico mezzo per 
ottenere la libertà (in questo la derivazione francese pa- 
re evidente), ma si esaurì, in questo terribile modo, la 
troppo lunga serie di spedizioni, spesso visionarie, or- 
ganizzate e ispirate dal grande genovese. C'è chi, come 
G.B. Guerri, pensa che questa lunga serie di improvvi- 
si e improv'vidi tentativi del "popolo" di Mazzini di "fa- 
re da solo", non riuscendo però mai ad ottenere alcuna 
reale conquista politica o territoriale, abbia poi alimen- 
tato nel popolo italiano quella penosa valutazione di se 
stesso, quel sentimento di "autoinsufficienza", ancora 
oggi percepibile in varie parti del nostro paese. 

Mazzini, patriota, apostolo e letterato, sognò un'I- 
talia unita, libera e repubblicana, perché nella suddivi- 
sione contederale della Nazione egli avvertiva la possi- 
bilità per nobili e latifondisti di non concedere alle ple- 
bi quel benessere e quella dignità di cittadini che egli 
auspicava. 

Non andrà così: la tanto ambita e perseguita "unità 
di popolo", a costo di tanto sangue e tanta ingiustizia, 
non darà il risultato che Mazzini immaginava: i temuti 
nobili e agrari faranno un sol boccone dell'Italia Una, 
ottenuta in quel modo. 

Mazzini fallì perché in una culttira romantica, egli 
vide o meglio sognò, un'Italia e un "Popolo" che in 
quel momento non esistevano, ma ebbe il grande me- 
rito di indicare la strada del futuro ad un popolo che 
si stava formando. 

La sua dottrina e il suo messaggio sono infatti at- 
tualissimi. 

Importanti il suo pensiero sociale e la sua conce- 
zione economica di "capitale e lavoro in uniche mani", 
che anticipava il mondo cooperativo. Altra anticipa- 
zione del pensiero mazziniano, che sempre avversò 
l'incipiente messaggio marxista, era la convinzione 
lirolonda di una missione civilizzatrice nel mondo di 
un'Europa costituita da una tederazio- 
iie di popoli liberi, in questo quadro la 
iunzione di "paese guida " a\'rebbe do- 
\ uto spettare alla "Roma dei Cesari" 
come depositaria della massima civiltà. 
( Concetto assolutamente fantasioso 
i he, come sappiamo, si riaffaccerà 
purtroppo prepotentemente con pessi- 
mi risultali. 

La sua opera fondamentale / Dove- 
V cleirVomo ricorda che i nostri diritti 
di cittadini derivano dalla coscienza dei 
nostri doveri sociali. In altre pox'cre pa- 
role: "chi non lavora non ha il diritto di 
mangiare, ma chi lavora ha il diritto di 
mangiare e... sempre meglio". 



Ullalki e le Ire Italie 



109 




Roma 1846, manifestazioni popolari di giubilo per l'avvenuta elezione a pontefice di Pio IX. Si 
noti la dicitura "Viva l'amnistia". Secondo un'antica tradizione era costume, in questi casi, che 
il popolo romano staccasse i cavalli e trascinasse a braccia la carrozza. 



Ancora, anzi oggi soprattutto, sono parole preziose. 

Il genovese fu uomo di intensissima religiosità che 
aveva però qualità centro-europee e di conseguenza 
vagamente protestanti. Egli avversò duramente, come 
del resto fece tutto il momento illuministico franco-ita- 
liano, la struttura statale e amministrativa che costitui- 
va lo Stato della Chiesa. 

Per questa ebbe accenti sprezzanti: "Là troverete 
superstiziosi e ipocriti. Veri credenti... mai" e ancora: 
"Quei preti: venderebbero trenta Cristi... per un solo 
denaro!". Sì, per l'apostolo genovese fu totale l'avver- 
sione per il prete inteso come uomo politico rappre- 
sentante di uno stato in cui comandava quel papa-re, 
di cui non riconosceva il diritto a governare. 

Sempre in lui vi fu viceversa rispetto per l'uomo di 
Chiesa, come servo del Signore e per il suo rapporto 
diretto con i fedeli. Anzi come uomo politico della Re- 
pubblica romana previde per quella figura un pubbli- 
co stipendio, proprio per garantirne fi decoro e la li- 
bertà. 



Nelle caratteristiche personali 
della polizia pontificia nel 1833 era 
scritto: "Giuseppe Mazzini. Capelli 
nerissimi. Fronte bellissima. Occhi 
neri e brillanti". Dicono le cronache 
che quegli occhi, specchi di una 
grande anima, affascineranno tutti 
coloro che li vedranno. 

Questo italiano, vero padre del- 
la patria, mente e anima della nostra 
Nazione odierna, morirà a Pisa il 10 
marzo 1872, "al tocco, dopo mez- 
zodì". Era inseguito dagli sgherri del 
re e per questo morì in clandestinità 
sotto il falso nome di "signor Rossi", 
ma anche "Brown" o "Braun". La 
polizia riuscirà ad arrestare solo il 
suo corpo, ma U suo spirito, puro e 
onesto, sarà da quel momento la 
parte piìi bella d'Italia. Ai suoi fune- 
rali ogni manifestazione sarà proibi- 
ta, ma in tutte le mille città d'Italia si 
tennero rievocazioni. A Roma Gari- 
baldi invierà il tricolore dei Mille. 

C'erano ormai due Italie. 

Nel nome di Giuseppe Mazzini, 
a quella "certa Italia" dei Savoia si 
incominciava ad anteporre "un'altra 
Italia". 



Mazzini fu grande scrittore e 
grande uomo politico e la sua "Gio- 
vane Italia" sarà Q primo partito po- 
litico fondato in Italia. 

Mazzini fu uomo di governo, co- 
me autentico ispiratore della Repub- 
blica romana e fu un esempio di al- 
tissimo lixello. Come si dirà a proposito di quell'espe- 
rienza politica il periodo di sopravvivenza fu troppo 
breve, ma i princìpi esposti, anche se non attuati, fu- 
rono e sono importantissimi. 

Il pensiero politico di Mazzini e la sua proposta 
istituzionale furono alti, ma irrealistici e romantici. 

Un aspetto gli va però unanimemente riconosciu- 
to: questo pensiero aveva radici, non in pochi salotti 
nobiliari o presso corti e stati maggiori militari, ma era 
variamente immerso e distribuito nel "popolo", anche 
se entità ancora indistinta ed enormemente variegata. 
Purtroppo la monarchia sabauda si impossessò, 
utilizzandolo spregiudicatamente, di questo pensiero 
ottenendo che fosse concesso al disegno politico-isti- 
tuzionale dell'unità d'Italia (non certo di popolo, ma 
militare) un'autorevolezza e una giustificazione etico- 
politico-cultural-sociale che i piemontesi non poteva- 
no certo accampare. 

La verifica, nella tragedia, che "il popolo " non po- 
teva "fare da solo", unita al concetto che solo l'unità 



110 



Roherlo Sgarzi 



d'Italia avrebbe portato le plebi verso la libertà e il be- 
nessere, portò dritto il Bel paese verso Timione forza- 
ta e militare di stati e popolazioni, che non la voleva- 
no, alla luce di protonde ditterenze. 

Le Loro Maestà Sabaude quindi, in buona compa- 
gnia, arraffarono i "diritti" e si scordarono dei "dove- 
ri". Proseguiranno su questa strada per circa un seco- 
lo, riuscendo a devastare l'anima e corpo d'Italia. 



Altre correnti 

Altre correnti che da\'ano ulteriori interpretazioni 
politiche all'unità d'Italia sono: 

- corrente neoghibellina. In anteposizione al guel- 
fismo proponeva uno stato unitario e laico. Personag- 
gi di riferimento: G.B. Nicolini e F. Guerrazzi. 

- corrente federalista repubblicana. G. Ferrari e C. 
Cattaneo. 

Di Cattaneo si dirà di seguito. 



Pio IX. Un uomo... al di sotto delle parti 



Gli anni che vanno dal '45 al '48 sono proprio 
quelli che daranno la connotazione più vera dell'o- 
dierno Stato italiano, quelli delle grandi occasioni con- 
federali perdute e quelli deUe scelte autoritarie defini- 
tive. 

A partire dal '40 le bandiere tricolori si moltiplica- 
rono nelle tolleranti piazze d'Italia e la spinta e la scel- 
ta confederale di tipo giobertiano sembrano ormai le 
preferite. 

Nel 1846, alla morte del non rimpianto "Grego- 
riaccio", fu papa il conte Giuseppe Maria Mastai Fer- 
retti, da Senigallia, fu... papa Mastai, fu... Pio IX! 
Oggi è tatto ignoto ai più e sembra quasi incredibile, 
ma Mastai e non Carlo Alberto avrebbe dovuto essere 
l'eroe risorgimentale, almeno di questo erano convinti 
i suoi entusiasti contemporanei. 

Mastai non avrebbe mai dovuto essere Pio IX. Lo 
tu solo grazie ad un'incredibile serie di favorevoli cir- 
costanze occasionali e fortuite. Comimque azzeccò su- 
bito una mossa tortunata: un'amnistia di prigionieri 
politici (Editto del Perdono). 

Non era un gran che, ma ciò farà sì che i patrioti 
subito vedessero in lui ciò che Pio IX non era e cioè un 
uomo di caratteristiche eccezionali e lo indicassero co- 
me "l'uomo nuovo", r"uomo della Provvidenza", il 
vero leader della Crociata liberatrice per un'Italia con- 
federale. Si raggiunsero livelli divertenti. In un con- 
gresso a Bruxelles, papa Mastai fu indicato come... il 
"più grande uomo del secolo" e la colpa di costui, che 
era in realtà uomo fortunato quanto mediocre, lu quel- 
la di lasciarlo credere, non dicendo mai né sì, ne no. 

Il fortunato "Cittadino Mastai", come con grande 




Incisione allegoncd idppiesentdnte la yloiificazione di Pio IX. 

esplicativo affetto lo chiamò Carducci, imbroccò giu- 
sta anche la seconda iniziativa, che aveva invece gran- 
de, illuminato spessore: la Lega italica. 

Questo progetto, che avrebbe potuto dav\'ero 
cambiare il destino del nostro paese era semplice. Si 
tratta\'a di un'unione doganale (sul modello germani- 
co dello zollverein) che costituiva, sul disegno confe- 
derale, una prima armonizzazione economica fra le va- 
rie entità statali d'Italia, come chiara e premonitrice 
anticamera ad una loro integrazione politica nel più 
lungo periodo. 

Di rilie\'o fra le riforme realizzate da questo papa: 

- una modesta libertà di stampa; 

- l'istituzione della Consulta di stato (Specie di 
Parlamento con finalità unicamente consulti\'e): 

- la Guardia Civica. Milizie locali che subentrava- 
no ai mercenari svizzeri, francesi, tedeschi e spagnoli 
nel mantenimento dell'ordine pubblico; 

- concessione della Costituzione. Questo av\-errà 
però solo il 14 marzo 1848 e cioè in pieno marasma ri- 
voluzionario e prebellico. 

Quindi lenta, fisiologica, evoluzione. La piazza, 
ancora una volta entusiasta, semplicemente mise ac- 
canto ai tre colori italiani anche il giallo vaticano e 
questo la diceva lunga. 

Tutti capirono e, purtroppo, capì anche (.arlo Al- 
berto. 

Carlo Alberto e più in generale l'ambiziosa, pro- 
vinciale, nobiltà piemontese, compressi dalla Francia e 
dall'Austria, capirono che a\e\ano a portata di mano 
la grande possibilità di uscire dalla dimensione piutto- 
sto meschina di "reame montanaro" per addi\'enire a 
quella di una grande monarchia. Lo sentirono come 
poterono, in relazione alla loro cultura e al loro pote- 
re, sicuramente di gran lunga più solidi e compiuti de- 
gli altri stati d'Italia (a parte il Lombardo-Veneto), ma 
pur sempre chiusi in una durissima arcaica, provincia- 
le oligarchia. 

Reame militare, come erano, questi signori senti- 
rono l'Italia come conc]uista militare e questa proposta 
di Confederazione cioè la Lega Italica, più o meno pa- 
palina, intralciava i loro progetti. 



VUaliii e II- Tn- Ittilie 



111 



Infatti inizialmente la rifiutarono, ma ancora una 
volta la piazza, questa volta la piazza piemontese e an- 
che quella genovese, fece capire a questi signori che 
qualcosa era cambiato. Il re di Torino ebbe timore di 
essere scavalcato in questa "fuga in avanti", sia da que- 
sto nuovo popolarissimo papa, sia dai rivoluzionari, sia 
dai "napoletani" come Ferdinando II che addirittura 
"ri-concesse" la "Costituzione", sia dal toscano Leo- 
poldo II che stava per seguirne l'esempio, sia dal si- 
gnor Mazzini, che cominciava ad usare terribili con- 
cetti come quello repubblicano, che già affascinava 
tanti cuori. 

Carlo Alberto e soci intuirono l'errore e subito, 
sfrontatamente, rimediarono: quindi, non piij no, ma 
sì (si vedrà poi che era una bugia) alla Lega italica, ma 
non bastava. 

In questo disperato poker, che aveva come posta il 
futuro d'Italia, Sua Maestà rilanciò. Rilanciò in due 
modi. Rilanciò concedendo in pochi giorni ai propri 
sudditi quella Costituzione che aveva sempre negato. 

Rinunciando cioè alle sue prerogative di monarca 
assoluto e prevedendo invece alcuni diritti politici per 
i suoi sudditi i quali, pur restando tali, divenivano an- 
che cittadini. E questa non sarà una "tarantella alla na- 
poletana", ma una vera Costituzione, con tanto di Par- 
lamento, legislazione e governo relativi. 

E rilanciò con un'ulteriore, breve parola. 

Parola che era solo un proponimento, ma terribile. 
Parola che era come miele per le infuocate piazze del 
romantico Bel Paese del 1848, parola che era spaven- 
tosamente verosimile perché proposta all'inizio del- 
l'anno delle rivoluzioni europee, una parola che da 
quel momento caratterizzerà con dolori inenarrabili la 
nostra Italia. Quella parola sarà un progetto e una scel- 
ta definitiva, a ben guardare forse i soli realizzabili da 
una classe dirigente di nobili e generali. 

Quella breve, terribile parola fu... guerra. Siamo 
al 1848. 



Il 1848 e la tribolata unità 
della nazione italiana 



I primi mesi del Quarantotto e l'inizio delle guerre 
risorgimentali 

Nel 1848 successe quel che doveva succedere: 
saltò un pentolone chiamato Europa, troppo a lungo 
tappato da una restaurazione violenta e criminale. 

Come ogni cataclisma il Quarantotto fu preceduto 
da alcuni eventi premonitori. Nell'estate del '47 una 
grave carestia determinò penuria di viveri e relativa fa- 
me ovunque in Italia, ma con particolare intensità in 
"Area padana"; questo provocò violente reazioni po- 
polari, in Lombardia si assalirono barche e carriaggi 
carichi di grano. Non solo. 

A fronte delle sempre più intense manifestazioni 



che in Roma chiedevano la Costituzione e l'unità con 
a capo il papa, l'Austria il 17 luglio '47 superò i confi- 
ni, passò il Po e occupò Ferrara. 

Si trattò per Vienna di un atto, come abbiamo vi- 
sto, abituale, ma questa volta le reazioni nei vari Stati 
furono particolarmente violente. 

Infine, negli ultimi giorni del "47, un milanese in- 
segnante di fisica, il professor Giovanni Cantoni, con 
atto geniale, inventò lo "sciopero del fumo", invitando 
i suoi concittadini a non fumare per protestare contro 
la presenza austriaca in Milano. Si iniziò proprio il 1° 
gennaio 1848. 

Quello stato, avendo il monopolio della vendita del 
tabacco, ebbe gravi danni economici, con reazioni e so- 
prusi da parte dei soldati nei confronti dei cittadini. 

Successe il "patatrac". Vi furono molti morti, feri- 
ti, imprigionati e i disordini si estesero a Pavia, Trevi- 
so, Padova, Venezia, Udine. 

Sarà veramente... un quarantotto con implicazioni 
diverse nelle Tre Italie. 



il '48 nell'Italia meridionale 



Regno delle Due Sicilie 

È qui che iniziano i moti risorgimentali ai quali 
diede via concretamente un patriota siciliano, Giu- 
seppe La Masa, che sarà poi con Garibaldi uno dei 
protagonisti del Risorgimento. Come Cantoni fu "la 
scintilla" per Milano, La Masa lo fu per la Sicilia. 
Giunto a Palermo l'S gennaio del '48, dopo essersi 
consultato con altri patrioti siciliani, improvvisata una 
bandiera tricolore, impugnata una pistola e seguito da 
un pugno di amici il 12 gennaio 1848 fece suonare le 
campane della chiesa di Sant'Orsola. La folla accorsa 
gridava: "Viva la Costituzione". 

Ci fu il primo caduto. Si chiamava Pietro Amedeo, 
il primo di una troppo lunga fila di martiri per la li- 
bertà. 

Quello che in realtà volevano i siciliani era, come 
al solito, la libertà da tutti "i continentali" e la rivolta 
ebbe subito successo, i conflitti nei confronti degli oc- 
cupanti napoletani aumentarono e tutta la Sicilia pre- 
se fuoco; insorsero Cefalù, Castrogiovanni, Mazara, 
Acireale, Caltagirone e poi Noto, Siracusa e Messina, 
ove gli episodi di valore contro i borbonici furono par- 
ticolarmente num.erosi. 

Ferdinando II diede ordine alla flotta e ai torti di 
Messina di bombardare la popolazione in rivolta e fu 
così che da quel momento la storia lo chiamò "re Bom- 
ba". 

Il 15 gennaio giunse nel porto di Palermo la flotta 
napoletana con 5000 uomini e cannoni, ma non riuscì 
a sedare il moto insurrezionale, le truppe monarchiche 
si ritireranno dall'isola. 

Cacciato dalla Sicilia, "re Bomba" reagì con la ti- 



112 



Roberto Sgarzi 



jiica astuzia mediterranea e cioè: la finta resa ai rivol- 
tosi, con la liberazione dei detenuti politici e conces- 
sione della richiesta Costituzione (29 gennaio "48). Un 
cortigiano napoletano gli dirà: "Proclamando lo statuto 
cadrà l'impeto dei liberali e Vostra Maestà regolerà i de- 
stini d'Italia, giacché sarà il primo a pronunciare l'affa- 
scinante parola" . 

Già, sarà una parola, sarà la povera, solita, menda- 
ce parola, perché a quella non seguirà la reale applica- 
zione del provvedimento. 

Il 10 febbraio 1848 è infatti concessa da Sua Mae- 
stà borbonica la Costituzione del regno ed è fissata per 
il 15 maggio l'apertura del primo parlamento dello 
Stato delle Due SicOie. Ciò non a\'\'errà mai. 

All'alba di quel giorno alcuni disordini popolari 
verificatisi in Napoli autorizzarono Sua Maestà a fare 
occupare quella città dalle truppe e a procedere mili- 
tarmente contro i ri\'oltosi filoparlamentari che aveva- 
no innalzato alcune barricate. Il Parlamento fu occu- 
pato e sciolto. 

Finì così in un sanguinoso mattino la brevissima 
speranza napoletana di democrazia. 

Un nuovo Parlamento fu convocato per il 7 luglio 
'48, aggiornato per volontà del re al 5 settembre, e 
sempre per la stessa ragione fu riaggiornato al 30 no- 
vembre. Di nuovo rimandato al 1° febbraio '49 fu di 
fatto definitivamente sciolto da "re Bomba", ormai su 
durissime posizioni conservatrici, il 12 marzo '49. 

In questo modo, ridicolo fra l'altro con tutti quei 



m 




f 



Al 



# 3- ■ "^ 



1 ì 



rinvìi, a causa del disprezzo e dell'autoritarismo della 
monarchia, si concluse questo secondo esperimento 
costituzionale napoletano. 

Anche questo fu un penoso e forse fondamentale, 
elemento di negativa dilterenziazione nei confronti de- 
gli Stati dell'Italia settentrionale. 

Alcuni storici rimproverano a quei parlamentari 
napoletani di non avere saputo attendere tempi nuovi 
per ottenere riforme più incisive, ma in realtà il volere 
del re non andava nella direzione di una Costituzio- 
ne... quell'uomo, come diverse volte avevano fatto i 
suoi predecessori, firmava con molta facilità un docu- 
mento, già sapendo che non l'avrebbe onorato... l'en- 
nesimo furbo bugiardo! 

Quale fosse il vero e unico volere di Ferdinando fu 
evidente: riconquistare la Sicilia che si era conquistata 
l'autonomia. 

Messina fu subito assediata dai 300 cannoni della 
flotta napoletana. Bombardata, con spaventose perdite 
nella popolazione civile, la città si arrese così come il 
forte di Milazzo, il 12 marzo e... questo con la Costitu- 
zione certo non aveva nulla a che vedere. Si voleva so- 
lo tenere "aperta la porta della Sicilia", in attesa della 
nuova invasione, che infatti si verificherà in settembre! 



Napoli 15 maggio 1848, repressione dei moti filo-costituzionalisti. 



il '48 nell'Italia settentrionale. 
La Padania è in fiamme 



Proprio in quei giorni si verificarono due ulteriori 
importanti eventi: in Francia la rivoluzione cacciò Lui- 
gi Filippo, il sovrano conservatore e subito anche 
Vienna fu in rivolta. 

Vienna e Austria significavano in realtà la testa di 
un enorme impero centro-europeo con numerose na- 
zionalità che al suo interno, convivevano: austriaci, te- 
deschi, ungheresi, italiani, russi, rumeni, croati, cechi, 
slovacchi, bosniaci, sloveni ecc.. . . di essi erano sempre 
state rispettate le lingue, le culture e le religioni... cat- 
tolica, protestante, islamica e ortodossa. 

Come si vede questo Impero austriaco, che alcuni 
oggi indicano come un'anticipazione dell'entità euro- 
pea, rispettava culture e autonomie amministrative, 
metodo questo che era forse l'unico per consentire 
coesistenza e collaborazione. Ma ogni nazionalità non 
si accontentava evidentemente più della "magnanima 
generosità di Sua Maestà Imperiale", i popoli dopo 
l'avx'entura napoleonica volevano ben di più, volevano 
l'indipendenza e la volevano subito. 

L'Austria non cacciò certo la sua amata monarchia, 
ma cacciò colui che aveva costruito e custodito l'inte- 
ro sistema di restaurazione assolutistica europea: il 
principe di Metternich, il "carabiniere d'Europa", era 
definitivamente battuto. 

L'Austria, la padrona d'Italia, era senza testa. Era 
quindi giunto il momento per chi tanto aveva scritto, 
cantato, urlato il nome d'Italia. 



I.ìldlm e le Tre Italie 



Ili 



In quei giorni si deciderà iJ destino del nostro Pae- 
se e della sua forma-stato. In quel momento tutto il no- 
stro futuro doveva ancora essere deciso: repubblica, 
monarchia, rapporto governo-cittadini, libertà o auto- 
ritarismo. 

Mentre i tanti stati e staterelli erano al palo, im- 
mersi nel solito chiacchiericcio inutile, ecco due entità 
partire con lo scatto dei veri cavalli di razza: Milano e 
Venezia. 



Milano e Venezia 

La questione non è più concettuale: la parola è al- 
le armi. 

Milano e Venezia marzo 1848: la rinascita comin- 
cia lì. 

Sarà una vera, seria, ribellione di tutto un popolo, 
nobili e popolani, quella che in cinque durissime gior- 
nate di battaglia, dal 18 al 22 marzo, riuscirà a battere 
il forte esercito austriaco e un deciso comandante: Ra- 
detzky. 

Mirabile il contemporaneo esempio di Venezia, 
ove i primi moti tesi alla liberazione dei prigionieri po- 
litici, fra cui Manin e Tommaseo, sono del 16 marzo: 
subito risorge lo Stato veneziano con tanto di regolare, 
ordinato governo presieduto dal doge Ludovico Ma- 
nin e con esso riappare il suo esercito con le varie ar- 
mi, gerarchie e responsabilità: anche sulla laguna il pa- 
drone austriaco è battuto e in fuga. 

Il 15 giugno 1848 il già citato Guglielmo Pepe, ge- 
nerale dell'armata napoletana, è nominato dalla risor- 
ta Serenissima comandante in capo delle truppe di ter- 
ra che si trovano nel Veneto. 

Non sfuggirà ad alcuno il mirabile esempio offerto 
da Manin nella direzione di un reale rispetto per la vo- 
lontà unitaria di quei patrioti. 

Pepe infatti, che certo non era veneziano, offriva 
grandi capacità professionali ed etico-patriottiche, era 
questi infatti il comandante del corpo di spedizione 





SìIjb^^ 



Il maresciallo Radetzky. 



Venezia 1848. La ribellione del popolo veneziano alla dominazione 
austriaca. 



napoletano che avrebbe dovuto intervenire in Area pa- 
dana a sostegno degli insorti e che fu poi subito ritira- 
to da Ferdinando II (si veda oltre). 

E interessante confrontare il suddetto comporta- 
mento, opera di un governo patriottico e popolare e gli 
atteggiamenti poi presi dalla monarchia sabauda! 

Rimarchevole il comportamento di Radetzky: in 
Milano minacciò di bombardare indiscriminatamente 
la città, ma non lo farà mai e i caduti austriaci saranno 
più numerosi di quelli sofferti dai rivoltosi. 

In breve tutta la Lombardia, il Veneto e il Friuli 
scacciarono gli austriaci e in ogni capoluogo di regio- 
ne si formò un governo provvisorio. 

Nelle ore e nei giorni della Milano in rivolta subi- 
to si delinearono due filoni e due linee politiche diver- 
se e opposte: due culture e due immagini dell'uomo e 
del suo futuro. Erano due linee antitetiche e i referen- 
ti di queste due politiche furono: Carlo Cattaneo e Ga- 
brio Casati. 

Presentarli è fondamentale perché evidenzia le radi- 
ci culturali degli invariati problemi dell'Italia odierna. 

Carlo Cattaneo. Bergamasco, repubblicano e fede- 
ralista, tribuno del popolo, di origine popolare, scien- 



114 



Roberto Sgarzt 




1848. Le cinque giornate di Milano in un'Incisione d'epoca. 

ziato, intellettuale, letterato, insegnante, è uno dei 
grandi personaggi del nostro paese. 

Fu chiamato nel gruppo dirigente ri\oluzionario a 
furor di popolo, per la gran fama della sua persona 
nell'opera di costruzione dell'animo, della coscienza e 
della cultura della sua gente. 

A tal fine aveva fondato una rivista periodica, «Il 
Politecnico», con particolare riferimento alle cose pra- 
tiche e scientifiche della società. 

Cattaneo diceva cose molto chiare e oggi possiamo 
ben comprendere quanto avesse visto giusto. 

Diceva, questo uomo di pensiero, che con le guer- 
re si combina e costruisce poco: che sostituire, nel ruo- 
lo di potenza egemone in Italia, l'Austria nazione mit- 
teleuropea ad organizzazione civile fra le più avanzate 
del mondo, con il piccolo Piemonte, arretrato, provin- 
ciale, per certi versi addirittura medievale. . . questo era 
un magro e pericoloso affare. 

Cattaneo era in realtà filo-austriaco e anti-francese 
(il Piemonte per molti versi era considerato una "filia- 
zione" della Francia in Italia) di cui temeva il centrali- 
smo violento e arrogante. 

Quello che Carlo Cattaneo, insieme a tanti altri, 
perseguiva era un sistema federale italiano e per il 
Lombardo-Veneto prevedeva un'ampia autonomia 




amministrativa e politica, libertà del resto della quale 
il popolo ungherese, nostro omologo all'interno del- 
l'Impero austriaco, già godeva ampiamente da anni nei 
confronti di Vienna. 

Carlo Cattaneo non voleva in Lombardo- Veneto 
alcuna "crociata" di nessun monarca; le crociate, dopo 
la strage, tolgono la libertà. Cattaneo, come Mazzini, 
non \ole\a uomini della Pro\\idenza: "Il popolo deve 
tare da sé" si diceva allora. Aiuti di volontari erano 
graditi, ma senza prevedere reali ricompense di ordine 
politico. Ed infatti il popolo fece da sé. 

Il popolo di Milano (160.000 abitanti), mentre gli 
abitanti delle vallate alpine, organizzatisi e incolonnati- 
si, si dirigevano in aiuto ai loro fratelli, vinse uno dei 
più forti eserciti del mondo (guarnigione austriaca; ben 
14.000 soldati secondo la mostra // tricolore nel '48, 
Museo del Risorgimento e di Città, Milano 1999). 

Conte Gabrio Casati. Nobile milanese era solo un 
grosso proprietario terriero e rappresentava unica- 
mente la difesa dei suoi interessi e di quelli dei suoi 
"colleghi". Più che un patriota era un "sindacalista". 

Casati e soci, come Carlo Alberto, erano atterriti 
dalla possibilità che quegli eventi indipendentisti po- 
tessero sfociare in una rivoluzione di tipo sociale. Que- 
sto signore capiva che, se voleva continuare a godere 
di tutto quel "bendidio" di cui era padrone, doveva 
salvaguardare e conservare il sistema politico esistente 
e quindi sostituire un monarca con un altro, "meglio 
se con entrambi", come beffardamente lo derideva 
Cattaneo. 

Casati riscatterà poi ampiamente un'immagine di 
sé non esaltante, impegnandosi negli anni a seguire 
con grande forza in un'azione tendente all'accultura- 
mento del popolo italiano, azione che si concluderà 
con la legge suUa scolarizzazione obbligatoria di stato. 

Cattaneo era in anticipo di cento anni, non poteva 
vincere e non vinse, ma la grande Milano capì e non 
permise la sconfitta politica di Cattaneo. 




Carlo Cattaneo in un ritratto nella maturità. 



Il conte Gabrio Casati. 



L'Italia e le Tre Italie 



Ili 



Infatti... Carlo Alberto e il suo esercito non furo- 
no mai chiamati a... salvataggio di Milano (che del re- 
sto si era già liberata da sé) come il Savoia pretendeva 
e come ancora oggi, troppo spesso, si legge sui libri 
scolastici di storia. 

L'esercito sabaudo effettivamente, come tutti sap- 
piamo, ruppe gli indugi passò il confine e il generale 
Bes con 5000 uomini e cannoni giunse a Milano il 26 
marzo a mezzogiorno, ma come e perché vi sia giunto 
è ancora oggi oggetto di non casuale dibattito. 

E giunse per restarvi, perché ai milanesi che lo in- 
vitavano ad inseguire gli austriaci in rapida ritirata, Bes 
oppose un netto rifiuto. 

Appena giunto il Savoia dimostrò subito le sue 
sgradite intenzioni: non era arrivato un nuovo fratello, 
ma un nuovo, duro, padrone. 

I rivoltosi dovevano subito consegnare le armi giu- 
rando fedeltà al nuovo monarca e arruolarsi nell'eser- 
cito piemontese: la libertà conquistata sulle barricate 
rischiò di essere subito persa e a difenderla, con suc- 
cesso, fu naturalmente il solito Cattaneo, ma tutti ave- 
vano ormai capito come sarebbero andate a finire le 
cose. Il rapporto difficile fra i "regolari" (i "buoni") e 
gli "altri" e cioè i patrioti, i volontari, gli "irregolari" (i 
cattivi) cominciarono, come si vede, male e prosegui- 
ranno peggio: le ragioni sono chiare. 

Diciottomila lombardi saranno rifiutati dall'eserci- 
to "regolare" e questa volta anche Casati si indignò 
scrivendo: "una leva meravigliosa di diciottomila lom- 
bardi rischierà di andare al diavolo per colpa dei pie- 
montesi... se fossero austriaci pazienza, ma sono pure 
teste italiane". 

La verità era che i piemontesi di Carlo Alberto era- 
no lì per due ragioni. Iniziare la conquista d'Italia con- 
tro gli italiani e controllare militarmente che le insur- 
rezioni liberali fossero incanalate in senso di ossequio 
ai Savoia e non in dimensioni repubblicane autono- 
me... e così avverrà. 

In quei primi mesi del 1848 tutto era ormai evi- 
dente: nelle pianure lombarde si sarebbe deciso il de- 
stino d'Italia. 

Sarebbe stata un'Italia europea, un'Italia di citta- 
dini, di libere coscienze, con ampi spazi per le autono- 
mie politiche e amministrative locali, oppure un'Italia 
di devoti sudditi, come volevano i vari Carlo Alberto, 
Gabrio Casati ecc.? 

E quello il momento della verità per il nostro pae- 
se e la parola è alle armi. Ma se r"Area padana" è in 
armi per la libertà, dove sono gli altri? 

Dov'è la Lega italica? Dove sono i toscani, i papa- 
lini di Pio IX, colui che aveva lasciato intendere di es- 
sere il nuovo Vate Itahco? Dove sono i napoletani? 

Dove sono i giobertiani, gli intellettuaU, i federali- 
sti del centro e del sud d'Italia? 



Due gravi e quasi misteriosi interrogativi nel Risor- 
gimento d'Italia 

I quesiti riguardano la vera natura dei comporta- 
menti dei vari Stati italiani e dei loro reciproci atteg- 
giamenti. 

Per quali vere ragioni, cioè, il Piemonte di Carlo 
Alberto intervenne militarmente nell'insurrezione mi- 
lanese e per quali vere ragioni tutti gli altri Stati non lo 
fecero e se lo fecero, quale fu la misura della loro pre- 
senza? 

Insomma, era veramente credibile che un rottame 
etico, quale era Carlo Alberto, fosse sincero quando al- 
l'inizio del conflitto proclamava solennemente che "ac- 
correva coti il suo esercito a dare l'aiuto che il fratello of- 
fre al fratello, senza nulla chiedere, senza nulla patteg- 
giare"? 

No, non era credibile e Carlo Felice, che bene lo 
conosceva e che pubblicamente lo definiva "una vele- 
nosa vipera traditrice", non se ne sarebbe stupito. 

Furono le cose che dimostrarono questa menzo- 
gna, perché con i milanesi il re sabaudo si comportò 
non da fratello, ma da padrone e quando fuggì da Mi- 
lano dovette farlo con somma viltà, inseguito dalle in- 
vettive sprezzanti dei milanesi e anche da qualche 
schioppettata. 

Fu il Franzini, ministro della guerra piemontese, 
che dimostrò ai veneziani quale "fratello egli fosse". A 
chi oggi si domandasse perché mai U "fraterno" eser- 
cito piemontese non sia allora corso in aiuto ad una 
Venezia, già del resto liberatasi da sé, la risposta è nel- 
le parole del suddetto signore. 

Questi, di fronte alla volontà di Venezia di preve- 
dere un'Italia unita, ma dotata di normati\'e che impli- 
cassero per questo antico e nobile stato una certa au- 
tonomia, affermò che "se Venezia non avesse deciso 
l incondizionata adesione allo Stato sardo era impossibi- 
le che il re esponesse le sue truppe e gravasse le proprie 
finanze per liberare città e province che si dimostrassero 
riluttanti ad attuare l' ii7imediata annessione" (Bertolet- 
ti, p. 162). 

Come si vede i guasti moderni itaUani hanno anti- 
che e solide radici. 

Quindi la verità è che sin dall'inizio l'atteggiamen- 
to piemontese, poi immutato, fu quello della conquista 
territoriale, nella volontà di ottenere nuovi uomini co- 
me sen.à e non nuovi fratelli come compatrioti. 

Questo nella convinzione piemontese, poi dimo- 
strata come valida dai fatti, di rappresentare una forza 
preminente sulla penisola. 

Da questa valutazione discende la risposta al se- 
condo quesito. Gli altri Stati non parteciparono a quel- 
la guerra per una duplice paura: se avesse vinto l'Au- 
stria c'era il timore delle ritorsioni austriache e, se aves- 
se vinto O Piemonte, il timore era per l'ingigantimento 
di quello stato aggressivo. 



116 



Roberto Sgarzi 



È cosa non particolarmente nota che nell'aprile del 
1848 il papa indisse a Roma un congresso di tutti gli 
Stati italiani teso a stabilire le basi e i limiti di una coo- 
perazione comune nella guerra in atto. Tutti gli stati 
erano rappresentati, ma non Piemonte, che in quel 
momento si sentiva ormai padrone dell'Italia e che di 
conseguenza non aveva volontà di patteggiare nulla 
con coloro che di lì a poco avrebbe conquistato. 

Fu forse in quel momento che il napoletano Ferdi- 
nando coniò il motto... "acca nisciuno è tesso!". 

Storici filoborbonici hanno poi variamente rim- 
proverato alla storiografia ufficiale piemontese di ave- 
re ignorato la presenza di formazioni volontarie in 
quel conflitto e ciò è vero e sgradevole. 

E difficile leggere sui cippi o sui documenti uffi- 
ciali, riferimenti a formazioni pontificie o toscane o na- 
poletane, come il X Reggimento di linea, comandato 
dall'eroico colonnello Rodriguez, che invece sicura- 
mente si batterono con grande valore sui campi del- 
l'indipendenza ed è ingiustamente scarsamente noto 
l'apporto di numerosi volontari provenienti dal Regno 
pontificio, concentratisi in Bologna e da lì con la gui- 
da del generale Durando, mossisi verso Vicenza, dove 
combatterono con grande valore, così come avvenne 
per i commoventi studenti toscani e napoletani di Cur- 
tatone e Montanara. 

Si spiega quindi, alla luce cfi quanto detto, perché 
all'esercito napoletano di Pepe, in marcia per aiutare i 
patrioti neUe campagne padane contro lo straniero, 
giunto al Po, sia stato imposto dal suo re il ritorno in pa- 
tria e perché Pio IX abbia intimato al suo esercito di re- 
starsene sulla difensi\-a, alla difesa del suolo pontificio. 

Insomma quei molti "furbi" stavano ottenendo e 
otterranno un risultato disastroso: questa nostra pove- 
ra e amata Italia. 

In verità i popoli, le piazze e molte coscienze ovun- 
que, a Firenze, Roma e Napoli, chiesero a gran voce 
l'impegno militare in favore dei fratelli italiani là dove 
si combatteva, ma questo non si verificherà. 

Quegli eserciti furono effettivamente messi sul pie- 
de di guerra, ma prima di entrare in battaglia saranno 
richiamati in patria. In questo episodio è la chiave che 
spiegò il prosieguo della storia d'Italia. 

Vediamo i particolari di questa guerra fra "italici 
furbi", perché la storia non perdona. 

Re Ferdinando di Borbone, quella mammola di 
"re Bomba", in realtà aveva una sola preoccupazione: 
rientrare in possesso della Sicilia, che come abbiamo 
detto era stata la prima a ribellarsi, quindi ebbe alcune 
iniziative di tipo politico e militare che avevano solo 
un fine: sedare la piazza e molto napoletanamente "ti- 
rare a campare". 

L'esercito napoletano accennò in realtà ad un in- 
tervento in terra di Padania, ma fu tutta un'ulteriore 
irritante falsità, esso fu subito ritirato senza sparare un 
colpo, prima di entrare in Val Patlana e in\'iato, anco- 



ra una volta nella povera Sicilia per reprimerne la ri- 
cerca di autonomia. 

Ferdinando avrà sicuramente pensato: "Ha da pas- 
sa a m(ttaUi...'\ 

Per di pili andare a fare comunella con un "fratel- 
lo italiano" del calibro di Carlo Alberto, visto il suo 
comportamento nei confronti degli eroici milanesi, 
non era punto consigliabile. 11 famoso, già ricordato, 
motto "Acca nisciuno è fesso" era sicuramente nella 
sua mente e non a torto, visto il servizietto che sarà poi 
reso dai re piemontesi alla monarchia napoletana do- 
dici anni dopo. 

Ferdinando, che in tempi recenti sta ritrovando un 
suo pubblico di estimatori, morirà in piena bufera del 
1859, lasciando uno stato primordiale, in pezzi e per 
nulla messo in allarme dalla disgregazione della classe 
dirigente, e dal dissolvimento dell'apparato ammini- 
strativo e dell'esercito. 

Anche Pio IX, l'altro "furbone ", fu messo in cro- 
ce, sia dalla piazza, che dai suoi ministri. L'astuzia del 
dire e non dire, fare e non fare, non reggeva più, l'uo- 
mo fu messo alle strette e gli si chiese o un sì o un no. 

La risposta, naturalmente, fu un no e anche un po' 
sprezzante. 

Affacciandosi al balcone disse chiaro e tondo ai 
patrioti e alla piazza in subbuglio (lo disse in latino... 
naturalmente): "Non possiamo, non dobbiatno, non 
vogliamo''... ascoltare le voci di italianità e indipen- 
denza. 

Correvano del resto voci di possibilità di scisma e di 
passaggio dell'Austria in campo luterano, nel caso che il 
Regno pontificio si fosse schierato con Carlo Alberto. 

Con ima pugnalata omicida, operata da un repub- 
blicano, pagherà per le colpe di Pio IX il suo primo 
ministro testé nominato e cioè Pellegrino Rossi, già 
ambasciatore di Francia presso la Santa Sede, un ga- 
lantuomo (di cui esiste ancora lo studio di avvocato in 
via Barberia 11, in quella Bologna allora appartenente 
allo Stato della Chiesa): un uomo che cercava di met- 
tere le mani nell'impresa disperata di trasformare lo 
Stato della Chiesa in qualcosa di accettabile per i tem- 
pi moderni. 

Pio IX disse ancora esplicitamente, finalmente, di 
non avere mai affermato volontà confederali o comun- 
que italiofile, disse che doveva essere ringraziato per 
avere permesso ai volontari di partire e che il suo eser- 
cito si era mosso solo per difendere i confini papalini 
a fronte di vicini così turbolenti. 

All'Italia augiuava buona fortuna, pace e bene e 
un "latebenefratelli" omnicomprensivo. 

La favola della Lega italica, dell'Italia confederale 
e guelfa si chiudeva, dopo l'insuccesso per responsabi- 
lità piemontese del congresso dell'aprile del 1848, ma 
non per sempre: la "balena bianca" (la Dc) sarebbe ri- 
spuntata esattamente cento anni dopo, con connota- 
zioni e finalità diverse e dopo tragedie a non finire, ma 
per il momento non se ne sarebbe parlato più. 



Lìldlia e la Tre Italie 



117 



Facile parlare dell'impegno toscano... anch'esso 
svanì come neve al sole. 

Moltissimi e sempre eroici, comunque, i volontari. 
Se mi è permesso un solo ricordo preferenziale, va ai 
battaglioni di studenti toscani e napoletani che, pur 
digiuni di guerra e battaglie, si sacrificarono a Curta- 
tone e Montanara salvando i piemontesi dall'accer- 
chiamento. 

Forse alcuni non sanno che il loro inno è ancora 
oggi l'inno degli studenti, di tutti gli studenti d'Italia. 

Ma se la coscienza dei cittadini è sensibile a questi 
esempi, la durezza della politica non lo è. 

Quegli eserciti nazionali non furono dove avreb- 
bero dovuto essere. Se quegli eserciti fossero giunti sul 
campo di battaglia, "fatta l'Italia, avremmo fatto gli 
italiani", ma così non fu. 

Da quel momento quei re e quei reami, furbi e 
menzogneri, sarebbero stati solo potenziali prede per 
il carniere dei famelici Savoia. 



La seconda metà del '48 e '49 



Se i fatti bellici e politici ebbero nella prima metà 
del '48 un significato esaltante per noi italiani, non al- 
trettanto può dirsi per i successivi sei mesi. 

GU austriaci ebbero U tempo per riorganizzarsi e 
non fu per loro cosa facUe. Infatti, se efficiente e nume- 
roso era il loro esercito, immensa era anche la dimen- 
sione del loro impero in rivolta. La riorganizzazione del 
nemico fu rapida e a Custoza, alle porte di Verona, il 23 
luglio 1848 l'esercito austriaco, comandato da Radetzkj 
riuscì a battere rovinosamente gli italo-piemontesi. Ma 
questo si badi bene non tanto per una reale differenza 
sul piano globalmente militare (le forze in campo si 
equivalevano con un lieve vantaggio per gli austriaci), 
quanto per il semplice motivo, ampiamente trattato nel- 
le pagine seguenti, che i generali sabaudi iniziarono in 
questa occasione quell'incredibile serie di orribili e go- 
liardiche incapacità professionali che si concluderà nel- 
la campagna d'Africa e di Grecia del 1940. 

Ecco comunque un'analisi della situazione. 



A) Fine '48 e '49 nell'Italia settentrionale: 
la sconfitta 

A causa della decisiva sconfitta di Custoza la Pa- 
dania è in fiamme, Milano è abbandonata da Carlo Al- 
berto, inseguito, insultato, beffeggiato dai milanesi e in 
fuga precipitosa. Michele Rosi nel suo Italia odierna 
(voi. II, p. 242) riferisce che i milanesi inferociti e sen- 
titisi traditi, spararono contro quel re anche alcuni col- 
pi di fucile, ma senza colpirlo. 

La capitale lombarda è riconquistata "dal tedesco". 

Dopo un breve armistizio Carlo Alberto irrespon- 
sabilmente riapre il conflitto e i piemontesi sono di 
nuovo definitivamente battuti a Novara il 23 marzo 
1849. Carlo Alberto se ne va, abdica e suo figlio Vitto- 
rio Emanuele II è re. 

Questo signore era degno figlio di tanto padre e i 
primi pro\'\'edimenti furono di estrema durezza nei 
confronti dei "liberali" ai quali scioccamente, e non al- 
l'irresponsabilità di monarchia e classe militare e nobi- 
liare, imputava la disfatta. 

È del 1849 un episodio che la carità di patria è 
sempre riuscita a celare gelosamente. 

La città di Genova, abituata nei secoli a grandi au- 
tonomie e che già aveva mal tollerato il recente domi- 
nio piemontese, approfittò del momento di crisi in To- 
rino per dimostrare volontà autonomiste. 

Immediatamente il nuovo re inviò la flotta che 
bombardò la città dal mare, in modo criminale e indi- 
scriminato. Subito dopo (aprile 1849) Genova fu assa- 
lita e di nuovo bombardata da terra dalle nuove trup- 
pe scelte dello Stato sabaudo: i bersaglieri, il cui com- 
portamento omicida fu degno di una truppa di occu- 
pazione coloniale con numerosi morti e feriti. 



Alla testa delle truppe protagoniste di questo non 
luminoso tatto d'armi troviamo un nome infausto nel- 
la storia d'Itaha: Alfonso La Marmora. 

A Custoza nel '66 (si veda) quell'uomo troverà di 
fronte a sé l'agguerrito esercito austriaco e sicuramen- 
te la situazione sarà ben più difficile di quella costitui- 
ta dai disarmati popolani genovesi. In quell'occasione 
La Marmora non si comporterà certo da eroe, perché 
preso da panico fuggirà abbandonando il proprio eser- 
cito (si veda). 

Cominciò così la lunga e luminosa carriera di que- 
sto re, un figuro al quale sono dedicate innumerevoli 
piazze e strade d'Italia, per nostra fortuna questo indi- 
viduo troverà suUa sua strada una mente pensante, 
acuta ed europea, di cui si dirà: Cavour. 




Vittorio Emanuele II, re del Piemonte. 



ÌÌ8 



Roberto Sgarzi 



Venezia 

La lotta della grande Venezia merita una citazio- 
ne a parte. Sarà e non a caso, l'ultima ad essere som- 
mersa nel '49, ben dopo Milano, o Roma, o il Pie- 
monte e dopo un conflitto gigantesco, bombardata 
da un enorme numero di efficaci artiglierie, assediata 
da uno dei più grandi eserciti del mondo, per mare e 
per terra. 

Il mondo intero si commosse per quell'evento. I 
difensori fatti prigionieri furono condotti dagli au- 
striaci in Alessandria e i "crucchi" rimasero stupiti per 
quanto pochi, giovanissimi e male armati erano coloro 
che avevano tenuto in scacco per ben più di un anno 
l'armata imperiale. 

Il fatto è che quelli sì che erano autentici eroi, co- 
mandati da autentici esperti generali, anch'essi auten- 
tici eroi. Fra i tanti vanno segnalati molti meridionali, 
il comandante in capo Guglielmo Pepe e Cesare Ros- 
sarol, caduto il 27 giugno 1849 e un grande letterato, 
Alessandro Poerio, anch'egli caduto. 

Fra quegli eroi merita un particolare rilievo Enrico 
Cosenz, un calabrese animatore della durissima ditesa 
in Marghera e Mestre. Questo grande soldato si di- 
stinguerà nei successivi eventi militari, fino a divenire 
nel 1882 capo di Stato Maggiore dell'esercito unitario. 

Il tricolore è abbassato il 24 agosto 1849 e con es- 
so la bandiera di San Marco... sì proprio quella che 
abbiamo visto umiliata in Venezia in certi giorni. Dif- 
ficile scordare! 

Il turista frettoloso che in treno o in vettura im- 
bocchi il ponte che collega Venezia alla terra-ferma, 
forse non noterà, in località Mestre e Marghera. anti- 
che caserme abbandonate e al centro del ponte un pic- 
colo monumento con due cannoni. Quel piccolo, trop- 
po modesto, monumento ricorda l'eroismo consuma- 
to, per un lungo anno, proprio in quei luoghi dai leo- 



ni veneziani, che non turono battuti né dall'esercito, 
né dalla flotta austriache, bensì dalla fame e dal colera. 

Come cantò il poeta: "// morbo infuria, il pan mi 
manca. Sul ponte sventola bandiera bianca''. Chi oggi 
offende il leone di San Marco, si ricordi che offende 
anche la memoria di quegli eroi. 

E queste sono cose che non si scordano. 



La resistenza delle città padane 

Con totale spontaneità le città padane reagirono al 
ritorno dell'inx'asore austriaco e alla sconfitta e alla fu- 
ga di Carlo Alberto. Due esempi: Brescia e Bologna. 

Brescia (23 marzo - 1° aprile 1849). Sotto la guida 
di Tito Speri i popolani bresciani, battendosi come 
leoni, affrontarono l'esercito austriaco del generale 
Haynau. Per espugnare la città l'invasore dovrà com- 
battere casa per casa. 

Bologna (8 maggio - 16 maggio 1849). Anche Bo- 
logna è investita da un forte contingente austriaco di 
ben 15.000 uomini, che memore della sconfitta subita 
ad opera dei popolani bolognesi r8 agosto 1848, la 
sottopone ad un duro e martellante assedio. Sarà un 
continuo cannoneggiamento dalle alture soprastanti la 
città su inermi cittadini. 

Dopo innumerevoli episodi di eroismo e dopo ave- 
re respinto molti assalti, anche durissimi, la città emi- 
liana cadrà, per fame e per risparmiare la popolazione 
civile da lutti inutili, il 16 maggio 1849. 

La vittima più illustre sarà Ugo Bassi un frate bar- 
nabita, una vera "voce del popolo" bolognese, ma an- 
che animatore della resistenza dei brevi, eroici giorni 
della Repubblica romana di Garibaldi e Mazzini. 

Sarà fucilato 18 agosto 1849, assieme al capitano 
Livraghi, milanese, come sciocca vendetta dei fatti di 
un anno prima. 



B) Fine '48 e '49 nell'Italia centrale 

La Repubblica romana: per l'Italia una grande occa- 
sione abbattuta dalla violenza straniera 

Il 28 novembre 1848 Pio IX luggi da Roma in ri- 
volta: fu Repubblica romana. 

Questo termine non si riferisce, si badi bene, alla 
sola città di Roma, ma a tutto l'ampio Stato pontificio, 
dal Po a Cassino, che fu libero e governato da entità 
locali rette da assemblee elettive. 

Dunque anche Roma verso la fine del '48 si sve- 
gliò, per opera soprattutto di intellettuali e del popolo 
minuto e la volontà riformista prese l'iniziativa preten- 
dendo la Costituzione, cioè diritti politici e governo 
laico. 

Pio IX, finalmente, gettò la maschera. 

Egli non (loteva accettare simili richieste i.- non le 




Roma 1849: i triumviri della Repubblica romana. 



I.ltulhi [■ le Tre itdlic 



;;y 



accettò. Monarca teocratico e assoluto era natural- 
mente impermeabile a tali istanze. 

Papa Mastai quindi fuggì da Roma, abbandonan- 
do le pecorelle al loro destino e rifugiandosi nella vici- 
na, ospitale, borbonica fortezza di Gaeta. 

Da lì, come al solito secondo una secolare tradi- 
zione, egli implorò prima e pretese dopo, attraverso 
l'azione delle frazioni cattoliche dei vari stati europei, 
l'intervento di soldati (spesso mercenari) stranieri per 
riottenere )7ianu militari e cioè camminando sul sangue 
e sui diritti delle suddette pecorelle, il perduto potere 
temporale. 

L'invito sarà accolto dai francesi che, anche se len- 
ti in una decisione per essi molto difficile, riuscirono 
ad essere più rapidi di altri interessati concorrenti. Sì, 
perché anche i napoletani, gli austriaci e gli spagnoli 
(anche se con molti grossi grattacapi di varia natura) si 
sarebbero apprestati all'intervento. Anzi, come si ve- 
drà, i napoletani, purtroppo per loro, aggrediranno 
poi la repubblica. 

La Repubblica romana che si costituisce in quei 
giorni, sarà in realtà la repubblica di Mazzini (l'anima 
e la mente) e di Garibaldi (il braccio), ma con una ispi- 
razione politica di prima grandezza e sarà di Quirico 
Filopanti, da Budrio di Bologna. 



La Repubblica si dà la Costituzione 

Questa repubblica rappresenta un'ulteriore occa- 
sione, drammaticamente ed eroicamente perduta, per 
costruire l'Italia su princìpi non di sopraffazione e cru- 
deltà, ma sul diritto, sulla cultura, sulla civiltà e sul ci- 
vico rispetto fra gli individui. 

Il documento della costituzione della Repubblica 
romana è atto di enorme importanza civile, ma non ca- 
sualmente, ancora oggi, esso non ha la notorietà che 
dovrebbe avere. 

Notiamo come questa Costituzione enunci in qual 
modo dovrebbe essere appunto costituito uno stato, e 
rileviamo quanto diverso fu lo stato che emerse poi at- 
traverso l'unità d'Italia. 

In un contesto universale in cui ancora esisteva lo 
schiavismo e in Italia la censura preventiva, la pena di 
morte, la tortura, il bando, e in cui la stragrande mag- 
gioranza dei paesi civili era retta da governi assolutisti- 
ci, il meglio del pensiero laico italiano riferendosi, ma 
migliorandolo ampiamente, al mondo politico france- 
se, inglese e tedesco, operò in modo illuminato. 

Nei cinque mesi di vita della repubblica, in 106 se- 
dute operative, l'Assemblea dello stato sancì, fra l'al- 
tro, quanto segue: 

- la sovranità popolare; 

- l'uguaglianza formale e sostanziale dei cittadini; 

- il suffragio universale; 

- il diritto dell'individuo al miglioramento delle 
proprie condizioni morali e materiali; 



- il decentramento amministrativo che di fatto 
proponeva uno stato confederale; 

- la libertà di culto; 

- il diritto alla libertà personale e alla proprietà; 

- l'obbligo, per l'arresto, della flagranza di reato 
o del mandato dell'autorità giudiziaria; 

- il principio del "giudice naturale"; 

- il divieto dei tribunali speciali; 

- l'abolizione della pena di morte; 

- la sacralità del domicilio; 

- l'abolizione della censura preventiva; 

- l'abolizione della carcerazione per debiti; 

- il diritto alla libera manifestazione del pensiero; 

- la libertà d'insegnamento; 

- il diritto di associazione; 

- il diritto al segreto epistolare; 

- il diritto di petizione; 

- l'indipendenza della magistratura; 

- l'inamovibilità dei magistrati; 

- la pubblicità dei processi, salvo che per ragioni 
di pubblica moralità; 

- l'istituzione della giuria popolare come, "giudice 
di fatto"; 

- la divisione delle carriere fra apparato giudican- 
te e inquirente, con l'istituzione dell'ufficio del Pub- 
blico Ministero; 

- l'arruolamento volontario per la formazione del- 
l'esercito; 

- la costituzione della Guardia Nazionale per la di- 
fesa del territorio; 

- il conferimento di ogni grado nella Guardia Na- 
zionale per elezione; 

- le pari opportunità fra i cittadini dei due sessi. 

L'Assemblea Nazionale della Repubblica romana 
fu sciolta dalle baionette francesi spianate contro i pet- 
ti di quei deputati che con grande coraggio, armati so- 
lo del loro buon diritto, attesero sui loro scranni e in- 
tenti al loro compito l'arrivo dei miliziani dell'esercito 
usurpatore. 

L'esempio concettuale di progetti istituzionali e 
legislativi che caratterizzarono questa repubblica fu 
importante. Non si può dire che molte siano state le 
realizzazioni coerenti con le premesse ideali, ma la du- 
rata della Repubblica romana fu veramente troppo 
breve. 

C'è da domandarsi come si sarebbe edificato il no- 
stro paese se, a partire dal 1849, la sua gran parte cen- 
trale fosse stata rappresentata da uno stato di diritto, 
un esempio di civiltà e convivenza, una repubblica di 
liberi cittadini dotata di elevati valori politici. 

Naturalmente nessuno ha la risposta, ma nel no- 
stro animo è la certezza di una realtà strutturata di una 
grande qualità culturale, fondata nel pacifico rispetto 
per le varie etnie e sulle autonomie locali. Sicuramen- 
te ai nostri concittadini sarebbero stati risparmiati im- 
mensi dolori e frustrazioni che connotarono il nostro 



Ì20 



Roberto Sgarzi 



ASSEDIO DI ROMA NEL 1849 




Mappa dell'epoca raffigurante I luoghi dell'assedio di Roma del 1849. 



passato, connotano il nostfo presente e speriamo non 
caratterizzino il nostro futuro. 

L'intervento francese ebbe alcune connotazioni par- 
ticolarmente odiose: repubblicani contro repubblicani, 
libertari contro libertari e non avrà vita facile: il tiore 
della gioventù italiana (specialmente lombarda) e roma- 
na, lo affrontò sui colli dell'Urbe con grande valore. 

Il Gianicolo, Villa Medici, Porta San Pancrazio, il 
Vascello: quelle posizioni da cui si dominava Roma fu- 
rono perse e riconquistate innuincrcN'oli \-olte in attac- 
chi furibondi. 

Infine il coraggioso, esiguo, romantico, esercito 
italo-romano fu schiacciato dal peso dell'organizzazio- 
ne bellica francese, ma quella esperienza di popolo si 



rivelerà esempio fondamentale negli ormai imminenti 
fatti che porteranno all'unità d'Italia. 

Le condizioni poste dai vincitori furono, natural- 
mente, magnanime e poche le vendette e le ritorsioni. 

Queste furono invece, di lì a poco, largamente e 
crudelmente attuate dalla polizia del papa, ritornata in 
Roma all'ombra delle baionette francesi. 

Mazzini ebbe sempre la coscienza che quella relati- 
\a alla Repubblica romana era solo una frazione di una 
ben più grande guerra che il popolo italiano stava com- 
battendo per la sua libertà. Nonostante i grandi pro- 
blemi offrì (unico esempio) al Savoia in difficoltà ai pri- 
mi del '49, un corpo di spedizione di 10.000 uomini. 

Ne ottenne uno sdegnoso silenzio che dà un'ade- 



I.'Ilii/ia e le Tre ìtulic 



121 




Basso Lazio 1849, la battaglia di Velletri fra borbonici e difensori del- 
la Repubblica romana, 

guata misura del reale "spirito di unitaria fratellanza" 
che per certa gente animò il nostro Risorgimento. 

A Venezia! Nel giugno del '49 quello era l'ultimo 
lembo di terra italiana in cui ancora ci si battesse per 
la libertà e proprio in quella direzione si orientò l'or- 
mai sbandato piccolo esercito di Garibaldi espulso 
dall'Urbe. 

Nonostante fosse inseguito dagli eserciti di mezzo 
mondo vi arrivò a due passi: Garibaldi e Anita giunse- 



ro proprio a Comacchio, all'inizio della laguna veneta, 
prima di dovervi rinunciare. 

Un ulteriore fatto non adeguatamente noto è l'ag- 
gressione, contemporanea all'intervento francese, ad 
opera di un corpo d'armata dell'esercito napoletano 
proveniente dal Meridione, una vera pugnalata alle 
spalle del piccolo esercito repubblicano, già minaccia- 
to dai francesi. 

Il 20 maggio 1849, il buon "re Bomba", attraversò 
il confine alla testa di un forte contingente di 12.000 
uomini pensando forse di effettuare una delle solite 
sanguinose passeggiate nei territori abitati dai suoi po- 
veri sudditi. 

Il Borbone evidentemente non aveva capito nien- 
te. Non aveva capito che i tempi erano cambiati, che 
quel suo "sport preferito" era ormai inagibile e sbagliò 
due volte. 

Sbagliò la prima volta, impadronendosi di Velletri, 
esponendosi con ciò alla pronta reazione di qualche 
migliaio di patrioti che lo sconfissero duramente, ob- 
bligandolo alla fuga precipitosa, all'abbandono di mor- 
ti, feriti e prigionieri e al ritorno entro i suoi confini. 

Ma sbagliò una seconda volta e questa con conse- 
guenze catastrofiche per la sua dinastia e per tutti noi, 
perché a capo di quei diavoli c'era Garibaldi, il quale 
subito intuì la grande fragilità dell'esercito napoletano 
e sicuramente non se ne dimenticò. 

Di lì a soli undici anni a Calatafimi, Palermo, Na- 
poli e al Volturno quel conto sarà saldato. 

Purtroppo questo av\'errà con un'orribile guerra 
fratricida, il cui sangue ancora pesa suUa coscienza del- 
la nazione. 



C) Fine '48 e '49 nell'Italia meridionale 

La sconfitta piemontese di Custoza fece compren- 
dere al re delle Due Sicihe che aveva mano libera per 
risolvere certe questioni nel suo regno e queste que- 
stioni, come sappiamo si chiamavano Sicilia. 

L'isola, che fino dai primi giorni del '48 si era di- 
chiarata libera e indipendente, era retta dal Generale 
Parlamento di Sicilia e il suo presidente era Ruggiero 
Settimo. 

La situazione politico-sociale lasciava comunque 
molti interrogativi per l'inconsistenza dell'apparato 
amministrativo e per la presenza di numerose bande 
armate che scorrazzavano nel paese. 



Tuttavia a partire dall'agosto '48 la breve libertà 
dell'isola cessò: il generale napoletano Filangieri con 
un grosso corpo di spedizione l'aggredì. 

La forza di assalto napoletana, composta da flotta 
ed esercito, lascerà sulla bella "Trinacria" una gigante- 
sca scia di sangue. L'8 settembre 1848 è conclusa la ri- 
conquista di Messina e dopo una campagna dura e 
lunga, nel maggio 1849 fu Palermo a dovere nuova- 
mente subire la dominazione napoletana. 

Questo ulteriore feroce supplizio al quale furono 
sottoposti i siciliani vide quindi proseguire quell'infi- 
nita storia di sofferenza di questi nostri connazionali e 
spiegherà ulteriormente ormai la prossima, felice con- 
clusione dell'impresa dei Mille. 



122 



Rohcrlo Sgiirzi 



Un documento 

La soluzione federale secondo l'interpretazione di 
Carlo Cattaneo 

Di Carlo Cattaneo (1801-1869) giova ricordare il pen- 
siero federalista e repubblicano, contenuto in queste pagi- 
ne tratte da Dell'insurrezione di Milano nel ÌH4H e della suc- 
cessiva guerra, opera del 1849, susseguente alla sconfitta 
piemontese di Novara. 

Ogni stato d'Italia dc\'e rimaner so\'rano e libero in sé. 
Il doloroso esempio dei popoli della Francia, che hanno 
conquistato tre volte la libertà, e mai non l'hanno avuta, 
dimostra vero il detto del nostro antico savio, non potersi 
conservare la libertà se il popolo non vi tien le mani sopra; 
sì, ogni popolo in casa sua, sotto la sicurtà e la vigilanza 
delli altri tutti. Così ne insegna la sapiente America. Ogni 
famiglia politica deve avere il separato suo patrimonio, i 
suoi magistrati, le sue armi. Ma deve conferire alle com- 
muni necessità e alle communi grandezze la debita parte: 
deve sedere con sovrana e libera rappresentanza nel con- 
gresso fraterno di tutta la nazione; e deliberare in commu- 
ne le leggi che preparano, nell'intima coordinazione e 
uniformità delle parti, la indistruttibile unità e coesione 
del tutto. Finché l'Italia avrà governi sconnessi, mLiniti di 
forze ineguali, infetti dalla barbarica ambizione d'assog- 
gettarsi i vicini, la parte debole o corrotta sarà sempre ten- 
tata d'invocare contro il fratello la spada straniera; e si ri- 
peterebbe eternamente la scelerata istoria della nostra ser- 
vitù. Non v'è modo a obliterare le diseguaglianze, e disar- 
mare le ambizioni e le insidie dei regali d'Italia e dei mu- 
nicipii, se non la mutua tutela d'un congresso nazionale; 
essendoché i deboli vi costituiranno sempre la maggioran- 
za; e perciò il voto uscirà sempre propizio all'equità e av- 
verso alla prepotenza. E non vi è grandezza, né forza, né 
maestà che sia maggiore di quella dell'universa nazione. 
Solo l'Italia può parlare da eguale alla Germania, alla 
Francia, all'Inghilterra. 

L'errore più grave, assai vulgarc però in Italia, e gene- 
rale in Europa, si è che la causa italiana sia questione prin- 
cipalmente, anzi unicamente, militare. Giova ripetere: "l'I- 
talia non è serva delli stranieri, ma de' suoi". L'Austriaco 
venne in Italia, e vi può rimanere solamente come merce- 
nario tl'una minoranza retrograda, la quale si conosce im- 
potente a dominare da sé la nazione. E l'Austriaco si è per- 
duto per l'arroganza sua di far da padrone, ove i suoi patti 
erano solo d'essere il servo armato, e l'aguzzino d'un po- 
polo che monsignori e ciambellani volevano tenere in cate- 
na. Come mai ottantamila stranieri, che vengono da una re- 
gione povera, semibarbara e iliscortle, potrebbero oppri- 
mere colla nutla forza 25 milioni d'un popolo, cui la natu- 
ra privilegiò di sì alto animo e sì vario intelletto? Come lo 
potrebbero, se non combattesse per loro l'ambizione e la 
perfidia dei prelati e dei cortigiani? 



La popolazione dell'Italia è pari di numero a quella che 
la Francia aveva al tempo della irresistibOe sua rivoluzione! 
E oso dire, e potrei dimostrare, che U nostro popolo, se non 
in Piemonte, certamente in Toscana, e nel Lombardo- Vene- 
to, e nell'Emilia, è più culto che non fossero allora, e che og- 
gidì non siano, in Francia i dipartimenti del ponente so- 
prattutto, e del centro, e del mezzodì. Né il volere final- 
mente manca ai [wpoli, purché solo vi sia chi decreti l'ar- 
mamento in loro nome. La questione non è dunque tanto 
militare, quanto civile. Ora qual sarà il magistrato che lo de- 
creti? 

Certo, dovrebb'essere il magistrato dittatorio creato 
didla Costituente italica, per governare la guerra, per atti- 
vare le finanze, e le banche, e le vendite dei beni nazionali, 
per assegnare le quote dell'esercito ai singoli stati, per eleg- 
gere i comandanti, per infliggere l'infamia ai vili, la morte 
ai traditori. 

Ma tra il magistrato nazionale e li eserciti stanno le cor- 
ti dei prìncipi. E i soldati obbediranno alle corti, e terran- 
no fisso lo sguardo nel volto del prìncipe. Abbiamo pur vi- 
sto i Napolitani andare al campo e tornare, al mutabile cen- 
no del re. Abbiamo visto i piemontesi consegnar, senza ros- 
sore, al nemico le città che dovevano difendere. Necessita 
dunque che i decreti della Costituente trovino eserciti 
pronti a obbedirla fedelmente; ossia che trovino in ogni 
stato un esercito cittadino e non uno sgherro di corte; al 
quale torni lo stesso combattere i nemici, o trucidare i cit- 
tadini. 

Perche dunque l'efficacia della Costituente sul campo 
di battaglia si faccia sentire, vuoisi che abbiano vigor po- 
polare i parlamenti d'ogni stato. 

La Costituente sarà all'Italia un'insegna gloriosamente 
e irrevocabilmente spiegata, una meta finale e infallibile, 
un faro. Ma l'etficacia dipende dalla potenza e popolarità 
dei singoli parlamenti, dall'uniformità e genialità della loro 
origine elettorale, insomma dal progresso effettivo della li- 
bertà nei singoli stati. Col che vorrei avere adombrato che 
siasi per me inteso, quando più volte dissi che non si per- 
viene all'indipendenza, cioè alla \ittoria nazionale, se non 
per la via della libertà. 

Ora le nazioni europee devono congiungersi non col- 
l'unità materiale del dominio, ma col principio morale del- 
l'eguaglianza e della libertà. La Francia, già da sessant'an- 
ni scrisse questa verità nei Diritti dell'Uomo. E le nazioni 
ora sono ni.iiuie perché la parola s'incarni nel fatto. Sola- 
mente quando la Francia avrà intorno a sé cento milioni 
d'uomini liberi, non sarà più costretta a tenere in armi sei- 
centomila soldati, né ad attamare il popolo per dislamare 
l'esercito, i cui capitani conculcheranno sempre la sua li- 
bertà. Poco importa che il telegralo ingiunga ai docili e si- 
lenziosi dipartimenti il comando d'un imperatore o d'un re 
o tl'un presidente; il destino della moltitutline dei francesi. 



Lllaliii e le Tre ìhilie 



I2i 



fuori della cerchia di Parigi, fu sempre l'obbedienza; ed è 
una dura necessità per conservare a fronte della Europa re- 
gia l'unità militare. Ma in mezzo a un'Europa tutta libera e 
tutta amica, l'unità soldatesca potrà far luogo alla popola- 
re libertà: e l'edificio costrutto dai re e daUi imperatori po- 
trà rifarsi sul puro modello americano. Il princìpio della 
nazionalità, provocato e ingigantito della stessa oppressio- 
ne militare che anela a distruggerlo, dissolverà i fortuiti im- 
perii dell'Europa orientale; e li tramuterà in federazioni di 
popoli liberi. 



A\'remo pace vera, quando avremo li Stati Uniti d'Eu- 



ropa. 



Art. 26. La libertà individuale è guarentita. 

Niuno può essere arrestato, o tradotto in giudizio, se 
non nei casi previsti dalla legge, e nelle forme che essa pre- 
scrive. 

Art. 28. La stampa sarà libera, ma una legge ne reprime 
gli abusi. [...] 

Art. 32. È riconosciuto il diritto di adunarsi pacifica- 
mente e senz'armi, uniformandosi alle leggi che possono re- 
golarne l'esercizio nell'interesse della cosa pubblica. 

Questa disposizione non è applicabile alle adunanze in 
luoghi pubblici, od aperti al pubblico, i quali rimangono in- 
tieramente soggetti alle leggi di polizia. 

Art. 65. Il Re nomina e revoca i suoi ministri. 



Un documento 

Si propongono, a titolo esemplificativo, alcuni ar- 
ticoli ed alcuni principi fondamentali dello Statuto 
Piemontese di Carlo Alberto e della Costituzione del- 
la Repubblica romana, come riportati da Costituzione 
italiana. 



Lo Statuto alhertino 

Art. ì. La religione cattolica, apostolica e romana è la 
sola religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono 
tollerati conformemente alle leggi. 

Art. 2. Lo Stato è retto da un governo monarchico rap- 
presentativo. [...] 

Art. 3. Il potere legislativo sarà collettivamente esercita- 
to dal Re e da due Camere: il Senato e quella dei deputati. 

Art. 5. Al Re solo appartiene il potere esecutivo. Egli è 
il capo supremo dello Stato: comanda tutte le forze di terra 
e di mare; dichiara la guerra; fa i trattati di pace, d'alleanza, 
di commercio, ed altri, dandone notizia alle Camere tosto 
che l'interesse e la sicurezza dello Stato il permettano, ed 
unendovi le comunicazioni opportune. [...] 

Art. 7. Il Re solo sanziona le leggi e le promulga. 

Art. 8. Il Re può far grazia e commutare le pene. 

Art. 10. La proposizione delle leggi apparterrà al Re ed 
a ciascuna deUe due Camere. Però ogni legge d'imposizione 
dei tributi, o di approvazione dei bilanci e dei conti dello 
Stato, sarà presentata prima alla Camera dei deputati. 

Art. 24. Tutti i regnicoli [Cittadini del Regno], qualun- 
que sia il loro titolo o grado, sono eguali davanti alla legge. 

Tutti godono egualmente i diritti civili e politici, e sono 
ammissibili alle cariche civili, e militari, salve le eccezioni 
determinate dalle leggi. 

Art. 25. Essi contribuiscono indistintamente, nella pro- 
porzione dei loro averi, ai carichi dello Stato. 



La Costituzione della Repubblica romana 
Principi fondamentali 

I. La sovranità è per diritto eterno nel popolo. Il popolo 
dello Stato romano è costituito in Repubblica democratica. 

IL II regime democratico ha per regole l'eguaglianza, la 
libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né pri- 
vilegi di nascita o di casta. 

III. La Repubblica colle leggi e colle istituzioni pro- 
muove U miglioramento delle condizioni morali e materiali 
di tutti i cittadini. 

IV. La Repubblica riguarda tutti i popoh come fratelli: 
rispetta ogni nazionalità: propugna l'italiana. [...] 

VII. Dalla credenza religiosa non dipende l'esercizio dei 
diritti civili e politici. [...] 

Art. 3. Le persone e le proprietà sono inviolabili. 

Art. 4. Nessuno può essere arrestato che in flagrante de- 
litto, o per mandato di giudice, né esser distolto da suoi giu- 
dici naturali. [...] 

Art. 5. Le pene di morte e di confisca sono proscritte. 

Art. 6. Il domicilio è sacro: non è permesso penetrarvi 
che nei casi e nei modi determinati dalla legge. 

Art. 7. La manifestazione del pensiero è libera: la legge 
punisce l'abuso senza alcuna censura preventiva. 

Art. 8. L'insegnamento è libero. [...] 

Art. 16. L'Assemblea è costituita da rappresentanti del 
popolo. 

Art. 17. Ogni cittadino, che gode i diritti civili e politi- 
ci, a 21 anni è elettore, a 25 eleggibile. 

Art. 20. I comizi generali si radunano ogni tre anni, nel 
21 aprile. 

Il popolo vi elegge i suoi rappresentanti con voto uni- 
versale, diretto e pubblico. 

Art. 29. L'Assemblea ha il potere legislativo. Decide del- 
la pace, della guerra e dei trattati. 



124 



Roherlo Sgarzi 



Il decennio di preparazione: 1849-1859 



C-B) Dal '48 al '59 nell'Italia meridionale e centrale 

Sia il Regno pontificio che il Regno napoletano fu- 
rono connotati da grande immobilismo politico. Nel 
Napoletano re Ferdinando chiuse d'autorità, con lo 
scioglimento, il parlamento dimostrando quindi, anco- 
ra una \olta l'impossibilità di riforme liberali presso i 
Borboni. 

Sarà questo a determinare l'orientamento, da par- 
te dei patrioti napoletani, verso l'unità d'Italia presie- 
duta dal re del Piemonte. 

Awengono numerosi complotti, con attentati e 
sommosse. A queste segue il triste, abituale, corollario 
deUe esecuzioni e delle varie dure condanne. 

Fra i molti martiri Silvio Spaventa, Luigi Settem- 
brini, Filippo Agresti, Carlo Poerio. Nel dicembre 
1856 re Ferdinando sfugge miracolosamente, per via 
di una cotta d'acciaio, al ferro di un attentatore. 

Sono segnalati numerosi lavori pubblici, come 
strade, ponti, ferrovie, ospedali e ospizi, ma è ormai 
troppo tardi, tutto sta per crollare e non serviranno le 
truppe mercenarie svizzere alle quali ormai, per totale 
inattidabilità delle strutture locali, sono affidati l'ordi- 
ne pubblico e la difesa del regno. 

Proprio per definire il profondo malessere di questo 
regno e meglio capire le ragioni dell'imminente suo tra- 
collo, si ricorderà che fra il 7 e l'S luglio, questi nuovi 
"pretoriani svizzeri" e cioè ben seimila uomini capita- 
nati dal colonnello Shumacher si ammutinarono, met- 
tendo il Napoletano in un'ulteriore crisi profondissima. 

Durante il decennio 1849-1859 è segnalato un di- 
screto incremento nella costruzione di strutture di 
pubblica utilità. Bertoletti (p. 188) segnala una spesa 
di 14.688.000 (quattordicimilioniseicentottantottomi- 
la) ducati per costruire strade, camposanti, chiese, col- 
legi, università, teatri, ponti, piazze, argini, bonifiche e 
quant'altro. Interessante la spinta (si badi bene solo 
progettuale! per l'allargamento della rete ferroviaria 
verso le Puglie, l'Abruzzo, il Regno pontificio, Taran- 
to, la Calabria. Gli appalti per queste iniziati\'e e altre 
strutture come l'illuminazione pubblica a gas, vedono 
ditte francesi beneficiate da queste iniziative. 

Di rilievo le bonifiche: un po' o\'unque. Gli storici 
filoborbonici segnalano l'elevato spirito di sacrificio di 
Ferdinando II, che proprio a questo scopo avrebbe sa- 
crificato alcune delle sue numerosissime e stermina- 
te... riserve di caccia. Sempre nell'ambito delle bonifi- 
che, furono invece di assoluto rilievo la pianificazione 
e l'inizio della realizzazione della bonifica della Piana 
del hucino (21 luglio 1853), che ottenne un duplice 
importante risultato: il risanamento di un'area infe- 
stante e apportatrice di malattie e per converso l'otte- 
nimento di un'area agricola smisurata, quanto fertile. 

Si avviano pure studi di fattibilità per la realizza- 
zione di linee telegrafiche. 



Ferdinando II morì il 22 maggio 1859: aveva 49 an- 
ni di cui 29 di regno. Gli succederà il figlio Francesco 
li, meglio noto come Franceschiello, e sarà l'ultimo dei 
Borbone. Fernando II sarà forse stato un pessimo re e 
un pessimo uomo, ma fu sicuramente un ottimo mari- 
to e un ottimo padre. Il solo figlio e le due mogli che 
ebbe furono sempre da lui amati e rispettati. 

Il figlio Franceschiello era persona assai debole di 
fisico, ma soprattutto di carattere, con elementi di si- 
cura, anche se lieve, patologia. 

Era figlio di Maria Cristina di Savoia, che morì do- 
po un parto difficile e dandolo alla luce. Il popolo la 
chiamava "la Santa" per l'aspetto e il carattere dolcissi- 
mi, e dolce fu anche il figlio, ma di debolezza infinita. 

Franceschiello sposò Maria Sofia, una splendida, 
intelligente e autoritaria ragazzona bavarese, sorella di 
Sissi, l'immortalata moglie di Francesco Giuseppe e le 
soggiacque fin dal primo momento. Franceschiello eb- 
be "turbative" rilevanti sotto l'aspetto sessuale, fatto 
che l'intimoriva oltremodo. 

Per mesi e mesi il tremebondo Franceschiello si sot- 
trasse all'atto sessuale con la balda valchiria, per timore 
e... pudicizia. Fu l'intervento di un suo confessore, lo 
scolopio BorreUi, che riuscì a superare il blocco di Sua 
Maestà e a dare finalmente corso concretamente al ma- 
trimonio (Stona di Napoli, p. 150). 

Il povero Franceschiello meritò veramente questo 
soprannome e sbagliò, clamorosamente e follemente, 
anche il primo atto del suo regno: rifiutò l'offerta 
(1859) che gli veniva dal Cavour circa un'alleanza of- 
fensiva e difensiva fra Piemonte e Regno delle Due Si- 
cilie, firmata la quale non vi sarebbe mai stata spedi- 
zione garibaldina e forse l'unità d'Italia sarebbe stata 
ben diversa e giusta. 

Ma forse questo poveretto messo suUa strada del fu- 
turo dello stato delle Due Sicilie era un segno del desti- 
no. La spada dell'Eroe dei due mondi era ormai alle 
porte e il Regno di Napoli e delle Due Sicilie era finito. 

Per quanto riguarda il Regno pontificio può essere 
ormai paragonato ad un paese di campagna, a totale 
stasi culturale, ove non pervengono, né luce, né àvxe- 
nimenti. Pio IX ritorna, grazie alle baionette francesi, 
sul trono pontificio. 

L'integralismo socio-politico è totale e, natural- 
mente, non si registrano evoluzioni di alcun tipo. La 
polizia pontificia è dura e attenta nel reprimere even- 
tuali tentativi di sedizione. 

Tutto si trascina stancamente, quasi in attesa del 
cataclisma politico che, di lì a poco in\'estirà questo 
stato medievale. 



A) Dal '48 al '59 nell'Italia settentrionale 

A dispetto della sconfitta militare ilei '4S-49 la \'o- 
lontà di riscossa nel Piemonte è altissima e influenza 



Llltdia e le Tre Italie 



125 



pesantemente sia dal punto di vista politico che cultu- 
rale, anche tutti gli stati vicini. A dispetto delle ana- 
cronistiche divisioni territoriali r"Area padana" è or- 
mai unità culturale ed economica. Strade e ferrovie 
uniscono in modo sempre più efficace e organico le 
città e i molti stati e staterelli presenti nella valle del 
Po. L'Italia unita ha ormai la sua culla. 

Un piccolo grande uomo saprà dare corpo e men- 
te a tutti questi aneliti. Quest'uomo fu: 



Camillo Benso conte di Cavour: il genio politico. 
L'Italia come conquista piemontese 



L'Italia del realismo e della glaciale spregiudicatezza 

Il 1849 si chiuse quindi nel modo piìi infausto per 
chi auspicava una entità chiamata Italia. Fra l'altro, co- 
sa poco nota, Vittorio Emanuele II il nuovo re, aveva 
concordato con gli austriaci vittoriosi, pur di rimanere 
sul trono, un piano di grande durezza contro i patrio- 
ti democratici. 

Nessuno in queU'anno osava forse sperare che di lì 
a soli due lustri tutto, o quasi tutto, si sarebbe, in qual- 
che modo, risolto. 

La risoluzione del caso Italia si chiamò Camillo 
Benso, conte di Cavour: nato in Cavour, Piemonte, nel 
1810: "il tessitore". 

Cavour fu un grande statista europeo e un grande 
servitore del suo stato, il Piemonte, ma molto diversa- 
mente dagli altri padri della patria non fu un patriota, 
non fu filo-italiano, non volle l'Italia unita, anzi, in un 




Camillo Benso, conte di Cavour. 



certo senso la subì e si trovò a gestirne l'unione perché 
le cose, imprevedibilmente, andarono, come si diceva 
in apertura, in quella direzione. 

Camillo Benso non amò l'Italia, né mai avrebbe 
potuto amarla per la semplice ragione che non la co- 
nobbe, né la vide mai. Cavour visitò a lungo tutta l'Eu- 
ropa, ma mai. . . mise piede oltre il Po. 

Il piemontese nacque potente, nobile e ricco, figlio 
del capo della polizia piemontese e di una facoltosa 
cittadina svizzera. La lingua che egli parlava, scriveva 
e... in cui pensava era il francese, anche se natural- 
mente capiva e parlava bene anche il piemontese. 

La sua patria fu l'Europa che subito, giovanissimo, 
visitò con permanenze anche assai durevoli in Svizzera, 
Francia, Belgio, Olanda, ma soprattutto in Inghilterra. 

Dalla Francia recepì il senso laico dello stato e le 
nuove teorie politiche e sociali. Dall'Inghilterra as- 
sorbì le teorie economiche liberali di Adam Smith. 

A soli 25 anni l'irrequieto e intelligente Camillo fu 
di ritorno in Cavour ove il padre gli affidò la gestione 
dell'azienda agricola di famiglia, subito da lui trasfor- 
mata in impresa di avanguardia tecnologica. 

Cavour ottenne grande favore nella società pesante- 
mente provinciale, ma attenta, di quel Piemonte e i suoi 
scritti e le sue conferenze furono molto seguiti. Egli sti- 
molò la realizzazione di nuove infrastrutture ed è grazie 
a lui se le ferrovie piemontesi negli anni Quaranta e Cin- 
quanta assunsero grande efficacia e rilevanza. 

Nel 1848 è deputato, nel 1850 ministro dell'Agri- 
coltura, nel 1852, a soli 42 anni questo piccolo, genia- 
le piemontese, dagli occhi arguti e furbi, nascosti dai 
classici occhialini, "alla Cavour", questo "eterno sin- 
gle'' amante delle belle donne e della bella vita, è pri- 
mo ministro del Regno di Piemonte. 

E in quel momento, ma solo in quel momento, che 
il Piemonte cambia status e si converte da banale pseu- 
do-contea montanara, a reame impegnato in un rinno- 
vamento di stampo europeo; Torino diverrà un polo di 
attrazione culturale per studiosi, economisti e intellet- 
tuali di tutta Italia. Il debito pubblico è risanato e pa- 
gato all'Austria il debito di guerra. 

Al governo, Cavour si batté contro gli "opposti 
estremismi" di allora, e cioè conservatori da una parte 
(fra i più duri d'Europa) e dall'altra parte le pulsioni, 
spesso visionarie e romantiche, di Mazzini e dei suoi 
associati. 

Il Piemonte pullulava ormai delle migliori menti 
italiane e proprio queste diedero origine nel 1857 alla 
Società nazionale, il cui motto esplicito era: "Italia e 
Vittorio Emanuele", associazione che si prefiggeva la 
costituzione di un'Italia unita a direzione dichiarata- 
mente piemontese. 

Dopo l'accostamento economico all'Europa, reso 
ancora più evidente ed efficace da viarie unioni doga- 
nali, Cavour accelerò il suo piano di espansione pie- 
montese e si avvicinò militarmente a Francia e Inghil- 



U6 



Roherln Sgarzi 



terra: è la spedizione comune in Crimea, per arginare 
il colosso russo che si affaccia\a ai "mari caldi medi- 
terranei". Infine il capolavoro dai molti aspetti, anche 
piccanti, visto linterx'ento della marchesa di Castiglio- 
ne, nota per essere la più bella e spregiudicata donna 
del momento e in realtà agente piemontese: l'alleanza 
con la Francia, stilata nel 1858 a Plombières in un ac- 
cordo segreto fra Napoleone III e Cavour. 

Nei nostri libri di scuola è da sempre riportata la 
nota e bugiarda tavoletta secondo la quale la Francia e 
il suo imperatore, variamente impauriti dagli attentati 
di Orsini, ammirati dall'eroismo dello stesso, attana- 
gliati dall'erotismo della marchesa di Castiglione, inte- 
ressati all'acquisto di Nizza e Savoia, ma soprattutto il- 
luminati dalla generosa, romantica volontà di dare la 
libertà a tutto il mondo, e con esso alla vicina e cugina 
Italia... ci abbiano donato a piene mani e nel modo 
più disinteressato il loro aiuto militare. 

Una cosa ridicola. In verità in quell'accordo non tu 
mai in discussione né l'unità, né l'indipendenza del no- 
stro paese, aspetti che non interessavano né il piemon- 
tese, né il francese, ma solo un banale e volgare. . . cam- 
bio di proprietà, che da Vienna si trasferiva a Parigi, 
commutando il Piemonte in un protettorato francese 
di maggiore peso di quanto non lo fosse da sempre. 
Non era assolutamente certo che gli italiani avrebbero 
tatto un buon affare... anzi! 

Non c'era niente di più, se non ancora una volta, 
l'appartenenza per la penisola ad una delle due tradi- 
zionali, antiche, aree di influenza: la Francia o la Spa- 
gna (ove per Spagna si intenda l'Impero austro-spa- 
gnolo). Poi... ancora una volta il grande animo del 
popolo italiano e l'abile propaganda sabauda, vollero 
coprire questa azione spregiudicata, quanto astuta, 
con nobili, patriottici, romanticismi, con una serie di 
tavole. 

E importante invece verificare la qualità di questi 
accordi riportati al grande pubblico anche da G.B. 
Guerri nel suo interessantissimo Antistoria degli italia- 
ni, per evidenziare quanto l'Italia, che di lì a pochi me- 
si sarebbe poi nata, era diversa dai realistici progetti e 
dalle volontà di coloro (i franco-piemontesi) che die- 
dero il via agli eventi politico-militari. 

Questo anche per spazzare via costruzioni menzo- 
gnere operate dallo Stato sabaudo risorgimentale nella 
volontà di dare a quell'Italia che stava nascendo con- 
notazioni e convinzioni diverse dalla realtà. 



Il patto franco-piemontese per la spartizione 
dell'Italia (gli accordi di Plombières) 

L'accordo parlava chiaro: l'Italia che avrebbe do- 
vuto seguire alla guerra fra franco-piemontesi e au- 
striaci non avrebbe dovuto essere unita, bensì costitui- 
ta in questo modo... 



- Italia del nord: 

Piemonte estendeva i propri possedimenti a 
quella parte d'Italia oggi definibile "Area padana" e 
cioè Alta Italia e Toscana. 

- Italia del centro: 

il Regno pontificio era diviso in due parti. Solo Ro- 
ma e provincia sarebbero rimaste al pontefice. Tutto il 
resto di quei possedimenti avrebbe do\'uto costituire 
un nuovo reame che avrebbe dovuto essere poi gover- 
nato da Girolamo Napoleone, l'augusto cugino (piut- 
tosto anziano e obeso) dell'imperatore dei francesi 
detto "Plon Plon", al quale veniva data in sposa, come 
ulteriore "reale garanzia" la povera, ignara, giovanissi- 
ma Clotilde di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele II. 

Si dice che Vittorio Emanuele II si sia molto ad- 
dolorato per questo osceno sacrificio umano ma, dato 
l'uomo, non c'è da esserne assolutamente certi. 

- Italia del sud: 

lo Stato delle Due Sicilie non cambiava confini, 
però cambiava padrone. Non più i discussi Borboni 
spagnoli: la nuova dinastia regnante sarebbe stata di 
influenza francese, con casato ancora da definire. 

Forma confederale: quegli stati presenti nella pe- 
nisola avrebbero dovuto assumere fra di essi una strut- 
tura confederale, affidandone la presidenza e il coor- 
dinamento ad un papa pesantemente ridimensionato 
nei territori. 

Questa era l'Italia che si voleva e si perseguiva, ma 
il caso e la spregiudicata azione di Crispi porteranno ad 
un'Italia ben diversa da quella che la logica e la conve- 
nienza dei popoli facevano presagire. Cavour morirà il 
6 giugno 1861 giovanissimo a soli 51 anni e, come af- 
ferma Sergio Romano, la sorte gli eviterà il dolore di do- 
vere misurare le sue forze con una realtà "così mostruo- 
samente diversa da quella che egli aveva preparato". 



Il "grido di dolore" 

Vittorio Emanuele lì di lì a poco nel ricevere il 
corpo diplomatico leggerà il famoso breve discorso 
con cui proclamerà di "non essere insensibile al grido 
di dolore" che gli pro\'eni\a dal resto d'Italia. Era la 
guerra! 

Non tutti sanno che le famose parole lette dal "To- 
ro di Torino" non erano sue, bensì dettate, dopo lun- 
ghe riflessioni, proprio dal romantico, patetico ed ele- 
giaco, imperatore francese. 

1,'eventuale "utile" di entrambi gli alleati era evi- 
dente: 

-Ca\(Hir e il PiLMiionte ottenevano un ampio allar- 
gamento dei loro domini, incamerarlo gli stati di gran 



Lltalin e le Tra Italie 



127 




Torino 1859, Luigi Napoleone Bonaparte (il "Plon Plon", cugino di 
Napoleone 111) assieme alla giovanissima moglie Maria Clotilde di Sa- 
voia, figlia di Vittorio Emanuele III. Quel matrimonio era parte del 
Trattato di Plombières. 

lunga più evoluti della penisola e i più omogenei alla 
qualità culturale torinese... insomma, r"Area pada- 
na". Parimenti non assumevano responsabilità di ge- 
stione degli altri stati dello stivale, sicuramente in pre- 
da ad un pauroso gap culturale e sociale. 

- Napoleone III e la Francia invece ricevevano 
molto di più, in quanto a superficie. Tutto il resto d'I- 
talia, eccettuate Roma e provincia (al papa) sarebbe 
stato diviso in due parti (Regno del centro e Regno del 
nord) da assegnarsi a due dinastie francesi collaterali. 

Altro che fraterno aiuto dei cugini d'Oltralpe! L'I- 
tiilia, da Grosseto in giù, sarebbe diventata una colo- 
nia di quei signori. Napoleone con questa acquisizione 
attuava lo status di potenza preminente nel Mediterra- 
neo, saldandosi alle colonie nordafricane già in suo 
possesso e soprattutto rinverdiva la gioire e la graiideur 
del grande zio, cosa sempre importante in Francia. 

Il potere nel Mediterraneo di Inghilterra e Turchia 
sarebbe stato cancellato! 

Il 29 aprile 1859 si va alla guerra. Sarà la Seconda 
guerra d'indipendenza. 



1859. Nasce l'Italia unita 



L'Italia nacque sulla riva meridionale del lago di 
Garda in un terribile, afoso, giorno dell'estate del 
1859: il 24 giugno. 

In quel giorno della seconda guerra d'indipenden- 
za tre eserciti si affrontarono in una battaglia campale 
per il predominio sulla penisola: da una parte gli au- 
striaci, comandati dal giovanissimo Francesco Giusep- 
pe, dall'altra parte l'armata francese d'Italia, agli ordi- 
ni di Napoleone III e accanto ad essa Vittorio Ema- 
nuele II e il suo esercito piemontese, incrementato in 
verità da tanti patrioti italiani. Complessivamente ben 
250.000 uomini. 



Alla fine di quella giornata tutto sarebbe cambiato 
per il nostro paese. 

La grande battaglia vide in realtà di fronte, nella 
sua più gran parte, francesi e austriaci, questo a Solfe- 
rino. Contemporaneamente sul vicino colle di San 
Martino gli italiani affrontavano le munite difese au- 
striache. 

Dopo alterne vicende i francesi riuscirono a rom- 
pere il fronte av\'ersario e l'austriaco diede l'ordine di 
ritirata. A San Martino la cosa fu più difficile e solo sul 
far della sera gli italiani, battendosi come leoni e sotto 
un terribile, improvviso diluvio, ce la fecero. 

Fu un'immane, mai vista strage. . . per moti\i tecnici. 

I nuovi fucili adottati nei due schieramenti fecero 
un massacro. A fine giornata ben 40.000 (quarantami- 
la) caduti giacevano sul campo. Francesco Giuseppe e 
Napoleone III interruppero subito quella guerra e 
quell'ecatombe, che entrambi avrebbero pagato pe- 
santemente contro i prussiani solo alcuni anni dopo. 

Napoleone III, contrav\'enendo agli accordi di 
Plombières, interruppe la guerra, fondamentalmente 
per due ragioni; la prima era che vi era un costo in vi- 
te umane, imprevedibilmente elevato e la seconda era 
che capì che difficilmente quel "contratto" avrebbe 
potuto poi essere concretamente realizzato per un'al- 
tra ragione semplice: gli italiani non l'avrebbero con- 
sentito. 




LEGENDA: 




Kt-gno di S.irJcin.i 
prima dL'M'jpnk liKKI 



Ti^rriton ceduti alla 
Francia nel 1860 



TcrTitori annessi 
nel luglio 185Q 



l'emlori annessi 
nel mimo 18()0 



Temirtn annessi 
ncllollobtc 1860 



Temcon annes-ii 
nel novembre 1860 



rciriton annessi 
neirottobrc 1866 



Tenitori annessi 
nell'ottobre 1870 



Tenilori annessi 
nei 1919.1920 



La formazione dello stato italiano fra il 1859 e il 1920. 



Ì28 



Roberto Sgarzi 




24 giugno 1859, alture di San Martino (fra Verona e Brescia), L'ultimo vittorioso assalto delle truppe italo-piemontesi alle posizioni austriache. 



Quello che il francese Lamartine aveva definito 
"un popolo di morti", buscandosi per questo una sfi- 
da a duello con relativa ferita, dimostrava, imprevedi- 
biltnente, che proprio morto non era e che viceversa 
era disposto a dare la vita per la propria libertà. 

E una guerra imperialista in Italia proprio Napo- 
leone III... il "liberatore" che, fra l'altro, aveva ai con- 
fini una Prussia esplosiva, non poteva permetterselo. 
Insomma la passeggiata si dimostrava un'arrampicata 
di quinto grado e il francese "cornuto e mazziato" se 
ne tornò a casa fingendo di "essere ben felice di avere 
portato la libertà ai cugini italiani". In realtà costoro 
gli avevano rifilato il classico "bidone" all'italiana! 

Tutto il progetto di Plombières, quindi, si infranse 
e questo significò, nelle cose, la nascita di lì a poco di 
quell'Italia unita che quei progetti assolutamente non 
prevedevano. L'il luglio 1859 ci tu la pace di Villa- 
tranca. Il Veneto restava agli austriaci. 

La nuova e inattesa situazione riportò quei "po- 
tenti" a riprendere attenzione per il vecchio progetto: 
la Confederazione di stati italiani. Quindi si riconsi- 
derò il ritorno dei granduchi austriaci a Modena, in 
Toscana e la partecipazione dell'imperatore d'Austria, 
come principe italiano in possesso di buona parte del 
Veneto, alla confederazione italiana. 

Questo progetto fu naturalmente assai ben visto 
da emiliani e toscani che con movimenti insurreziona- 
li (dopo Solferino) si erano autonomamente liberati 
dai vecchi padroni. 

Ma questo era un ipocrita pseudo-progetto delle 
"Loro Maestà Sabaude" e altri cervelloni, tutto finirà 
nella polvere: il mondo italiano era ormai cambiato 
profondamente. 

(^a\(Hir ebbe una reazione personale violentissima, 
a trontc del parziale insuccesso di tutta la sua costru- 
zione diplomatica. Follemente e irrealisticamente lo 



statista voleva continuare la campagna militare senza 
l'aiuto francese; è riferito di propositi suicidi e si te- 
mette per la sua vita e il suo equilibrio. 

Da quel momento la sua salute fu precaria e infat- 
ti morirà di lì a un paio di anni. 

Garibaldi viceversa, animato da autentico e ro- 
mantico spirito unitario dirà: "La pace di Villafranca, 
che molti tennero come calamità e io invece come una 
fortuna'". 

La strada per l'unità, ma una terribile unità, era 
aperta. 

Comunque, quel 24 giugno 1859, il giorno di Sol- 
ferino e San Martino, fu un momento storico, perché 




(iMb^ Wan^lMUt. 



Napoleone Ili. imperatore dei francesi. 



I.'ìliilìci <■ /(■ Tre Uiilie 



129 




Francesco Giuseppe, imperatore d'Austna-Ungheria. 

da quel momento gli austriaci scomparvero dalla peni- 
sola trattenendosi ancora, per soli sette anni, una par- 
te del Veneto. 

Subito dopo quel giorno, le piazze d'Italia si in- 
fiammarono e da pili parti si chiesero le "annessioni al 
Piemonte". 

Questo fatto spinse ancor piti i francesi a disimpe- 
gnarsi in quanto fu evidente che sarebbe stato per tut- 
ti assai difficile ottenere l'applicazione pratica dei van- 
taggiosi, segreti accordi di Plombières. 

L'Italia aveva una nuova "potenza egemone": Il 
piccolo Piemonte. 

Ma cosa fosse questo Piemonte diremo anche in 
seguito. 

Sembra però ormai difficile contestare, alla luce di 
quanto detto una verità storica troppo frequentemen- 
te falsata da una bugiarda propaganda patriottarda sa- 
bauda post-risorgimentale e cioè che l'Italia è in buo- 
na misura il risultato di alcune guerre di espansione 
dei propri domini che, coerentemente con la cultura 
sette-ottocentesca, lo Stato piemontese e la dinastia dei 
Savoia effettuarono nel secolo scorso. 



A) L'unità al nord 



È indubbio peraltro che tali guerre ebbero al nord 
pure la connotazione di liberazione dallo straniero e il 
relativo consenso di buona parte dei cittadini degli sta- 
ti poi annessi. Fu importante quindi, nel formarsi del- 
l'unità e della coscienza nazionale, la volontà, il sacri- 
ficio e il sangue di quei cittadini, spesso patrioti vo- 
lontari, nel perseguire una nazione libera ad unita. 

Il progetto federativo cui si accennava fu accanto- 
nato su forti pressioni del governo piemontese. 

Furono le... "annessioni". 

L'annessione al Regno piemontese dei vari stati e 



staterelli del nord, come poi del sud, fu sempre prece- 
duta da un plebiscito tendente a valutare la volontà 
delle popolazioni interessate a quel fatto politico. Ciò 
ebbe quasi sempre risultati appunto... plebiscitari. 

Per la verità storica bisogna dire che il significato 
di quei plebisciti, che spesso i turisti vedono immorta- 
lati in grandi lapidi marmoree accollate ai tanti muni- 
cipi in Emilia, Romagna, Toscana e quant'altro, non 
deve essere considerato realmente significativo. Esiste 
un particolare infatti di segno opposto e contrario. 
Quando la piemontese città di Nizza fu consegnata al- 
lo Stato francese, come "pagamento" dell'aiuto tran- 
salpino alla campagna di liberazione del 1859, anche 
questa operazione fu preceduta da un plebiscito ri- 
guardante i cittadini nizzardi. 

Ebbene pure in questo caso il risultato fu "plebi- 
scitariamente" a favore... della Francia e totalmente 
contrario all'appartenenza alla madrepatria Italia!! 

SuUe mura del palazzo comunale di Bologna è an- 
cora affissa la lapide marmorea che ricorda il risultato 
del plebiscito istituzionale "delle Romagne" prò o 
contro l'annessione al Regno di Piemonte: favorevoli 
202.659, contrari 254 (duecentocinquantaquattro!), 
nulli 421. 

Il che fa rilevare l'antica propensione di queste zo- 
ne per il classico "voto alla bulgara", ma dimostra an- 
che che chiaramente molte cose non funzionavano. 



La rivoluzione neH"'Area padana 
e in parte dell'Italia centrale 



Ricordiamo gli eventi salienti. 

A Firenze una rivolta costringe Leopoldo II ad ab- 
bandonare la Toscana (27 aprile 1859). È nominato un 
governo provvisorio, lo presiede l'ambasciatore del 
Piemonte, Carlo Boncompagni. 

A Parma fuga della duchessa (9 maggio). E com- 
missario regio Diodato Palitteri. 

A Modena Francesco V fugge l'il giugno. È com- 
missario regio L.C. Farini. 

Bologna e le Romagne sono anch'esse libere, dopo 
la fuga del legato pontificio e il ritiro delle guarnigioni 
austriache. È commissario regio Massimo D'Azeglio. 

Dopo il 24 giugno 1859 il Piemonte dilagò e nel 
breve giro di soli 11 anni tutta l'Italia sarà sua. Tosca- 
na, Lombardia, Emilia, Romagna, parte del Veneto 
chiesero immediatamente l'annessione, cioè semplice- 
mente si donarono a Sua Maestà, che graziosamente ac- 
cettò, senza prendere alcun impegno nei confronti dei 
cittadini "donatori". Per i Savoia quindi solo diritti e 
niente doveri... si cominciava non male... malissimo. 

Un episodio assai poco noto, ma illustrativo della 
situazione socio-politica di quel periodo riguarda la 
città di Perugia. Quella città non attese il fondamenta- 
le esito favorevole della battaglia di Solferino e San 
Martino e ben quattro giorni prima, cioè il 20 giugno 



ìio 



Roberto Sgarzi 



'59, si ribello alle tiupiie pontificie di occupazione nel- 
l'intenzione di unirsi aU'Italia, che ormai si andava for- 
mando. 

La repressione pontificia del buon Pio IX, poi di- 
chiarato santo nel Giubileo del 2000, fu spaventosa e 
le truppe scelte del papa, costituite dai reparti merce- 
nari svizzeri del colonnello Schmidt, si a\'\'entarono 
sugli abitanti della città umbra. 

Fu un autentico massacro di uomini, donne e bam- 
bini, passato alla storia come la "strage di Perugia". 

Il pericolo corso dal papa lo spinse a mantenere in 
quella città le truppe svizzere, per precauzione nei 
confronti di ulteriori problemi e questo fu un errore 
perché il tempo, alle volte, è galantuomo e la questio- 
ne, ancora una volta, non finì lì. 

Infatti di lì a qualche mese proprio quella parte d'I- 
talia fu invasa dalle truppe italiane del corpo di spedi- 
zione che nel 1860 avrebbe conquistato la più gran par- 
te dello Stato della Chiesa e, come si dirà, rilevato dai 
garibaldini il possesso degli stati meridionali. 

Le "eroiche truppe scelte s\'iz/ere" quindi non si 



rt^f"^-' 



^S^^^i^^iSJEf^^f^'^ 




20 giugno 1859, la strage di Perugia a opera dei mercenari pontifici. 



trovarono più di fronte le nude nocche dei cittadini 
perugini, ma le baionette spianate degli italiani, già vit- 
toriosi sui pontifici a Casteliidardo. 

I morti svizzeri furono pochissimi, perché gli "eroi 
elvetici" se la diedero a gambe a più non posso rifu- 
giandosi nella fortezza perugina. L'assedio durò po- 
chissimo e dopo soli tre colpi di cannone i mercenari 
si arresero, affidandosi, alla clemenza delle loro vittime 
di un anno prima. 

Ecco chi erano quei soldati del santo "papa re"! 
Sporchi e vili mercenari. 

Non si conosce la punizione che essi subirono, ma 
i patrioti perugini e i soldati italiani non furono certo, 
e giustamente, teneri. 



B) L'unità al centro e al sud. 



In questa parte d'Italia le cose andarono in manie- 
ra molto diversa... anzi opposta. Si deve ricordare che 
ciò era esattamente successo sessant'anni prima, con 
l'avx'entura napoleonica. 

L'acquisizione da parte del Pie- 
monte del Regno delle Due Sicilie e 
dello Stato pontificio tu invece mol- 
to difficile e sanguinosa: essa fu de- 
terminata da una guerra combattuta 
da italiani non contro eserciti stra- 
nieri, invasori e mercenari, ma con- 
tro fratelli italiani, i cittadini degli 
stessi stati poi conquistati, anche con 
grandi battaglie campali come Cala- 
tatimi. Volturno, Castelfidardo, Gae- 
ta. Battaglie dure e sanguinose, ove 
la \'ittoria fu spesso indecisa per l'e- 
stremo impegno delle parti. 

Purtroppo quella del centro-sud 
Italia non fu una liberazione... ma 
una guerra civile, una conquista per 
gli uni e una sconfitta per gli altri. 

Come si diceva in apertura, que- 
sta guerra non avrebbe do\'uto av\'e- 
nire, secondo gli intendimenti dei 
potenti del momento. Bisogna riba- 
dire che l'Italia naccjue grazie ai sud- 
detti accordi e impegni precisi presi 
dai piemontesi nei confronti delle 
cancellerie, con particolare riferi- 
mento alla Francia, che fu appunto 
con il suo esercito in Solferino, la ve- 
ra arteiice della vittoria che escluse 
per sempre i padroni austriaci dalla 
\alle (.lei Po e piii in generale dall'I- 
talia. 

C^ome già detto nel pensiero di 
Cavour e degli europei l'Italia si sa- 
rebbe dovuta estendere alla Valle Pa- 



l'ìuibii e le Tre llalie 



Uì 



V \ 7. z e f? 









Àt 












>e»? 






■,■>*» S , 



u 

2 

tr: 



^JJ^ OK, 



L' ITALIA 

DAL lassALieee 

n » ìao lio »M 
Chilomerri 



oK// 



"CV»' 



«nÌM^ 






£ma^ 












ofynennà 



^^'''SiS^SS' 



f/rente 



/A. 



^ Ancona 
VbApnc 



•/jrj 



2. 






^j»ccto 



\ ffrtzo 

Corsica '»-'°<» «J-»» ^-fe -.^ , ' ;■ 



IMPERO 
OTTO MANO 



afforzar 



-« «^ m,fS^ 



5- 

««the 4' «""'laf,^ -*" 

Sardegno 

oOra/ono 



Horrm^%^\ 



Sufino/id 

dm, 

y fbnftKotvo 



'**^"'%} '"°''°^°~' 



Ol^nhrtìonié 



Cjfv9<t Caserta 






** lecceo 

Taranto 



U/ltfre 

f.SJnfràCO 



Coglivi 



e 



N 



Cas* 



verni e cancellerie con una "clandestina" 
spedizione che, partendo dalla nuova Ita- 
lia, avrebbe portato un consistente grup- 
po di volontari combattenti a sollecitare 
la rivolta, in Sicilia prima e in tutto il Me- 
ridione poi. 

Il 1860. "Annus mirabilis". L'aggressio- 
ne e l'invasione del Meridione d'Italia 



M 



O i 



tifièrt if / 



Boni 



''tiri 



- ''*~*5 i e i I I a . s 

, CH&nlsNIa Atlanta 



/ funiai 
O 









I ) Ay/7<? ef V/à/fà 

t I Veneto 

i^Bi 5tsto Pontifìdo 



L j^ 







Carta d'Italia dopo il 1859. 

dana, alla Toscana e a parte del Veneto, null'altro. Nes- 
suno di questi signori pensava a Roma capitale, che fu 
infatti strenuamente difesa dai francesi contro gli ita- 
Uani nel 1849 e nel 1867 e meno che meno ad un ac- 
corpamento piemontese del Regno delle Due Sicilie. 

Questo, secondo quei signori, era contrario alla lo- 
gica, alla realtà e ai loro stessi interessi. 

Non sempre, evidentemente, le cose degh uomini, 
così come quelle della natura, sono dominabili e una 
serie impressionante di situazioni internazionali im- 
previste e imprevedibili, in quell'Europa romantica 
del 1860, diede alle cose che successero uno sviluppo 
sorprendente per allora come per oggi. 

Successe infatti che i fautori dell'unificazione d'I- 
talia e soprattutto i molti meridionali, Francesco Cri- 
spi in testa, che in Torino avevano animato quel dise- 
gno a partire dalla suddetta Società Nazionale, pensa- 
rono che fosse reale il pericolo che I'" Operazione Ri- 
sorgimento" si concludesse con il raggiungimento di 
un'Italia che in quel momento coincideva con i soli 
confini della "Area padana". 

Questi pensarono quindi di forzare la mano a go- 



Sembrava un'ennesima spedizione di 
tipo improN^'isato, ma alcune cose erano 
viceversa cambiate. Il Regno delle Due 
Sicilie e lo stesso Stato della Chiesa si 
sentivano ormai il fiato sul collo ad ope- 
ra di un nord Italia unificato, potente, 
militarmente vittorioso, economicamente 
e socialmente assai avanzato. 

Il Meridione d'Italia, ma la Sicilia so- 
prattutto, come si è detto, aveva dovuto 
subire repressive spedizioni militari du- 
re, sanguinarie e vessatorie, da parte di 
una corte monarchica napoletana che, 
"re Bomba" docet, aveva del rapporto 
con i sudditi, soprattutto se siciliani, una 
concezione di antico stampo coloniale e 
omicida. 

La misura, cioè, in Sicilia era colma. 

Infine di diverso c'era lui. . . Garibaldi. 

Garibaldi, l'Eroe dei due mondi, era 

già allora il protagonista cii innumerevoli 

imprese eroiche sia in Sudamerica, che in 

Italia. La fama che lo circondava era 

enorme, corroborata da due aspetti: 

quello etico e quello magico. 

Quello etico era chiaro. A fronte delle immense 
sue benemerenze militari non aveva mai accettato ri- 
compense sostanziali... era il classico eroe puro. 

Mai lui accettò contee o marchesati, come si usava 
allora ed egli dopo ogni impresa si ritirava sempre nel 
suo orticello, con il sacchetto di semi per iniziare la- 
voro di seminagione. 

Il rapporto con i mitici eroi romani della prima re- 
pubblica era evidente. 

L'aspetto magico era, naturabnente, più discutibile, 
ma fu ugualmente di grande importanza nel formare 
l'aura eroica che caratterizzò il nizzardo nell'animo del 
popolo italiano, di ogni estrazione culturale o di censo. 
In poche parole era diffusa l'opinione secondo la 
quale biondo eroe fosse immime alle armi nemiche. 
Curiosamente la cosa si dimostrò verosimile e infatti 
solo le "fraterne" pallottole degli italianissimi bersa- 
glieri del colonnello Pallavicini riusciranno alcuni anni 
dopo a colpire Garibaldi. 

La spedizione che Garibaldi e i suoi Mille attuaro- 
no, partendo diilla Liguria il 6 maggio 1860, aveva tutto 
l'aspetto di una delle molte spedizioni già tentate e tutte 



132 



Roher/n Sgiirzi 



abortite a causa di banali azioni di polizia, spesso attua- 
te con l'ausilio delle popolazioni locali (Sapri)... invece 
grazie a una serie incredibile di circostanze locali favo- 
revoli, tra cui rinter\'ento del biondo Eroe dei due mon- 
di, il coraggio e la decisione dimostrati dai quegli eroi e 
l'ax-xicinarsi di una grande guerra franco-tedesca, si rea- 
lizzò una serie di aspetti positi\i e favorevoli alla realiz- 
zazione dell'acquisizione del grande Regno del sud. 



i Mille 



In realtà non avrebbero dovuto esistere perché 
Garibaldi chiese a Vittorio Emanuele per la progetta- 
ta spedizione meridionale, il 48° reggimento della Bri- 
gata Bergamo, ma ottenendo da Sua Maestà, in modo 
molto sabaudo, prima un sì e poi un no. 

L'Eroe si appeOò allora al popolo e la cosa non 
cambiò di molto: i suoi Mille saranno per la maggior 
parte proprio bergamaschi. 

In quali situazioni sia partito Garibaldi è cosa fon- 
damentale per bene comprendere la qualità politica 
dell'iniziativa. 

Garibaldi partì perché fu ingannato, e questo è un 
giallo politico non trascurabile. Infatti agenti di Crispi 
erano già in Sicilia per fomentare alcune ribellioni che 
avrebbero dovuto avere successo. Era quella la condi- 
zione posta dal nizzardo per scatenare l'iniziativa: in- 
nestarsi su di una sommossa già in atto con successo. 
Quegli agenti cercarono effettivamente di realizzare 
qualche ribellione, ma senza esito, ancora una volta 
tutte abortirono... 




Francesco II re delle Due Sicilie e la moglie Sofia. La foto dell'epoca testimonia la pochezza 
fisica del re e la particolare bellezza di questa regina, sorella della più celebre Elisabetta det- 
ta "Sissi", moglie di Francesco Giuseppe, imperatore d'Austria. La "guerra personale" di Ma- 
ria Sofia contro i Savoia non cesserà mai. Di lei sì sentirà riparlare anche in occasione del- 
l'uccisione di Umberto I. Per gentile concessione del Museo del Risorgimento, Bologna. 



Il giorno 28 aprile giunse un telegramma cifrato 
che affermava la verità, causando grave scoramento fra 
i garibaldini, ma il giorno dopo esso fu seguito da un 
altro messaggio, questa volta menzognero (che si disse 
inventato da Crispi), di senso opposto, che determinò 
la partenza e cioè l'inizio della spedizione (dal Berto- 
letti). 

Garibaldi partì disarmato... o quasi. L'Eroe era in 
realtà in possesso di un gran numero di ottimi fucili re- 
golarmente acquistati tramite una sottoscrizione popo- 
lare che erano depositati in Milano... ma non gli furo- 
no consegnati. 

Questo perché Cavour, che pubblicamente di- 
sprezzava Garibaldi (lo definiva... "l'avventuriero"), 
aveva comandato a Massimo D'Azeglio, governatore 
di Milano, di sequestrarli e così fu. 

Poi qualche fucile arrivò, ma erano quasi inservi- 
bili (Bertoletti, p. 200). 

Quale sia stata la reale posizione del governo pie- 
montese in questo frangente è ancora oggetto di studi 
e ricerche storiche. Si dice addirittura che Vittorio 
Emanuele II avesse emesso in merito ordini esatta- 
mente opposti gli uni agli altri e cioè sia favorevoli che 
di opposizione. 

Non deve stupire: Cavour e Vittorio Emanuele II 
proseguivano l'antico, piemontese, gioco deUe tre car- 
te. Essi non volevano entrare in collisione con i gover- 
ni europei, nel rispetto degli accordi presi e che esclu- 
devano aggressioni piemontesi agli altri stati della pe- 
nisola, ma contemporaneamente non era loro volontà 
il lasciarsi sfuggire una grande, ipotetica occasione di 
allargamento del regno, cosa che poi si 
verificò. 

Comportamento piuttosto irre- 
sponsabile, quindi che non sarebbe 
forse coerente con il Cavour di sem- 
% pre, ma che è probabilmente da met- 

\ tere in relazione ad atteggiamenti di 

c|uei mesi, non abituali e sorprenden- 
ti in quello statista, che di \i a poco 
morirà. 

Alcuni riferiscono (ma sono affer- 
mazioni non facilmente verificabili) 
che Cavour, che fu sempre un grande 
libertino, avesse contratto una malat- 
tia allora molto frequente e incurabile: 
la lue e che questo morbo, proprio in 
quei giorni, evidenziasse aspetti pato- 
logici di tipo neurologico. 

Comunque l'Eroe partì e in modo 
avventuroso sbarcò in Sicilia. 

La battaglia fondamentale fu la 
prima, quella di Calatafimi, che av- 
venne quattro giorni dopo lo sbarco 
dei garibaldini a Marsala, l'I 1 maggio 
1860. 



L'Italia e le Tre Italie 



ììì 




Giuseppe Garibaldi. 



La Storia patria ci racconta che quei mille diavoli fu- 
rono la "scintilla" di mazziniana memoria che accese il 
"sacro fuoco patriottico" dei siciliani. Non è vero. I 
"picciotti siciliani" in quella battaglia non furono pre- 
senti. Come raccontano le numerose cronache dell'epo- 
ca, sin dallo sbarco, il contingente di spedizione fu os- 
servato da lontano da gruppi di isolani armati e a caval- 
lo, verosimilmente uomini di fiducia dei nobili locali, ma 
non vi fu alcun contatto, iunichevole o ostile che fosse. 

Del resto bisogna riconoscere che, a fronte dell'as- 
soluta assenza di preparazione sul territorio invaso, era 




naturale da parte dei siciliani verificare le reali volontà 
da parte dei nuovi, ennesimi invasori della loro terra. 

La collaborazione con i locali vi fu, ma nella secon- 
da vittoriosa battaglia, quella per Palermo, ed è sicura- 
mente vero che, a partire da quell'evento, le truppe ga- 
ribaldine furono decisamente ingrossate da un gran nu- 
mero di patrioti che le raggiunsero, chi provenienti dal 
Settentrione, chi dalle regioni meridionali d'Italia. 

Come tutti ricordiamo Garibaldi travolse un fati- 
scente esercito napoletano e conquistò Palermo e Na- 
poli. 

Si deve ricordare che la Napoli di allora era la città 
pili affascinante del Mediterraneo e altresì la più po- 
polosa d'Italia, con i suoi 450.000 abitanti, a fronte dei 
220.000 circa di Roma e Milano. 

Dopo Napoli L'Eroe si rivolse verso l'obiettivo fina- 
le della spedizione: Roma. Ma prima dovette affrontare 
nuovamente l'esercito napoletano compresso a ridosso 
del confine pontificio e ben disposto a cavallo del fiume 
Volturno. Fu quella una grande battaglia campale nella 
quale i soldati di Franceschiello si batterono come leo- 
ni, minacciando piìi di una volta la vita di Garibaldi 
stesso e lasciando a lungo in forse la vittoria. 

Le vittime da ambo le parti saranno numerose, ma 
alla fine la giornata fu per le camicie rosse: il Regno 
delle Due Sicilie era veramente finito e non vi era piij 
alcuno serio ostacolo fra esse e Roma. 

Ma saranno proprio gli italo-piemontesi, con un 
corpo di spedizione proveniente dal nord, che misero 
fine, nel famoso incontro di Teano, alla spedizione ga- 
ribaldina... Saranno loro a "bloccare rav\^enturiero", 
come diceva Cavour. 




Francesco Crispi nella maturità. 



II 
La battaglia cii CalatafimI (11 maggio 1850). 



U4 



Roberto Sgani 



Torino e Cavour avevano vinto una ben difficile 
lotteria. Tenendo lontano Garibaldi da Roma avevano 
placato le ire di Francia e Austria e contemporanea- 
mente, con un modesto sforzo bellico, avevano acqui- 
sito "in proprio" due terzi dTtalia, appunto quell'im- 
menso reame costituito dal Regno delle Due Sicilie e 
dalla più gran parte del Regno pontificio, proprio 
quella che avrebbe dovuto costituire il pretium doloris 
deirinter\'ento francese verificatosi solo pochi mesi 
prima e conclusosi con la pace di Villafranca. 

In un certo senso lo "Stellone dTtalia" diede in 
quel momento prova di ben rara efficacia, ma quell'u- 
nione forzata, \iolenta e innaturale strideva nei con- 
fronti di un giusto rispetto dei diritti delle genti in Ita- 
lia e in Europa. 

Sergio Romano riferisce nel suo Storia d'Un Ha dal 
Risorgimento ai giorni nostri di una lettera che Napo- 
leone III scrisse a Vittorio Emanuele II nella quale al 
riguardo è detto che: "/e trasformazioni politiche sono 
l'opera del tempo e che una completa aggregazione può 
essere durevole soltanto se preparata lungamente dal- 
l'assimilazione degli iìiteressi, delle idee e dei costumi; 
in una parola penso che l'unità avrebbe dovuto seguire e 
non precedere l'unione" . 

Parole purtroppo sagge e vere quanto inascoltate, 
anche se bisogna pur sempre ricordare che il pulpito 
da cui veniva la predica non era fra i piti credibili... 
date le circostanze di bruciante delusione. 



Cattaneo, Filopanti, era naturalmente molto diverso 
da quello che stavano realizzando monarchi, generali e 
nobili. 

La Costituzione della Repubblica romana ricorda- 
va e riferiva in modo inequivocabile su diritti e doveri 
di cittadini e preposti, di amministrati e amministrato- 
ri. Era tutto un mondo nuovo e diverso che si affaccia- 
va ponendo istanze, anche violente, in tutta Europa e. . . 
il quarantotto lo aveva proposto drammaticamente. 

Il quesito, se Garibaldi si fosse impossessato di Ro- 
ma o meno, era fondamentale e questo non solo per 
l'Italia, perché se un nuovo stato italiano si tosse for- 
mato da Grosseto e Urbino fino a Mazara del Vallo 
con caratteristiche repubblicane e socialmente avanza- 
te, esso avrebbe rappresentato, per tutta quell'Europa 
socialmente in fermento, un modello pericolosissimo. 
Modello che, r"altra Europa", quella degli Junkers e 
delle Teste Coronate, temeva come il veleno. 

Di lì a dieci anni si verificherà un episodio che 
confermerà questa tesi dei conflitti non fra popoli, ma 
fra classi dirigenti e a\'\'errà in Francia. La Prussia ave- 
va già battuto le forze dell'impero di Napoleone III e 
dilagando nella pianura francese stava per entrare in 
possesso di Parigi, quando in questa città avvenne l'en- 
nesima rivoluzione, questa ispirata a Marx e con chia- 
ro significato comunista: la Comune di Parigi. 

L'esercito dell'imperatore germanico si arrestò, in- 
terruppe in quella zona le ostilità contro l'esercito 
francese e permise ai "regolari francesi", e cioè all'e- 
sercito di quella borghesia, di rientrare in Parigi per 



L'invasione piemontese 

Un forte esercito, comandato da Cialdini, partì 
quindi dai confini romagnoli del nuovo Regno d'Italia 
nel settembre 1860, esso aveva il benestare austriaco e 
francese, e due obiettivi: primo, conquistare due regni 
e cioè la maggior parte del Regno pontificio e la tota- 
lità del Regno delle Due Sicilie e... secondo, tagliare 
militarmente la strada all'esercito garibaldino nella sua 
strada verso Roma. 

Per i francesi, alla luce di quanto detto poco sopra, 
la situazione era particolarmente imbarazzante e que- 
sto fu sintetizzato in un dispaccio agli italo-piemontesi: 
"faites, mais faites vite" e cioè "fate, ma fate in fretta". 

Va sottolineato comunciue che l'esercito italo-pie- 
montese aggredì due stati indipendenti, battendo pri 
ma i pontifici in alcune battaglie e assedi di lortezze, 
prima di tutte Castelfidardo (18 settembre 1860) e San 
Leo e infine assediando con mesi e mesi tli brutale 
bombardamento (anche Vittorio Emanuele II in quan- 
to a "re Bomba" non scherzava) la fortezza borbonica 
di Gaeta. 

Ma a ben guardare quello tu un intervento soprat- 
tutto contro Cìaribaldi e quello che egli significava. 

Intatti il modello istituzionale di stato italiano che 
avevano Garibaldi e gli altri patrioti, come Mazzini, 




Disegno satirico dell'epoca. Il carretto napoletano si affida alla Sici- 
lia già italiana e garibaldina, ma finisce nel burrone dello stretto di 
Messina. 



Vltdm e le Tre Itiilic 



13} 



schiacciare quei "ribelli" in uno storico bagno di san- 
gue (1870). 

Insomma, tornando a noi, il problema non era mi- 
litare, ma ideologico e politico; nel 1860 quell'Italia, 
repubblicana, mazziniana e garibaldina, "non s'aveva 
da fare", pena un intervento armato di qualche sovra- 
no europeo, cosa che i Savoia rifiutavano categorica- 
mente in quanto consideravano ormai il territorio ita- 
liano come cosa di loro proprietà. 

E poi... se L'Eroe avesse conquistato Roma, il po- 
polo avrebbe allora "fatto da sé" come voleva Catta- 
neo, rendendo addirittura ingombrante, perché inuti- 
le, un regime monarchico. 

L'intera operazione piemontese fu decisa quando a 
Torino si intuì che ormai la marcia di Garibaldi era 
inarrestabile in quanto egli si accingeva ormai a passa- 
re lo stretto di Messina. 

Al riguardo Cavour sintetizza bene il pensiero dei 
Savoia quando scrive questa lettera all'ammiraglio 
Persane, comandante la flotta piemontese al largo del- 
le flotte campane, e questo il 29 agosto 1860 e cioè ben 
prima che Garibaldi arrivasse in NapoH. 



Signor Ammiraglio 

Siccome le scrissi per telegrafo, il governo desidera che, 
se una rivoluzione si compie a Napoli, ella accetti la dittatu- 
ra se gli venisse offerta dal popolo. . . 

Abbia o non abbia la dittatura, dovrà assumere imme- 
diatamente il comando della flotta napoletana e occupare i 
forti con i bersaglieri o Real Navi; e occorrendo, assumere 
provvisoriamente il comando dell'esercito. Ella radunerà in 
Napoli e vicinanze tutto il naviglio napoletano, allontanando 
gli ufficiali devoti al re e surrogandoli con liberali provati. 

[...] Dovendo spedire subito a Napoli una divisione pie- 
montese composta dalle brigate Aosta e Piemonte, vedrà di 
mandare a Genova un certo numero di bastimenti napoleta- 
ni e suoi per trasportarla. 

Ho pronto a Genova, a questo scopo, solo il "San Mi- 
chele" ed i due vapori della Transatlantica e [omissis] . . . ma 
occorrono ancora almeno cinque o sei grossi vapori, che la 
flotta napoletana può somministrarci. 

Se non può disporre di legni napoletani in numero suffi- 
ciente mandi i legni della nostra squadra. 

Se la rivoluzione [conquista di Napoli da parte di forze 
monarchiche filo-piemontesi... n.d.a.] non si compie prima 
dell'arrivo di Garibaldi, saremo in condizioni gravissime. Ma 
per ciò non ci turberemo punto. Ella s'impadronirà, potendo- 
lo dei forti; riunirà la flotta napoletana e la siciliana, darà a 
tutti gli ufficiali commissioni; farà prestare loro il giuramen- 
to al re e allo statuto; e poi vedremo. Intanto sarà bene che El- 
la riunisca tutta la squadra a Napoli, o nelle vicinanze, per 
avere le maggiori forze possibili a sua disposizione. 

Ammiraglio, il re, il paese e il Ministero hanno piena fi- 
ducia in Lei. Segua le istruzioni che io le traccio, per quanto 
è possibile. Ma ove si presentassero casi non previsti operi 
per lo meglio, onde raggiungere il grande scopo a cui miria- 



mo, di costituire l'Italia senza lasciarci soverchiare dalla ri- 
voluzione [in questo caso per "rivoluzione" si intende quel- 
la vera e cioè la presa di potere da parte della forze ispira- 
te a filosofie repubblicane e di riscatto sociale e culturale 
da parte delle classi piìi deboli. I suoi leader erano Gari- 
baldi e Mazzini, n.d.a.]. 

Cavour (da Rosi, Italia odierna) 

Oppure quando lo stesso statista scrive (Bertoletti, 

p. 216): ''Il piano che ho adottato ha dei pericoli, ma 
l'entrata di Garibaldi a Napoli ne ha dei più grandi an- 
cora; se ciò avvenisse sarebbe lui e non Vittorio Ema- 
nuele, il vero re d'Italia" . 

È drammaticamente esplicito da questi documen- 
ti come il vero pericolo e il vero nemico per Cavour 
e quel suo Piemonte, non fossero certo i re napoleta- 
ni, ma la rivoluzione sociale, ispirata da Garibaldi, 
Cattaneo e Mazzini, che si avvicinava a Napoli, mi- 
nacciando così l'equilibrio politico dello stesso nord 
Itaha. 

È altrettanto esplicito che proprio su Garibaldi e i 
suoi patrioti e con l'aiuto dei napoletani (borbonici o 
non), si volevano puntare i cannoni piemontesi, senza À- 
cuna riserva per un orribile bagno di sangue fratricida, 
che sarà poi evitato solo per la grande civiltà e la grande 
umanità proprio dell' "avventuriero sudamericano". 

Sarà appunto Garibaldi, e Mazzini con lui, che di- 
mostreranno con ciò molto più vero amore per la pa- 
tria unita del forbito nobile piemontese, che invece la 
detestava. 

Se i potenti cannoni rigati si fossero irresponsabil- 
mente esercitati sui generosi e prodi garibaldini, l'Ita- 
lia si sarebbe poi formata? Forse assai difficilmente. A 
ben guardare si sarebbe comunque realizzato subito 
quel confronto violento fra due Italie diverse e oppo- 
ste, due culture forse purtroppo inconciliabili, con- 
fronto che fu poi solo posposto, per esplodere poi a 
partire dai fatti di Milano del 1898. 

A Teano il 26 ottobre 1860, con lo storico incontro 
fra Garibaldi e Vittorio Emanuele, si concluse quindi 
l'esperienza popolare garibaldina per trasformare l'e- 
vento storico in un possesso monarchico del Meridio- 
ne d'Italia. 

Il comportamento dell'esercito piemontese fu 
quello che avevamo già registrato in Milano nel '48, 
quello di un nuovo, duro e questa volta anche sangui- 
nario padrone, non quello di un nuovo amato fratello. 

In realtà da certi reali e concreti comportamenti, si 
può dire che la conquista, così imprevista, così forza- 
ta, di quella terra, così nuova e così sconosciuta, fu 
considerata non come la pacifica acquisizione dell'ul- 
timo lembo di terra irredento, ma a causa deir"oppo- 
sizione dura, inequivocabile e sanguinaria dei cittadini 
meridionali"... (questa era la versione "governativa"), 
come la conquista della prima colonia... e qui comin- 
ciarono i nostri guai di oggi. 



736 



Ruberto Sgarzi 



Lltalia settentrionale realizzava quella conquista 
imprevista senza neppure conoscere le caratteristiche 
della entità geopolitica che andava ad acquisire. At- 
tenti storici riferiscono che Cialdini iniziò la sua mar- 
cia d'invasione del Meridione d'Italia senza nemmeno 
avere carte geografiche idonee ad una adeguate cono- 
scenza del terreno che si accinge\'a a conquistare! 

Né si può certo parlare di particolare apprezza- 
mento delle più importanti personalità piemontesi per 
il Meridione d'Italia, se Luigi Carlo Farini, inviato da 
Cavour come luogotenente, scriveva al suo primo mi- 
nistro in questi termini: "Che barbarie! Altro che Ita- 
lia! Questa è Africa: i beduini, a riscontro di questi cafo- 
ni, sono fior di virtù civili" (Giardina, Sabbattucci, Vi- 
dotto, Guida alla storia, voi. II, p. 788). 

E per i meridionali, \'inti e occupati non fu certo 
facile accettare la nuova situazione. 

Già... non fu facile convincere quelle popolazio- 
ni, specie la parte piiì colta, della bontà deir"opera- 
zione Torino". Era sotto gli occhi di tutti lo stato di 
terribile sfruttamento al quale era sottoposta la bella 
Sardegna da parte dello Stato sabaudo (e ormai da 
150 anni), determinando\'i una situazione di depres- 
sione economica e culturale dal quale ancora oggi es- 
sa fatica a strapparsi. E già gli "stati annessi" da un so- 




Incontro di Teano fra Garibaldi e Vittorio Emanuele (26 ottobre 1860). 



lo anno dimostravano intolleranza, se lo stesso Betti- 
no Ricasoli, che pure era il vice di Cavour scriveva a 
Silvestrelli il 28 ottobre 1860: "La stupida pedanteria e 
la laida burocrazia piemontese ci costringerà a una nuo- 
va rivoluzione per rigettare quel giogo che ci è più anti- 
patico di quello che fu l'austriaco. Non vogliono capire 
che vogliamo essere italiani e avere un 'anima italiana e 
non autonomi... alla maniera loro" (Carteggio a cura 
di Nobili e Camerani). 

Ciò che Cavour pretese con enorme durezza fu 
l'annessione totale e immediata (cioè la resa), senza 
condizioni di tutto il Meridione d'Italia. L'iniziale po- 
sizione siciliana di richiesta di trattativa fra Stato ita- 
liano e un'assemblea elettiva siciliana fu considerata 
quasi un atto di guerra. 

E atto di guerra fu considerato, e infatti lo era to- 
talmente, quello attuato contro l'esercito italiano da 
tre fortezze borboniche ancora assediate al momento 
del passaggio di consegne da Garibaldi ai piemontesi: 
quella di Gaeta, quella di Civitella del Tronto e queOa 
di Messina che continuarono lungamente la lotta. 
Quelle truppe erano comandate, in Gaeta, addirittura 
dal loro re e dall'indomita moglie bavarese e si badi 
bene che Franceschiello era per il popolo "il tiglio del- 
la regina Santa": questo non deve essere sottovalutato. 
Cialdini per domare Gaeta assediata 
necessiterà di sessantamila proiettili e 
scriverà a Sofia di Baviera chiedendole di 
segnalare la sua abitazione con una ban- 
diera, ciò per evitare di colpire la sua per- 
sona. 

Sofia risponderà con un netto e vera- 
mente regale, quanto sprezzante, rifiuto. 

La guerra fra l'Italia e il Regno delle 
Due Sicilie fu durissima e, così come era 
awenuto sessant'anni prima ai francesi, 
l'esercito sabaudo verificò subito che il 
passaggio del contine tra Stato pontificio e 
Regno meridionale implicava situazioni di 
rapporto con le popolazioni, in x'crità non 
solo di\'erse, ma opposte. 

11 problema apparve essere il "control- 
lo del territorio" e questo non poteva cer- 
to avvenire a fronte della presenza sulla 
zona recentemente conquistata di un eser- 
cito napoletano, ancora parzialmente in 
armi e parzialmente combattente contro 
gli italiani. 

Si impone\a quindi la resa piti rapida 
possibile delle tre tortezze ed anche l'ar- 
ruolamento forzato dei militari borbonici 
nell'esercito italiano e il loro "riaddestra- 
mento" in campi dell'Italia del nord. 

Insomma si iniziò in realtà l'allontana- 
mento e la deportazione dell'esercito cfelle 
Due Sicilie e tutto ciò è assai bene docu- 



L'Italiii e le ire ÌUilic 



ì}7 



meritato in un "libro bomba" in circolazione nelle li- 
brerie napoletane: F. Izzo, / lager Jet Savoia). 

Il "proclama di Loreto", con il quale Vittorio 
Emanuele II che si apprestava ad invadere le terre na- 
poletane si presentava ai meridionali, parlava chiaro. 
Veniva da fratello e rispettava le decisioni dei soldati 
napoletani, a piacer loro: o a casa, o nel nuovo eserci- 
to italiano. Quel documento sarà tutta carta straccia. 
Esso sarà subito sostituito con un altro proclama ben 
più duro e vero: i soldati napoletani sbandati e che non 
si fossero presentati alla nuova autorità militare sareb- 
bero stati considerati disertori e traditori e perciò fuci- 
lati sul posto. 

La storia si ripete. Nel 1943-1945 la presa di pos- 
sesso militare dell'Italia da parte dei nazisti e dei fasci- 
sti determinò analoghe frizioni con gli sbandati dell'e- 
sercito italiano che non volevano unirsi ai germanici. 

Di lì a poco l'Italia del nord sarà coperta da mai 
scordati cartelli di avvertimento: "Achtung banditen". 
E cioè "attenzione zone infestate da briganti". Ancora 
e sempre, coloro che si oppongono alla parte vincente 
sono... i briganti. 



La conquista del Meridione d'Italia 

L'acquisizione del Meridione fu dunque partico- 
larmente sanguinosa e andò ben oltre la rapida incur- 
sione garibaldina. Fu infatti necessaria una ulteriore 
lunga guerra, allora conosciuta come "campagna meri- 
dionale", poi convertita in "campagna per la repres- 
sione del brigantaggio". 

"Briganti" numerosi e aggressivi, se si pensa che i 
caduti nell'esercito regolare (piemontese-italiano) in 
questa guerra turono equivalenti ai caduti italiani del- 
le tre guerre di indipendenza sommati assieme. Si 
trattò in realtà di una guerra civile (quasi contempora- 
nea a quella di secessione americana), una guerriglia, 
con terribili episodi di brutalità e ferocia da entrambe 
le parti. 

Tutti noi abbiamo, sin dalla prima età scolare, l'im- 
magine di un Meridione d'Italia liberato da un re cat- 
tivo e sanguinario ad opera del buono e biondo Eroe 
dei due mondi e dai suoi Mille romantici e generosi 
patrioti. 

Favola stupenda e commovente, ma purtroppo 
una favola costruita ad iisiini poptili. 

In effetti le cose andarono realmente in buona mi- 
sura in quel modo, ma solo per i primi mesi e per una 
frazione limitata del territorio. 

Il vero, duro conquistatore del Regno delle Due 
Sicilie fu il modenese generale Enrico Cialdini che, al 
comando di un grande esercito di ben 120.000 (cento- 
ventimila) uomini, combatté una lunga, terribile guer- 
ra di conquista della durata di ben quattro-cinque an- 
ni... e anche più. 



E qui qualche "nota caratteristica" di questo si- 
gnore bisogna darla. 

Enrico Cialdini nacque a Castelvetro di Modena l'S 
agosto 1811 da Giuseppe e dalla spagnola Luigia 
Santyan y Velasco. La famiglia benestante evidenziò un 
impegno liberale e, dopo i moti del '3 1 , fu rovinata eco- 
nomicamente; il padre condannato a dieci anni di re- 
clusione. Dopo i primi anni di vita scioperata e l'attiva 
partecipazione a vari moti insurrezionali in Emilia, En- 
rico fuggì, raggiungendo Parigi. Fu da qui che iniziò la 
sua carriera militare come soldato semplice e, di fatto, 
come mercenario, in Portogallo in una delle tante guer- 
re civili, al servizio di Don Pedro, già imperatore del 
BrasUe, poi tornato nella patria europea d'origine. 

Uomo duro, a volte crudele, autoritario e corag- 
gioso Cialdini si distinse in battaglia raggiungendo, da 
semplice soldato, i massimi gradi. La sua vita fu tra- 
scorsa largamente in Spagna, ove partecipò alle intri- 
cate vicende di quella guerra civile e dove sposò Maria 
Martinez de Leon. A soli 36 anni era già colonnello e 
inviato in Francia per aggiornamenti. Era ormai il '48 
e Cialdini tornò in Italia per partecipare a quegli even- 
ti bellici. Uomo dal carattere ombroso e forte di una 
lunga esperienza pratica sul terreno, si distinse ovun- 
que, a Vicenza (1848), a Novara (1849) e entrò in otti- 
mi rapporti con Massimo D'Azeglio. 

La sua partecipazione alla guerra di Crimea riuscì 
a fare perdonare agh alti gradi di... non essere pie- 
montese e divenne uomo fra i più influenti dell'eserci- 
to sabaudo. Politicamente accorto, Cialdini seppe ra- 
pidamente affiancare gli interessi delle alte sfere poli- 
tico-militari piemontesi e, come esperto mOitare di Fa- 
rini, fu autore degli opportuni contatti con Napoleone 
per bloccare la strada a Garibaldi e conquistare il cen- 
tro-sud Italia. 

Fu appunto in questa veste che fu ritenuto sia il 
più idoneo diplomaticamente, ma anche militarmente, 
vista la sua esperienza più che decennale come repres- 
sore o autore di guerriglia in Spagna, a guidare il cor- 
po di spedizione dell'esercito italiano che, partendo 
dalle basi emiliane si inoltrò in territorio pontificio nel 
1860, conquistandolo in larga parte per poi invadere 
tutto il Regno di Napoli, come si dirà di seguito. 



I "briganti" meridionali e la lunga linea di sangue 

Ma. . . chi erano questi "briganti"? 

La storia del Meridione d'Italia dal 1860 al '65-66 
presenta uno degli aspetti più drammatici e per conse- 
guenza, volutamente, meno conosciuti del nostro pas- 
sato. 

Il fenomeno del brigantaggio è sempre stato una 
realtà molto diffusa nell'area meridionale. 

Già nel Cinquecento uno dei sohti, truci, governa- 
tori spagnoli pensò di sradicare il fenomeno. 



ÌÌH 



Rohirlo Sgarzi 



Naturaijnente, quel bravo "difensore della fede" 
usò il solo sistema che conosceva: la violenza e l'omi- 
cidio. Ben 18.000 (diciottomila!) siciliani catturati fu- 
rono massacrati, ma altrettanto naturalmente nulla 
potè cambiare in meglio: ci fu solo un po' di odio in 
pili. Sarà così e anche peggio nel 1860. 

Le cause di tutto questo erano diverse, ma spesso 
riconducibili alle terribili e vessatorie condizioni di vi- 
ta alle quali erano sottoposte le masse rurali da pro- 
prietari terrieri più o meno blasonati, ma sempre fero- 
ci e spietati nei confronti dei sottoposti. Per questi ul- 
timi, nei secoli, i doveri rimasero sempre brutali e i di- 
ritti sempre inesistenti. 

L'alba della civiltà stentava a spuntare per quella 
povera gente, dopo l'antico arrivo degli orribili hiJal- 
gos spagnoli. 

Nell'animo popolare, infatti, erano i reggitori del 
governo, più ancora dei briganti, i veri responsabili di 
questo stato di cose inalterato nei secoli. Essi. . . più an- 
cora che i tagliaborse e i tagliagole. Si può ben dire che 
questo animus non è molto mutato. 

In ogni tempo e sotto ogni cielo, quando la gente 
disperata si antepone al governo, il brigante è visto con 
favore e simpatia, per quella sua capacità di opporsi e 



sfidare le guardie, come rappresentanti di un odiato si- 
gnore. 

Basti pensare al più classico dei fuorilegge: Robin 
Hood dell'Inghilterra medievale, o a Stefano Felloni, 
detto il Passatore, ancora oggi immortalato bandito, 
simbolo del coraggio romagnolo. 

Lo stesso Pascoli lo definisce: "Il Passator cortese, 
re della strada, re della foresta". 

Ma i fatti bellici riguardanti gli anni suddetti non 
sono in alcun modo riconducibili ai soliti gruppi di 
fuorilegge. Di questo e delle odiose feroci rappresaglie 
già si erano accorti i contemporanei europei (soprat- 
tutto francesi e inglesi), che bollarono con parole di 
fuoco il sanguinario e coloniale comportamento dell'e- 
sercito italiano, in quei giorni e in quei luoghi. 

Tutto cominciò poco oltre il Tronto, il fiume che 
segna\'a il confine del Regno napoletano. Da lì si sro- 
tolò una terribile lunga linea di sangue, di violenza, di 
sopraffazione e di dolore che valicando gli Appennini 
sovrapponendosi al confine giungerà fino a Gaeta e se- 
parerà, a ben guardare per sempre, il nord e il sud d'I- 
talia. Avrebbe potuto essere una linea di fraternità, di- 
ventò una linea rossa come il sangue e carica di odio. 





^ tnrrnro Ciniulo drlU band» \<'Xx.* 



(jlovanni Pacami dvlla bunda l-i-unr 





I . ^ - ..I r.f»!i.i Vificn'u l*ornr/o ilclb l-ind-- '-wr'" 

Fotografie d'epoca che mostrano alcuni dei cosiddetti "banditi na- 
poletani" prima o dopo l'esecuzione. 





■L;--b.inJa Gjui-ii-. l'I I'(i 

(ucviso in ffoniliiio). 








Fucilazione di Vincenzo Petruzziello, Montefalcione 1861. Questa 
immagine divenne il simbolo della resistenza meridionale contro 
l'invasore piemontese. 



LÌUiìhi <■ /(■ ì'rc ìltilie 



lì') 



E tutto cominciò subito, nel 1860 in Abruzzo, a 
Civitella del Tronto, appena passato il confine del Re- 
gno delle Due Sicilie. 

Le truppe italo-piemontesi del generale Cialdini e, 
come responsabile di zona, del generale Pinelli, asse- 
diavano quella fortezza, tenuta da milizie regolari bor- 
boniche, quando un"impro\'visa sortita di questi ultimi 
militari li portò ad unirsi a individui definiti dai pie- 
montesi "briganti del locale Appennino". 

Da lì questi gruppi si gettarono a fondo valle e, an- 
cora la storia si ripete, massacrarono ed esautorarono 
le nuove autorità tese alla collaborazione con i pie- 
montesi. 

PineUi, uomo noto per la sua ferocia, era tempe- 
stato di richieste dell'autorità centrale per una "rapida 
normalizzazione della zona" al fine di sanare una si- 
tuazione imbarazzante per Torino, di fronte all'Euro- 
pa e all'Italia. Insomma bisognava chiudere la questio- 
ne e invece quella fortezza che non si arrendeva era ora 
aiutata dall'esterno da guerriglieri che minacciavano 
strade e rifornimenti. Quei "briganti" minacciavano il 
buon esito dell'operazione e con esso la carriera del 
generale. 

La repressione del Pinelli fu durissima, per inten- 
dersi in un proclama disse che "in quelle circostanze la 
pietà sarebbe stata un delitto". Il grande massacro co- 
minciava. 

Anzi cominciava quella che lo stesso Garibaldi in 
Parlamento, durante una burrascosa seduta, definì co- 
me "una guerra fratricida, voluta e organizzata dalla 
fredda e nemica mano del Ministero, che "al sud ave- 
va vanificato i prodigi dei volontari garibaldini". 

I "briganti" erano quindi costituiti, in buona misu- 
ra, dai soldati reduci dell'esercito borbonico, sbandati 
e senza paga, che si riunirono in numerose bande di ir- 
regolari, all'interno delle quali, nel tempo si radunò di 
tutto: militari, malviventi, banditi, galeotti sfuggiti alle 
prigioni, avo'enturieri e leali sudditi borbonici. 

I loro capi pili importanti furono quasi tutti ex sol- 
dati e graduati borbonici: Cosimo Giordano con il suo 
luogotenente Martummé, Schiavone, Ninco Nanco 
(Giuseppe Nicola Summa da Avigliano, PZ), Pasquale 
Romano (il Sergente Romano), Cosimo Mazzeo (Pizzi- 
chicchio), Nicola Rubino, Giovanni Fortunato (Cop- 
pa), Giovanni Piccioni (Maggiore pontificio), colon- 
nello Castagna, colonnello Francesco Luvarà, Giusep- 
pe Carlo (l'Armiere), Francesco Ferrante (Cicquagna) 
e mille altri. 

Questi che la storiografia ufficiale chiama "brigan- 
ti" erano e sono considerati "eroi patrioti" dai legitti- 
misti meridionali e, stando allo scritto di Fulvio Izzo 
(p. 125), per volontà di Francesco II e per comunica- 
zione scritta del generale napoletano Bosco, ogni "pa- 
triota" arruolato riceveva 50 ducati per l'ingaggio e 40 
"grana" al giorno di paga. 

Queste bande, integrate fra di loro, si erano date 



addirittura un unico capo, eletto il 7 aprile del 1861 a 
Lagopesole in Lucania, una specie di Pontida locale. 

Egli fu Carmine Crocco (al secolo Carmine Dona- 
telli), ex pastore ed ex garibaldino, datosi alla macchia 
per vendicarsi e ci riuscì con gli interessi. Padre e ma- 
dre erano stati infatti fatti morire da un signorotto lo- 
cale, in quanto "colpevoli" di essersi difesi dai morsi 
del suo cane. 

Questa specie di esercito era in qualche modo ri- 
conducibile alle forze sanfediste antinapoleoniche del 
cardinale Ruffo di sessant'anni prima, ma questa volta 
il finale fu diverso. 

È profondamente falso definire questi individui 
dei comuni tagliagole, perché essi sicuramente lo furo- 
no, ma furono anche qualcosa di diverso. 

Come ignorare il favore di tutta la popolazione lo- 
cale per quella che da tanti era considerata, con termi- 
ni attuali, un'armata di liberazione? Come scordare 
che essi affrontarono, battendoli, a Ruvo del Monte, in 
campo aperto e manovrato, reggimenti di fanteria af- 
fiancati da squadroni di cavalleria? 

Come scordare la conquista di Melfi, Venosa, Ri- 
pacandida e Ginestra, da parte dell'esercito di "bri- 
ganti", e questo sempre grazie alle contemporanee in- 
surrezioni dei relativi abitanti di quei centri abitati. 

Come scordarsi che a Casalduni quegli abitanti in 
analoghe circostanze e guidati dal clero, massacrarono 
ben cinquanta bersaglieri di guarnigione? 

Perché nel clero essi avevano la loro guida: infatti 
Riario Sforza, cardinale di Napoli e con lui numerosis- 
simi cardinali, per non contare i comuni ecclesiastici, 
furono esiliati o arrestati, per collusione con i briganti 
ribelli. 

E proprio dal confinante Stato pontificio, ove fra 
l'altro ancora risiedeva l'ex re napoletano Francesco II 
meglio noto come Franceschiello e la di lui terribile 
consorte Sofia di Baviera, venivano aiuti di ogni tipo, 
fantasiosi gradi militari ai criminali capibanda, danaro, 
ordini e armi. 

In queste circostanze, episodio assai poco noto, si 
fece viva la Spagna che, forse giustamente, non di- 
menticava i 500 anni di rapporto con il Meridione d'I- 
talia, di cui si considerava la madrepatria. 

Intervenne quindi, proveniente dal boccheggiante 
territorio iberico, un distaccamento militare spagnolo, 
guidato da José Borges, un alto graduato di quell'eser- 
cito, che voleva porre ordine in quelle bande spesso 
selvagge e senza alcuna disciplina. Gli andò male: cat- 
turato a Tagliacozzo r8 dicembre 1861 dai regolari ita- 
liani del maggiore Franchini, lo spagnolo fu subito fu- 
cilato con tutti i suoi commilitoni. 

Fu una guerra ove gli italiani impiegarono un'ar- 
mata di 120.000 uomini, ma fu una guerra sporca, una 
guerra civile, ove le crudeltà, come si diceva, furono 
orribili da entrambe le parti. 

Dopo i primi tempi i regolari italiani, provenienti 
dalle regioni del nord, furono gradualmente affiancati 



140 



Roberto Sgiini 



da una forza di polizia, chiamata "Guardia mobile", o 
anche "Squadriglieri", costituita opportunamente da 
forze locali di remunerati collaborazionisti, assai più 
esperta nel muoversi fra gli uomini e i monti meridio- 
nali: di fatto "squadroni della morte" composti da 
mercenari. 

Per gli uomini dell'armata italo-piemontese grande 
fu anche il problema della comprensione della lingua 
parlata in quei luoghi, per loro assolutamente inacces- 
sibile. 

Alle atrocità dei banditi l'esercito regolare rispose 
con brutalità inaudite e collusioni disgustose con mo- 
struosi assassini "pentiti" (toh, chi si incontra!) che, 
catturati, cambiavano campo e godevano quindi di im- 
punità essendo diventati "consulenti ed esperti di fi- 
ducia" di comandanti e generali. 

Illustri storici, come il Montanelli e G.B. Guerri, 
imputano a questo esercito italiano fucilazioni in mas- 
sa, distruzioni di interi paesi, incendi colossali di fore- 
ste, insomma quel corredo di rappresaglie che abbia- 
mo recentemente visto messo in opera dai tedeschi a 
Marzabotto e dintorni, dagli Americani in Vietnam, o 
dai Serbi in Kosovo. 

La storia si ripete. 

Alla fine di questo gigantesco massacro gli italiani 
"vinsero" e, a partire dal 1865-1866, quel tipo di ban- 
ditismo si spense lentamente, lasciando il posto al ban- 
ditismo spicciolo dei tagUagole e dei sequestratori di 
sempre. 

Pare comunque che una delle ultime bande in 
azione sia stata quella comandata da Manzo e distrut- 
ta nel 1872. Da segnalare la morte eroica di un suo 
componente, Antonio Bottone, che si sacrificò volon- 
tariamente nell'intento di consentire la fuga ai suoi 
compagni. 

Nel Meridione scese quindi finalmente la pace che 
assomigliava però piìi a quella dei cimiteri, che a quel- 
la di un civile consesso. I capobanda si fecero tutti am- 
mazzare con i fuciloni in pugno e le fotografie dei loro 
corpi attorniati dalla Guardia mobile e dai Reali Cara- 
binieri impettiti e marziali, fecero il giro del mondo. 
Con essi morirono anche le loro donne, certo non in- 
feriori ai loro uomini in quanto a decisione e ferocia... 
un riferimento a Michelina De Cesare, donna di parti- 
colare bellezza della quale esistono drammatiche foto- 
grafie dell'epoca. 

C'è chi racconta dei loro corpi nudi appesi nei va- 
ri paesi meridionali "normalizzati"... e anche la bella 
Michelina non sfuggì a questa sorte. 

Carmine (brocco, "il capo dei capi", le cui imprese 
erano naturalmente diventate leggendarie al sud, ma 
tenute nascoste dalla censura al nord, resistette fino al- 
l'ultimo e poi riusci a rifugiarsi in territorio pontificio. 
L'uomo, duro e feroce cjuanto ingenuo, aveva creduto 
alle molte promesse dei cardinali pontifici e dei nobili 
borbonici rifugiati in Lazio, Franceschiello e Sofia in 
testa, ma non tro\'ò la fanfara. 



I briganti, anche se mascherati da lealisti, sanfedi- 
sti, filomonarchici, sempre tali rimangono, come tali 
trattati e spesso sfruttati dai soliti tristi figuri, a ben 
guardare peggiori di loro. 

Settant'anni dopo un altro siciliano. Salvatore Giu- 
liano, scriverà la stessa storia, con un epilogo ancora 
più tragico. 

Crocco trovò ad aspettarlo le guardie papaline che 
lo buttarono in catene in una buia prigione e ivi lo ten- 
nero fino al 1870, anno in cui il brigante, tutto incate- 
nato, fu consegnato, come titolo di merito, agh italiani 
che, con la conquista di Roma e dello Stato pontificio, 
portavano a compimento l'unità nazionale. 

Crocco fu condannato all'ergastolo e morì in tarda 
età nel 1905 a Portoferraio, nelle carceri italiane, dopo 
avere dato alle stampe un libro sulle sue memorie che 
pare essere intelligente e gradevole. 

Nei suoi scritti accuserà le autorità italiane di ave- 
re sterminato "le serpuncole", e cioè la bassa manova- 
lanza del crimine, ma di avere tollerato e perdonato i 
"capoccia". 

Non siamo certo stupiti. 



I "lager" degli italo-piemontesi destinati 
ai soldati meridionali 



Ma perché mai i difensori di Civitella non si arre- 
sero alle fraterne truppe italo-piemontesi del generale 
Ferdinando Pinelli, poi insignito deOa medaglia d'oro 
al valor militare? 

Qual era cioè il trattamento che si riservava a quei 
prigionieri? 

Il trattamento era durissimo, ma era spietato so- 
prattutto per coloro che avessero troppo a lungo ritar- 
dato la loro resa ai regolari (come nel caso di Civitella 
del Tronto), o che continuassero a mantenere fede al 
giuramento e al patto d'onore che ancora sentivano 
vincolante nelle loro coscienze per il loro re, il loro sta- 
to, la loro cultura e la loro collettività. 

Per quelli, i "regolari" non avevano pietà. 

Logico quindi che i soldati napoletani fuggissero 
da quelli che erano sicuramente concepiti come aguz- 
zini, per via delle torture e delle fucilazioni in massa 
che, ormai si era venuto a risapere, avevano gravato 
sulle popolazioni della zona. Logico che essi si unisse- 
ro con i locali, nei classici vestiti dei contadini locali 
(ciocie e cappelloni), logico che si facessero aiutare da 
quei locali, padroni dei monti e degli anfratti più na- 
scosti, che soli potevano insieme a loro trovare cibo, 
acqua e salvezza. 

Già... salvezza perché per un soldato napoletano 
in fuga (insomma quelli del... "tutti a casa!") la cattu- 
ra da parte degli italo-piemontesi poteva significare o 
la fucilazione immediata, oppure la spaventosa lun- 
ghissima prigionia in uno dei campi, i terribili "lager" 
numerosi e di x'aria natura che riprendo dall'interes- 



L'ilaluì f le Tre Italie 



Ì4I 



sante già citato libro di Izzo e anche dal pure interes- 
sante, ma meno credibile, / Savoia e il Massacro del sud 
di Antonio Ciano. 



Il sistema di deportazione dei soldati napoletani 

L'esercito napoletano, al momento del suo collas- 
so, constava in circa 97.000 uomini. Di questi circa 
27.000 furono catturati e trasportati in campi al nord. 
Si cercò di convincere i 72.000 rimanenti a presentarsi 
con un bando che univa blandizie a minacce, ma si ot- 
tenne la presentazione di soli 20.000 uomini. 

Furono ben 50.000 quindi i soldati che sfuggirono 
alla cattura e che andarono errabondi alla macchia in 
tutto il sud, inseguiti da un esercito duro, crudele e ri- 
soluto. 

I prigionieri venivano variamente concentrati, spe- 
cie nelle isole del Tirreno, da lì caricati su navi italiane 
e condotti principalmente nei porti di Geno\'a, Anco- 
na e Rimini. Varie sono le descrizioni di cronisti del- 
l'epoca circa le condizioni, che paiono veramente di- 
sumane, nelle quali av\'enivano questi trasferimenti e 
che ricordano i più recenti carri bestiame verso Au- 
schwitz. 

Particolarmente descrittive sono le pagine riporta- 
te da «Civiltà cattolica», che allora si dilungarono sul- 
l'argomento. 

"/« Italia, o meglio negli stati sardi, esiste proprio la 
tratta dei Napoletani. Si arrestano da Cialdini soldati 
napoletani in gran quantità, si stipano ne' bastimenti 
peggio che non si farebbe degli animali e poi si manda- 
no a Genova. Trovandomi testé in quella città ho dovu- 
to assistere ad uno di que' spettacoli che lacerano l'ani- 
ma. Ho visto giungere bastimenti di quegli infelici, lace- 
ri, affamati, piangenti: e sbarcati vennero distesi sulla 
pubblica via come cosa da mercato. 

Spettacolo doloroso che si rinnova ogni giorno in Via 
Assarotti dove vi è un deposito di questi sventurati. 

Alcune centinaia ne furono mandati e chiusi nelle 
carceri di Fenestrelle: un ottomila di questi antichi sol- 
dati Napoletani vennero concentrati nel campo di San 
Maurizio" . 

Nel giornale «L'Armonia» del 3-9-1861 è scritto: 
"A Rimini il mal umore dei soldati giunge fino alla di- 
sperazione di darsi la morte. Parecchi si sono annegati 
nel mare volontariamente. Sicché dovettero le autorità 
porre delle guardie in piccole barchette per impedire si- 
mili eccessi" . 

Altri episodi sono descritti nella stampa dell'epoca 
e riportati nel libro di Fulvio Izzo: '^Sabato erano tra- 
dotti nella cittadella di Alessandria una quantità di sol- 
dati napoletani stretti a due a due da una lunga catena, 
perché rei di essersi ammutinati e di aspirazioni al loro 
sovrano" . 



Non tutti i prigionieri subivano lo stesso tratta- 
mento, la qualità del quale, pare di capire, era deter- 
minata da vari parametri: la disponibilità del soggetto 
alla "rieducazione", l'età, l'appartenenza a truppe che 
avevano opposto resistenza, grado, arma, fedeltà di- 
chiarata al re di Napoli ecc. 

I "campi di prigionia" erano molti e tutti in terri- 
torio sicuro, cioè Alessandria, Bologna Casaralta, Mi- 
lano e altri come Torino San Maurizio. 

Quest'ultimo, comandato da un "duro", il genera- 
le Decavero, era veramente gigantesco, destinato ad 
accogliere migliaia e migliaia di prigionieri. 

Ma se per tutti i prigionieri la vita era durissima, 
per gli irriducibili e i disertori era un vero dramma. 
Quando e se venivano catturati questi ultimi erano 
esposti al ludibrio della folla nei vari centri emiliani, 
lombardi, liguri o piemontesi e le angherie allora era- 
no molte e ben documentate. 

Nelle Romagne il passaggio di ex prigionieri napo- 
letani disertori dall'esercito italiano, oppure compo- 
nenti l'esercito pontificio, determinava grande turba- 
mento, per disprezzo per i primi e per l'odio colà esi- 
stente per le divise dei secondi. 

I tentativi di linciaggio erano frequenti. Sempre 
«Civiltà cattolica» lamenta che "anche la colta Bologna 
non fu immune da questo turpe comportamento" . 

Per i disertori sfortunati, che non riuscissero a 
giungere in territorio austriaco (pare che 4000 napole- 
tani siano riusciti a guadagnare il suolo Veneto, allora 
ancora austriaco), o francese e per i refrattari al rein- 
dottrinamento... c'era l'inferno in Terra, un luogo pa- 
ragonabile alla Siberia, un posto dal quale uscire vivi 
era fatto difficile: il forte prigione di Fenestrelle. 

Si trattava di un'enorme fortezza sulle Alpi ove le 
condizioni di vita erano impossibili, ove fame e malat- 
tie mietevano vittime, ma soprattutto ove il freddo gla- 
ciale, a fronte delle povere giubbe in tela assegnate ai 
prigionieri, era già una tortura. 

Toccante una lettera, riportata da Fulvio Izzo, di 
un pastore valdese che impietosito dalle orribOi condi- 
zioni in cui versavano i prigionieri che, incatenati e in 
colonna si avx'iavano a quella fortezza, riuscì a scam- 
biare alcune parole con un ufficiale papalino. Questi 
gli disse: "Penso che un traditore sia sempre da conside- 
rare un uomo spregevole; io avevo giurato di difendere 
la bandiera del papa e l'ho fatto fino alla fine" . 

Quindi ancora una volta erano i migliori, i più di- 
gnitosi ad essere perseguitati e i voltagabbana ad esse- 
re invece premiati con la vita, una divisa pulita e 
asciutta e un pasto caldo! 

Sembra di capire che dopo un periodo eli "riedu- 
cazione" e anche diciamo pure di riaddestramento a 
nuove divise, nuove armi, gradi, lingua e cultura, la 
maggior parte dei sopravvissuti a condizioni disumane 
veniva accorpata a reparti dell'esercito regolare già in 
essere, in numero talmente diluito da potere sempre 
controllarne l'operato. 



Ì42 



Roherlo Sgarzi 



Prudenza questa quanto mai opportuna perché in 
realtà l'esperimento di immissione dei napoletani nel- 
l'esercito italiano ebbe all'inizio un pessimo risultato: 
il numero dei disertori fu altissimo. 

In questo mare di disperazione e violenza brutale 
un posto a parte lo meritano gli odiati mercenari del 
papa re. Autori riferiscono che, a differenza della 
Francia che subito pretese, ottenne e accolse i propri 
concittadini che avevano militato sotto le bandiere del 
papa, i mercenari svizzeri, irlandesi e inglesi, a causa 
dei pessimi rapporti fra la Santa Sede e i loro governi, 
si videro privati della nazionahtà, dell'assistenza con- 
solare e abbandonati al loro orribile destino. 

Questa guerra fra fratelli italiani, per come e quan- 
do fu combattuta, costò e continua a costarci enorme- 
mente. 

In termini di \ittime La Marmora parlò di 7151 
briganti uccisi, ma chiaramente c'è da pensare ad una 
cifra in grande difetto. 

Altri autori riportati da Sergio Romano parlano di 
10.000 "napoletani" fucilati o caduti in combattimen- 
to, 80.000 imprigionati nelle segrete dei "liberatori", 
circa 50.000 fuggiti in Europa. 

Curiosa, forse un po' cinica, ma di rilievo, la valu- 
tazione del suddetto autore, che fa notare come la 
sempre maggiore durezza italiana nella repressione ot- 
tenesse nel tempo risultati sempre più incisivi. 

Dei caduti italiani si è già detto, ne uccisero più i 
"briganti", che gli austriaci in ben tre guerre di indi- 
pendenza. 

Solo nel 1998, meritoriamente, in Lucania, si è 
inaugurato un piccolo museo che nelle testimonianze e 
negli accenti vuole riportare almeno un poco di verità 
storica in questo contesto. 

Ma forse il danno più grave si ebbe, a causa di 
questa follia colonialista, nell'animo della gente: dei 
settentrionali, per essere stati costretti ad azioni inde- 
gne e dei meridionali per avere dovuto subire tanta 
violenza. 

Carmine Crocco, sebbene brigante e semi-analta- 
beta, diceva cose che Montanelli riporta e che non si 
scordano: "Non si con/muove ancora il ciclo, non jrcnic 
la lena, non straripa il mare al cospetto delle infamie 
commesse ogni giorno dall'invasore piemontese?" . 

In realtà quel bagno di violenza lascerà una traccia, 
una lunga linea di sangue, che ancora di\'ide il nord 
duro conquistatore e il sud vinto e umiliato, impossi- 
bile pensare che oggi, nel profondo dell'animo della 
gente del sud questa ferita non sia ancora ben presen- 
te e dolorosa. Lo si av\'erte visitando quei luoghi, in 
certe dure occhiate, in certi silenzi eloquenti, nei rac- 
conti popolari e nelle stesse spontanee testimonianze. 

Già in quegli anni le parti politiche erano state du- 
ramente contrapposte dai fatti su esposti chiaramente 
denunciati dalle allora forze di sinistra, ma inutilmen- 



te; la situazione politica, sociale e storica deO'Italia in 
quel momento era quello che era. Il Risorgimento era 
stato in realtà un fatto largamente di vertice e legato al- 
la volontà di potere della monarchia sabauda prima e 
poi della nobiltà italiana tutta, che si sentiva garantita 
e gratificata nel duro sistema politico del tempo: per 
nobili e ambiziosi borghesi vi era spazio solo per pote- 
re, danaro e allargamento dei confini, non certo per i 
diritti cix'ili. 

Fra le voci che si levarono in dissonanza nei con- 
fronti del potere e della propaganda sabauda una so- 
prattutto, quella del grande Massimo D'Azeglio, che 
non si può certo definire un rivoluzionario marxista; 
egli appare ammirevole per qualità dei toni e per ca- 
pacità di quella sintesi del pensiero che riprendere- 
mo poco avanti e che contraddistingue i grandi pen- 
satori. 

Scrive infatti il D'Azeglio in una lettera di incredi- 
bile attualità che fu poi ripresa dalla stampa europea: 

La questione del tenere Napoli o non tenerla mi pare 
che dovrebbe dipendere più di tutti dai napoletani, salvo 
che vogliamo, per comodo di circostanze, cambiare quei 
princìpi che abbiamo sin qui proclamati. 

A Napoli abbiamo cacciato un sovrano per stabilire 
un governo sul consenso universale. 

Ma ci vogliono, e pare non bastino, 60 battaglioni per 
tenere il regno, ed è notorio che, briganti o non briganti, 
non tutti ne vogliono sapere. Mi diranno: e il suffragio 
universale? lo non so niente di suffragio, ma so che di qua 
dal Tronto non ci vogliono 60 battaglioni e di là sì. 

Dunque deve esser corso qualche errore. 

Dunque, o cambiar principio o cambiare atti, e tro- 
var modo di sapere dai napoletani una buona volta se ci 
vogliono, SI o NO. 

Perché a chi volesse chiamar tedeschi in Italia, credo 
che gl'italiani che non li vogliono hanno diritto di fare 
la guerra. 

Ma a ildliani che, rimaìiendo italiani, non volessero 
unirsi a noi, non abbiamo il diritto di dare archibusate. 




Il generale Enrico Cialdlni. 



L'I/iilhì e le Tre ìlalic 



14} 



. . . Credo bene che in generale non si pensa in questo 
modo, ma siccome io non intendo rinunciare al diritto di 
ragionare, così dico ciò che penso. 

(Lettera di Massimo D'Azeglio a Carlo Matteucci 
del 2 agosto 1861, in M. D'Azeglio, Scritti e discorsi po- 
litici, Firenze 1931-1938, voi. Ili, p. 399 e ss.). 

[N.d.a.: il fiume Tronto in quell'epoca segnava il 
confine fra il Regno delle Due Sicilie e lo Stato ponti- 
ficio). 

Ma, al riguardo, le parole che ancor oggi più col- 
piscono per l'intensità del pensiero, sono forse quelle 
di Cavour morente. E ciò non può non stupire, per 
l'indubbia durezza che quel politico dimostrò nei con- 



fronti del Meridione d'Italia della cui conquista, con 
stile coloniale, egli fu l'autore. 

Il 5 giugno 1861, il giorno prima di morire, "il 
Tessitore" dopo avere ricevuto l'ultima visita del re, 
quasi parlando fra sé e sé, rivolto ai presenti, disse pa- 
role che commuovono e che sono sì riportate in mol- 
ti libri storici anche divulgativi, ma che per la loro im- 
portanza non sono sufficientemente note presso i con- 
cittadini. 

Parlando dei "poveri napoletani" Cavour disse: 

L'Italia del nord è fatta, non ci sono più lombardi, 
né piemontesi, né toscani, né romagnoli; siamo tutti ita- 
liani; ma ci sono ancora i napoletani. 

Oh, c'è molta corruzione nel loro paese. Non è col- 



j9 , _..-.^--j. 







G. dì-Manfredonia 




ifou^ 



Mar 



'"■•'-W=' 



1 r r e n 



-^>:;icrv ^ 







/> 



<<.„:..,;-" 






<ì- 



S 



^ 







/ 






^ 



^ 



^ 



'ò' 



r 



TEATRQ.i.ilGUERRA 

Scijm [ (i:n (Mi/KJii.i ti 






Regno delle Due Sicilie. Mappa illustrativa dei luoghi della guerra del 1860 e seguenti. 



Ì44 



Roberto Sgarzi 



pa loro, poveretti, suiìo stati così mal governati. È colpa 
di quel furfante di Ferdinando. No, no, un governo così 
corruttore non può essere restaurato, la Provvidenza 
non lo permetterà. 

Bisogna moralizzare il paese, educare l'infanzia e la 
gioventù, creare asili, collegi militari; ma non è certo in- 
giuriando i napoletani che riusciremo a cambiarli. 

Mi chiedono impieghi, decorazioni, carriera; bisogna 
che lavorino, ma soprattutto niente elargizioni, l'impie- 
gato non dev'essere neppure sospettato. 

E niente stati d'assedio [...] tutti sanno governare 
con gli stati d'assedio. Li governerò con la libertà e mo- 
strerò ciò che dieci anni di libertà possono fare di queste 
belle regioni. Fra veni' anni saranno le province più ric- 
che d'Italia. 

No, basta con gli stai! d'assedio, vi raccomando. 

Raramente sentiremo un messaggio più vero, più 
intenso, più traboccante d'amore per i "poveri fratelli 
napoletani"; per di più stupefacente perché Cavour 
parlava francese e non aveva mai visto Napoli. 

Anzi doppiamente stupefacente perché egli era il 
primo ministro invasore e conquistatore e si era in pie- 
na "repressione del brigantaggio", cioè... sanguinosa e 
crudele guerra civile. 

Cosa pensare, quindi e quale significato dare a 
queste parole? Si trattava solamente di elucubrazioni 
di un malato morente o c'era qualcosa di ben altro? 

C'è da pensare che ci fosse ben altro. Erano i mesi 
in cui Minghetti, il suo ministro dell'Interno di cui si 
dirà, proponeva insieme a Cavour un progetto alta- 
mente liberale e democratico di riforma istituzionale 
del paese e anche di questo si dirà. 

Si parlava di ampio decentramento amministrativo 
e di molte libertà locali. 

C'è da pensare quindi che il gruppo di Cavour 




stesse ripensando fortemente la forma dello stato ita- 
liano e soprattutto la volesse riproporre "in chiave eu- 
ropea". 

Fatta l'halia si trattava quindi di darle quella veste 
di civiltà e libertà che purtroppo la morte di Cavour 
non riuscirà a produrre. Quella morte, con molti 
aspetti misteriosi, repentina e terribile cambiò forse i 
destini del nostro paese. 

Le parole del "tessitore" vanno inserite in un pro- 
getto politico e con esso si spiegano ampiamente. 

Cavour avrebbe fermato la mattanza di Cialdini e 
con essa la dimensione di brutalità e ferocia che si vol- 
le dare all'unità d'Italia? 

Tutto fa pensare di sì. E tutto fa pensare che il no- 
stro sarebbe oggi un paese assai più civile e felice. 



Nord e sud diversi, ma... se Atene piange Sparta 
non ride 

La situazione drammatica che caratterizzò il Meri- 
dione d'Italia non fu certo presente, per le molte ra- 
gioni su accennate, nel nord. Ma anche nel Settentrio- 
ne gravi problemi si evidenziarono subito e ancora di 
più nel trentennio che va dal 1870 al 1900. 



Venezia, Riva degli Schiavoni. Monumento a Vittorio Emanuele I 



Cos'era quel Piemonte 



L'Italia fu fatta quindi ad immagine e somiglianza 
del Piemonte e qui cominciarono i problemi per tutti, 
perché quello stato era duro e... montanaro, di nome 
e di fatto, cioè chiuso e oligarchico perché la struttura 
era stata sì ammodernata dal geniale Cavour, ma quel- 
la presenza fu troppo transitoria. 

Il primo ministro morì infatti, come si diceva, nel 
1861, a soli 51 anni. 

La forma-stato piemontese era autoritaria, oligar- 
chica e fortemente accentrata. . . cioè come l'Italia d'og- 
gi, poco è cambiato. La monarchia sabauda, in fase di 
restaurazione post-napoleonica, si era distinta in feroci 
e sanguitiarie repressioni nei confronti di chi chiedeva 
istanze politiche innovative. Solo per fare alcuni esem- 
pi, sia genovese Mazzini che il nizzardo CJaribaldi, 
sudditi piemontesi, avevano pendenti sul capo condan- 
ne al capestro e questo fin dalla loro più giovane età. 

Pochi governi come quello avevano, per motivi po- 
litici e non, la torca tacile. La monarchia sabauda pre- 
stava addirittura alla reazione europea i propri ram- 
polli, come Carlo Alberto, da usarsi come forza di re- 
pressione, più o meno mercenaria, delle istanze di li- 
bertà nei vari paesi. 

In Piemonte prima e in Italia poi, il potere era 
ovunque nelle mani del rappresentante del re: il prefet- 
to. Per la piccola amministrazione era responsabile il 
sindaco, ma anch'esso era di nomina regia, la carica 
cioè gli era assegnata direttamente, ancora una volta da 



Ululiti e le Tre 1/cilie 



Ì4i 




Marco Minghetti. Concessione del Museo del Risorgimento, Bolo- 
gna. 



Sua Maestà e a lui e solo a lui, non certo al popolo da 
lui amministrato, il sindaco stesso doveva rispondere. 

Questo tipo di amministrazione trovò, natural- 
mente, ostacoli già a partire dal 1866 in Lombardia 
(ecco che ci siamo! ). La Lombardia, infatti era abitua- 
ta al sistema di governo austriaco che stimolava auto- 
nomie regionali: esse appunto avevano dato ottimi ri- 
sultati di sviluppo economico e sociale; insomma i va- 
ri permessi e le varie autorizzazioni, i lombardi erano 
da sempre abituati a farseli da soli. 

Per le abitudini lombarde e venete, il cittadino 
aveva sì duri doveri di suddito, ma aveva anche dignità 
e dimensione appunto... di cittadino. 

Il dovere andare a Roma o Firenze per ottenere un 
permesso, un'autorizzazione od una firma e forse chis- 
sà dovere pagare qualcosa a qualche Cardenal Nepote, 
per averla, proprio a quei lombardi non andava giù, 
ma soprattutto aumentava in loro la convinzione che, 
perdurando questo stato di cose, il raffronto con gli 
stati europei confinanti, i soli per essi veramente inte- 
ressanti, in quanto i soli con i quali da sempre avevano 
rapporti economici o culturali, diventava sempre più 
penalizzante. 



Il rapporto con i problemi attuali non sfugge e so- 
prattutto non sfuggirà ad alcuno quanto essi siano an- 
tichi e da sempre radicati nell'animo dei cittadini lom- 
bardi e veneti. 



Disattesi progetti di decentramento 

In realtà anche questa volta il caso ci mise lo zam- 
pino, perché le cose non sarebbero dovute andare in 
quel modo, ma riprenderemo l'argomento. 

Già, perché le menti più illuminate del governo 
italiano e cioè Cavour e il suo ministro degli Interni 
Marco Minghetti, nel 1860 avevano capito che un'Ita- 
lia la cui unità si stava compiendo in modo duro e au- 
toritario, avrebbe avuto possibilità di stabilità e di evo- 
luzione solo se ampiamente decentrata nelle sue com- 
petenze politiche e amministrative. 

Ne seguì im progetto di assetto istituzionale del 
paese che prevedeva un ampio decentramento buro- 
cratico, l'eleggibilità diretta dei sindaci e, come si di- 
ceva, molte assunzioni di responsabilità politiche e 
amministrative da parte dei poteri locali. 

L'autore era un grande bolognese, appunto il Min- 
ghetti, nato nel 1818. Personaggio di cultura, come il 
Cavour di cui era l'uomo di fiducia e l'alter ego, aveva 
molto viaggiato in Europa, traendo soprattutto dal- 
l'Inghilterra stimoli ed esempi di condotta pohtica, 
che appunto voleva riproporre in Italia. 

Quelle autonomie proposte non erano casuali. 

Minghetti, dopo un tentativo di riforma dello Sta- 
to pontificio di cui nacque suddito, subito si era dato 
alla causa dell'unità d'Italia e fu appunto costui che 
curò la transizione dei poteri dall'Emilia al Piemonte. 

Il bolognese, però, così come il suo paritetico "col- 
lega toscano" Bettino Ricasoli, avrebbe volentieri pre- 
visto, in occasione delle "annessioni al Piemonte", al- 
cune autonomie amministrative locali. 

Furono appunto progetti di questo tipo che vide- 
ro addirittura Bettino Ricasoli detto il "barone di fer- 
ro", ma non solo lui, spingersi al punto di ipotizzare di 
richiamare dopo il '59, i granduchi austriaci; ipotesi 
questa (già riferita) però inverosimile per l'assoluta sua 
improponibilità. Bisogna del resto dire che il ritorno 
dei vecchi principi ai loro molteplici piccoli troni del 
centro-nord ItaUa, faceva parte essenziale dei trattati 
di pace c4i Villafranca che conclusero la Seconda guer- 
ra d'Indipendenza, documento che però fu travolto 
dagli avA-enimenti, dalla storia e dall'eroico patriotti- 
smo degli italiani che si rifiutarono nel modo più deci- 
so di ritornare a \'ecchie schia\'itù, ormai infrante dal 
loro sacrificio. 

Tutto quel progetto di decentramento istituziona- 
le cadde nel 1861, per ragioni di politica internaziona- 
le e per la forza della cosiddetta destra storica, che più 
che un partito era una holding, una specie di Spa, di 
nobili e generali. 



146 



Ruberto Sgarzi 



Quel progetto autonomistico di Minghetti cadde 
quindi con i suoi estensori, per dare di seguito vita, 
con Bettino Ricasoli, al cosiddetto "regime dei prefet- 
ti" (tutto l'opposto) che a ben guardare non è da allo- 
ra cambiato di molto e che, né più, né meno, era un 
duro regime di polizia, ove nessuna libertà era lasciata 
ai cittadini, ma tutto duramente deciso e imposto dal 
centro dell'amministrazione dello stato. 

In effetti si chiacchierò molto delle curiose, sud- 
dette "stranezze' che caratterizzarono il comporta- 
mento del Ricasoli a partire dal 1860. 

Si dice intatti che, fra l'altro, egli usasse dormire in 
una bara indossando una corazza (da qui il "barone di 
terrò") e che egli amministrasse iJ governo del suo feu- 
do di Castello di Brolio come un antico signore me- 
dievale, in un rapporto con i suoi sudditi da "severo, 
buon padre", cosa che già allora suscitò non poco stu- 
pore. 

In effetti questo repentino rovesciamento di fron- 



te da parte del toscano non potè che stupire, ma cer- 
tamente il vero responsabile di questo penalizzante av- 
vio del nostro stato unitario lo si deve identificare nel- 
la classe dirigente piemontese, come sempre dura e au- 
tocratica. 

Ingenuo, o trasformista, o mezzo matto che fosse, 
il buon Bettino (Ricasoli) i suoi affari li sapeva fare e si 
dà il caso che a partire da quei tempi il "Consorzio del 
Chianti Ricasoli", con sede naturalmente in Brolio, 
consentì al "barone di... ferro", l'accumulo di autenti- 
che fortune in... oro. 

Progetti di decentramento politico e amministrati- 
vo, come quelli di Marco Minghetti, furono quindi su- 
bito avversati e, proprio in Lombardia, come reazione, 
si organizzò un movimento autonomista che, alla lon- 
tana, anticipava la Lega lombarda odierna, ma tutto 
questo accadde qualche anno dopo, nel trentennio ter- 
ribile 1870-1900 e di ciò parleremo dopo. 



La costruzione e l'imposizione 
della lingua italiana 



Fatta l'Italia e fatti (o quasi) gli italiani, alla classe 
dirigente si presentò un ulteriore problema: "fare l'ita- 
liano" e cioè la lingua che avrebbe dovuto essere par- 
lata e scritta dall'Italia unita, la nuova nazione. 

La questione fu rilevante anche perché relativa- 
mente inattesa. Era infatti romanticamente diffusa l'o- 
pinione che il "Bel paese ove il sì suona" avesse un co- 
mune idioma sufficientemente omogeneo. 

Naturalmente non era così, si trattava infatti di 
molte lingue e molte letteratiu'e diverse, caratterizzate 
e strutturatesi in secoli di storie e apporti assai diffe- 
renti, sia sotto il profilo fonetico, che lessicale: l'arabo 
per la Sicilia e la Calabria, il francese per il Piemonte, 
il germanico (austriaco) per la Lombardia, lo slavo per 
il Veneto e così via. 

Per quanto riguarda il Piemonte, bisogna dire che 
in realtà la cultura e la lingua realmente parlata in 
quello stato era quella francese. Questo idioma era 
quello comunemente usato e assai correttamente, dal- 
la corte, dalla nobiltà, dai militari di grado elevato e 
dalla borghesia, mentre la loro lingua italiana era lar- 
gamente imperfetta. 

Lo Statuto albertino prevedeva appunto il france- 
se come lingua ufficiale da usarsi alla Camera. 

Solo nel 1860 la lingua italiana, per iniziativa di C. 
Bottero, tu resa obbligatoria al Parlamento... italiano! 

Si vide subito che i melotli per ottenere una "nuo- 
va lingua italiana" per tutti gli italiani erano fonda- 
mentalmente due. 

Il primo consisteva nella costruzione di una lingua 
nuova di zecca, una specie di esperanto, realizzata con 
l'apporto di "parti" e cioè parole, grammatiche, sin- 



tassi, assunte dalle varie lingue parlate in quel momen- 
to sulla penisola; insomma una specie di "puzzle", di 
gioco ad incastri linguistico: quella fu chiamata "lin- 
gua tradizionale" (si veda S. Romano, Storia d'Italia 
dal Risorgimento ai giorni nostri, p. 68). 

Il secondo metodo più brutale, ma più rapido, 
consisteva invece nell'acquisizione, in nome e per con- 
to di tutta la collettività nazionale, di una sola lingua, 
scelta fra quelle in uso al momento nello "stivale", che 
avesse le connotazioni più autentiche, che fosse dotata 
di una letteratura importante, e la cui fonetica si av\'i- 
cinasse il più possibOe allo scritto. 

Al riguardo tu determinante il pensiero e la \'alu- 
tazione del grande della letteratura e dell'italianità del 
nostro Ottocento: Alessandro Manzoni, "el sciur Li- 
sander" tanto amato dai milanesi. 

Manzoni aveva già in realtà sciolto il quesito, an- 
dando a "sciacquare i suoi panni in Arno", dando cioè 
alla sua prosa e alla sua poesia le caratteristiche lingui- 
stiche tipiche della lingua parlata nella città di Firenze. 

La seconda lingua in ballottaggio tu quindi il "fio- 
rentino". 

Si pensi però che tutto il problema non fu trattato 
banalmente, ma invece adeguatamente sperimentato e 
si giunse a tradurre alcuni romanzi stranieri (ad esem- 
pio L'Assommoir di Zola) contemporaneamente, sia in 
"tradizionale" che in "fiorentino". 

Tutti sappiamo come finì e la lingua italiana nac- 
que quindi così come nacque lo stato: con un'improv- 
visa, dura e rapida imposizione della sia pur bellissima 
lingua toscana a tutti gli italiani. 

Infatti l'autorità di governo ordinò in pochi mesi a 
tutti gli italiani di cambiare lingua e di usare un idio- 
ma conosciuto da solo il 3% degli italiani, quanti ap- 
punto erano i toscani. 

Al di là del tipo ili soluzione, torse inevitabile, del 



Lìtiiliii e /(' Vru Iliilic 



Ì47 



problema, furono la rapidità imposta nell'adozione 
della nuova lingua e la durezza usata per ottenere il ri- 
sultato, che lasciarono e lasciano notevoli perplessità. 

Perché non solo si impose una lingua nuova, ma 
anche sic et simpliciter di non usare piìi, da quel mo- 
mento in poi, la propria originale e cioè l'idioma abi- 
tualmente usato tino ad allora suUe piazze, nei mercati, 
negli uffici pubblici, per comunicare con il prossimo. 

In realtà in quel tempo e per molto tempo ancora 
dopo l'adozione ufficiale, l'italiano fu la lingua per gli 
eruditi, cioè un po' come il latino oggi per noi: una lin- 
gua in buona misura impermeabile, con un lessico er- 
metico riservato a caste elitarie e fortunate. 

Una ricerca dell'ISTAT ha messo in evidenza (di- 
cembre 1999), che un italiano su quattro usa ancora 
come lingua preferenziale proprio il suo dialetto. 

La durezza usata dal governo centrale per sradica- 
re lingue e dialetti autoctoni fu altissima e repentina: 
nelle scuole, negli uffici pubblici, nei tribunali, nell'e- 
sercito, o\amque, per comunicare, quella e solo quella 
tu la lingua accettata e autorizzata. 

Oltre all'imposizione formale e autoritaria si usaro- 
no altre, più insinuanti forme di convincimento e questo 
ad opera non del governo, bensì delle classi dirigenti. 

L'uso del dialetto fu subito considerato deprecabi- 
le e disdicevole, sintomo inequivocabile di dequalifi- 
cazione sociale e culturale, una dirimente evidente fra 
colti e ignoranti, fra alta e bassa gente. 

L'uso del dialetto divenne un marchio d'infamia e 
di basso livello sociale: una vergogna. 

Ma in una regione d'Italia tutto questa macchina- 
zione non funzionò: non a caso ciò avvenne nel Veneto. 

Ancora oggi Veneto è bilingue, naturalmente vi 
si parla un ottimo italiano-toscano, ma all'interno di 
quella collettività, quando un veneto parla ad un altro 
veneto, non vi è individuo che, con scrupoloso orgo- 
glio, non usi proprio l'idioma originale. Anzi, il non 
comportarsi in questo modo sarebbe considerato, in 
quella regione, offensiva stravaganza. 

Nulla accade per caso e, se questo avviene, è per- 
ché proprio nella lingua parlata si sintetizza la storia di 
un popolo e i veneti sono giustamente orgogliosi del 
loro passato e della loro cultura ai quali proprio non 
vogliono rinunciare. 

In realtà, al di là delle autoritarie imposizioni mi- 
nisteriali, l'acquisizione dell'italiano, come unica lin- 
gua per l'Italia, fu e ancora è molto lenta per la dura 
realtà culturale. 

Si pensi che al momento dell'Unificazione certe 
statistiche, forse generose, davano un 50% di popola- 
zione analfabeta in Padania, per giungere fino ad un 
90% in Sardegna. Ancora oggi certe realtà scolastiche 
nelle regioni meridionali destano enormi perplessità. . . 
da quelle parti è purtroppo diffusa, nota e invalsa opi- 
nione che "si diventa uomini sulla strada, non a scuo- 
la", con le conseguenze di descolarizzazione che tutti 
conosciamo. 



Quando accaddero questi eventi tutti naturalmen- 
te conoscevano la dura e quasi impossibile realtà so- 
ciale, economica e politica che la forzata unità d'ItaHa 
aveva determinato. 

Vi furono alcuni che credettero di potere risolvere 
i problemi a colpi di cannone, fucilate e carcere duro, 
altri che credettero diversamente. Come si vede le co- 
se non sono poi molto cambiate. 

Alcuni altri credettero in un mito romantico, una 
panacea magica e affascinante, un evento mistico che 
subito avrebbe risolto tutti i problemi, uniformato tut- 
te le distinzioni, armonizzato tutte le anteposizioni: 
questo mito fu quello dell'unità d'Italia. 

Ma, come tanno rilevare importanti storici, la na- 
tura non fa salti e anche questo, come molti miti si ri- 
velò pura immaginazione. Questo si può verificare nel- 
la letteratura. 

I grandi romanzi ottocenteschi sono tutti prece- 
denti l'unità d'Italia e par di capire dai commentatori 
che la nostra letteratura non abbia ottenuto, dopo 
quell'evento, le dimensioni che possano permetterci di 
paragonarla alla miglior dimensione internazionale. 

Del resto c'è al riguardo un punto di riferimento: 
l'acquisizione di premi Nobel, talmente modesta che 
ci impone di guardare in faccia una dura verità: l'unità 
d'Italia, quella difficile da accettare, per non dire fero- 
ce, unità d'ItaHa, quanto meno non fece quei miracoli 
che alcuni si attendevano, anzi...! 



Società ed economie del nord e del sud 
d'Italia nell'Ottocento 



È ormai acquisito da tutti che la nazione che seguì 
a questi episodi fu costituita da un mosaico di popoli 
con lingue, culture, percorsi storici molto diversi. Sola 
comune connotazione: la religione cattolica. 

Ricordiamo ancora Massimo D'Azeglio, per la sua 
famosa affermazione: "Fatta l'Italia, bisogna ora fare 
gli italiani". Ci si provò. Ed in molti modi. 

Bisogna riconoscere alla monarchia sabauda una 
rilevante attenzione per l'omogeneizzazione e l'equili- 
brio fra le varie etnie che rappresentavano l'Italia del 
momento. Esemplare, ma solo per questo, Umberto I 
che proclamò principe di Napoli il neonato erede al 
trono e fu proprio in questa città che questo povero 
nano deforme, che sarà poi purtroppo Vittorio Ema- 
nuele III, effettuò la propria educazione, ad opera 
però di un severo istruttore milanese. 

Non a caso si spostò la capitale, prima da Torino a 
Firenze (1866) e poi da Firenze a Roma (1870) e non 
fu cosa da poco. 

I tumulti torinesi avversi a questa operazione cau- 
sarono morti e feriti, ma il baricentro politico e socia- 
le del paese, giustamente, si spostò. 

Di rilievo fu l'impiego di ministri e politici di ogni 
parte d'Italia (Crispi, Orlando e tanti altri tra i meri- 



UH 



Roberto Sgarzi 



r. 







stampa a ricordo dei primi trafori delle Alpi. 



dionali), mentre invece le alte gerarchie dell'esercito 
rimasero saldamente in mani piemontesi, o settentrio- 
nali, tino all'ultimo (Badoglio), con un'importante 
breve e non casuale eccezione per Diaz, in piena Ca- 
poretto. 



A) L'Ottocento: società ed economie al nord 

Lo sviluppo economico, con particolare riferimen- 
to a quello industriale, rimase però, fino al 1946, una 
caratteristica della sola VaOe Padana, anzi di una par- 
te di essa: il cosiddetto triangolo industriale con verti- 
ci Milano, Torino e Genova e con Marghera (nel No- 
vecento) come estrapolazione. 

Interessante il riterimento al 1870. Al momento 
dell'unificazione inlatti la sola Valle Padana produce- 
\a un Prodotto Interno Lordo pari ai óuc terzi di quel- 
lo dell'intera penisola. 

In effetti l'intero apparato produttivo ed economi- 
co fu sempre pesantemente modesto in tutto il Meri- 
tlione d'Italia e legato al solo aspetto agricolo. 

lAinalisi di questo argomento è rimandata alle pa- 
gine seguenti. 



B) L'Ottocento: società ed economie al centro 

Anche di Roma, dopo il 1860-1861 (il centro Ita- 
lia pontificio è ormai confinato al Lazio), si parlerà 
più diffusamente nelle pagine seguenti, si segnala co- 



munque un gustoso aspetto di quella cultura e quella 
società. 

Interessante infatti, a questo riguardo, un riferi- 
mento storico che riguarda lo Stato della Chiesa. Papa 
Gregorio (vulgo "Gregoriaccio") rifiutò sempre la 
strada ferrata che considerò "opera del diavolo", ma 
nel '58 papa Pio IX, si rese conto che la grande super- 
ficie che ricopriva lo Stato della Chiesa doveva essere 
ormai valorizzata da qualche ferrovia. 

Fece quindi elaborare in Inghilterra un modello di 
locomotiva perfettamente funzionante e lo inviò, per 
la costruzione delle macchine autentiche, nell'unica 
città dei suoi domini che, per dimensione tecnico- 
scientifica, fu reputata in grado di produrre tali con- 
gegni: Bologna, città ai contini di quell'impero e ben al 
di qua dell'Appennino. 

Il modello è ancora lì nel Museo dell'Istituto di Fi- 
sica dell'Università di Bologna e non fu mai utilizzato, 
in quanto l'unione del 1859 cambiò tutti i piani. 

Ma perché mai, per produrre queste macchine, bi- 
sognava spingersi tanto lontano da Roma? Perché mai 
il Centro-meridione d'Italia non aveva capacità pro- 
duttiva? 

La risposta è che queste macchine erano l'esplica- 
zione materializzata di un mondo illuministico borghe- 
se e liberale, come quello dell'Europa centro-setten- 
trionale, che appunto si arrestava al confine toscano. 



1867: Mnnterotondo e Metìtatia 

Nel 1867 Roma è l'obiettivo dell'ennesima spedi- 
zione garibaldina di stampo mazziniano e cioè impeto 
molto romantico a tronte di un'inesistente preparazio- 
ne organizzati\'a. 

Garibaldi, deluso dal comportamento del governo 
centrale, liberato a furor di popolo dalla prigionia do- 
po gli episodi dell'Aspromonte, mise in atto un nuovo 
intervento su Roma. 

Questo aveva tre componenti: la prima consisteva 
in una spontanea insurrezione nella capitale; la secon- 
da l'intervento, direttamente nella città, di settantaset- 
te volontari che comandati dai tratelli Enrico e CtÌo- 
vanni C^airoli, usando due barconi armati, si fecero sci- 
volare lungo il Tevere; il terzo, intine, in un grosso cor- 
po di spedizione (4652 volontari) che, da Passo Core- 
se, al diretto comando di Garibaldi, entrò direttamen- 
te nel Lazio pontificio. 

La chiave della questione era l'insurrezione di Ro- 
ma, promessa dai patrioti romani: ma non ci fu. 

Per l'ennesima volta la "scintilla" non a\'eva acce- 
so la "fiamma patriottica". 

Garibaldi si rese subito conto della situazione e, 
memore speranzoso dei trascorsi della Repubblica ro- 
mana, attese preoccupato l'insurrezione popolare del- 
l'Urbe. 

Venti anni non erano trascorsi iiu'ano e Roma ave- 



L' haliti e le Tre luilw 



149 



va ormai capito dove spirava il vento... non c'era che 
d'attenderlo e così fece. Nessun romano si mosse in 
aiuto di Garibaldi. 

Fu così che i settantasei eroi sui barconi furono co- 
stretti ad arrestarsi a Villa Glori, alle porte della Città, 
e là, dopo una lotta furibonda in quel parco, furono so- 
praffatti da preponderanti forze francesi e pontificie. 

Fu così che il principale corpo di spedizione gari- 
baldino, dopo una prima vittoria sui pontifici a Mon- 
terotondo, si assottigliò pericolosamente per le defe- 
zioni, e si arrestò anch'esso alle porte dell'Urbe. 

Non arrivarono quindi i patrioti romani, si fece 
avanti invece il corpo di spedizione francese comanda- 
to dal generale De Polhès, incrementato da 5000 mer- 
cenari pontifici (in tutto ben 11.000 uomini), che af- 
frontò Garibaldi a Mentana il 3 novembre 1867. 

I patrioti italiani fecero un miracolo e inizialmente 
riuscirono a battere i pontifici del generale Kanzler, 
ma poi intervennero i francesi. 

Quei transalpini avevano nuove armi con un po- 
tenziale di fuoco dieci volte superiore alle precedenti: 
erano i fucili "Chassepot". Come dirà cinicamente De 
Polhès, quei "Chassepot hanno fatto meraviglie". 

Più che una battaglia fu un massacro di poveri ro- 
mantici ragazzi che, come Garibaldi, consideravano il 
fucile pili che un'arma da fuoco, "il manico della baio- 
netta". 

I vecchi tempi erano veramente finiti, si affacciava 
la guerra tecnologica e per le "scintille mazziniane" ve- 
ramente non c'era piìi posto. 

Fu un disastro. Garibaldi fu di nuovo arrestato e i 
movimenti popolari erano finiti. 

Un risvolto politico rilevante: dell'insuccesso si in- 
colpò fondamentalmente Roma e la sua gente, per non 
essere intervenute nella battaglia. 

Fu da quel momento che Garibaldi in prima per- 
sona e il movimento politico che a lui, in qualche mo- 
do, faceva capo, dimostrò sfiducia, se non disprezzo, 
per Roma e questo purtroppo pesò molto nella forma- 
zione delle coscienze e delle opinioni degli italiani e 
nei futuri rapporti fra Roma capitale e il resto della na- 
zione. 

Anni dopo, a conquista ormai av\'enuta, ai roma- 
ni che lo acclamavano in modo forse eccessivo, Gari- 
baldi dirà glacialmente: "Romani, siate seri". E nul- 
l'altro. 

Ma di questo si dirà. 



C) L'Ottocento: società ed economie al sud 

E opinione assai diffusa fra le genti del Meridione 
d'Italia che le condizioni socio-economiche di vaste 
zone di questa regione, spesso assai insoddisfacenti, 
siano ancora oggi da imputare aUa lontana conquista 
militare di un allora florido ed evoluto paese da parte 
degli italo-piemontesi. 



Quesito interessante e serio che, con troppa faci- 
lità, vede risposte duramente contrapposte in funzione 
della... origine geografica di coloro che analizzano 
l'argomento. Del resto rispondere non è cosa agevole, 
ma anche se la storia non è fatta di. . . se, è però irresi- 
stibilmente affascinante cercare di verificare eventuali 
ipotesi. 

Innanzi tutto la sconfitta dell'esercito "di France- 
schieUo". Perché mai un forte esercito di ben 97.000 
uomini, con una grande flotta, strutturato e organizza- 
to, fu sconfitto da mille volontari quasi disarmati? 

Ed in cosa consisteva questo esercito? 

Ancora oggi non è facile rispondere per via di fon- 
ti spesso in duro disaccordo. Lodi sperticate da un la- 
to, opposte ad una storiografia ufficiale e scolastica 
che nei lustri, con quel "di FranceschieUo", connota 
valutazioni taglienti e sprezzanti. 

Credo che in realtà le considerazioni su quell'eser- 
cito non possano essere che negative, perché se è vero 
che i soldati napoletani incorporati nell'esercito napo- 
leonico diedero ottima prova come valorosi combat- 
tenti in Europa e in Russia, quando essi, come entità 
armata autonoma, furono opposti alle forze austriache 
o francesi furono sempre duramente battuti, oppure 
addirittura si dissolsero senza neppure combattere. 

Quell'esercito fu battuto anche dai poveri difenso- 
ri della Repubblica romana, già aggredita dalle poten- 
ti forze francesi. E non si può certo affermare, come fa 
Bertoletti, che il già citato episodio di Velletri, quando 
molte migliaia di soldati napoletani si ritirarono di 
fronte a pochi, ma decisi, garibaldini possa essere in 
realtà considerato una vittoria. Questo perché, secon- 
do quell'autore meridionalista, i napoletani coscienti 
della loro evidente superiorità e per non dispiacere ai 
francesi anelanti ad una vittoria da non spartire con al- 
cuno, avrebbero compiuto non una fuga, ma una "riti- 
rata strategica". 

Tesi assurda: in realtà il campo di battaglia rimase 
ai garibaldini e i napoletani si ritirarono. Per la storia è 
questo e solo questo che conta, non le chiacchiere. 

La verità è che, non casualmente, buona parte dei 
quadri direttivi dell'esercito napoletano, in quel 1860, 
erano collusi col... nemico italiano, nella volontà di 
non "perdere il posto" a causa di una sconfitta, che da 
quella gente era considerata molto probabile. 

Quando re "FranceschieUo", un povero ragazzot- 
to inadeguato da ogni punto di vista, accingendosi, 
perché battuto, ad abbandonare il regno si imbarcò sul 
"Messaggero", il 6 settembre 1860, segnalò alle altri 
navi della flotta in rada a Napoli di seguirlo alla volta 
di Gaeta. 

Solo il "Partenope", comandato da Alberto Pesca 
obbedì a quell'ordine, viceversa tutti gli altri numero- 
si vascelli furono portati, ordinatamente, dai loro co- 
mandanti ad unirsi alle "nemiche" unità italo-piemon- 
tesi di Persano, che già incrociavano al largo in minac- 
ciosa attesa. 



1^0 



Roberto Sgani 



Si racconta di molti semplici marinai che, renden- 
dosi conto del tradimento, si buttarono a nuoto pur di 
raggiungere il loro re. 

Così come sono citati casi a Palermo, a Capua, a 
Napoli, ove soldati della bassa truppa, ma di alta di- 
gnità, si ribeOarono ai loro comandanti in fuga di Fron- 
te ai garibaldini. 

Citando questi fatti non si può non evidenziare 
una dura analogia con i fatti del 1943, a fronte di 
un'immanente "meridionalizzazione" del paese e sem- 
bra quasi di percepire l'anima nefasta del "re Lazzaro- 
ne" spingersi dal Vesuvio su tutta la penisola. 

Quell'esercito fu battuto perché furono battuti il 
mondo e la cultura che esso rappresentav'a e cioè quel- 
la feudale pre-borghese, e questo ad opera di forze, in- 
vece, in pieno mondo borghese e industriale. Fu il 
nuovo che soverchiava il vecchio. 

Quanto quel mondo fosse vecchio e quanto questo 
fosse nuo\'o può forse essere evidenziato in uno dei 
tanti loro aspetti e cioè l'organizzazione delle campa- 
gne della penisola, così come è illustrata da Guida alla 
storia di Giardina, Sabbatucci e Vidotto. 



Il 1860. Conclusioni 



Nel nord l'agricoltura era fatto di imprenditoria 
capitalistica; ambito cioè ove l'agricoltore-imprendito- 
re organizzava in modo razionale, in funzione cfel red- 
dito e con grande impegno personale, i propri "casci- 
nali" (fattorie), piiì o meno integrati fra di loro. 

In queste strutture si collegava l'agricoltura all'al- 
levamento del bestiame e altresì alla trasformazione in 
loco dei prodotti relativi (formaggi, filati, cereali, car- 
ni, ecc.). Il personale di queste aziende era abitual- 
mente salariato, cioè libero, non legato alla "cascina" 
se non per limiti temporali ben definiti. La produtti- 
vità era ottima e la tecnologia usata elevatissima. 

Nel centro (Toscana, Umbria, Marche) dominava 
la "mezzadria". Ivi le colture cerealicole si mescolava- 
no a quelle arboree (olivo, viti) e ciascun podere (spes- 
so si trattava di entità piccole, non integrate con le al- 
tre) produceva il necessario per il mantenimento della 
famiglia presente sul fondo e per il pagamento del ca- 
none dovuto al proprietario ilei fondo (di solito metà 
della produzione). 

Questo sistema non permetteva torti investimenti 
di capitale e conseguenti evoluzioni tecnologiche, ma 
consentì una buona e armonica "pace sociale", che an- 
cora oggi traspare nell'elevata civiltà di quei luoghi e di 
quelle popolazioni. 

Nel Meridione e nell'Agro romano imperava il "la- 
tifondo" e cioè gigantesche proprietà di nobili con una 
chiara organizzazione feudale. Le popolazioni non ar 
divano vivere sul "londo" per timore ilei banilitismo e 



si concentravano in città e paesi ben protetti, da dove 
si spostavano quotidianamente con lunghi e faticosi 
trasferimenti per accudire ai campi. 

L'antico ordinamento feudale risultava evidente 
anche nei contratti agrari di quei tempi in quei luoghi, 
ove emergeva l'asservimento personale del contadino- 
lavoratore nei confronti del nobile-latifondista. 

L'impegno del proprietario nei confronti della ge- 
stione del fondo era inesistente. Il disprezzo del "ba- 
rone" per il lavoro tisico o intellettuale che fosse, era 
completo ed era ancora imperante il modello cultura- 
le dell'antico hidalgo spagnolo. Il motto, "otium non 
negotium", di quella gente era presente nel comporta- 
mento concreto, quotidiano, del "nobile-latifondista" 
meridionale. 

Il suo tempo lo passava oziando, oppure andando 
a caccia, oppure ancora prevaricando i pochi diritti dei 
suoi contadini, che neppure conosceva personalmente 
in quanto la separazione fra nobili e "malacarne" do- 
veva essere totale. 

Frequenti i "voli di rondini" e cioè colossali perdi- 
te al gioco fra i nobili che determinavano i passaggi di 
enormi proprietà terriere, anche in una sola notte. 

Era una piccola corte che costituiva la struttura ge- 
stionale del feudo e che costruiva il minimo di opero- 
sità presente in quelle strutture; erano i fattori, i guar- 
daspalle, i guardiacaccia, gli abati, i vari gradi di servi 
sottomessi con la violenza ed era con la stessa violenza 
che i cortigiani tenevano impastato in qualche modo 
un mondo, ormai decrepito ove imperavano la corru- 
zione, un assoluto privilegio, l'assenza di ogni diritto 
civile e l'odio reciproco fra gli individui che lo costi- 
tui\'ano. 



La "insostenibile tesi audace" 

E questo il mondo che si oppose, nel 1860 al mon- 
do borghese, con tutte le sue immense imperfezioni, 
ma ove ormai r"uomo nuovo" uscito dall'illuminismo 
imperava con tutto un coroUario di organizzazioni so- 
ciali che stavano ormai sbocciando. Questo mondo 
giunse addirittura alle sue espressioni piiì radicali, co- 
me il coimtiiisiìio di Marx e Engels enunciato nel Ma- 
nifesto del 18-4S. 

In questo scenario storico culturale, l'opera attuale 
di alcuni storici meriilionalisti, di riproposizione di 
quell'ottocentesco mondo borbonico-feudale come una 
specie di favolosa "età dell'oro" per quelle regioni ove 
tanto, se non tutto, era cultura, umanità, benessere ma- 
teriale, fondata speranza nel futuro e felicità umana... 
sembra veramente una improponibile "tesi audace". 

Si usa dire che in \erità il regno borbonico prima 
dell'unione avesse grandi industrie operative e grandi 
potenzialità industriali, poi tarpale lialla concorrenza 
delle merci settentrionali e dalla politica penalizzante 
operata dai piemontesi \incitoii. Di questo si dirà. 



Lllalia e le Tre ìliilic 



151 



A convalidare quell'affermazione si usa portare 
l'esempio della ferrovia Napoli-Portici (1838), che in 
effetti fu la prima ad essere realizzata nella penisola. 
Non è così. 

Questa ferrovia non aveva infatti il significato di 
autentica funzione di collegamento integrativo e ope- 
rativo, di un apparato produttivo che non esisteva. 
Questo sarà il vero significato di una vasta rete che co- 
prirà, di lì a poco (1840), il nord Italia e, subito dopo, 
la Toscana. 

La Napoli Portici non fu una ferro\'ia vera, ma un 
giocattolo destinato all'augusto posteriore dell'augu- 
sto sovrano partenopeo al fine di percorrere, in modo 
più divertito e confortevole, quei 10 km che separava- 
no la reggia del Borbone da una sua villa di delizie, che 
appunto era a Portici. L'augusto "giocattolo" era tutto 
made in Englaiid. Il treno "Bayard" (treni e locomoti- 
ve avevano allora nomi fantasiosi e fantastici) fu co- 
struito a Newcastle. 

Ad ogni buon conto, al fine di verificare la reale dif- 
ferenza fra le due economie e se veramente l'unità d'I- 
talia abbia tarpato le ali ad im'importante industria me- 
tallurgica napoletana, è di qualche importanza ricorda- 
re le dimensioni delle ferro\'ie del centro-nord Italia al 
1859, un anno prima della spedizione dei Mille. 

Granducato di Toscana, 322 km 
Regno di Piemonte, 835 km 
Regno Lombardo-Veneto, 656 km 

Nel 1853 sorge, a Genova Sampierdarena, l'Ansal- 
do grande industria metalmeccanica che si identifica 
nei progetti di sviluppo di Cavour. Produrrà ogni gran- 
de cosa metallica, navi, armi, industrie, motori, e poi 
anche auto, cannoni e aerei, ma in quel 1853 saranno i 
treni a rappresentare il suo prodotto principale. 

E appunto all'Ansaldo si risolverà la annosa di- 
pendenza della penisola nei confronti delle locomoti- 
ve e delle attrezzature relative, perché appunto da qui 
usciranno le due prime macchine a vapore di proget- 
to, realizzazione e costruzione totalmente autonome. 
Si chiameranno "Alessandria" e "Sampierdarena" e 
saranno immediatamente seguite da una produzione 
impressionante, per qualità e quantità. 

Ritornando ai Borboni, essi realizzarono in realtà, 
in un momento successivo, anche un impianto indu- 
striale di buone proporzioni che avrebbe dovuto co- 
struire gli impianti ferroviari necessari al regno e oltre 
a questo ridiedero fiato all'industria di manufatti tes- 
sili che, come si è detto, era stata inaugurata nel 1812 
dallo svizzero Zuegg, ma entrambe queste industrie 
napoletane avevano, già in origine e del resto era ine- 
vitabile, due vizi che poi si vedranno in molte indu- 
strie italiane, anche odierne: protezionismo e la sov- 
venzione da parte dello stato. 

Questo implicò la loro non efficienza e la loro in- 




/^UJ 




1868 


■ "^ 


$v 


-<. 


n 


~^>^ 




'KJ^ 


-o-^ 




'v^ 


(^ — i 





Lo sviluppo della rete ferroviaria in Italia. 



152 



Roberto Sgarzi 



capacità di sostenere, dopo l'unità, la concorrenza da 
parte delle industrie lombarde e piemontesi che già 
avevano caratteristiche e capacità operati\'e ben supe- 
riori. 

Per le poche e minute industrie meridionali iu la 
fine. 

La ricchezza di quei territori. Sarebbe bello, ma ri- 
sulta difficile, potere credere a Francesco Saverio Nit- 
ti (politico meridionalista, poi primo ministro) e altri, 
quando affermano che nel 1860 la massa monetaria 
circolante nel Regno delle Due Sicilie era pari a più del 
doppio di quella circolante in tutto il resto cTItalia. 

Sarebbe bello, ma purtroppo contraddice feroce- 
mente con altri parametri assai più credibili, perché 
coerenti con caratteristiche politico-sociali, che indica- 
no viceversa la Valle Padana come depositaria in que- 
gli anni dei due terzi dell'intera produzione agricola e 
industriale della nazione. 

La citata rete ferroviaria di centro, sud e nord è al 
riguardo un illuminante termine di paragone. 

Quindi iJ Meridione d'Italia non era un "faro di 
benessere economico e sociale" come qualcuno oggi 
afferma, bensì un povero paese, affetto da un mare di 
arretratezze e problemi, ma è anche vero che proprio 
quando, forse, qualche spiraglio di luce si cominciava 
a vedere per quei nostri fratelli, esso fu aggredito mili- 
tarmente e brutalmente da un Settentrione d'Italia vio- 
lento e arrogante, senza neppure una dichiarazione di 
guerra, e questa terribile, lunghissima violenza peg- 
giorò enormemente, rendendole insopportabili, le già 
dure condizioni di vita dei meridionali, spegnendone 
le tenui speranze che appena si accendevano. 

Dopo il disastro culturale e quello militare segui- 
rono, fatalmente, quello economico e sociale al quale 
accenno brevemente. 

Dopo l'annessione dell'Italia meridionale al Pie- 
monte, i "padani" sentirono l'unità in ogni ambito e 
anche in quello del... patrimonio. Non essendovi più 
un Tesoro napoletano, con molta semplicità furono 
svuotate le casse e i fondi del Regno delle Due Sicilie, 
facendo sentire a quei cittadini la condizione di colo- 
nia o di terra di conquista. 

In una lettera di Liborio Romano (personaggio 
quanto mai discusso!) a Cavour, si denunciava il pre- 
lievo, ad opera del governo centrale, di ben 80.000.000 
(ottanta milioni!) di lire oro e cioè una somma colos- 
sale, visto poi il reinvestimento nel Meridione sarà di 
solo 390.625,07 lire in opere pubbliche. 

Di dieci milioni promessi alla Tesoreria di Napoli 
non si ville l'ombra (tla Bertoletti, p. 274). 

Si cominciava male e si proseguì peggio, perché le 
casse "padane" erano duramente stremate da dodici 
anni di guerre in Italia e Crimea e si buttarono sulle 
magre risorse meridionali in modo famelico. 

Né bisogna (.linienticarc l'enorme costo ilei niantc- 



• :L Vi 

LA Su«.!t 



La celebre piazzetta di Capri (1999), Anche ad essa non è stata ri- 
sparmiata una delle molte "targhe votive" in marmo dedicate, nel- 
l'ex Regno di Napoli, alle "loro maestà" sabaude. 



nimento del grande esercito di conquista di Cialdini e 
del folto gruppo di mercenari locali al suo seguito. 

Sempre secondo le affermazioni di Bertoletti, nel 
1861 il Piemonte aveva un debito pubblico di 
63.800.000 lire, ma di questi ben 32.800.000 furono 
caricati suUe spalle di un regno meridionale invaso, 
conquistato, con commerci, industrie e agricoltura in 
malora: certamente l'unità d'Italia non si presentava 
per quelle regioni nel più favorevole dei modi. 

La risoluzione fu, per certi aspetti, facile: l'aliena- 
zione dei beni ecclesiastici. 

Secondo uno stile napoleonico, l'enorme patrimo- 
nio immobiliare (o almeno la più gran parte) che co- 
stituiva il potere della Chiesa cattolica fu venduto. 

Come sempre questo avvenne a favore (i prezzi 
erano molto inferiori al reale valore di mercato) di no- 
bili latifondisti, o dei primi borghesi emergenti di 
quelle regioni. 

Nulla di grave o di nuovo, se non il fatto che tutto 
il ricavato fu, anch'esso, trasferito alle "padane" casse 
del nord. Secondo Nitti e altri il drenaggio di danaro 
dal sud al nord si prolungò per decenni e non è cosa di 
poco conto il fatto che quegli acquisti av\'ennero spes- 
so tramite danaro prestato dal governo centrale al ri- 
dicolo tasso del 6"^) di interesse. 

Questo tatto si tradusse in un ulteriore peggiora- 
mento del tenore di vita delle masse rurali, in quanto 
erano proprio i religiosi coloro che consentivano a 
contadini e fittavoli le condizioni migliori, o quanto- 
meno di sopra\'\'ivenza. Il passaggio di quelle pro- 
prietà terriere a famelici borghesi e hidalgos fu la rovi- 
na e la disperazione per tanti coltivatori, alle quali si 
pote\'a ovviare in due soli modi, entrambi spaventosi: 
banditismo o emigrazione. 

La dinastia borbonica negli ultimi anni del regno 
di "re Bomba" (circa 1855) mise effettivamente in can- 
tiere (ma solo in cantiere) un notevole numero di pro- 
getti di opere pubbliche e infrastrutture che consenti- 
\ano di vedere uno spiraglio nell'arretratezza generale 



ì Atalia e le Tre Italie 



153 



(industrie metallurgiche e tessili, ferrovie, ponti, baci- 
ni di carenaggio in Calabria e ampliamento dei cantie- 
ri di Castellammare, strade rotabili ecc.). 

La quasi totalità di questi appalti fu assegnata a 
ditte francesi, ma naturalmente la presenza dopo il 
1860 delle forze e di conseguenza dell'industria italia- 
na, trasmetterà a queste ultime quel mercato. 

Al sud rimase quindi lo sfruttamento del compar- 
to agricolo, anche se in condizioni assai penalizzate 
sotto l'aspetto organizzativo e tecnologico, a volte pri- 
mordiali. La modestia della struttura era spesso, però, 
compensata dalla incredibile fertilità di certe piane co- 
me quelle napoletana, catanese e pugliese che avevano 
e hanno una produttività spontanea quantitativa e 
qualitativa eccezionale. 

Era certamente con questi prodotti che i Borboni 
contavano di pagare le commesse francesi alimentan- 
do le grandi città di quel paese che già dominava il Me- 
diterraneo. Ma questi prodotti interessavano meno 
una Padania, assai meno ricca ed evoluta della Francia, 
e autosufficiente sotto l'aspetto agroalimentare. 

Si è visto nelle pagine precedenti come fosse pro- 
prio la Francia la madrina involontaria della nazione 
italiana che ipotizzava però smembrata in alcuni pic- 
coli stati satellite. Proprio sull'Italia unita continuaro- 
no a rivolgersi gli appetiti della grande e potente indu- 
stria francese, che certo non aveva visto con simpatia 
la cancellazione delle commesse meridionali. 

Fu per questo che si giunse alla cosiddetta "guerra 
dei dazi" con la Francia (attorno al 1880), in quanto la 
neonata Italia abbandonò la linea di Cavour del più 
duro liberalismo, coprendo i propri prodotti indu- 
striali con alti dazi sui corrispettivi prodotti stranieri, 
in questo stimolata dalla linea politica internazionale 
di Crispi, quanto mai autoritaria e aggressiva. 

Fatalmente la ritorsione francese precluse ai pro- 
dotti agricoli meridionali i tradizionali mercati medi- 
terranei e francesi e fu un ulteriore disastro. 

Si salvò quindi l'industria del nord e la sua agri- 
coltura, molto meglio strutturata, ma questo a scapito 
dell'economia meridionale. 

Accenno alle conseguenze politiche di tutto ciò, 
che videro l'Italia abbandonare lo scomodo "abbrac- 
cio dei cugini francesi" e buttarsi in innaturali rappor- 
ti di alleanza con i nemici di sempre: gli austro-tede- 
schi, con i quali si stipulerà la Triplice Alleanza (1882). 

Ecco le condizioni per le quali la parte meridiona- 
le del paese, già divisa dal resto dell'Italia dalla sum- 
menzionata "lunga linea di sangue", precipitò in con- 
dizioni di umile provincia, con Napoli una grande ca- 
pitale, privata di status adeguato che le vide tolto non 
solo l'apparato produttivo, ma anche la ruling class, 
naturalmente trasferita a Firenze prima e Roma poi. 

I grandi, raffinati, palazzi patrizi di Via Toledo e 
Spaccanapoli divennero irrimediabilmente degradati 
condomini popolari. 



La quarta capitale europea divenne un caotico 
paesone mediterraneo. 

La pur difficile e improbabile, ma possibile, unio- 
ne fra due grandi culture e due grandi entità politico 
sociali, come il nord e il sud d'Italia, che avrebbe po- 
tuto, se attuata con cultura, civiltà e illuminato spirito 
liberale, produrre una grande nazione, si risolse quin- 
di nel disastro che è ancora sotto i nostri occhi. 

Il comportamento folle e omicida di un pugno di 
nobili e militari piemontesi tramutò il sogno in una tra- 
gedia, tarpando le ali a tutta la nazione. 

Da quel momento scemò la possibilità di sopravvi- 
venza per gli sventurati fratelli meridionali, persegui- 
tati da più parti: da un duro esercito invasore, sempre 
con i suoi lidi quanto sanguinari mercenari, e pari- 
menti vessati dai pur amati "briganti" (banditi, guerri- 
glieri, lealisti borbonici, liberali e quant'altro). Per 
quegli italiani, privati di tutti i diritti, del rispetto e del- 
la speranza, la via sarà solo una: l'emigrazione. 

E ciò è, per alcuni aspetti, vero ancora oggi. 

Saranno milioni di uomini, donne e bambini che, a 
partire da quegli anni, abbandoneranno le loro case, 
con dolori comprensibili. È da allora che interi paesi 
meridionali sono solo entità fatiscenti. 

Quei vapori che lasceranno il sud carichi di milio- 
ni di fratelli italiani, laceri e disperati, per essere poi fe- 
rocemente scaricati come pacchi sulle banchine di 
mezzo moneto, sono l'ultimo e più doloroso risultato 
di una certa unità d'Italia che si fatica non poco a de- 
finire "sacra". 

Certe antiche fotografie o, in epoca successiva, i 
primi filmati, ancora oggi stringono il cuore. 

Difficile dire quale aspetto, fra i tanti, tutti terribi- 
li, possa essere... il più terribile; difficile individuare 
quale, fra le tante offese portate da quegli italiani del 
nord a quei confratelli meridionali, possa ferire di più 
il senso del vero e sincero "amor patrio". 

Forse questo "primato" spetta ai titoli onorifici co- 
me il Ducato di Gaeta, che Vittorio Emanuele II con- 
ferì a Enrico Cialdini, il tormentatore del sud. Ma for- 
se ancora più colpiscono le tante lapidi e i tanti monu- 
menti votivi a quei re e quelle regine italiane che i po- 
veri fratelli meridionali, le più vere vittime di quei fi- 
guri, furono costretti ad erigere sulle loro piazze e sui 
muri dei loro municipi. 

Sì, forse proprio queste lapidi bugiarde, veri sber- 
leffi, imposti con la violenza, sono ciò che più indigna 
e rattrista ogni uomo, dotato di umanità e senso di giu- 
stizia, che passi da quelle parti. 



Una breve divagazione sulla struttura sociale 
dell'Italia nell'Ottocento 

La borghesia (da burg, etimo germanico che signi- 
fica "centro abitato") è fenomeno sociale che investe 



1.54 



Ruherlo Sgarzi 



solo e Linicamente, nel Medioevo, il mondo germanico 
mitteleuropeo cioè carolingio. 

Un antico pro\erbio germanico dice "l'aria della 
città rende liberi". 

L'Italia del nord è all'avanguardia in questa sco- 
perta dell'autodeterminazione delle collettività cittadi- 
ne, con la grande età dei Comuni (Firenze, Milano, 
Genova, Venezia, Siena, Verona ecc.). Ma scendendo 
lo sti\'ale, il fenomeno, già dopo Siena si affievolisce e 
scompare. 

La prima grande differenza culturale fra le Tre Ita- 
lie è evidentemente, molto antica. Nel Meridione d'I- 
talia l'assenza di riferimenti storici come quelli delle li- 
bertà comunali e viceversa la presenza di un feudale la- 
tifondismo spietato e sanguinario, che si perpetua e si 
trasforma nel fenomeno mafioso, rendono impossibile 
al cittadino, anche il piti volonteroso, ipotesi di auto- 
nomia artigianale o imprenditoriale e cioè borghese. 

In quelle regioni il tallone della malavita e dell'ar- 
roganza del potente soffocano ogni cosa e grandi po- 
tenzialità individuali si isteriliscono. Da qui la fuga 
emigratoria e da qui il fiorire, lontani dalla loro terra 
natia, di notevoli talenti di origine meridionale. 

Ci si deve pur chiedere il perché dello sviluppo di 
grandi attività nel Settentrione d'Italia, al quale corri- 
sponde una drammatica inedia in quel Meridione, che 
pure gode di posizione geografica invidiabile per que- 
sto suo essere ponte fra Europa e Mediterraneo! 

Guardando il passato, purtroppo ancora recente, 
di quelle popolazioni, bisogna riconoscere che una 
certa rozzezza in alcuni costumi, l'assenza di alcuni 
principi morali e di una vera educazione civica, nasce- 
vano da un pessimo esempio derivante dalle classi di- 
rigenti e dagli ecclesiastici. 

Difficile e doloroso per ogni italiano non vedere in 
certi costumi di oggi la sopravvivenza di alcune gravi 
connotazioni di ieri. 

Allo stesso papa Gregorio, cui prima si accennava, 
che domandava quali modi seguissero i suoi sudditi 
per sopravvivere, fu risposto: "Ognuno frega l'altro, 
Santità"! 

Quell'unificazione, militare e violenta di un'Italia 
che non la voleva, non poteva apportare equilibrio so- 
ciale e con esso libertà, giustizia, benessere e felicità 
umana. Né era certo questa l'ambizione di quei gover- 
nanti. 



Un'ulteriore breve divagazione: 
ma cos'è questa "Area padana"? 

Si suole dire che non esiste un comune denomina- 
tore culturale che caratterizza il nord Italia e che lo di- 
stingue dalle regioni limitrofe. È luogo comune oggi, 
da parte di certa stampa, affermare che le genti lom- 
barde sono altrettanto simili ai veneti di quanto posso- 
no esserlo ai siciliani. Penso che tali affermazioni pos- 
sano essere considerate in modo molto grave, soprat- 
tutto non vere. 

Nessuno piii dello scrivente sarebbe felice se ciò 
fosse vero, ma non lo è. 

In effetti una connotazione culturale comune i cit- 
tadini della cosiddetta Area padana, da altri definita 
Padania, l'hanno. 

Ed è il comune modo di opporsi ai problemi e di 
risolverli con fiducia e stima nelle proprie forze, l'ave- 
re fede nella vittoria della loro volontà, della loro ope- 
ra e delle loro capacità organizzative. E il piacere di la- 
vorare insieme con un fine comune. 

Non si può non ricordare che i terremoti che han- 
no afflitto il Settentrione d'Italia e quelli che hanno di- 
strutto alcune parti del Meridione hanno avuto esiti 
ben diversi. Tutto ricostruito quassù, ancora tutto de- 
molito laggiù. Il riferire questo fenomeno ad una pre- 
tesa scarsa propensione al lavoro da parte "dei meri- 
dionali", accusa che fa parte di un comportamento fre- 
quente da parte di alcuni settentrionali, è infame, per- 
ché bugiarda. L'Italia del nord, la cosiddetta "Area pa- 
dana", ha ormai un grande numero di cittadini prove- 
nienti dalle regioni meridionali che spesso offrono un 
ottimo esempio di qualità di vita e di opere. Fra di lo- 
ro molti sono proprio gli addetti all'edilizia, non a ca- 
so, dotati di grande professionalità. 

Questi nostri concittadini meridionali avrebbero 
ben voluto ricostruire le loro case e la loro terra: se 
non l'hanno fatto è semplicemente perché non è stato 
consentito loro di farlo. Non solo: essi sono stati deru- 
bati dei danari che lo stato italiano aveva stanziato per 
la ricostruzione dell'Irpinia, del Belice e quant'altro. 

Forse non tutti sanno che l'enorme somma stanzia- 
ta e realmente fuoriuscita dalle casse dello stato, fu pa- 
ri a circa un miliardo per ogni lamiglia disastrata, ma 
quei nostri fratelli, quei danari non li hanno mai visti. 

Tutti sappiamo dove sono liniti. 



1870-1900: trenfanni difficili 
per l'Italia neonata 



Quando il 20 settembre 1870 le truppe scelte ita- 
liane, i bersaglieri, si affacciarono oltre le mura di Ro- 
ma, sbaragliando i mercenari del papa (non a caso 
quasi tutti spagnoli), l'Italia era fatta. 

Era un'Italia che, così com'era, nasceva dall'ingiu- 



stizia, dalla prepotenza e da un mare di sangue, ma pur 
tuttavia era fatta. 

I trent'anni che seguirono dimostrarono tutta l'in- 
capacità di quella classe dirigente a go\'ernare un pae- 
se complesso e polimorfo come quello; e dimostraro- 
no anche che dalla violenza e dalla coercizione dilficil- 
mente gli uomini possono poi trarre umana felicità: tu 
un disastro. 

Monarca, notabili e proprietari terrieri, duramcn- 



L'Italiii e le Tre ìlalie 



135 




te rmìn ipoazzar: ' ;ìie i.£^ressrve di 

TotSo qtsesLO in pcesenza di orrir _. ; : r. .:.;: -_ j. 
misaii per k gnsn ~ - -e. 

}*Lì 1 Lèmp: t" - - —1 03 Europa le 

plebi ridiiede' _ . . ni di ^ka. civiE e uQtaoe. 

Lo scoolto ìxa classe airigenre. ts\>ce- ambiziosa e 
cn :—:--; • — :— — - 7 - :-; - — ;— :-^ e disperjri. 
c^ - ' - - - -, - paese re" _: : 

Eaaesne. piò che: cM cocsenso dei sooi rTrtartrmi dai tn- 
dE e j - - - : ~ 

"" ::---; : :..\:. m realtà, 



1866: Custoza e Lissa 



tr_;_._c- _ 
LT 



ro teme, par dt ssramii^- 



rraal- 



reffi- 



geranza" m a. questi nostri "aquilotti' vicdevano ancbe 
li ; r: Tre k Venezie e soprattutto Io status di 
rrn' , r : rr_za intemazioiiale. 

.■\ndò male; due battaglie e due sccMifìtte, Custoza 
e Liisa. ' Jo come si perse è incredibile perché 

dimiostrc . _i_>-ciraatezza alludiiante di uno stato mag- 
giore ridicolo e. come vedremo. vHc 

E interessante al riguardo lifetirsi al contenuto od. 
libr: : - - - rì-_ ir^ --.':• "-erto Pollio. 

:..r;_-. . ._ ^,^_ :r ^r__ I-r . -no dal 190S 

al 1914. 

A Custoza ( a sud di \ eresiai gli iTMli^ni erano assai 
superiori in uo mfni e mezzi 1 esercirò italiano: 220.000 
uomi ni . 37.000 caval li 456 cannoni; esercito austriaco 
dd sud 115.000 efiemvL 15.000 cavalli. 192 cannoni 1. 
e invece a presentarono allo scontro con - ' " "^ izza 
esercito. Di questo mezzo esercirò il gener^ - nso 

La Marmora. s proprio il massacratore di Genova ( era 
il rrateEo di .-Alessandro, il tondatore del corpo dei 
Bersaglieri I addiricttira impegnò in battaglia solo una 
piccola parte; comie un pugile che si presenta con inm 

_ -.: "inde re?" — ----- -^^^ su Enrico Ciaì- 

.i-i- 5- rr:prioupe ,, sud > il quale essen- 

do al oomaDdo defl'esercito italiano posizionato al sud 



Roòerto Sgsr: 




Battaglia navale di I issa fra italiani e austrìaci. L'affondamento della 'Re d'Italia*. 



del Po non potè, o non volle (le ri\-alità con La Mar- 
mora erano grandi), anraversare il fiume per congiun- 
gere le terze italiane contro gli austriaci. E questo a di- 
spetto di numerose richieste di aiuto di La Marmora e 
Vìnorio Emanuele. 

Insomma il "prode generale', non più nella como- 
da posizione di hidlatore di contadini meridionali, 
bensì trovatosi di fronte ad un regolare e fone eserci- 
to, trovò più prudente e comodo non entrare in batta- 
glia, e rifugiarsi nei campi trincerati di Modena e Bo- 
logna. 

Ecco chi erano certi "conquistatori". Il danno di 



questi indi\idui fu enorme, perché oltre a lutto, tolse 
alla nazione la possibilità di \inoria che ci avTebbe 
portati dritti a Trento e Trieste e\itandoci. forse, il 
massacro del '15-18. 

Nella pianura veneta, in quel 24 giugno 1866, i sol- 
dati italiani furono eroici e coraggiosissimi, inflissero 
al nemico perdite superiori del doppio n^ con£nMiti 
delle proprie e la sera, all'interruzione di una battaglia 
difficile e incerta, ma che li vede\'a in condizioni di 
vantaggio, erano saldamente sulle loro posizioni, infat- 
ti le perdite italiane risultarono essere di 717 morti e 
2564 feriti, contro b, ' " 5983 feriti au- 
striaci 'da A. Pollio, < . ,_ . 




^> 



U gener^e Alfonso La Marmora. 



^aie ad una chiara vinoiia al ri- 
- -j ,.c. ~ -^ v.^ax-ido. viceversa, il suddeno terro- 
.2r>o di Stato Nlaggiore 1 peraltro molto anzia- 
(anzi... scappò) a G :e. 

'i nervi, si ir. 
:eralmente in ,^ 
diore di fuggire di bonie al nemico. Fu qu :i- 

rata, in qualdie caso fuga precipitosa, 
sui combattenti fadlmente immaginab 

Gli austriaci seppero di a\'ere... \- i 

td^rammi italiani che parlavano di ~: 
- -- - " - '-.idamatti! 

. .1 Marmora non fu né fudlato^ 
nìto. né richiamato, né esonerato per ques: 

nio. \icv i:a:o 

_.___.. :e dal re .. .- ' 

Riporto le testua. 
questo episodio: "che un ulv ùì un 



'.:tbaeleTKÌÈdie 



esercito lo abbandoni nel momento in cui è più necessa- 
ria che mai una direzione, nel momento in cui le cose 
erano pressoché ristabilite su tutta la fronte (il valoroso 
generale Covone aveva ripreso Custoza e ristabilito l'e- 
quilibrio della battaglia) è cosa pressoché inesplicabile. 

Che poi lasci l'esercito senza rimettere a nessuno il 
comando, anzi senza lasciare disposizioni di sorta è in- 
comprensibile, mentre il generale Pianell dava, di sua 
iniziativa, ordini bene adatti alla circostanza''. 

Le sorti della battaglia erano state riequilibrate 
portandoci in grande vantaggio, da un "terrone" assai 
perseguitato dalla "nomenclatura" piemontese: il Ge- 
nerale conte Pianell, già ministro della guerra nel go- 
verno napoletano, poi generale subalterno nell'eserci- 
to unitario. 

Quell'uomo di fronte allo stacelo dell'armata, al- 
l'assenza di ordini di La Marmora in fuga e al cospet- 
to del disastro, ebbe il coraggio di contravvenire agli 
ordini rice\aiti, prese in mano la situazione, fece pren- 
dere nuove posizioni e slancio agli italiani. Quell'eroe, 
di fatto, vinse quella battaglia e solo l'ulteriore già ci- 
tata, follia della notte seguente lo scontro ci tolse la 
pienezza della vittoria. 

Custoza non fu solo una sconfitta militare, ma 
molto di pili in quanto dimostrò che l'esercito unitario 
si batteva molto peggio degli eserciti preunitari perché 
non riusciva ad armonizzare e integrare le molte entità 
regionali. Insomma i molti pezzi di cui era costituito il 
nostro erigendo paese, erano un puzzle di cui incapa- 
ci giocatori non trovavano disgraziatamente gli inca- 
stri. 

La giovane e fresca Italia ebbe da questo episodio 
e. da quello di Lissa, sul quale si sorvola per carità di 
patria, ma i cui contorni appaiono assai simili a quelli 
illustrati a proposito di Custoza, una frustrazione e 
uno scoramento gravissimi che permasero per lustri. 

Naturalmente le mutazioni di governi e uomini re- 
sponsabili non cambiarono una pesante realtà delle 
cose che aveva profonde radici politiche. Ciò, soprat- 
tutto, in conseguenza di una forma di stato gravemen- 
te accentrata, autoritaria, in contrasto con la qualità 
storica e culturale della neonata nazione. 

Risulta sorprendente, ma acuta, l'analisi e la difesa 
che Sergio Romano fa a difesa della condotta di questa 
guerra, per cui si rimanda al suo Storia d'Italia dal Ri- 
sorgimento ai giorni nostri (p. 90): "Il successo nono- 
stante gli scacchi". 

Per evidenziare ancora meglio tutto ciò, è oppor- 
tuno accennare ad alcuni ulteriori fenomeni che carat- 
terizzarono questo periodo storico: 

- l'insorgere immediato in Lombardia di organiz- 
zati movimenti di dissenso (provenienti, e questo è im- 
portante, da tutti gli strati sociali dalla regione). 

- lo scandalo della Banca Romana. 

- la fame degli italiani e l'aN-xentura coloniale. 



Il Lombardo-Veneto si ribella 

Mai la semplice violenza o la propaganda hanno 
portato civile omogeneizzazione e convivenza delle 
genti. L'Italia rimase quindi profondamente diversa 
nelle sue tre componenti di sempre: il nord, il centro e 
il sud. Ciò che era realtà culturale ed economica diven- 
ne anche, come naturale conseguenza, fatto politico. 

Verifichiamolo. 

L'industria avanzava prepotentemente e nacquero 
i grandi complessi: Ansaldo 1853, Pirelli 1880, Monte- 
catini 1888, Fiat 1899, ma si tralasciarono le teorie 
economiche liberiste che con Cavour avevano legato il 
Piemonte all'Europa. Quel comparto produttivo infat- 
ti trovava difficile un raffronto tecnologico e commer- 
ciale con gli altri stati europei e considerò più facile e 
remunerativo indirizzare i propri prodotti verso le am- 
pie e recettive zone del Meridione d'Italia. 

La stessa agricoltura stava diventando industria, 
con un'irrigazione ottimale, una meccanizzazione inte- 
ressante e con strutture, le cascine, che erano veri, 
complessi, impianti di trasformazione del prodotto 
agricolo. 

Nascono i grandi quotidiani e cioè il «Corriere del- 
la Sera» (1876), «Il Resto del Carlino» (1885), il «Se- 
colo XIX» (1885), r«Avanti» ( 1896), la «Stampa», con 
tirature in crescendo rilevante («Il Secolo»: da 40.000 
a 160.000 copie in trent'anni), r«Avanti» 400.000 co- 
pie nel 1914. Questo sta ad indicare un grande fer- 
mento culturale con alta curiosità di conoscenza e alta 
volontà di apprendimento, questi giornali infatti sono 
in realtà aziende editoriali molto complesse. Il «Cor- 
riere» pubblica, oltre U quotidiano, i settimanali «La 
domenica del Corriere» e il «Corriere dei Piccoli» e i 
servizi sono di alta qualità soprattutto dall'estero, ove 
seguono le grandi av\-enture e le esplorazioni italiane. 

L'entusiasmo con cui questi reportages sono segui- 
ti è sintomo di alta volontà di sviluppo e di affranca- 
mento dalla mediocrità e dalle frustrazioni del periodo 
Crispino. 

In questa parte d'Italia, con fatica terribile e dolo- 
ri inauditi, lentamente, i diritti delle plebi si facevano 
strada, questo attraverso le scuole, la naturale socialità, 
l'istintiva solidarietà. E qui che apparvero le prime 
Casse Mutue di Solidarietà fra lavoratori. L'emigrazio- 
ne rimase in dimensioni accettabili, per diminuire dra- 
sticamente dopo il passaggio del secolo. Compare una 
nuova figura: l'imprenditore. 

Il grande artigianato, da sempre presente in queste 
zone, divenne industria, sull'esempio delle confinanti 
nazioni europee e questo in Piemonte, Lombardia, Li- 
guria, Veneto e in misura minore in Emilia e Toscana. 

Fra i grandi e illuminati imprenditori del momento, 
uno sopra tutti: Alessandro Rossi di Schio in provincia 
di Vicenza, il fondatore delle odierne "Lanerossi". 

Sull'esempio germanico, allora il vero faro di ci- 



158 



Roberto Sgarzi 



viltà e previdenza sociale in Europa, i prestatori d'o- 
pera di Rossi avevano per loro e per le loro famiglie, 
garanzia di: casa, cibo, scuola, asilcì infantile, ospedale 
e assistenza medica, vecchiaia serena e addirittura una 
tomba! 

Interessante la storia di questa famiglia di impren- 
ditori perché dimostra l'incredibile modernità del si- 
stema istituzionale austriaco del Regno Lombardo-Ve- 
neto e come esso permettesse la crescita degli individui 
merite\'oli. 

Attorno al 1800 e cioè pochi decenni prima degli 
eventi su descritti, vediamo intatti i Rossi non come 
nobili o grossi borghesi, ma come poveri pastori nelle 
dure, anche se bellissime, terre dell'altopiano di Asia- 
go. Subito essi si trasferiscono a valle per cominciare a 
commerciare U prodotto della loro attività: la lana. 

Sarà Francesco Rossi nel 1817 ad impiantare il pri- 
mo laboratorio, prima per la tintura e poi per la fab- 
bricazione dei tessuti e il prodotto si rivela subito di 
prima qualità, al punto che lo stesso Stato austriaco di- 
\iene il miglior cliente. 

Il salto di qualità definitivo si compie nel 1842 con 
l'avvento alla direzione dell'azienda di Alessandro 
Rossi subito divenuto esemplare per l'abilità impren- 
ditoriale, la cultura, l'umanità, la sensibilità nei con- 
fronti dei problemi dei suoi collaboratori, insomma: 
ima grande anima e un grande uomo d'affari. 

Alessandro Rossi porterà la sua industria ai massi- 
mi li\'elli tecnologici nell'ambito italiano ed europeo, 
dimostrando che le avanzate previdenze umanitarie at- 
tuate dalla ditta Rossi nei confronti dei dipendenti non 
solo non ostacolavano l'avanzamento e l'ingrandimen- 
to delle strutture produttive, ma rendevano ottimale il 
rapporto con le maestranze e di conseguenza consen- 
tivano un'esemplare produttività degli impianti. 

Saranno circa settant'anni di civUtà d'avanguardia, 
non solo per la ditta, ma per Schio e le zone vicine, ove 
nel frattempo si era espansa l'impresa. Verso il 1910 le 
ideologie si affacceranno prepotentemente anche in 
quell'ambito e tutto subirà un notevole cambiamento: 
i tempi erano mutati. 

Esemplare il rapporto di Alessandro Rossi con i fi- 
gli, allevati ad una dura scuola "partendo da zero", se- 
condo l'uso austriaco, e subito responsabilizzati in 
competitiva selezione nei problemi gestionali. La legge 
del maggiorasco non esisterà in quell'ambiente. 

La scuola per loro sarà l'Europa e sarà Gaetano, il 
quartogenito, a brillare per capacità dopo un lungo 
periodo di apprendimento in Inghilterra, Francia e so- 
prattutto nella germanica Alsazia. Attentissimo ai tem- 
pi moderni, Gaetano Rossi guiderà sul suolo italiano la 
prima automobile con motore a scoppio (2 gennaio 
1893, per la cronaca la Peugeot numero 125, 4 posti, 
motore 2 CV, da «Ruote classiche», dicembre 1999). 

Le grandi scuole e le grandi anime creano struttu- 
re che non sono scalfite dal tempo: ancora oggi la La- 
nerossi è industria leader nel settore e in zona l'esem- 



pio è stato seguito. Un'altra famiglia, i Marzotto, pro- 
durrà dopo, molto dopo, ricchezza e civiltà in quella 
zona. 

Due italiani con \ite e destini opposti, \'itiime di si- 
tuazioni politiche drammaticamente differenti. 

Due uomini e due realtà culturali, istituzionali e 
etiche distanti anni luce... due pastori quasi contem- 
poranei: Alessandro Rossi, veneto, che immagina e 
realizza una civiltà evoluta in soli \'enti-trent'anni e 
Carmine Donatelli, detto Crocco, calabrese (si veda), 
un personaggio, un uomo sicuramente acuto e intelli- 
gente, divenuto capo bandito e assassino per la neces- 
sità di difendere e vendicare i genitori, fatti morire da 
un signorotto locale in quanto colpevoli di... essersi 
difesi dai morsi del suo cane. 

L'esempio di Alessandro Rossi non nasce\a natu- 
ralmente dal nulla, in quanto nel nord Italia, ma solo 
qui, cominciò a farsi strada e ad essere apprezzato l'e- 
sempio prussiano. 

Fu Bismarck l'ispiratore. Questo grande statista, 
nella seconda metà dell'Ottocento, si era reso conto di 
una cosa: che la progressiva industrializzazione allon- 
tanava i contadini dalle campagne. 

La società rurale offriva molte e spontanee previ- 
denze per il singolo individuo: malato o vecchio che 
fosse, un pane, un letto, o un aiuto erano sempre pre- 
senti per lui. 

Tutto questo veniva a cessare nell'urbanizzata so- 
cietà industriale. 

Se non si volevano turbe sociali, che Bismarck sag- 
giamente prevedeva, si imponeva che lo stato stesso 
doveva organizzare e strutturare quelle previdenze so- 
ciali che venivano a mancare per quei cittadini allonta- 
nati dal mondo rurale. 




Giovanni Giolitti, Ritratto giovanile. 



l.'1/iilki e le ire ìliilie 



U9 



Nacquero i primi esempi di assicurazioni sociali e 
un associazionismo di varia qualità (quello ginnastico 
sportivo ad esempio), che nell'Area padana ebbe subi- 
to proseliti. 

Per il sud d'Italia il governo, che ormai ha sede in 
Roma, non prevedeva affrancamento dal barbaro la- 
tifondismo che tiene e terrà ancora per lungo tempo, i 
fratelli meridionali in una disperata barbarie, né si po- 
sero in essere misure di alcun tipo tendenti al sorgere 
di industria o artigianato in quella zona. 

Per questi concittadini sempre e ancora oggi, è l'e- 
migrazione la sola speranza di sfuggire alle brutalità e 
alla miseria. 

Gli stessi interessi delle due parti d'Italia comin- 
ciano a divergere. 

Gli interessi politici del nord sono: protezione do- 
ganale della nascente industria locale, utilizzo dei ca- 
pitali allo sviluppo della stessa e anche al fine dell'a- 
vanzamento dell'agricoltura. 

Questo porterà alle alte tariffe doganali del 1887 
che, fatalmente, inizialmente danneggeranno l'agricol- 
tura con rilievo particolare per il comparto agricolo 
meridionale e cioè l'olio, il vino, la frutta e gli ortaggi. 

La posizione del nord Italia era quindi contraria al 
colonialismo, che fu duramente a\'\'ersato, sia dagli im- 
prenditori settentrionaH, raccolti attorno al giornale 
«Il Sole», che dai nascenti partiti di sinistra e dai sin- 
dacati dei lavoratori ancora agli albori; entità queste 
che vedevano, giustamente, in questa imminente av- 
ventura oltremare, nuove sofferenze per i loro rappre- 
sentati. 

Interessante questo saldarsi, al nord, di interessi e 
posizioni politiche di proprietari, imprenditori e pre- 
statori d'opera attorno a comuni interessi economici e 
sociali. 



Questo non impedirà certo le feroci lotte sociali 
che seguiranno, ma il tutto in un reciproco riconosci- 
mento di legittimità. 

Interessante il verificare, già all'indomani dell'u- 
nità del paese, l'insorgere in questa parte d'Italia di un 
vasto movimento di opposizione alla politica prove- 
niente dal governo centrale. 



Giovanni Giolitti 

Le posizioni su illustrate vedranno in un grande 
piemontese, Giovanni Giolitti (Cuneo 1842), il punto 
di riferimento. Giolitti fu uomo di particolare integrità 
personale che si presentò al Parlamento, per l'investi- 
tura, affermando che non voleva a\'\'enture, né in Afri- 
ca, né in Europa, né in Itiilia. Il suo dire era intessuto, 
ai limiti dell'aridità, di logica scientifica, di numeri e di 
cifre. Nel suo pensiero vi erano cose, fatti, previsioni 
razionali: una specie di misto fra Ugo La Malfa e Au- 
relio Ciampi. 

Egli non era un "glorioso reduce" come allora an- 
dava molto di moda, non aveva lo svolazzo, la frase 
alata e roboante, il romantico gusto dell'iperbole, an- 
zi forse le disprezzava convinto, come sicuramente 
era, di quanto poco potessero essere utili alla soluzio- 
ne dei problemi dei suoi concittadini. Il suo program- 
ma, il suo obiettivo, era appunto h, nei problemi in- 
terni della nazione che stava nascendo, nei suoi pub- 
blici servizi, già allora giudicati inadeguati e insuffi- 
cienti, nel sistema bancario agli albori, nella circola- 
zione, nello sviluppo e nella omogeinizzazione di uo- 
mini, idee e capitali. 

Programma europeo per un paese largamente me- 
diterraneo. 

Giolitti era personaggio schivo, riservato, austero 
fino alla sgradevolezza; non aveva un passato ricco e 




Roma, 20 settembre 1870. Le truppe italiane penetrano nella città attraverso la breccia di Porta Pia. 



160 



Roberto Sgarzi 



glorioso, veniva da studi politico-economici e la sua 
formazione era axa-enuta nell'amministrazione delle fi- 
nanze dello stato. Era uomo realistico fino al cinismo, 
ben sapeva che la politica era l'arte del possibile e che 
doveva essere giocata con le carte, gli uomini, le reali 
possibilità etico-sociali, che il paese poteva offrire: era 
il maestro del compromesso. 

La sua cultura, in realtà, era quella francese del 
coniDìh de l'état, dei servitori dello stato, non quella 
italiota, spesso pagliaccesca, di molti individui che ani- 
mavano e animano il Parlamento. 

Chiudendo il discorso, di cui prima si parla\'a, af- 
fermò: "Se non volete lavoro e serietà, ma solo retori- 
ca, allora avete ragione a darci voto contrario". 

Questo uomo duro e silenzioso, lui al governo, 
non permise mai i massacri operai di cui poi si dirà, 
non concepì mai guerre coloniali o europee (anche se 
fu costretto a quella libica di cui si parlerà), favorì l'or- 
ganizzazione delle forze operaie e contadine, conce- 
dendo loro il massimo delle libertà consentite dalla le- 
gislazione vigente. 

Le riforme di carattere civile attuate dal cuneese 
furono innumerevoli. Da segnalare: 

- l'istituzione del Consiglio Superiore del Lavoro; 

- la costituzione dell'Assicurazione Sociale contro 
l'Invalidità e la Vecchiaia; 

- la strutturazione di una legislazione a tutela del 
lavoro di donne e minorenni; 

- normative e organizzazioni a protezione della 
popolazione italiana emigrata nel mondo; 

- impegno determinante per la creazione di un 
grande polo industriale (il triangolo industriale con 
vertici Torino, Milano e Genova); 

- accordo sociale ed elettorale con le forze cattoli- 
che. Si stemperava così un'ancora grande frizione tra 
Stato e Chiesa e si recuperava alla vita democratica un 
grande numero di italiani che ancora, dopo il Non ex- 
pcdit (si veda), aveva rifiutato di considerare l'Italia co- 
me la propria patria. 

Più tardi, nel 1913, forse intuendo vicino il grande 
macello del '15-18 riuscì ad ottenere il suffragio uni- 
versale (solo maschile) per chi avesse avuto trent'anni 
e avesse prestato il servizio militare. 

A chi, temendo r"alluvione degli analfabeti" gli 
manifestò il dubbio che "certi ignoranti" potessero 
essere degni della dignità del voto, Giolitti rispose 
che l'essere pronto a versare sangue per la patria gli 
sembrava titolo incontrovertibilmente più che suffi- 
ciente. 

Nel sud d'Italia, invece, il colonialismo da impor- 
re alle limitrofi zone africane godette subito di buona 
fortuna. La spiegazione ce la offre, con l'abituale mae- 
stria, Indro Montanelli riferendola alla volontà "di po- 
poli sottosviluppati a cercare sollievo nelle miserie di po- 
poli più sottosviluppati di loro" . 

L'aspetto e l'anima del Meridione non erano, allora. 



quelli della sua meravigliosa gente, ma erano rappre- 
sentati da alcuni baronetti onnipotenti. Nel Dna di quei 
nipotini dei lontani hidalgos era evidentemente rimasto 
qualche tratto di quei loro spietati progenitori. 

Sarà, non a caso, un famoso meridionale, discusso 
e discutibile uomo politico, decente uomo di cultura, 
a\'venturoso garibaldino, a farsi interprete di queste 
istanze e a dare inizio alle avventurose spedizioni colo- 
niali italiane in Africa: Francesco Crispi. 



Francesco Crispi 

Francesco Crispi (Agrigento 1818) era esattamen- 
te l'opposto di Giolitti: nella sua vita tumultuosa ave- 
va fatto di tutto. 

Facondo oratore era stato avvocato, giornalista, 
magistrato, duro rivoluzionario di sinistra e durissimo 
conservatore dell'ultra-destra, garibaldino, agente re- 
pubblicano mazziniano e agente monarchico, bigamo, 
ministro dell'Interno, primo ministro. 

Fu sempre inseguito dai debiti suoi e della secon- 
da moglie, non sempre li onorò e spesso lo fece in mo- 
do difficilmente definibOe. Proprio questi debiti per- 
sonali, furono forse alla radice di gravi problemi poli- 
tici nazionali (Banca Romana). 

Di lui è scritto con mirabile sintesi: "Represse fe- 
rocemente i tumulti operai specie nel suo Meridione, 
aumentò gli aggravi fiscali, realizzò disastrose avventu- 
re coloniali". 

Un dato curioso. Crispi aveva grande fiducia in un 
grosso inseparabile corno rosso che portava sempre 
nel taschino. Alla "forza taumaturgica" di questo ag- 
geggio affidò spesso i destini della nostra patria. 

Sembra incredibile, ma ci sarebbe da credere che 
molte delle nostre tante disgrazie di quel periodo 
(Adua, Milano, Sicilia, Banca Romana ecc.) siano forse 
state causate dall'insufficienza operativa di quel... coso. 

Crispi e Giolitti. Due uomini attualissimi, due cul- 
ture, due Italie diverse e opposte: Europa e Mediter- 
raneo. Interessante il loro anteporsi nello scandalo del- 
la Banca Romana. 



Roma e lo scandalo della Banca Romana 



Nel disastroso quadro di generale protesta che at- 
traversava l'Italia di quel momento e di cui si parlerà 
di seguito, un nome risulta assente: Roma. 

La cosa è più che mai motivata perché in quegli 
anni Roma vinse al lotto. 

Roma (non quella del suo popolo, ma quella dei 
suoi potenti), non volle mai l'Italia e non a caso l'Urbe 
fu l'ultimo lembo d'Italia ad entrare nel corpo della 
nazione. (,)uesto fu perché il suo papa re si dimostrò il 



/.7/rf/w e /(' ]'rc Italie 



161 



più forte, il più duro, il più strenuo e accorto opposi- 
tore di un'unità che lo vedeva né papa, né re. 

Fu un'opposizione dura e determinata fino all'ulti- 
mo: la breccia di Porta Pia non fu una passeggiata, 
bensì un'azione militare che costò agli italiani ben 190 
perdite, fra morti e feriti. 

La città che si offrì alla vista degli italiani che vi en- 
trarono aveva una struttura di tipo medievale, perché 
medievale era la sua cultura che, come si diceva, rima- 
se sempre, nei secoli, impermeabile ad ogni corrente di 
pensiero che si allontanasse da quello piuttosto antico 
(bimillenario) aristotelico-tolemaico. Di illuminismo, 
da quelle parti, non si era mai né pensato né parlato. 

Per scoraggiare eventuali "eretici" o "teste calde", 
i roghi della piazza di Campo dei Fiori o la ghigliotti- 
na di Piazza del Popolo erano sempre pronti per la lo- 
ro funzione. 

Si pensi che coeva dei fatti di cui si parlerà fu la 
Comune di Parigi che, al di là di ogni valutazione di 
merito, proponeva un ipotetico modelle^ di uomo e di 
società assai avanzato. 

Roma 1870: monarchia teocratica assoluta, con un 
re che affermerà di essere anche Dio (dogma dellin- 
faUibilità pontificia). Roma 1870: 230.000 abitanti, po- 
tenziale forza lavoratrice circa 100.000 unità, di cui 
50.000 disoccupati e 30.000 accattoni "ufficiali". 

Roma 1870, con il suo dedalo di terribili tuguri sui 
quali incombevano abbandonati ruderi classici e im- 
mensi, lussuosissimi palazzi nobiliari, Roma con abi- 
tanti che non erano cittadini e nemmeno sudditi, ma 
solo "pecore smarrite" nelle mani di un duro papa re, 
padre padrone. 

Roma 1870 era solo un borgo mediterraneo ai con- 
fini di un'Europa che entrava nel più bel momento 
della sua storia: la Belle epoque. 

Roma 1870 era profondamente cambiata rispetto 
all'eroica Urbe della Repubblica romana di appena 
ventun anni prima. Due episodi interessanti e illumi- 
nanti. 

Primo. Garibaldi nel 1867 giunse a Mentana, a 
due passi da Roma, con un impro\'\'isato ed esiguo 



VES. ìrchicostr. I 

E ciitTsr.prv- nr.ix- E 

GXOSE DEI- le 


tSi 


a 9- r 

^ AN'i^u; ni- ih^i^'^ 


Caiùsiiiio t'r.itnlio Ik 

Ili clll! SrtTt'lllO ,Jlj Ila 




% Siira KonMthi cliini.i 
al SfO- .I.J.i,rr,s™t,- 
a <|ursi(i.irc |uT I.Vni 


^PJS^^ 


glande ,^i|ui;a^ liliUo 




r ricfjuistcr.i meri 



Roma, primi anni dell'Ottocento. Patente di cercatore di elemosine. 



esercito di volontari, ma attese inutilmente l'arrivo in 
suo soccorso di patrioti insorti dalla Città Eterna; essi 
assisteranno indifferenti alla repressione operata dalle 
occupanti truppe francesi. 

Secondo. Pochi mesi dopo la liberazione di Roma 
ad opera degli italiani, giunse colà un Garibaldi ormai 
molto vecchio e malato. La folla romana lo ricevette 
con grande entusiasmo e, staccati i cavalli dalla car- 
rozza, volle trascinarlo a braccia fino al palazzo ove era 
atteso come ospite. 

La cosa non piacque al duro nizzardo, impermea- 
bOe alla teatralità e sofferente per i molti acciacchi re- 
lativi all'età, nonché per la ferita alla gamba infertagli 
all'Aspromonte dai bra\'i bersaglieri del Pallavicini. 

La folla romana si assiepò sotto il balcone di quel 
palazzo in attesa di vedere comparire il biondo Eroe e 
non paga della plateale precedente dimostrazione di 
affetto. Il tempo passava, Garibaldi, che evidentemen- 
te non aveva dimenticato lo scotto di Mentana, non 
appariva e ciò causò un aumento del vociare e dello 
strepito del popolo romano. 

Finalmente il balcone si aprì e l'Eroe appar\'e, ma 
solo per dire: "Romani, siate seri! ". Dopo di che il bal- 
cone si rinchiuse, ma non bastò. L'assedio di quei ro- 
mani plaudenti rimase e Garibaldi, pur di riuscire fi- 
nalmente a riposare, dovette svignarsela per un'uscita 
secondaria. 

Roma 1870, con la sua strana religione superstizio- 
sa, fu bene illustrata dal Belli in un celebre sonetto ri- 
portato da Roberto Ger\'aso. Quei romani infatti al pas- 
saggio di Pio IX avevano l'abitudine di inginocchiarsi 
facendosi il segno della croce con la destra, ma contem- 
poraneamente si toccavano i... corbelli con la sinistra, 
in un classico segno di allontanamento del malocchio. 
Pio IX aveva la fama di "jettatore" formidabile! 

Roma 1870 era il regno della nobiltà, la cosiddetta 
"nobiltà nera" per il lutto causato dagli italiani con la 
presa di Roma, nobiltà dai nomi terribilmente presen- 
ti e attuali nelle cronache odierne: mai nei secoli essa 
espresse un letterato o uno scienziato. Questi nobili si 
vantavano di non avere mai messo piede fuori dell'a- 
gro romano, dice un arguto storico che la loro cultura 
e il loro li\ello di civiltà furono gli unici che essi co- 
nobbero: quello dei bovari. 

Roma 21 settembre 1870 era già quello strano ibri- 
do che, a ben guardare, è ancora oggi: mezzo stato teo- 
cratico di chiara impronta bizantina e mezza capitale 
di un grande stato europeo. 

Lo Stato pontificio di millenaria memoria aveva re- 
sistito nel 1860 solo pochi giorni alla tanto temuta (si 
ricordino Barbarossa e Federico II) unione di sud e 
nord d'Italia e subito la struttura era saltata, finita in 
buona misura per sempre. 

A ben guardare non era cosa di poco conto. Era 
scomparso il più antico stato d'Europa con potere po- 
litico e religioso in tutto mondo. 

Il problema fu che rimase la testa di queUo stato. 



\62 



Roberto Sgarzi 




stampa satirica d'epocd "la difficile cudbitdzione fra Chiesa e Stato". 

che continuò e continua ad irradiare e coordinare 
ovunque la sua azione politica con milioni di presenze 
sempre ottimamente organizzate ed efficienti: le par- 
rocchie, le missioni, i seminari, le nunziature, i vicaria- 
ti, gli arcivescovadi, le scuole cattoliche, legazioni, as- 
sociazioni sindacali, associazioni culturali, ospedali 
ecc. 

Insomma la "chiesa dei preti" continuò ad oppor- 
si alle "chiese degli uomini" e, nel nostro caso, anche 
alio stato italiano. 

A Pio IX, un noto e orgoglioso papa-re, fu tolto un 
enorme stato e gli rimase un minuscolo reliquato di 
pochi chilometri quadrati. Il papa rimase papa, ma 
non fu più re, perché ormai privato del territorio. 

Al papa rimase quindi il potere spirituale e gli fu 
sottratto il potere temporale. A pochi cattolici "puri" 
VEcclesia spirttiidlis piacque, nel convincimento che 
ciò avrebbe dato al papato un'autenticità e una purez- 
za morale sbiaditi nel tempo. 

In realtà la struttura amministrativa e politica del- 
la (Chiesa non solo non gradirono l'iniziativa italiana, 
ma l'avversarono a morte. 

L'odio e la lotta di Pio IX prima e degli altri papi 
poi tu totale e senza colpi proibiti. A partire dal 1860 
prima e ancor più dal 1870, quel papa, che solo venti 
anni prima (1848) era "il più amato dagli italiani", le 
prox'ò tutte contro gli italiani stessi e, subito dopo Por- 
ta Pia, cominciò scomunicandoli per empietà verso la 
Chiesa. 

Già a partire dal 1861 i sacerdoti iniziarono una 
forte opera di propaganda contro il nuovo stato italia- 
no e ciò tu utficializzato dal dixicto imposto dal Vati- 



cano ai suoi fedeli di recarsi alle urne alle prime ele- 
zioni della storia unitaria (motto dei cattoHci: "Né elet- 
ti e né elettori"), insomma era chiara la volontà di 
escludere ogni possibilità di collaborazione civile. 

Ciò fu ribadito nel 1874 con la bolla Non ExpcJit 
(non è opportuno) ed era stato preceduto dalla sud- 
detta scomunica secondo la quale, e non pare sia stata 
mai revocata, Pio IX enunciò che: "Ribadiamo davan- 
ti a Dio e a tutto il mondo cattolico che non possiamo 
senza alcuna sicurezza speditamente e affatto liberamen- 
te esercitare la Nostra suprema autorità pastorale" ed 
emanò "la più grave scomunica per tutti coloro che insi- 
gniti di qualsivoglia dignità, anche degna di specialissi- 
ma menzione, hanno perpetrato l'invasione [...] e pari- 
menti i loro mandanti, fautori, adiutori, consiglieri, ade- 
renti" . 

Insomma... tutto il popolo italiano era nelle fiam- 
me dell'inferno. 

Povero papa Mastai, queir"uomo al di sotto delle 
parti" proprio non ne azzeccò una di buone in politica! 

Quella scomunica fu acqua fresca, trascorse nel- 
l'indifferenza generale e questo ciimostrò che il buon 
tempo antico era veramente finito, ma anche che quel 
potere religioso, se non supportato e sottolineato dal 
potere politico e militare, non aveva reali possibilità di 
presenza nelle società degli uomini. 

Infatti il più... scomunicato degli italiani, Vittorio 
Emanuele II, di h a poco avrà sacramenti e funerali re- 
Hgiosi! 

Cosa pensava quel papa degli italiani? Ecco ripor- 
tata da G.B. Guerri, un'allocuzione di quel signore ai 
suoi cardinali: si trattava di dichiarare una vera guerra 
morale allo stato, "che accoglie nei pubblici uffici gli in- 
fedeli, apre ai loro figli le libere scuole" , dando "libero 
varco alla miscredenza" . 

Non bastò il linguaggio di Vittorio Emanuele II, 
che si proponeva "come figlio e fedele obbediente", né 
la "legge sulle Guarentigie". Quest'ultima rappresen- 
tava un estremo tentatix'o dello stato italiano di ax'X'ici- 
namento al papato, fu approx'ata nel maggio del 1871 
e prevedeva la piena indipendenza dello Stato del Va- 
ticano, l'esenzione per i vescovi dall'obbligo di giura- 
mento di fedeltà al re d'Italia, totale libertà di riunio- 
ne e attività per tutto il clero e una somma enorme: 
3.225.000 lire pari al 5% dell'intero bilancio del Re- 
gno d'Italia. 

La folle prepotenza di quel tardo Pio IX deter- 
minò guai giganteschi al neonato stato italiano crean- 
do artatamente due fazioni duramente contrapposte: 
cattolici e... infedeli. 

Ovunque, ma soprattutto nel Meridione, quella 
"guerra fredda dei preti" ingigantiva una già presente 
e dura ostilità nei contronti dello stato, e invitò le po- 
polazioni a rivolgersi all'antagonista stato-clero per un 
appoggio. 

Fu allora che lo stato italiano cominciò ad essere 



Vltalki <• /(• ire ìltdìe 



163 



additato all'odio e al disprezzo dei suoi cittadini. L'o- 
pera di demolizione era cominciata. Ci si riuscirà am- 
piamente. 

Dall'altro canto una grande parte della popolazio- 
ne vide in quella Chiesa solo un gruppo di spregiudi- 
cati uomini politici che, attraverso la superstizione e il 
paganesimo, cercavano di reimpadronirsi di prebende, 
sinecure e feudi ormai cancellati dalla storia. 

Infine quel Santo Padre faceva duramente ricorda- 
re l'atipicità che Jean Jacques Rousseau aveva indivi- 
duato nella vita del nostro paese scrivendo nel suo 
Contratto sociale: ''La Chiesa, dando agli uomini due le- 
gislazioni, due capi, due patrie, li sottomette a doveri 
contraddittori, e impedisce loro di potere essere nello 
stesso tempo fedeli e cittadini" . 

Ancora G.B. Guerri nel suo Antistoria degli italia- 
ni ricorda il Sillabo e cioè un documento papale redat- 
to nel dicembre 1864 da una commissione di cardina- 
li e teologi che, dopo avere consultato 255 vescovi, 
elencava i principali ottanta "errori" della nostra epo- 
ca, fra i quali la libertà di culto, di opinione e di stam- 
pa, il razionalismo, il socialismo, il liberalismo, il ma- 
trimonio civile, la teoria che la Chiesa non debba ave- 
re uno stato. Obiettivamente difficile per la nostra po- 
vera Italia, divisa in tre parti da storie, clima, culture, 
cose, tradizioni ecc., trovare un'unità con "inquilini" 
di così problematica convivenza. 

Inquilini (Pio IX & C.) che del resto avevano una 
ottima coscienza di sé, vista la bolla papale sull'" Infal- 
libilità pontificia" (18 luglio 1870) che farà dire a Don 
Giovanni Bosco, un uomo di grande peso sulla forma- 
zione della gioventi^i: "Gesù ha posto il papa al di sopra 
dei profeti, al di sopra del suo precursore, al di sopra de- 
gli angeli. Gesù ha messo il papa a livello di Dio". 

Già, per gli italiani l'avere per "inquilino... un si- 
gnore... a livello di Dio", costituirà uno dei massimi 
problemi. Una qualche soluzione al problema si avrà 
poi nel 1948, esaudendo i voti del gesuita Gaetano 
Zocchi, che nel 1879 disse: "i credenti avrebbero dovu- 
to sostituire il governo liberale con un altro. . . schietta- 
mente e integralmente cattolico" . 

La De la "balena bianca" cominciò il suo viaggio e 
i risultati sono oggi sotto gU occhi di tutti. 



Roma "caput mundi" 

Questa Roma 1870, con tutte le sue deficienze, era 
però al centro geografico d'Italia ed era in possesso di 
ciò di cui i Savoia avevano terribile necessità: il titolo 
nobiliare. 

L'Europa dell'epoca era Europa di case regnanti. 
All'interno del club di queste famiglie il pedigree pre- 
sentato dai Savoia-Aosta era quasi niente. Sposarsi 
"bene", per un Savoia, non era facile e ben lo sapeva 
Vittorio Emanuele II che era considerato "un re peco- 
raio". Capitali come Courmayeur, Grenoble o Torino 



erano ben poca cosa, ma con Roma in pugno la cosa 
cambiava. 

Con Roma, con i suoi cesari imperatori (ecco chi 
incontriamo!), i suoi eterni destini, i suoi colli fatali, 
con Orazio, Catullo, Virgilio, Seneca, Boezio, con la 
Roma dei papi, autentici e diretti eredi di Pietro, il pri- 
mo degli Apostoli, con la città alla quale portavano 
tutte le strade, con L'Urbe... c'era poco da storcere 
naso. 

Storia e nobiltà erano però lì, in una città d'aspet- 
to straccionesco... bisognava subito, prima dell'arrivo 
dei parenti illustri in visita, rifarle l'abito. 

Per l'anima c'era tempo: queste cose non interes- 
savano certo Sua Maestà Vittorio Emanuele II che ave- 
va altri interessi: la caccia, il sesso (incontenibile il 
baffone... era indicato come U "padre di tutti gli ita- 
liani", ma in modo concreto, non certo simbolico!) la 
cucina, le sue famiglie (ne aveva... ovviamente, diver- 
se). Nient'altro. 

Appunto per rifare l'abito della nuova capitale dei 
Savoia, giunse un fiume d'oro da quella povera Italia. 
L'Urbe cominciò subito a costarci enormemente! 

Come indica Ugo Pesci, un'analisi del governo nel 
1871 indicò in 40.180 stanze il fabbisogno degli im- 
piegati che si sarebbero trasferiti in Roma capitale. Il 
municipio indicò la disponibilità di soli 500 vani. 

Pure lasciando immutato un animo cinico, scetti- 
co, profondamente pagano e quanto dotato di reale 
moralità lascio ai lettori la risposta, Roma in trenta- 
quaranta anni, si trasformò da pittoresca e medievale 
"corte dei miracoli" in una grande, moderna città. 

Dal 1870 al 1900-1910 il borgo mediterraneo fu, 
con una ciclopica operazione di ingegneria urbanisti- 
ca, sventrato e trasformato. Catapecchie, tuguri, palu- 
di, divennero case, ville, giardini, boulevards. 

I grandi palazzi patrizi cambiarono proprietà: dal 
Quirinale via il papa e dentro il re, via la. . . "Madama" 
(era la figlia di Carlo V) e dentro il Senato, via i con- 
venti e dentro gli uffici della nuova amministrazione, 
via altri padroncini e dentro deputati, ministri, mini- 
steri, nobili vari, istituzioni, alti e bassi funzionari ecc., 
insomma... Roma divenne una vera capitale. 

Per certi aspetti fu una devastazione colpevole e 
non si ebbe rispetto per i meravigliosi giardini delle 
ville principesche, subito invasi dal cemento (si salva- 
rono fortunatamente i giardini di Villa Torlonia e Villa 
Borghese). Parimenti, antichi monumenti romani, fra 
cui la storica Porta Salaria, furono follemente demoli- 
ti, in un'infame corsa al danaro. 

In pochi anni, per non dire mesi, i pittoreschi pe- 
corai dell'Agro romano, i ciarlatani di Belli, i simpati- 
ci disoccupati e straccioni dal coltello facile, così bene 
rappresentati nei disegni di Pinelli, che mai avevano 
visto un treno, si trasformarono in... moderni impren- 
ditori. 

Le zolle ove pascolavano le loro capre divennero 
improvvisamente d'oro. 



\b4 



Roberlu Sgarzi 



Come si evince dalla guida del Tei (1977) in quei 
trentanni la popolazione raddoppiò, per triplicarsi 
poi di lì a poco. La compagine urbana esplose e la sua 
consistenza fu triplicata. Dopo la conquista italiana 
l'antico borgo, che dall'età romana era ampiamente 
contenuto dalla mura aureliane, debordò e nacquero 
vie, piazze, e interi quartieri. Un certo Ludovisi (in- 
contentabile) si costruì un intero quartiere dalle parti 
dell'odierna \ia Veneto... e con questo si guadagnò 
addirittura l'immortalità! 

Av\-enne intatti che durante quegli scavi emerse 
una fantastica, antica scultura greco-romana. Poiché 
aveva la forma di un sedile; qualcuno la paragonò ad 
un trono, di qui il "trono Ludovisi", ora esposto al 
museo di Palazzo Altemps. 

Il Tevere: non avendo rive di contenimento, facil- 
mente ad ogni piena causava inondazioni in tutta Ro- 
ma. Resta evidente che per i papi e i cardinali così in- 
tenti all'edificazione di ville, palazzi e giardini monu- 
mentali, bene al riparo dalle inondazioni, le case delle 
"pecorelle" potevano essere meglio protette dalle no- 
vene che dai muraglioni. Era in realtà un'autentica 
continua tragedia e i muri delle case della vecchia Ro- 
ma ricordano questi drammi con adeguate antiche 
iscrizioni. 

L'Italia, con opera ciclopica, costruì in quei 
trentanni anche una struttura colossale di conteni- 
mento del fiume, che, infatti, da allora fu domato. 

La costruzione della "grande Roma" fu il business 
del secolo, fu "il grande affare", ma "natura non facit 
saltus" e subito fu affare "alla romana", anzi alla "Ban- 
ca Romana"... e fu uno scandaloso disastro. 



Lo scandalo 

Successe quindi che, a fronte di questa improvvisa 
pioggia di ogni ben di Dio, ogni buon romano (anche 
se recentemente importato) credette opportuno darsi 
alla speculazione edilizia, acquistando case e terreni a 
1, per poi rivenderli a U). 

Il problema era il rin\'cnimento del danaro d'ac- 
quisto che, naturalmente, non bastava mai e qui subi- 
to emersero i problemi connaturati a questa città, a 
questa cultura e che ancora oggi, in buona misura, so- 
no i nostri problemi attuali. 

Così, come per la Cassa del Mezzogiorno, di no- 
stra buona attuale memoria, ognimo aveva nella Ban- 
ca Romana, allora il principale istituto di credito di 
quella città, qualche amico, qualche "cardinal nepo- 
te", qualche parente o zio, qualche padrino insomma, 
al quale chiedere un piccolo favore: qualche miliardi- 
no attuale, salvo, ben s'intende l'essergli poi ricono- 
scenti. Come? Facile, con la vecchia abitudine roma- 
na: la "bustarella", o la "raccomandazione" di ponti- 
licia memoria! 



E questo subito, già pochi mesi dopo Porta Pia. 

Per la Banca Romana poi, tutto era molto facile, in 
quanto essa aveva allora ottenuto mandato, con Regio 
Decreto 2 dicembre 1870, di stampare moneta. . . Sem- 
plicemente l'Istituto ne stampò molto, molto piii del 
dichiarato, del consentito e del convenuto! Era facile 
tare funzionare le macchine e la carta non costava poi 
tanto! Era naturalmente necessario che qualcuno "in 
alto", spesso "molto in alto", chiudesse un occhio, ma 
il problema, evidentemente, fu risolto. 

Questa irresponsabilità, questa incoscienza, questa 
inciviltà, ricordano ad ognuno di noi qualcosa di mol- 
to presente e attuale e cioè i due miUoni e cinquecen- 
tomila miliardi di lire che costituiscono (1998) il debi- 
to pubblico. 

Ma come fu possibile questo fenomeno? Questo è 
molto interessante, perché dimostra, ancora una volta, 
la incapacità di quella classe dirigente a costruire un 
paese e dimostra poi anche come sia stata strutturata 
una pubblica amministrazione, dando frequentemente 
alte responsabilità a cani e porci, con vizi di forma e 
sostanza che crearono precedenti che furono una ter- 
rificante frana, mai piti contenuta. 

Le cose andarono così. 

Era divenuto direttore di questa banca un certo 
Bernardo Tanlongo, non certo per meriti eccezionali o 
per particolari capacità di tipo economico, in quanto il 
suo cursus honorum era avvenuto come accorpato 




Umberto I, re d'Italia. 



Ll/tilhi e le Tre Italie 



165 



(spia) deUa polizia papalina e come individuo assai 
abOe e disponibile nel procurare "distrazioni" ai mon- 
signori. 

Uomo simpatico e affabile con tutti, appunto in 
Roma era un'istituzione: era "Er sor Bernardo". 

Con questa sua padronanza della città e dei suoi 
aspetti più "interessanti", non aveva mancato di esse- 
re disponibile anche con i nuovi venuti perfino ai gra- 
di più alti. 

Quest'uomo aveva una specialità, che i malevoli 
definirebbero tutta romana, che si perpetuò e si diffu- 
se in tutta Italia, come il colera. 

Quest'uomo aveva la capacità di corrompere, di 
tarsi corrompere e di creare corresponsabOità, conni- 
venze, complicità fra amici e amici degli amici, tino al- 
le più alte cariche dello stato. 

L'" humus romano" aveva permesso che il topo pa- 
palino divenisse in pochi mesi il simpatico e affabile 
amico di baldorie, confidente e ispiratore addirittura 
di Crispi, di molti altri Primi ministri e delle Loro 
Maestà. 

Al riguardo Tanlongo cominciò con Vittorio Ema- 
nuele II, "il re Galantuomo", di cui era semplicemen- 
te U fattore di alcune campagne romane acquistate dal 
Savoia subito dopo la conquista di Roma. 

Col furbo "Baffone" il rapporto non fu ottimale, in 
quanto pare che i due avessero screzi al riguardo di al- 
cune contabilità "non ortodosse" tenute dal Sor Ber- 
nardo, ma si continuò poi con Umberto I, l'augusto fi- 
gliolo, "il re Buono", che gli affidò (con meno acume 
dell'augusto papà) la tenuta delle finanze della amata 
marchesa Litta, per salvare le quali il ginepraio diven- 
terà poi ancora più fetido. 

Questa gente, naturalmente, non seppe fermarsi e 
accontentarsi di tutto quell'inatteso "bendidio" e fu il 
crack: scoppiò uno scandalo con la conseguente in- 
chiesta di prammatica, ma subito essa fu (toh, chi si in- 
contra!)... insabbiata. 

Fu Crispi il primo ministro (naturalmente), che la 
fermò d'autorità. Disse che lo faceva per "ragion di 
stato" (toh, chi si incontra!), disse che, se si fossero ri- 
sapute certe cose, la diffamazione dell'intero paese sa- 
rebbe stata orribile. Meglio tacere tutto. La cultura 
della finzione, la vinse. Cominciò così nel fango, nella 
menzogna, nel sospetto, nella corruzione, la lunga 
marcia della nostra amministrazione e di quanto si sia 
poi depurata, anche di ciò, lascio al lettore la risposta. 

Così, come in recenti cronache, il prefetto Tan- 
longo, fu nominato, nel novembre del 1892, in gran 
pompa, senatore del regno; uno dei saggi del paese. 
Egli pensò forse di essere ormai al di sopra di ogni 
possibile guaio, ma invece questa storia affascinante 
non finì così e merita sia raccontata in modo partico- 
lareggiato. 

Il complotto di questa autentica banda di delin- 
quenti "eccellenti" fu scoperto grazie a due piccoli. 



grandi, ignoti, italiani: Giacomo Alvisi, parlamentare 
bellunese, e Gustavo Biagini impiegato statale. 

Il fatto è che in quei tempi le banche dipendevano 
dal Ministero dell'Agricoltura e l'allora ministro Mice- 
li, sull'onda delle molte dicerie che correvano sulla 
Banca Romana, si decise di malavoglia nel 1889 ad in- 
dire un'indagine conoscitiva, che doveva però, si badi 
bene, essere riservata ad uso interno del Ministero. 
L'errore fu di affidare l'inchiesta ad un galantuomo, 
appunto Giacomo Alvisi, aggravato dal fatto che que- 
sti potesse utilizzare un altro galantuomo Gustavo Bia- 
gini, funzionario del Ministero e addirittura che fosse 
estraniato dall'inchiesta un certo commendatore Mon- 



zilli, una autentica canaglia. 



I due ispettori, presentatisi al Tanlongo per la veri- 
fica della contabilità, furono inizialmente bistrattati e 
trattati poi un po' con le buone e un po' con le cattive. 
Cioè un poco minacciati ("Voi vi mettete nei guai... 
Voi non sapete chi mi è amico!") e un poco blanditi 
("Ecco qua una bella bustarella, per lei caro Biagini, 
che ha tante figlie da maritare!"). 

L'eccezionale fu che in quella Roma "Er Sor Ber- 
nardo" trovò due uomini incorruttibili i quali, ritirati- 
si subito con i documenti nel loro Veneto (forse 
un'opportuna prudenza), si resero conto dell'enormità 
della cosa e stesero una relazione-bomba poi presenta- 
ta al ministro Miceli. 

Fu a questo punto che si realizzò il già citato ten- 
tativo di insabbiatura-depistaggio da parte del duo 
Crispi-Miceli, con O suddetto MonziUi (la canaglia 
esclusa), a fare da consigliere. 

La reazione dell'apparato di corte e governativo- 
ministeriale fu fortissima, non si usarono mezzi termi- 
ni. Giacomo Alvisi, il patriota bellunese, risorgimen- 
tale, il puro di cuore, il garibaldino e Gustavo Biagini, 
l'oscuro impiegato, il "travet" che, pur povero in can- 
na, aveva rifiutato il danaro della corruzione a palate... 
furono infamati e derisi dal governo e soprattutto da 
Crispi, il capobanda. 

Biagini fu comandato e trasferito in Sardegna e Al- 
visi, già anziano del resto, morì di crepacuore nel ve- 
dere in mano a quei delinquenti l'Italia, per la quale lui 
e tanti altri avevano sacrificato e donato la loro vita. 

Una copia della relazione fu fatta però pervenire 
all'onorevole Napoleone Colajanni, che nel dicembre 
1892 la fece "esplodere ". L'ammanco risultò di ben di 
sessanta milioni: una somma colossale. 

I nomi di coloro che avevano ricevuto dalla "Ban- 
ca Romana" regali e favori illegali emersero subito. 

Umberto I e la sua augusta compagna, la marche- 
sa Litta; Crispi e signora; il primo ministro Urbano 
Rattazzi e insieme a loro un numero impressionante di 
parlamentari, notabOi, giornalisti, politici ecc. 

II 13 gennaio 1893 Tanlongo è arrestato assieme a 
sei complici e domanda agli agenti che lo prelevano: 
"Ma adesso dove andranno a prendere i danari?". 

Giolitti, che nel frattempo aveva sostituito Crispi, 



166 



Roberto Sgani 



nomina una commissione di sette "saggi" per indagare 
sui fatti, ma i risultati e di ciò nessuno si stupisce, so- 
no ridicoli. 

In un'Italia disperata e affamata questo affare 
provoca un'ondata di naturali proteste. I giornali sa- 
tirici portano racconti curiosi, come quelli secondo i 
quali i briganti romani starebbero ben alla larga da 
Roma... città insicura, ove il rischio di essere deru- 
bati è troppo alto. Ma la regina Margherita troverà 
queste sole, incredibili parole: ''Quante cose sconve- 
nienti dicono questi radicali. Non capisco come tutti i 
benpensanti non buttano (sic!) le panche in testa a 
quei farabutti!" . 

I documenti più importanti però non si trovano... 
dove sono volati?... Ma in Vaticano...! Portativi dal 
pro\'\'idenziale (la Divina Provvidenza non c'entra) 
Cardinale Vanvitelli, che in tutta l'operazione (in no- 
me e per conto delle Casse Vaticane) aveva avuto un 
ruolo oscuro, ma importante (ricorda qualcosa di re- 
cente?). 

Dal carcere Tanlongo & C. inviano, secondo il lo- 
ro stile, alternativamente suppliche e ricatti. 

In certe lettere egli afferma di essere stato solo un 
utile strumento nelle mani dei preposti e soprattutto 
"di tutti i presidenti del Consiglio, dal compianto De 
Pretis in poi", ai quali a\rebbe somministrato illegal- 
mente ingenti somme di danaro. 

Alcune delle carte compromettenti "volate" in Va- 
ticano riapparvero. 

In altre lettere l'ex direttore disse che "/ veri col- 
pevoli passeggiano impunemente per le città d'Italia e 
le loro vittime sono a... Regina Coeli" . Forse aveva ra- 
gione. 

Tanlongo ottenne ciò che voleva: la libertà. Dopo 
qualche mese fu liberato da magistrati "comprensivi". 

Fu, quindi, mezza fine del mondo, perché solo 
mezza verità venne a galla. Anche l'opposizione parla- 
mentare, conosciuto il documento, e vedendo quanto, 
dovunque, era diffuso il problema, preferì seppellire 
per sempre il problema. Dal momento che Tanlongo 
(anzi il senatore Tanlongo) fu arrestato vi fu tutt'attor- 
no un quadro costellato di strani... suicidi, autentici 
suicidi, omicidi feroci e spa\'entosi dichiarati ed espli- 
citi, morti per... infarto, sui quali scese un silenzio ap- 
punto... tombale. 

II nostro bravo Commendator Monzilli scappò, 
dal domicilio coatto dove era ristretto, a Londra con 
55.000 lire avute dal "Sor Bernardo". 

Una delle molte uccisioni ruotanti attorno al "caso 
Banca Romana" riguardò un personaggio molto parti- 
colare. 

Si trattò di Rocco De Zerbi, parlamentare e uffi- 
ciale, particolarmente distintosi alcuni anni prima nel 
tare fuori, senza tanti complimenti, i "Briganti" di 
Crocco di cui si è già detto. 

Egli era sostenitore e anticipatore di un curioso di- 



segno politico-istituzionale, che di lì a poco avrebbe 
avuto grande popolarità: "Rinvigorire la nazione con 
un tiepido, fumante, bagno di sangue!". 

C'è da essere certi che la nazione non abbia parti- 
colarmente sofferto della dipartita di tale individuo. 

Ci furono tentativi osceni di incolpare alcuni po- 
veri agenti, ma tutto finì lì. L'ammanco, guarda caso, 
fu assorbito dalla neonata Banca d'Italia e tutto tini a 
tarallucci e vino. 

Anche quest'ultima situazione, risolutiva del "ca- 
so", ci riporta ad av\'enimenti recenti. 

Tutta questa storia è importante, al di là dei singo- 
li fatti, perché dimostra quanto la morale pubblica del- 
la neonata Italia fosse cambiata, dopo Roma capitale. I 
Mazzini, i Garibaldi, i Cattaneo, i D'Azeglio sembra- 
vano ormai lontani le mille miglia. 

Ma ancora la storia non tini lì e tini molto male. 

Tutto il paese, come si dirà, viveva anni assai tur- 
bati: ovunque vi era rivolta con morti, feriti e richiesta 
di autonomia: la Sicilia e la Campania tra le prime. 

Non ci si ricordò che Cavour sul letto di morte 
aveva detto: "Siate comprensivi con i napoletani... so- 
no stati per tanto tempo governati così male!". 

Approfittando di questa grave situazione, Crispi 
riuscì a fare ricadere su Giolitti "il liberale" almeno 
una piccola parte della colpa di quanto era successo e 
mai si appurò se questa accusa, che sempre lo stesso 
Giolitti negò con sdegno, fosse vera. 

In verità la rivolta, causata dalla fame e dalla ri- 
chiesta di pane e civiltà della povera gente, stava mon- 
tando. La soluzione per Crispi stava neUo schiacciare 
queste istanze nel sangue, per Giolitti era nella con- 
cessione di libertà, diritti e giustizia. Il nocciolo della 
questione, antica e moderna, era tutto lì. 

Pur di vincere, Crispi usò ogni mezzo contro Gio- 
litti. Utilizzò un Parlamento costituito in buona parte 
da proprietari terrieri forieri di maniere "torti", usò i 
molti Tanlongo, di cui era ormai strutturata la nostra 
amministrazione e usò pure (udite, udite!) una magi- 
stratura assai prona e pronta ad essere usata da una 
parte politica, contro la parte politica av\'ersa (ricorda 
qualcosa?). 

In quell'Italia, nell'Italia dei Crispi e dei Tanlongo, 
il piemontese non poteva che perdere e perse. 

Nell'altalena alla guida del governo Giolitti si di- 
mise e ridivenne primo ministro Crispi, "l'uomo col 
bastone", che era poi in realtà il capobanda óeW affai- 
re della Banca Romana. 

Insomma il capobanda diventò il Capo dei mini- 
stri...! Questo avvenne nel 1893 e fu la fine. 



I lunghi sette anni di Crispi 

l'uront) sette-otto anni spaventosi, Crispi già dopo 
pochi giorni dall'inxcstitLua, reinventandosi la tavola 



L'Italia e le ire ìlalic 



167 



dei "briganti" di trent'anni prima, fece sbarcare in Si- 
cilia un esercito di 40.000 (quarantamila) uomini, che 
invase quell'isola sempre più povera e disperata. 

Fu un bagno di sangue orribile, con centinaia di 
perdite e migliaia di arresti. Approfittando della reale 
esistenza di un legale movimento autonomista "I fasci 
siciliani", Crispi si inventò di tutto, anche un movi- 
mento indipendentista, con tanto di agenti provenien- 
ti da... tutto il mondo! 

L'orribile "eroe" della situazione fu un anonimo 
generale, certo Morra di Lavriano, una specie di no- 
vello "viceré di Sicilia" con grandi poteri e grandi cru- 
deltà: non esitò a sfoderare entrambe. 

A ben fare i conti, nel giro di soli settantatré anni, 
quella dell'eroico Morra di Lavriano e del bravo Cri- 
spi fu la quinta sanguinosa invasione di forze prove- 
nienti dall'Italia. In media quindi una ogni quattordici 
anni, il che non è... "da sprecare"! 

Questa dopo quella del "re Nasone e Lazzarone" 
del '20, quella di "re Bomba" nel '48-49, quella gari- 
baldina del '60 e quella italo-piemontese di Cialdini 
del '61-65. 

Fu tanto dolore e tanto sangue. 

Se noi "polentoni del nord", come siamo definiti a 
metà fra il serio e il faceto, avessimo dovuto subire 
questa valanga di violenza solo, tre-quattro generazio- 
ni fa, quale memoria potremmo poi conservare, nel 
nostro immaginario collettivo, per le genti che attua- 
rono quelle autentiche aggressioni? 

Ancora oggi (anno 2001) si sentono a volte giudizi 
taglienti nei confronti dei siciliani. A ben guardare chi, 
alla luce di questi eventi storici, potrebbe in Piemonte, 
Liguria, Lombardia o Emilia, lanciare la prima pietra? 
Non io! 

L'Italia era sulla dura china della menzogna e del- 
la violenza. Come sempre, in ogni dittatura, anche il 
nostro bravo Crispi cercò di trasferire e scaricare all'e- 
stero l'attenzione della gente, per distoglierla dai lutti, 
dalla fame e dalle tragedie interne. Si agitò il tricolore 
in una guerra confezionata apposta. 

Crispi infatti rispolverò le vecchie pulsioni colo- 
niali e per noi tu uno dei punti più bassi della nostra 
storia e si chiamò: Adua. Ma questa è un'altra storia. 



Adua e la fame degli italiani 



In quegli anni, in quell'Italia, nata in quel modo, 
molti furono i politici, i generali o i banditi. Sicura- 
mente non molti furono i filantropi, né vi erano del re- 
sto i presupposti etici o culturali perché vi fossero. 

Pur riconoscendo che anche in buona parte d'Eu- 
ropa le condizioni del popolo minuto erano non mol- 
to dissimili e pur ricordando che solo da pochi anni 
Victor Hugo aveva descritto nei suoi Miserabili il ter- 



ribile stato di vita delle plebi francesi, la situazione ita- 
liana era particolarmente grave. 

La ragione è presto detta. L'unità della nazione 
usciva da un periodo di guerre che aveva stremato le 
casse dello stato, viceversa monarchia e classe dirigen- 
te anelavano ad un grande esercito e ad una grande co- 
stosa av\'entura: le colonie d'Africa. 

Uomini di spicco e di riferimento di tutto il dise- 
gno saranno Umberto I, in realtà un poveraccio, un 
buon manovale posto dal destino sul trono, noto più 
ancora che come re, come "il marito della regina Mar- 
gherita" (questi motti popolari la dicono lunga), insie- 
me a costui vedremo Francesco Crispi di cui si è detto 
(che si dimetterà il 9 marzo '95, una settimana dopo 
Adua) e il nuovo primo ministro anch'egli un duro, ar- 
caico, conservatore siciliano: il signor marchese Anto- 
nio Starrabba di Rudinì. 

Dove trovare il denaro necessario? Semplice: nel 
pane della povera gente e si gravò la pagnotta di una 
tassa aggiuntiva semplicemente foUe. FoUe, come folli 
furono quasi tutte le iniziative di quel periodo. 

Si pensi che ben conoscendo l'inevitabile, prevedi- 
bile, reazione della popolazione disperata e affamata, 
parte di quel danaro fu devoluta all'assunzione di ben 
quarantamila nuovi soldati (due classi di carabinieri), 
che avrebbero appunto avuto la funzione di schiaccia- 
re a fucilate la fame di quei poveretti. 

In certe zone d'Italia, come appunto la povera Si- 
cilia, questa tassa odiosa rappresentava r85% di tutto 
il provento fiscale. 

Quanto costava U pane al chilo? Una somma va- 
riabile dai 45 centesimi di Milano, ai 55 di Napoli ai 64 
di Monselice. 

Quanto guadagnava un operaio? A Milano, alla Pi- 
relli, un'operaia, per undici ore di lavoro, incassava 
circa 80 centesimi, un capofamiglia circa 1,80 lire. Nel 
ravennate un bracciante riceveva circa 1,30 lire gior- 
naliere e a Minervino Murge, nelle Puglie, circa 80 
centesimi, per finire con i braccianti siciliani per i qua- 
li i 60 centesimi giornalieri che costituivano la loro pa- 
ga, erano appunto sufficienti per acquistare un chilo di 
pane. 

La fame, la pellagra, le malattie, la disperazione, 
sono tutte lì: in questi quattro numeri. 

La richiesta umanitaria dell'istituzione di torni, 
per la distribuzione di pane alle plebi affamate, non 
ebbe risultato: "Lo stato non fa il fornaio", si disse. 
Per di più la guerra fra Cuba e Stati Uniti rendeva più 
caro e difficile l'approvx'igionamento di grano ameri- 
cano che sarebbe stato determinante. 

Furono anni di terribili rivolte in tutto il paese a 
fronte di un governo, come quello che risiedeva in Ro- 
ma, che dimostrò, per i propri sudditi, assai maggiore 
insensibilità e spietatezza dei regimi precedenti l'unità, 
che infatti già da allora si cominciarono a ricordare 
con nostalgia e ammirazione. 

Il paese tutto fu scosso da terribili, quanto oggi 



168 



Roberto Sgani 



ignorate, ri\oltc contadine e proletarie. Ovunque, a 
Torino, come in Emilia, come in Puglia, come in Sici- 
lia, i giornali dell'epoca parlarono, riferendosi alle ple- 
bi, di "ferocia da cannibali e selvaggi", di "voluttà di 
sangue e vendetta". In ogni regione d'Italia si ebbero 
tumulti, feriti e morti. Le ragioni?. . . Anche se in effet- 
ti, in quegli anni, si affacciarono alla ribalta politica i 
partiti proletari e socialisti, furono la fame e il dolore a 
spingere questi poveracci sulle strade e sulle piazze. 

Anche l'avventura africana, naturalmente, andò 
male. La lontana Abissinia inghiottix'a battaglioni e 
Menelik, il re locale, ci aveva già inflitto due sconfitte, 
all'Amba Alagi (1895) e a Makallè, che avrebbero do- 
vuto insegnare qualcosa a certa gente ricca solo di va- 
nità, quando il 1° marzo 1896 un grande esercito ita- 
liano (16.000 uomini), guidato da Baratieri, uno dei 
soliti generali da operetta che commise errori gigante- 
schi animato da pura, ridicola, sete di notorietà, venne 
battuto e annientato nella conca di Adua. 



i dolorosi e sanguinosi fatti di Milano 



La rivolta popolare, che già come abbiamo visto era 
endemicamente presente, si accentuò ancora tino a cul- 
minare nei fatti di Milano del 6, 7, 8, 9 maggio 1898. 

Parlare e scrivere di questi fatti è cosa ancora oggi 
quanto mai difficile, per la grande abilità (forse l'uni- 
ca) posta in opera dallo stato italiano in quegli anni... 
con la sua polizia politica. 

In merito ad essi oggi poco si trova nelle bibliote- 
che, perché allora poco si disse e poco si scrisse. An- 
cora oggi (le cose non sono poi tanto cambiate), poco 
si dice e poco si scrive. 

Ciò che si sa è che Umberto I e la regina Marghe- 
rita, di fronte al paese in fiamme, diedero ordine al 
piemontese generale Bava Beccaris di presidiare dura- 
mente Milano, la perla del nord. 

Questo Bava Beccaris era un anonimo, anziano ge- 
nerale che aveva trascorso un'intera stagione di guerre 
senza mai segnalarsi in alcun modo. Cercava evidente- 
mente l'occasione per fare scrivere di sé ed esordì an- 
nunciando minaccioso: "Darò una lezione alla pleba- 
glia!". Passerà effettivamente alla storia: come il ma- 
cellaio dei milanesi affamati e disarmati. 

L'occasione dei tumulti fu costituita dalle celebra- 
zioni del 50° anniversario delle cinque giornate di Mi- 
lano, ma a determinarli fu, ancora una volta, la fame. 
Fu allora che l'esercito sabaudo... quell'esercito sa- 
baudo, dimostrò per i milanesi più ferocia di quella di- 
mostrata cinquant'anni prima dagli austriaci e tlimo- 
strò altresì piii aggressi\'ità, determinazione e capacità 
distruttiva di quelle dimostrate due anni prima contro 
gli abissini. Abissini che però, a differenza dei milane- 
si, erano... armati. 

Le "armi" dei milanesi furono infatti bastoni e te- 
gole dai tetti... null'altro. Nessuna arma tla fuoco. 



Mai, nessuno dei mille e più cittadini arrestati tu 
trovato in possesso di pistole o fucili. 

In quei giorni il cannone tuonò senza pietà contro 
le semplici mani callose degli operai meneghini. In 
Piazza Duomo e dintorni, la cavalleria e le baionette 
della fanteria, fecero un "ottimo lavoro". Fu una stra- 
ge di entità difficilmente computabile, dato il clima di 
feroce repressione. Fonti governative parlarono di 127 
morti e 450 feriti fra gli insorti, ma testimoni oculari 
indicarono queste dimensioni come in gra\'e ditetto. 

1 caduti tra le forze deU'"ordine" furono due, il 
primo probabilmente colpito dalle tegole lanciate dai 
tetti e il secondo sicuramente raggiunto incidental- 
mente dal fuoco dei commilitoni. È citato anche un 
autentico eroe (vero questa volta), un giovane soldato 
che accettò volontariamente di farsi fucilare da quegli 
ufticialetti sabaudi per essersi rifiutato di sparare sui 
suoi fratelli milanesi disarmati. 

Fra di essi i feriti testimoniati dalle autorità furono 
cinquantuno, ma è l'ennesimo falso, perché storici at- 
tenti verificarono che le diagnosi in realtà si riferivano 
anche a distorsioni, strappi muscolari o abrasioni tra- 
scurabili. In nessuno di questi si evidenziarono ferite 
di armi da fuoco. 

L'esercito sparò "Lifficialmente" diecimila colpi di 
fucile, mille di pistola e un numero imprecisato di can- 
nonate. 

L'evento "bellico" terminò con un episodio che sa- 
rebbe stato degno di una farsa, se non si fosse invece 
stati immersi in una sanguinosa tragedia. 

Bava Beccaris ebbe infatti un '"informazione segreta 
e accurata", dimostratasi poi un falso clamoroso, secon- 
do la quale i capi della rivolta erano annidati nel mona- 
stero di frati Cappuccini di Corso Monforte, oggi via 
Piave. In quel tempo (e quella tradizione è immutata an- 
cora oggi), a mezzogiorno quei buoni fraticelli distri- 
bui\ano un pasto ai poveri e per evitare assembramenti 
o intrusioni sgradite, essi chiudevano il canceUo. 

Mezzo esercito sabaudo converse quindi, proprio 
a quell'ora, con un'impeccabile manovra a tenaglia sul 
"fortilizio degli insorti" e al segnale convenuto ecco 
rombare il cannone che aprì una breccia nel muro di 
cinta, subito seguita da scariche di fucileria e dal clas- 
sico assalto alla baionetta! 

L'eroica azione militare non ebbe naturalmente 
"valida reazione" e gli attenti militari non vollero cer- 
to "cadere nel tranello di credere che le barbe dei fra- 
ti fossero vere e non adeguati mascheramenti". 

Dopo inseguimenti, baionetta innestata, a quei po- 
veri disgraziati che in pochi secondi passarono dalla 
tanto attesa zuppa calda di verdura alle cannonate.... 
l\'r finire, botte a tutti, a frati e barboni, a santi e pec- 
catori... e tutti in catene in galera! 

Nella truppa assaltante un erculeo ufficiale si pre- 
cipitò a spada sguainata su quei disgraziati urlando: 
"Arrendetevi!". 

(^)uelli tremanti, nemmeno in gratlo ili bene com- 



L'Itiilia e le Tre Italie 



169 



prendere risposero: "Ma cosa volete che vi rendia- 
mo... qui semm tucc poeritt!" ("Qui siamo tutti pove- 
retti!") 

Quei poveracci saranno liberati solo dopo dieci 
giorni, quando un tribunale speciale, per la "graziosa 
volontà" delle Loro Maestà Augustissime, dichiarerà il 
non luogo a procedere. 

Bava Beccaris consentirà ai suoi soldati di farsi fo- 
tografare sulla breccia del convento (quasi a fare il ver- 
so a ben altra breccia! ) in posa marziale! 

A questo eroico militare, a questo "invitto eroe di 
Monforte", che con l'espugnazione del convento ave- 
va "schiacciato la testa all'idra insurrezionale", il re 
d'Italia Umberto I conferirà le massime decorazioni e 
la nomina a senatore. 

Quel generale, nelle sue memorie, in un dubbio, 
curioso, assai tardivo momento di lucidità e di umano 
ravvedimento, ebbe a scrivere: ''Essendo la repressione 
d'una sommossa un atto di rivolta contro i propri con- 
cittadini, non debbono, quelli che ne ebbero il penoso 
incarico, credere d'avere compiuto im' azione superiore 
al loro dovere, né essere stimati degni di particolare ri- 
compensa''. 

. . .Certa gente. . . pur di salvar l'anima. . . ! 

Fu così che cominciò un difficile rapporto fra po- 
polo ed esercito italiano e fu così che si intuì l'uso piìi 
vero e autentico che le classi dirigenti intendevano fare 
dei cittadini in armi: una forza di repressione di tipo 
poliziesco nei confronti delle manifestazioni di insod- 
disfazione o di protesta provenienti dalla società civUe. 

Gli spazzini ripulirono le vie centrali di Milano 
con largo utilizzo di calce per disinfettare i selciati dal 
sangue versato. 

Terminarono così, in questo orribile modo, questi 
orribili eventi, illuminanti però una realtà storica che 
di lì a poco avrebbe prodotto altri e ben più tragici av- 
venimenti. 

Giosuè Carducci li definirà "Le Cinque giornate di 
Milano... alla rovescia". 

Movimenti localistici e regionalistici, come "I Gal- 
li Cisalpini" o "La Repubblica Ambrosiana" furono 
indicati dal vecchio Crispi e da Di Rudinì come la fon- 
te di tutte le sedizioni, e come i segreti sediziosi ispira- 
tori dei sommovimenti, che minavano la "sacra unità 
del territorio nazionale" (anche questo ricorda qualco- 
sa di recente). 

Troppo pochi parlarono della verità: la fame, l'in- 
giustizia, l'assenza di qualsiasi speranza, la disperazio- 
ne, presenti nella povera gente, del disprezzo presente 
nell'alto ceto e della paura reciproca presente in ogni 
strato della società. 

Ma anche in questo caso la storia non finirà così. 
Due uomini pagheranno per tutti: Bava Beccaris e 
Umberto I. 

Bava Beccaris pagherà moralmente, in quanto il 



suo nome per l'eternità sarà bollato con lettere d'infa- 
mia, ma Umberto I, il poveraccio, che certi problemi 
se li andò proprio a cercare, pagherà con la vita. 

Infatti, proprio per vendicare i troppi morti di Mi- 
lano, due anni dopo, il 29 luglio 1900 un anarchico, 
Gaetano Bresci, abbatterà a rivoltellate il re che, a 
Monza (il luogo è simbolico, infatti in questa città pro- 
seguirono e terminarono i moti milanesi) dopo avere 
assistito ad un saggio ginnico, rientrava alla reggia. 

Questo scatenò una vera orgia di espiazione su tut- 
to il territorio nazionale. In ciò si distinsero particolar- 
mente Roma con un monumento colossale a Villa Bor- 
ghese e Monza con l'elevazione di una colonna ciclo- 
pica alta ben 35 metri alla cui base si vede una cripta. 
Sulla vetta di questa gigantesca costruzione si ergono 
due enormi croci di alabastro che, ogni 29 luglio sono 
illuminate. 

Pare che ancora sia in essere un Corpo di Guardia 
Volontario che si pone a custodia di cripta e sacello. 

Lascio al lettore ogni sconfortato commento! 

L'erede, Vittorio Emanuele III, si dimostrò assai 
freddo di fronte alla morte così drammatica del padre, 
ma questo ha ampie spiegazioni in quanto quella fami- 
glia Savoia, così come le precedenti famiglie Savoia, 
era una ben strana famiglia. 

Umberto aveva sposato Margherita (sua cugina), 
per ragioni di pura politica e infatti egli rimase sempre 
legato affettivamente alla marchesa Litta, una specie di 
nave scuola di dieci anni più anziana di lui e che si di- 
ce avesse conosciuto i Ietti regali di mezza Europa. 

Dal regale matrimonio uscì, dopo un parto labo- 
riosissimo, il piccolo principino che risultò subito han- 
dicappato, non psichicamente, ma fisicamente: nella 
statura e alle gambe soprattutto. 

Sia Umberto che Elena dimostrarono sempre il 
massimo disinteresse per quel povero essere, di cui 
forse si vergognarono, essendo l'unico frutto della lo- 
ro pseudo unione e che subito abbandonarono affi- 
dandolo a mani di istruttori, tra l'altro severissimi. 

Si dice che Umberto I, dimostrando caratteri da 
uomo delle caverne, un giorno additando il figlio ad 
alcuni dignitari di corte, dicesse in modo spregiativo: 
"Visto che bei frutti dà l'unione fra cugini! ". 

Così crebbe questo poveretto al quale poi, pur- 
troppo, furono affidati i destini della unità della patria 
e di cui diremo. 

Il nuovo giovane re, apparentemente, non dimo- 
strò particolari volontà di vendetta nei confronti del- 
l'anarchico omicida, anzi alcuni dicono che facesse 
concedere un vitalizio alla moglie ad alla figlia dell'as- 
sassino, che nel frattempo era stato condannato all'er- 
gastolo. 

Bel gesto, molto umanitario e apprezzato dall'opi- 
nione pubblica, che aveva tributato all'ucciso "re Buo- 
no" migliaia di lapidi e di colossali monumenti in tut- 
ta Italia. 

Bel gesto di poco costo, perché di lì a poco, fatto 



170 



Roberto Sgarzi 



molto misterioso, di cui parlerò di seguito, Bresci sarà 
trovato impiccato nella sua cella e anche della moglie 
e della figlia, curiosamente, si persero le tracce! 

Gaetano Bresci (Prato 11-11-1869, Porto Santo 
Stefano 22?-5-1901) fu uomo che incise profonda- 
mente nella storia d'Italia. 

Era un operaio tessile, un uomo del popolo, gra- 
devole e forte, vivace e colto, era un anarchico, ribelle 
alle ingiustizie e alle discriminazioni sociali dell'Italia 
sabauda. Per questo aveva molto sofferto per opera di 
una dura polizia e per questo aveva dovuto lasciare l'I- 
talia per Paterson, Stati Uniti. Qui godette di eccezio- 
nali libertà di pensiero, ma fu permeato della cultura 
violenta tipicamente anglosassone ed ebbe a soffrire 
del disprezzo che gli americani, platealmente, riserva- 
vano agli emigranti italiani. Per quei nostri compatrio- 
ti di Paterson quel cocktail tu esplosivo e la richiesta di 
giustizia e ritorsione contro chi li aveva costretti ad 
emigrare fu forte e organizzata da un leader carismati- 
co: Errico Malatesta. 

Chi fosse Bresci, questo duro e coraggioso toscano 
di 3 1 anni è detto da Arrigo Petacco quando riferisce 
di due sue risposte date in una piccola lancia che lo 
trasferiva al carcere di Santo Stefano. 

Ai marinai che gli domandavano in modo beffardo 
perché mai avesse ucciso il re lui disse: "L'ho fatto an- 
che per voi, ma non siete in grado di capirlo". 

All'ufficiale che gli ingiunse di tacere domandando- 
gli chi mai credesse di essere, Bresci disse: "Sono un uo- 
mo che passerà alla storia, mentre voi sarete polvere". 

Aveva ragione. Nella storia della ribellione al so- 
pruso e all'offesa all'umanità vi fu e ancora vi è un gri- 
do, che come pochi altri sintetizzò sogni, paure e spe- 
ranze: "Viva Bresci "! 



L'uccisione di Umberto I: 
l'estrema vendetta borbonica? 



Questi fatti di sapore romanzato, ma veri, sono sta- 
ti messi in luce solo recentemente, grazie ad abili ricer- 
che di Arrigo Petacco suUe carte segrete di Giolitti e ri- 
mando al suo L anarchico che venne dall' Anierica. 

I personaggi sono molti, ma i fondamentali sono 
otto: 1) "la nota signora" con i suoi fidi; 2) Angelo In- 
sogna, conte borbonico fedelissimo; 3) il gesuita Re- 
mer; 4) il duca di San Martino, anch'egli proprietario 
terriero napoletano; 5) Errico Malatesta, il già citato 
leader degli anarchici italiani emigrati negli Stati Uni- 
ti; 6) Giolitti "uomo forte" del governo in carica; 7) 
Alessandro Doria, ispettore generale delle carceri del 
regno e, naturalmente; 8) Gaetano Bresci. 

Ma il perno di tutto il grande complotto era lei: "la 
nota signora". 

Era questa la definizione criptata con la e|ualc i 
"Servizi segreti" italiani definivano nientemeno che 



Maria Soha di Baviera, e.\ regina di Napoli e vedova di 
Franceschiello. 

Questa era una donna fortissima che, a differenza 
di un marito imbelle, già si era distinta nel lungo asse- 
dio di Gaeta nel 1860 e che, anche dopo il suo allon- 
tanamento da Napoli, non cessò mai la guerra perso- 
nale contro l'Italia sabauda. 

Dal suo rifugio francese di NeuUy, ove si era ritira- 
ta. Maria Sofia, pure in età ormai avanzata, ordì con il 
suo danaro e la sua intelligenza ogni sorta di congiura 
contro l'Italia sabauda. 

Nel viaggio di ritorno da Paterson verso l'Italia, 
Bresci passerà, certamente non occasionalmente, pro- 
prio dalla Francia e fu dal nido dell'"Aquiletta bava- 
ra", come la definirà D'Annunzio, che a sua volta pas- 
serà, dopo il regicidio di Umberto I, proprio Errico 
Malatesta il "grande vecchio" degli anarchici italiani. 

E docimientato in una lettera autografa di Malate- 
sta (ritrovata nelle carte segrete di Giolitti) che quella 
"strana coppia" composta da un'anziana e vendicativa 
ex regina e dal principe degli anarchici potenzialmen- 
te omicidi, aveva in progetto, visto il buon successo del 
primo, altri attentati. 

Questi erano diretti contro altri Savoia, contro 
grandi industriali e contro altre personalità del gover- 
no, ma il pili importante dei progetti era un ipotizzato 
colpo di mano contro il penitenziario di Santo Stefano 
per liberare Bresci. Questa lettera entrò in possesso di 
Giolitti il 18 maggio 1901 e il giorno stesso Bresci "si 
era suicidato". 

La data ufficiale della morte era il 22, ma i medici 
che fecero l'autopsia rilevarono decomposizioni del 
corpo tali da indicare la morte in quattro giorni prima. 

Il colpaccio ordito da Malatesta e dalla "nota si- 
gnora" aveva chiaramente il fine di riaprire la "que- 
stione meridionale" utilizzando Bresci nell'ex regno 
delle Due Sicilie come capopolo rivoluzionario. 

Questo in un'Italia sabauda in crisi terribile, dopo 
i fatti di Adua e Milano, e tutti gh altri innumerevoli 
episodi di sanguinosa repressione, avrebbe potuto si- 
gnificare esiti imprevedibili. Non a caso proprio Um- 
berto I stava ipotizzando una sospensione delle garan- 
zie statutarie (fonte A. Petacco). 

Il "suicidio" di Bresci risolse il problema. Inizial- 
mente si affermò che Bresci, incatenato al muro si sa- 
rebbe alzato fino alle sbarre per poi impiccarsi con un 
asciugamano, ma fu fatta un'obiezione: l'uso dell'a- 
sciugamano non dovex'a essere consentito in quel re- 
clusorio. 

Fu fatta quindi da quel governo una correzione: in 
effetti Bresci non si era suicidato con l'asciugamano, 
ma con il suo... to\agliolo. C'ome questo sia stato pos- 
sibile lascio al lettore la risposta. Una cosa comunque 
emerge evitlente e cioè che l'amministrazione del go- 
verno sabaudo di Roma non temexa il ridicolo. 

Assai sospetta in quel 18 maggio è la presenza in 
Santo Stetano tli un certo Alessandro Doria un'ennesi- 



Vllalia e le Tre Italie 



171 



ma vera anima nera dell'amministrazione del governo 
sabaudo che, partendo da zero, aveva scalato i molti 
gradini della carriera con i mezzi più ignobili, fino a 
giungere all'alto grado di Ispettore generale delle car- 
ceri del regno. 

Un buon salto di carriera quell'individuo lo fece ri- 
sultando particolarmente gentile e utile ad un'altra 
anima nera di quell'amministrazione durante la sua 
detenzione: il signor commendatore senatore Bernar- 
do Tanlongo, di cui abbiamo appena detto. 

Come si vede quel mondo era... piccolo, piccolo. 

Dopo la tragedia della conquista del Meridione, 
Custoza, Lissa, Amba Alagi, Makallè, Adua e Milano, 
regicidio e omicidio di Bresci, quell'Italia sabauda 
toccò veramente un fondo di nullità etico-culturale e 
di disperazione umana ma, come vedremo, saprà risol- 
levarsi. 

Si chiudeva così, in modo drammatico e sanguino- 
so l'Ottocento, un secolo affascinante, romantico, che 
lasciava alle sue spalle un'Italia percorsa da situazioni 
terribili e soprattutto unita formalmente, ma ancora 
divisa nelle tre realtà di sempre: Settentrione, centro e 
Meridione. 



Un documento 

Cuore di Edmondo De Amicis ( 1845-1908) è un li- 
bro edito nel 1886, tradotto in moltissime lingue, che 
ebbe, e ancora ha, un'enorme importanza nella forma- 
zione della gioventù non solo italiana. 

È infatti secondo solo al Pinocchio di Collodi nel- 
l'ambito dell'editoria italiana per ragazzi. 

Si tratta di una specie di diario scolastico immagi- 
nario, diligentemente tenuto in Torino dallo scolaro 
Piero Bottini, che offre insieme ai suoi "racconti men- 
sili" l'occasione per un vero trattato di formazione mo- 
rale e per uno spaccato della scuola e della società, so- 
prattutto piccolo borghese, dell'epoca. 

Nel succedersi degli eventi, lieti o tristi che siano, 
lo scorrere dei personaggi che animano le molte storie 
di Cuore e cioè Garrone, la maestrina dalla penna ros- 
sa. Derossi, Franti e altri, sono in questi cento e più an- 
ni divenute esemplificative degli italiani medi e dei lo- 
ro comportamenti etico-culturali. 

De Amicis conquistò il pubblico con un ottimismo 
certamente etereo, ma fortemente convincente, che 
mise il bene al centro della vita quotidiana, sempre 
gloriosamente trionfante e vivificato dal sentimento 
che strappa da una condizione di latenza le forze buo- 
ne presenti nell'animo di ognuno. 

Ufficiale piemontese combattente nel '66 a Custo- 
za, De Amicis scrisse molte altre opere, che non ebbe- 
ro però la fortuna letteraria di Cuore. 

Uautore seppe interpretare in modo impareggiabi- 
le i valori tradizionali del mondo italo-sabaudo del 



momento e cioè Dio, patria, iamiglia, socialità, eroi- 
smo civile e militare, anche se allo smaliziato lettore 
odierno il testo appare irrealistico, sdolcinato, con pre- 
senze degli adulti assai vessatrici e soverchianti nei 
confronti dei ragazzi. 

Già a suo tempo, del resto, l'opera cadde sotto gli 
strah ironici di Carducci che ebbe a dire: "Potessi 
piangere. . . come il mio dolce Edmondo. . . ! ". 

Comunque i citati valori fondanti di Cuore, la no- 
biltà, la fierezza, l'alta levatura morale dello scritto so- 
no, in ogni tempo e sotto ogni latitudine, gli elementi 
portanti di ogni nazione. 

Come brani esemplificativi sono comunque stati 
stralciati tre brevi passi, che certamente testimoniano 
la levatura dello scritto, ma anche un certo tipo di de- 
vozione aprioristica e fanatica alla casa regnante che di 
lì a poco causerà un mare di lutti per Ìl paese. 

A dimostrazione dell'importanza che ebbe Cuore 
nella cultura del momento e in quella susseguente pa- 
re di rilievo il "messaggio forte" contenuto nel brano 
"re Umberto". Cioè che la carezza del fiero reduce po- 
polano che aveva stretto la mano del re doveva essere 
intesa come una carezza di Sua Maestà: questo sarà un 
concetto poi in seguito variamente ripreso. 

Esso fu recentemente riproposto anche dal papa 
Giovanni XXIII in una sua celebre allocuzione, quan- 
do disse: "Andate alle vostre case, accarezzate i vostri 
bambini e dite loro: questa è una carezza del papa!". 



// ragazzo calabrese 

22, sabato 

Ieri sera, mentre il maestro ci dava notizie del povero 
Robetti, che dovrà camminare un pezzo con le stampelle, 
entrò il Direttore con un nuovo iscritto, un ragazzo di vi- 
so molto bruno, coi capelli neri, con gli occhi grandi e ne- 
ri, con le sopracciglia folte e raggiunte sulla fronte; tutto 
vestito di scuro, con una cintura di marocchino nero in- 
torno alla vita. Il Direttore, dopo aver parlato nell'orec- 
chio al maestro, se ne uscì, lasciandogli accanto il ragaz- 
zo, che guardava noi con quegli occhioni neri, come spau- 
rito. Allora il maestro gli prese una mano, e disse alla clas- 
se: - Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella scuola 
un piccolo italiano nato a Reggio di Calabria, a più di cin- 
quecento miglia di qua. Vogliate bene al vostro fratello 
venuto di lontano. Egli è nato in una terra gloriosa, che 
diede all'Italia degli uomini illustri, e le dà dei forti lavo- 
ratori e bravi soldati; in una delle più belle terre della no- 
stra patria, dove son grandi foreste e grandi montagne, 
abitate da un popolo pieno d'ingegno e di coraggio. Vo- 
gliategli bene, in maniera che non s'accorga di esser lon- 
tano dalla città dove è nato; fategli vedere che un ragazzo 
italiano, in qualunque scuola italiana metta il piede, ci 
trova dei fratelli. Detto questo s'alzò e segnò sulla carta 
murale d'Italia il punto dov'è Reggio di Calabria. Poi 
chiamò forte: - Ernesto Derossi! - quello che ha sempre 



U2 



Roberto Sgani 



il primo premio. Derossi s'alzò. - Vieni qua, - disse il 
maestro. Derossi uscì dal banco e s'andò a mettere ac- 
canto al tavolino in faccia al calabrese. - Come primo del- 
la scuola, - gli disse il maestro, - dà l'abbraccio del ben- 
venuto, in nome di tutta la classe, al nuovo compagno; 
l'abbraccio del figliuolo del Piemonte al figliuolo della 
Calabria. - Derossi abbracciò il calabrese, dicendo con la 
sua voce chiara: - Benvenuto! - e questi baciò lui sulle 
lIuc guance, con impeto. Tutti batterono le mani. - Silen- 
zio! - gridò il maestro, - non si batton le mani in iscuola! 
- Ma si vedeva ch'era contento. Anche il calabrese era 
contento. Il maestro gli assegnò il posto e lo accompagnò 
al banco. Poi disse ancora: - Ricordatevi bene quello che 
vi dico. Perché questo fatto potesse accadere, che un ra- 
gazzo calabrese fosse come in casa sua a Torino, e che un 
ragazzo di Torino fosse come in casa propria a Reggio di 
Calabria, il nostro paese lottò per cinquant'anni e trenta- 
mila italiani morirono. Voi dovete rispettarvi, amarvi tut- 
ti fra \oi; ma chi di voi offendesse questo compagno per- 
ché non è nato nella nostra provincia, si renderebbe in- 
degno di alzare mai piii gli occhi da terra quando passa 
una bandiera tricolore. - Appena il calabrese fu seduto al 
posto, i suoi vicini gli regalarono delle penne e una stam- 
pa, e un altro ragazzo, dall'ultimo banco, gli mandò un 
francobollo di Svezia. 



La strada 

25, sabato 

Io t'osservavo dalla finestra, questa sera, quando tor- 
navi da casa del maestro: tu hai urtato una donna. Bada 
meglio a come cammini per la strada. Anche lì ci sono dei 
doveri. Se misuri i tuoi passi e i tuoi gesti in una casa pri- 
vata, perché non dovresti far lo stesso nella strada, che è 
la casa di tutti? Ricordati, Enrico. Tutte le volte che in- 
contri un vecchio cadente, un povero, una donna con un 
bimbo in braccio, uno storpio con le stampelle, un uomo 
curvo sotto un carico, una famiglia vestita a lutto, cedile 
il passo con rispetto: noi dobbiamo rispettare la vec- 
chiaia, la miseria, l'amor materno, l'infermità, la fatica, la 
morte. Ogni volta che vedi una persona a cui arriva ad- 
tlosso una carrozza, tirala via, se e un fanciullo, avvertila, 
se è un uomo; domanda sempre che cos'ha al bambino 
solo che piange, raccogli il bastone al vecchio che l'ha la- 
sciato cadere. Se due fanciulli rissano, dividili; se son due 
uomini, allontanati, non assistere allo spettacolo della 
violenza brutale, che oftende e indurisce il cuore. E quan- 
do passa un uomo legato fra due guardie, non aggiunge- 
re la tua alla curiosità crutiele della lolla: egli può essere 
un innocente. Cessa di parlar col tuo compagno e di sor- 
ritlere quando incontri una lettiga d'ospedale, che porta 
torse un moribondo, o un convoglio mortuario, che ne 
potrebbe uscir uno domani di casa tua. Guarda con rive- 
renza tutti quei ragazzi degli istituti che passano a due a 
due: i ciechi, i muti, i rachitici, gli orfani, i tanciulli ab- 
bandonati: pensa che è la sventiu-a e la carità umana che 



passa. Fingi sempre di non vedere chi ha una deformità 
ripugnante o ridicola. Spegni sempre ogni fiammifero ac- 
ceso che tu trovi sui tuoi passi, che potrebbe costar la vi- 
ta a qualcuno. Rispondi sempre con gentilezza al passeg- 
gicro che ti domanda la via. Non guardar nessuno riden- 
do, non correre senza bisogno, non gridare. Rispetta la 
strada. L'educazione d'un popolo si giudica innanzi tutto 
dal contegno ch'egli tien per la strada. Dove troverai la 
\illania per le strade, troverai la \illania nelle case. E stu- 
diale, le strade; studia la città dove vivi; se domani tu ne 
fossi sbalestrato lontano, saresti lieto d'averla presente 
bene alla memoria, di poterla ripercorrere tutta col pen- 
siero, la tua città, la tua piccola patria, queOa che è stata 
per tanti anni il tuo mondo, dove hai fatto i primi passi al 
fianco di tua madre, provato le prime commozioni, aper- 
to la mente alle prime idee, trovato i primi amici. Essa è 
stata una madre per te: t'ha istruito, protetto. Studiala 
nelle sue strade e nella sua gente, e amala, e quando la 
senti ingiuriare, difendila. 

Tuo Padre 



Re Umberto 
3, lunedì 

Vidi venir le lance calate, scaricammo i fucili, un nu- 
volo di polvere nascose tutto... Poi la polvere si diradò... 
La terra era coperta di cavalli e di ulani feriti e morti, lo mi 
voltai indietro, e vidi in mezzo a noi Umberto a cavallo, che 
guardava intorno, tranquillo, con l'aria di domandare: "C'è 
nessuno graffiato dei miei ragazzi? ". E noi gli gridammo: 
"Evviva!" sulla faccia, come matti. Sacro Dio, che momen- 
to!... Ecco il treno che arriva. 

La banda suonò, gli ufficiali accorsero, la foUa s'alzò in 
punta di piedi. 




IVIonza. Colossale monumento funebre dedicato a Umberto I. 



iridila e le Tre lliilie 



173 



Eh, non esce mica subito, - disse una guardia - ora gli 
fanno un discorso. 

Coretti padre non stava più nella pelle. - Ah! quando 
ci penso, - disse, - io lo vedo sempre là. Sta bene tra i co- 
lerosi e i terremoti e che so altro; anche là è stato bravo: ma 
io l'ho sempre in mente come l'ho \'isto allora, in mezzo a 
noi, con quella faccia tranquilla. E son sicuro che se ne ri- 
corda anche lui del quarto del '49, anche adesso che è re, e 
che gli farebbe piacere di averci una volta a tavola, tutti in- 
sieme, quelli che s'è visto intorno in quei momenti. Adesso 
ci ha generali e signoroni e galloni; allora non ci aveva che 
dei poveri soldati. Se ci potessi un po' barattare quattro pa- 
role, a quattr'occhi! Il nostro generale di ventidue anni, il 
nostro principe, che era affidato alle nostre baionette... 
Quindici anni che non lo vedo... Il nostro Umberto, va. 
Ah! Questa musica mi rimescola il sangue, parola d'onore. 

Uno scoppio di grida l'interruppe, migliaia di cappelli 
s'alzarono in aria quattro signori vestiti di nero salirono 
nella prima carrozza. 

E lui! - gridò Coretti, e rimase come incantato. 

Poi disse piano; - Madonna mia, come s'è fatto grigio! 
- Tutti e tre ci scoprimmo U capo; la carrozza veniva in- 
nanzi lentamente, in mezzo alla folla che gridava e agitava 
i cappeUi. Lo guardai Coretti padre. Mi parve un altro; pa- 
reva diventato più alto, serio, un po' paUido, ritto appicci- 
cato contro il pilastro. 

La carrozza arrivò davanti a noi, a un passo dal pila- 
stro. Evviva! - gridarono molte voci. 



- Evviva! - gridò Coretti, dopo gli altri. 

Il re lo guardò in viso e arrestò un momento lo sguar- 
do sulle tre medaglie. 

Allora Coretti perde la testa e urlò; - Quarto batta- 
glione del quarantanove! 

Il re, che s'era già voltato da un'altra parte, si rivoltò 
verso di noi, e fissando Coretti negli occhi, stese la mano 
fuor della carrozza. 

Coretti fece un salto avanti e gliela strinse. La carrozza 
passò, la foUa irruppe e ci divise, perdemmo di vista Co- 
retti padre. Ma fu un momento. Subito lo ritrovammo, an- 
sante, con gli occhi umidi, che chiamava per nome U fi- 
gliuolo, tenendo la mano in alto. Il figliuolo si slanciò ver- 
so di lui ed egli gridò; - Qua, piccino, che ho ancora calda 
la mano! - e gh passò la mano intorno al viso, dicendo: 

"Questa è una carezza del re ". 

E rimase lì come trasognato, con gli occhi fissi sulla 
carrozza lontana, sorridendo, con la pipa tra le mani, in 
mezzo a un gruppo di curiosi che lo guardavano. - È uno 
del quadrato del '49, - dicevano. - È un soldato che cono- 
sce il re. - È il re che l'ha riconosciuto. - E lui che gli ha te- 
so la mano. - Ha dato una supplica al re - disse uno più 
forte. 

No, - rispose Coretti, voltandosi bruscamente; - non 
gli ho dato nessuna supplica, io. Un'altra cosa gli darei, se 
me la domandasse... 

Tutti lo guardarono. 

Ed egli disse semplicemente: - Il mio sangue. 



174 



Roberto Sgarzi 



6. Il Novecento 



Gli anni che vanno dal 1900 al 1915 furono per il 
nostro paese, ma soprattutto per il nord Italia, gli anni 
più felici della sua storia. Furono anni di pace e di 
espansione commerciale. Ricordo Sergio Romano 
quando riferisce nel suo Stomi d'itdlia che "alla fine 
dell'ultimo decennio del XIX secolo, l'Italia in Europa 
è amica di tutti. Non è un risultato disprezzabile per un 
paese che per diventare nazione ha bisogno di pace". 



A) 1900-1915: l'Italia settentrionale 



La tragedia di Adua e la morte di Umberto I de- 
terminarono la fine dell'era Crispi e il ritorno al pote- 
re di Giolitti il quale o in prima persona, o tramite uo- 
mini politici da lui influenzati (come Zanardelli), non 
lascerà piij il comando fino al '14. 

Per verità già negli ultimi anni del secolo si era co- 
minciato a vedere il segno di un telice cambiamento di 
rotta e questo per molti fortunati fattori. Il primo fu 
l'elettricità. Non tutti sanno che proprio l'elettricità, 
prima e più ancora del socialismo, fu considerata "il 
sole dell'avvenire". 

Il problema era queUo, ancora una volta, delle fon- 
ti di energia. Fino ai primi dell'Ottocento furono le 
povere masse muscolari di uomini o animali a produr- 
re l'energia e con quelle si faceva poca cosa. Poi, il ve- 
ro cambiamento fu la macchina a vapore e con quella 
si azionarono industrie, treni, navi e quant'altro: era 
una magia meravigliosa certo, ma anch'essa aveva i 
suoi problemi: era pericolosa per eventuali, frequenti 
scoppi, pesante e ingombrante. Quel passaggio di se- 
colo forniva ulteriori cose meravigliose, il nuovo mo- 
tore a scoppio ad esempio, leggero, sicuro e potente, 
con il quale azionare automobili e addirittura aeropla- 
ni e soprattutto l'elettricità che miracolosamente, at- 
traverso fili, dava motori silenziosi e sicuri e la luce in 
tutte le case, permettendo di proseguir\'i la vita ben oh 
tre il tramonto, perché nelle abitazioni, (ino a quel mo 
mento, la notte scenile\'a rapida e solo poche, deboli 
candele, o i focolari, vi si opponevano. 

In quegli anni furono costruite in Lombardia le 
prime centrali elettriche e da quel momento tutto tu 
luminoso e il futuro fu improntato al progresso e al- 
l'ottimistno. 



Una lapide posta a pochi metri dal Duomo di Mi- 
lano ricorda che in quel punto fu inaugurata la prima 
centrale termoelettrica che in Europa fu devoluta a 
conferire luce e forza motrice a quella città. 

Bisogna riconoscere che la natura geografica e oro- 
grafica dell'Area padana fu incredibilmente fortunata 
al line della produzione di energia idroelettrica in que- 
sta regione. La grande chiostra alpina, con il conse- 
guente notevole numero di fiumi, tutti aventi un regi- 
me d'acque rilevante e continuo durante tutto l'anno, 
permise la costruzione di dighe dotate di un grande di- 
slivello. Questo consentì un'ottima produzione di elet- 
tricità che tutta, facilmente, convergeva dall'arco alpi- 
no nelle vicine, sottostanti, zone industriali piemonte- 
si e lombarde. 

Le cose non furono altrettanto fortunate nel Meri- 
dione d'Italia, ove non erano presenti, se non in pochi 
casi, grandi bacini imbriferi, ma soprattutto qui vi era- 
no fiumi a carattere torrentizio, non a regime d'acque 
costante. 

L'Italia, ma soprattutto come si diceva quella set- 
tentrionale, partecipò a questa ondata di felicità e di 
pace che attraversò tutto il mondo occidentale del mo- 
mento, ma c'è di più. 

In quegli anni le rimesse in oro dei molti emigran- 
ti cominciarono a fare sentire il loro peso sul valore 
della moneta e, quasi naturale conseguenza, le banche 
(importanti le direzioni ebree e i nuovi capitali germa- 
nici) iniziarono ad investire: la metallurgia (Fiat), l'in- 
dustria tessile, la razionalizzazione e la meccanizzazio- 
ne dell'agricoltura, esplosero in Area padana: il vero 
grande, mera\'iglioso, faticatissimo e incredibile boom 
economico è quello. 

Ed ecco sorgere qui come funghi le Società Ope- 
raie, le Cooperative, le Casse Mutue. Ecco intuire (so- 
lo intuire per il momento), che la lame può essere vin- 
ta e che le malattie possono essere curate. Ecco appa- 
rire i mezzi di comunicazione, il telefono e il telegrafo, 
ecco varare i grandi transatlantici che con sicurezza e 
rapidità mettono in ctimunicazione i continenti, ecco 
volare aerei e dirigibili, ecco perforare i tunnel sotto le 
Alpi che, con incredibile confortevole rapidità, con- 
giungono le nazioni europee: ecco l'Area padana at- 
traverso le varie gallerie comunicare con Francia, Sviz- 
zera ed Austria in poche ore. 



175 




Primi anni del Novecento; personaggi della piccola borghesia italia- 
na (foto d'epoca). 

Operai, merci, idee, ogni cosa si mescola con faci- 
lità e usando quei tunnel quella gente diventa Europa. 

Nascono le Casse Nazionali di Previdenza ed Assi- 
stenza degli operai. 

Al nord Italia la vita è ancora molto dura, specie 
per le plebi operaie, ma la speranza di liberarsi dalla 
miseria c'è ed è grande. 

Il sommovimento sociale è enorme: è la borghesia 
produttiva che si affaccia e sarà Giovanni Agnelli, un 
semplice imprenciitore, a fondare il colosso industriale 
torinese. Conti, marchesi, baroni o quant'altro appar- 
tengono sempre più ad un passato non rimpianto. 

Siamo all'era dei "commendatori", forse un po' 
rozzi, ma affascinanti, perché mentre conti si nasce, 
commendatori si diventa, in ragione del proprio valo- 
re e del proprio lavoro. 

Di rilievo in Ivrea la dinastia degli Olivetti, che la- 
scerà per tre generazioni un'impronta e un esempio di 
cultura sociale di enorme importanza. 

In Padania si affacciano un nuovo tipo di etica e 
un nuovo tipo di società: quelle del rispetto per l'indi- 
viduo e per il suo merito. Diviene realtà la linea politi- 
ca perseguita da Giolitti. La vita politica si evolve 
quindi in modo europeo: ottenere il consenso elettora- 
le in un ginepraio di interessi, partiti, cooperative, 
ideologie è difficile e spinge l'uomo politico al rappor- 
to diretto con il cittadino, all'impegno di azione e co- 
noscenza politica. 

NuUa di tutto questo succede al sud Italia. 



B) 1900-1915: l'Italia meridionale 



L'antica struttura sociale oligarchica, baronale, la- 
tifondista, permane. I voti elettorali sono facilmente 
controllati da ristretti gruppi di individui per i quali, 
già da quel momento, questi diventano arma di pote- 
re, di pressione e di ricatto. Giolitti, purtroppo, otterrà 
con facilità i consensi dei parlamentari portavoce di 
quegli interessi. Infatti la naturale, grave condizione 
per ottenere i servizi di quelli che saranno definiti in 
segno di scherno gli "ascari", sarà il consentire la pro- 
tezione di quella società, quell'economia, quella cultu- 
ra meridionale. 

Come? Con il dazio di protezione sul grano ad 
esempio e qui ritorniamo pari pari ai limiti della poli- 
tica borbonica. 

Come aveva saggiamente sintetizzato Tomasi di 
Lampedusa: "Tutto era stato cambiato, affinché nulla 
cambiasse". 

Il Meridione produceva infatti praticamente solo 
prodotti agricoli e con più precisione grano, ad opera 
del latifondo baronale, ma anche altri generi più spe- 
cializzati come vite, frutta od ortaggi e questi ad opera 
della piccola proprietà contadina che si affacciava a 
quella ribalta. 

Grano statunitense o sudamericano era offerto sul- 
le banchine dei porti meridionali a prezzi di gran lun- 
ga inferiori a quelli praticati dai baroni meridionali. 

Accettare quei cereali esteri avrebbe significato ve- 
dere sì soffrire quella produzione locale, ma avrebbe 
però permesso, sotto la spinta della concorrenza, di 
stimolare la qualità di quei beni e anche di vedere au- 
mentare la nostra esportazione degli altri prodotti 
agricoli, quelli della piccola proprietà contadina. 

Ma la \'ita parlamentare era dura e difficile, Giolit- 
ti a\'eva necessità dei voti degli "ascari" e protesse con 
dazi il grano meridionale. 

Questo fatto fu gravissimo, esso si antepose ai vo- 
leri di Giustino Fortunato, un grande meridionalista, e 
causò un ulteriore collasso dell'economia, della cultu- 
ra e della società meridionale. 

A causa dell'assenza di qualsiasi stimolo prove- 
niente dalla libera concorrenza, la qualità della pro- 
duzione di grano rimase intatti primitiva per i meto- 
di, gli strumenti e l'organizzazione della sua produ- 
zione. 

Con essa, naturalmente, rimasero primordiali le 
qualità di vita delle plebi rurali e cittadine, private di 
potere politico, economico e sociale. Quel grano veni- 
va prodotto con H primitivo aratro a chiodo che impli- 
cava enormi fatiche per i contadini e per gli animali e 
pure una produttività modestissima per quantità. 

Anche per questo stato di cose l'Italia non era au- 
tosufficiente sul piano alimentare. Se U paese si sfama- 
va (e non sempre) era perché quei vapori americani, al- 
la fin fine, deponevano i loro carichi suUe nostre ban- 
chine. 



176 



Roberto Sgani 



Questo ebbe conseguenze disastrose per la nostra 
economia, ma non solo. La terribile guerra mondiale 
che ci vedrà purtroppo di lì a poco protagonisti, avrà 
Fra i fattori che spingeranno l'Italia ad entrare in guer- 
ra e che la vedranno scegliere una parte dei belligeran- 
ti proprio questo: il continuare a potere fruire di gra- 
no e altri alimenti americani senza i quali gli italiani, 
molto semplicemente, sarebbero morti di fame. 

Il derelitto Meridione d'Italia non ebbe quindi a 
beneficiare di quella che l'Europa giustamente definì 
la Belle epoque. Per questi nostri fratelli continuerà ad 
imperversare un oscuro Medioevo. 

Per perseguire condizioni di vita civili o di sempli- 
ce soprav\'ivenza, rimaneva loro, ancora una volta, una 
sola strada: l'emigrazione. 

Questo fenomeno infatti in quegli anni affliggeva il 
Meridione d'Italia in modi, ancora oggi dolorosamen- 
te presenti, nella letteratura e nelle canzoni popolari di 
tutta Italia. 

Il numero complessivo degli emigranti italiani dal 
1901 al 1914 (Sergio Romano) fu di ben 8.623.730 per- 



sone 



1911: la guerra italo-turca 



Per l'Italia il momento magico su illustrato comin- 
cia franare a cavallo già dal 1911. È in quel momento 
che l'altra Italia, l'altra parte della cultura italiana, 
quella crispina, quella aggressiva, nazionalista, colo- 
nialista e bellicosa, di cui già si è detto, riappare. 

Riappare cioè il vecchio principio dell'" operaio 
colonizzatore e imperialista", del "proletario che si tra- 
storma in soldato conquistatore", principio che co- 
mincia ad ottenere simpatie nel mondo socialista e che 
sarà, di lì a poco perfezionato dal fascismo. 

Di nuovo l'Italia esige l'impero, il posto al sole e 
proprio lì di fronte c'è la Libia, trazione del decrepito 
Impero turco-ottomano. Conquistare il "bel suol d'a- 
more" non doN'rebbe essere difficile e con esso un po- 
sto di ulteriore prestigio all'interno delle potenze occi- 
dentali. 

Infatti non sarà particolarmente difficile, ma Gio- 
litti contrav\'iene all'impegno preso venti anni prima 
di non impegnare mai il paese in avventure coloniali, 
fra l'altro l'affare sarà per noi molto magro. 

Ma la ragione per la quale Cìiolitti si imbarcò nel- 
l'impresa libica ebbe anche risvolti più psicologica- 
mente sottili. 

Le sconfitte di Custoza e Lissa prima e di Adua 
poi, avevano determinato una dura situazione nella va- 
lutazione che gli italiani avevano di loro stessi. Erava- 
mo quindi di fronte ad un complesso di grave inferio- 
rità che ci penalizzava a fronte degli altri paesi europei. 

La situazione positiva che il nostro paese attraver- 
sava a cavallo del 191 I, l'allontanarsi nel tempo delle 
date infauste precedentemente riferite, la presenza pro- 



prio di fronte alla Sicilia dell'ultimo ritaglio d'Africa 
non ancora occupato dalle potenze coloniali, l'accordo, 
anzi l'incoraggiamento che provenivano dalle altre po- 
tenze coloniali europee, un certo attlato romantico pre- 
sente nella cultura e nel costume spingevano l'Italia 
verso qucll'av\'entura: c'era una diffusa volontà di ri- 
scatto e potenza, insomma c'era voglia di colonie. 

L'antica vocazione coloniale, tipica delle zone me- 
ridionali, aveva ormai conquistato tutta la penisola. 

Si entrò in guerra, quindi, contro l'Impero turco 
nonostante i molti timori di Giolitti, che a ben guar- 
dare è l'uomo che più ha dato al suo paese in termini 
di civiltà e benessere e che forse, meglio l'ha conosciu- 
to, nel bene e nel male. 

Studi storici approfonditi dimostrano oggi che i ti- 
mori di Giolitti erano fondati. La guerra fu vinta per- 
ché le forze in campo erano enormemente sproporzio- 
nate a nostro favore e nonostante questo avemmo mol- 
ti problemi. La reazione non tanto delle forze regolari 
turche, quanto degli elementi locali fu molto forte, a li- 
vello di guerriglia soprattutto. L'orribile azione di re- 
pressione da parte delle forze italiane di occupazione, 
grave e odiosa, fu necessaria praticamente tino al 1936 
per mantenere il possesso del territorio. 

Spesso r "operaio colonizzatore" si trasformò in 
aguzzino, ma questo i giornali non lo raccontarono. 

In uno scritto del 1989, // tricolore della vergogna 
di Angelo del Boca, si ricordano aspetti ignorati e ter- 
ribili di quella vicenda. 

La resistenza indigena alle truppe italiane di fatto 
non si esaurì mai e quando il 24 gennaio 1932 Pietro Ba- 
doglio dichiarerà vinto il momento di ribellione risulte- 
ranno uccisi almeno 100.000 (centomila!) indigeni, dal 
che, se si considera che in quel momento la popolazio- 
ne autoctona assommava a 800.000 abitanti, ci si rende 
conto che almeno un ottavo di quella gente fu massa- 
crato dair"italiano buono e colonizzatore", animato 
dalla solita ansia di "missione civilizzatrice nel mondo". 

L'ondata di bugie che investì il paese tu enorme 
ovunque, ma la favola di "Tripoli bel suol d'amore" fe- 
ce il miracolo, cancellò secoli di frustrazioni e ci cucì 
addosso quelle vesti di "duri soldati conquistatori", di 
esercito invincibile, che non erano in realtà le nostre. . . 
ma che ci piacevano tanto. 

Questo ebbe contemporaneamente aspetti positix'i 
e negativi. 

Gli aspetti positivi erano nel nuo\'o autoconvinci- 
mento degli italiani, ma anche nel tatto che i baronet- 
ti siciliani, che già nel 1860 auspicavano il coloniali- 
smo, avevano poi visto, almeno in parte, giusto. 

Il baricentro d'Italia si spostò ancora più a sud, 
dopo l'unità del 1870, per il nuovo obiettivo peso e in- 
teresse che improvvisamente acquisivano le province 
meridionali. 

Napoli, Marsala, Trapani, Bari, Palermo, Brindisi, 



L'Iltiliii e le Tre llulic 



\n 



Augusta ecc. non erano più oscuri, lontani siti sperdu- 
ti in qualche carta geografica nei confronti dei quali a 
Roma e in Area padana si sentiva un'immensa indiffe- 
renza per la distanza in miglia, chilometri e differenze 
culturali, eh no! 

Quelli erano le nostre nuove porte, i punti di im- 
barco e di sbarco per l'impero, i punti più prossimi al- 
le nuove conquiste coloniali. Da quelle banchine non 
si sarebbero più movimentati solo grano, vini o fichi 
secchi, bensì treni, materiali edilizi, macchine utensili, 
cibi di ogni tipo, ospedali e cannoni, autoblindate 
(std), soldati, proiettili, gru, banchine. Si pensi che in 
Libia si rimontarono pari pari, interi enormi fortini in 
acciaio precedentemente costruiti in Italia. 

E per far giungere fino a quei porti questi materia- 
li occorrevano ferrovie, ponti, strade, alberghi, posti di 
ristoro, ospedaU, assistenza varia con tutti suoi bravi 
depositi, organizzazione amministrativa e quant'altro. 

In quegli anni ricomincia una certa, pur modesta, 
fioritura del Meridione, ancora oggi visibile nei grade- 
voli stUi Liberty delle innumerevoli passeggiate a mare 
di quelle zone, arricchite dalle evidentemente coeve co- 
struzioni dell'Amministrazione dello stato italiano 
adattate a magazzini, arsenali ecc. 

Ma se finalmente, concretamente in queste cose e 
non solo nei cori degli scolari delle scuole elementari, 
l'Italia cominciava a diventare una realtà, l'aspetto ne- 
gativo della cosa fu che le ali che le spuntarono furono 
troppo grandi. 

Il guaio fu che nessuno ebbe il coraggio di riporta- 
re le cose ad un giusto equilibrio, se non il solito Gio- 
litti, e che il tutto avvenne maledettamente in prossi- 
mità di uno degli anni più neri di tutta la storia dell'u- 
manità: il 1914. 

Le riserve che Giolitti nel 1911 aveva sull'appara- 
to militare italiano furono confermate in questa occa- 
sione e rafforzarono in lui la decisione di non più de- 
rogare al suo impegno neutralista. Di lì a poco (tre an- 
ni) il cuneese avrebbe avuto modo di verificare la vali- 
dità delle sue convinzioni. 

Sì, l'affare Libia, a ben guardare fu un pessimo af- 
fare. 

Innanzi tutto gli italiani non si renderanno mai 
conto che "lo stupido scatolone di sabbia", come qual- 
cuno ebbe a definire quel territorio, era ed è in realtà 
pieno del petrolio più fino e puro che si conosca e poi 
perché, come detto, quegli arabi erano proprio duri e 
ribelli al dominio coloniale italiano come pochi altri: 
furono sanguinose rivolte a non finire. 

L'aspetto più grave forse fu però che, dopo Tripo- 
li, si creò in Italia, a vari livelli, l'erronea convinzione 
in una forte propensione naturale del popolo italiano 
per la guerra, per l'eroismo militare e per la conquista 
dei territori altrui. 

Questo pare invece sia stato contraddetto da rela- 
zioni segrete di Giolitti secondo le quali la suddetta pro- 



pensione dell'itiiliano medio per la guerra sarebbe stata, 
come sempre, anche in quell'occasione, assai modesta. 

Ma la conquista itahana di Libia e Dodecaneso (un 
gruppo di isolette fra le quali l'affascinante Rodi, pro- 
prio di fronte alle coste turche), ebbe altri risvolti inat- 
tesi e drammatici: essa significò che l'Impero ottoma- 
no era ormai fradicio e sollevò quindi gli appetiti e la 
più che motivata voglia di libertà di molte nazioni eu- 
ropee da un dominio spesso mostruoso, fra queste Ser- 
bia, Grecia, Bulgaria, Austria, Romania. 

Fu proprio la spartizione degli immensi territori di 
Costantinopoli nella zona balcanica che causò lo scon- 
tro fra Serbia ed Austria, con la conseguente deflagra- 
zione mondiale che ridurrà l'Europa in cenere, le to- 
glierà ogni reale peso internazionale e la vedrà vassal- 
la, da quel momento e per chissà quanto tempo anco- 
ra, degh Stati Uniti. 

1914: fu definito "il suicidio d'Europa", fu la re- 
pentina fine della Belle epoque e l'inizio di una imma- 
ne tragedia: fu la Prima guerra mondiale. 



Per riassumere i primi quindici anni del 
1900. Confronto: Italia del nord, centro e sud 



A) Italia settentrionale 

A partire dagli ultimi anni del 1800 la Padania de- 
colla verso una dimensione di eccellenza europea, in 
questo territorio tutto assume un grande sviluppo: il ri- 
sparmio, l'industria, l'organizzazione di una agricoltura 
che si meccanicizza in modo egregio, l'organizzazione 
sociale, con particolare riferimento alle classi meno ab- 
bienti. Si affacciano in grandi quantità le case popolari, 
le casse mutue di pensionamento e contro le malattie. 

Il reddito prò capite si raddoppia in pochi anni, il 
risparmio comincia ad essere fenomeno diffuso, l'emi- 
grazione diminuisce rapidamente. 

Le automobili non sono fatto episodico, strade, 
tunnel ferroviari, la ferrovia Bologna-Firenze... tutto 
si moltiplica e favorisce un grande movimento. 



B) Italia centrale 

Roma stessa assume un ottimo sviluppo con 
Nathan, un grande sindaco. 

C) Italia meridionale 

Al di sotto della capitale la situazione è invece di 
totale stagnazione: quasi nulla, o troppo poco, è cam- 
biato dal periodo borbonico. Il reddito prò capite è in- 
variato e le condizioni di vita della quasi totalità di 
quei concittadini sono ancora spaventose. Unica dolo- 
rosa soluzione rimane l'emigrazione che raggiunge, co- 
me si è detto, punte record. 



178 



Rohcrto Sgdrzi 



La Prima guerra mondiale: 1915-1918 



Quella guerra cambiò rapidamente ogni cosa, in 
Italia, in Europa e nel mondo. 

Per quanto riguarda l'argomento che ci sta a cuo- 
re e cioè l'analisi deOe ciifferenziazioni fra le tre parti 
che compongono il nostro paese, la guerra '15-18 fu di 
rara efficacia per mescolare, in quegli osceni e ri\ol- 
tanti tritacarne che furono le nostre trincee, uomini e 
dialetti. Tutte uguali poi le madri, i figli, i padri, le mo- 
gli, di fronte al dolore. I fanti meridionali difesero le 
terre venete con raro eroismo. 

Le zolle friulane, vicentine, trentine, furono ba- 
gnate da fiumi di sangue siciliano, pugliese o sardo. 

Il ministro Orlando scoppiò in singhiozzi di fron- 
te ai fanti della brigata Sassari, quasi totalmente di- 
strutta dal nemico (Cfr. E. Lussu, (7« anno sull'Alti- 
piano). 

Fu però in quel momento che il paese e le sue tre 
parti, entrarono in quel maledetto ginepraio che anco- 
ra oggi le angustia, infatti esso non è obiettivamente 
unito, perché troppo diverso nelle entità che lo com- 
pongono, né esso può essere diviso, come qualcuno 
oggi vorrebbe. 

L'Italia non può oggi dividersi per molte ragioni, 
ma anche perché si unì per sempre in quelle trincee. 

Al fronte non si unirono solo i dialetti o le lettere 
delle fidanzate, o le pagnotte di tante persone troppo 
diverse per capirsi. 

No. Sul Piave, sul Grappa, sul Montello, sul Car- 
so, si unì il sangue di quella gente e si unì non in mo- 
do retorico e figurato, ma concreto del termine. 

E quasi impossibile per l'uomo d'oggi rendersi 
conto dell'immensa carneticina che in quel tempo 
colpì il nostro paese. Così come è difficile per l'uomo 
d'oggi rendersi conto dell'enorme sforzo e dell'eroi- 
smo che consentirono all'esercito italiano la vittoria 
dopo Caporetto. 

L'Italia fu coperta di croci da quella che il Pontefi- 
ce definirà, giustamente, "l'inutile strage". 




1915, Manifestazioni di irredentisti e interventisti. 



Sul iiume \'eneto era scritto: "O il Piave, o tutti ac- 
coppati!''. E non vi erano distinzioni regionali in 
quel... tutti. 

Eppure, mentre nasceva l'Italia degli italiani, essa 
già moriva, per ragioni profonde. E questo travaglio si 
vide a Caporetto, ove questo paese si era annichilito. 
Quella non fu solo una sconfitta, ma molto di più: fu 
una ribellione. 

Fu una grande ribeUione sedata in due modi. Il 
primo furono le fucilazioni in massa e furono centi- 
naia: dalle colonne di soldati in ritirata, ufficialoni e uf- 
ficialetti facevano estrarre ogni volta qualche dozzina 
di poveri uomini disperati, che venivano ammazzati 
sul posto senza processo, senza domande e senza pietà. 

L'altro modo fu un'indegna menzogna, una pro- 
messa coscientemente bugiarda (i "furbi" bugiardi di 
sempre) che quello Stato Maggiore fece a quell'eserci- 
to in fuga; dopo la "guerra vittoriosa" la terra sarebbe 
stata consegnata ai contadini e le fabbriche date agli 
operai con l'azionariato popolare. 

Quello era un esercito composto per r80% da 
contadini non proprietari delle loro terre, cioè presta- 
tori d'opera per conto di alcuni proprietari terrieri e il 
senso di quella guerra e di quel massacro era per loro 
molto difficilmente percepibile: il momento eroico era 
svanito da un pezzo. 

La bugiarda promessa di regalare a quella povera 
gente la terra che lavora\'ano fu l'ultima beffa: a casa 
avrebbero trovato non la loro terra, ma da una parte i 
bastoni dei fascisti e dall'altra gli sputi che i socialisti 
"dedicavano" a tutti i reduci. 

Caporetto significò che l'Italia non voleva piìi bat- 
tersi per una classe dirigente folle, incapace, omicida, 
nella quale non si riconosceva più. 

Qualcosa si era rotto e si era rotto per sempre. 

Si era rotta l'illusione, la speranza in un autentico 
patto di civiltà fra governanti e governati, l'illusione di 
essere cittadini e non trastulli nelle mani di alcuni or- 
ribili individui. 

Si era rotta l'illusione in uno stato europeo, di tipo 
liberale e parlamentare che, dopo Giolitti, non si ri- 
presenterà mai più. 

Già da prima del momento dell'entrata in guerra, 
in Italia non saranno più le maggioranze che governe- 
ranno nel nostro paese, ma la Piazza. Saranno cioè pic- 
coli gruppi di \'iolenti ad imporre il loro volere ad una 
nazione impreparata a difendere diritti e nobiltà de- 
mocratiche, troppo fresche per essere radicate. 

In Italia, da quel momento, alla legge si sostituì il 
bastone, allo stato di diritto si sostituì la prepotenza, al 
codice giuridico il privilegio di casta, di censo, di ap- 
partenenza ad un gruppo o ad un partito. 

Fu in c|LR-l momento che nella maggior parte degli 
italiani si andò compiutamente formando circa la pa- 
tria, quella valutazione negativa che abbiamo già vista 
sparsa a piene mani dalla Chiesa cattoUca, già dal 
1860. 



Lìldlia e le Ire Italie 



J79 



Si strutturò cioè il convincimento che da quell'Ita- 
lia potessero solo uscire corruzione, violenza e ingiu- 
stizia e che si interpretò lo stato come un aguzzino e 
uno scherano di alcuni odiati individui. 

Oggi vediamo le estreme conseguenze di un feno- 
meno che ha radici molto antiche, e che ha avuto evo- 
luzione lenta. Vediamo nella piìi gran parte degli ita- 
liani il rifiuto, il disprezzo e il non identificarsi in al- 
cunché rappresenti il nostro stato. 

Ogni referendum popolare che oggi dica "no" a 
qualunque ordinamento istituzionale che "sia Italia" 
ha sempre l'approvazione dei cittadini. Siamo alla frat- 
tura fra "gente" e "palazzo", fra "paese reale" e "pae- 
se legale". 

Piccoli esempi di grande significato. L'aggressione 
vandalica di cui oggi sono oggetto le strutture di pro- 
prietà della Cosa pubblica (due soli esempi, la distru- 
zione delle cabine telefoniche e le deturpazioni di tre- 
ni e carrozze) e il fatto che ogni cittadino si senta ne- 
mico del proprio simile (i sassi dai cavalcavia), sono si- 
tuazioni ignote agli altri paesi europei ed hanno radici 
proprio in antiche situazioni storiche. 

Come Giolitti aveva inutilmente previsto, l'Italia 
che uscì da questa terribile sciagura (650.000 i soli 
morti, senza contare l'immenso numero di feriti) ave- 
va connotazioni ben diverse da quella che vi era entra- 
ta. L'unione delle etnie si era fatta ben piij forte, la na- 
zione si stava formando, ma con connotazioni che 
l'immenso macello tinse di significati mistici, religiosi, 
astratti, immateriali. 

Alla pratica, concreta, costruzione della civUtà, 
della res publica voluta dal politico piemontese, si era 
sovrapposto il sogno romantico. 

Si cercava di risolvere il problema della fame con 
r"Ala della gloria e del sacrificio" (fatto a ben guarda- 
re abbastanza prevedibile in un'antica cultura della 
sofferenza), indicando la vita come eroismo e disprez- 
zo della razionalità, buttando "0 cuore oltre l'ostaco- 
lo", come poi diranno i fascisti. 

Ma uno stato e una nazione non si reggono, se die- 
tro al sogno non vi sono anche i concreti, integranti fe- 
nomeni del benessere, dello sviluppo economico e ci- 
vile dei suoi cittadini. 

Il risultato finale dell'antico progetto socio-cultu- 
ral-politico, intriso di follia e di sangue, non poteva 
che essere la tragedia, che infatti sommerse tutto e tut- 
ti, prima nel 1918 e poi nel '40-45. 

Una breve divagazione: i furbi 

Il lettore si domanderà il nesso che può esistere fra 
i "fattacci brutti" costituiti dalla follia dell'intervento 
nella Prima guerra mondiale, e il tema che ci sta a cuo- 
re e cioè O verificare se esista o meno una reale diffe- 
renza sociale, culturale, storica e politica fra le varie re- 
gioni che compongono l'ItaUa d'oggi. 



Il nesso c'è e consiste neU'evidenziare cause e con- 
cause per le quali l'Italia, il cuore dell'Italia, è stato po- 
co per volta non solo diviso, ma sbriciolato. 

Per troppo tempo per cause infami, per banale 
stupidità, per autentica foUia, per ignoranza e incapa- 
cità, per le troppe "famiglie", per i troppi nipoti e cu- 
gini, per i troppi amici, coloro che hanno condotto l'I- 
talia, coloro che avrebbero dovuto unire il paese, nel 
benessere, nella civiltà e nella pace, hanno fatto tutto 
l'opposto ed hanno calpestato quella bandiera. 

Per troppi di questi furboni nostrani il baciare il 
tricolore è ormai agli occhi di troppi, non un reale mo- 
to dell'animo, ma l'ennesimo atto di banale furbizia al- 
la fine del quale c'è solo un nipote cretino da "siste- 
mare". 

Già, i "furbi". L'essere "furbo" è considerato da 
un notevole numero di italiani il massimo dei valori 
positivi dimostrando con questo un antico retaggio. 

Non tutti sanno ciò che riferisce G.B. Guerri e 
cioè che "furbo" deriva dal francese /o«r^e e cioè "la- 
dro, borseggiatore". 

Sembra incredibile, ma da tempo immemorabile ci 
vantiamo di una fama poco lusinghiera che purtroppo 
dobbiamo riconoscere da lunga pezza viene riferita 
all' "italiano" e cioè di individuo disonesto, bugiardo, 
inaffidabile. 

Stridente è il raffronto con la dimensione etica an- 
glosassone, che oppone un proverbio fra i piìi noti e 
diffusi fra quella gente: "Il modo migliore per essere 
furbi... è quello di essere onesti". 

La dea tutelare di Ulisse era Atena, la dea dell'in- 
telligenza. Ulisse, infatti, non era solo astuto, era anche 
intelligente e come tale sapeva che l'aspetto fonda- 
mentale deO'astuzia, come raggiro, come illusione di 
cosa non vera, era saperla dissimulare. 

Molti dei reggitori di ieri e di ogni tempo non san- 
no, non possono, né vogliono ormai piìi dissimulare 
niente. 




Estate 1914. Il re d'Italia è accolto festosamente (con baci!) sullo ya- 
cht di Guglielmo imperatore di Germania, suo alleato. Di li a pochi 
mesi l'Italia dichiarerà guerra alla Germania (Museo del Risorgi- 
mento, Bologna). 



IHO 



Roberto Sgani 



Più che degli Ulisse sono dei magliari. 
Sì, a proposito di molte parti d'Italia. . . ormai Ulis- 
se non abita piìi qui. 



Rapida cronistoria di un intervento folle 
in una guerra folle 

L'Italia intervenne in quel cataclisma perché era al- 
lora, a non molta differenza d'oggi, quello che ora si 
definisce una democrazia imperfetta: il potere era cioè 
cogestito, in modo caotico, da due entità: la Monar- 
chia e il Parlamento eletto. Purtroppo nella politica 
estera e in quella militare, per moti\'i costituzionali, la 
presenza del re era molto forte. 

Nel 1914 il paese era ancora parte integrante, con 
Germania ed Austria, della Triplice Alleanza, alla qua- 
le da tempo Giolitti aveva dato saggiamente un'inter- 
pretazione unicamente difensiva. 

Il quadro politico nazionale e internazionale era 
poi cambiato a partire dal 1905. La Francia aveva ope- 
rato un accorto riavvicinamento all'Italia e non a caso 
la nostra conquista della Libia non aveva trovato osta- 
coli da parte dei transalpini, sempre ingordi di ogni 
colonia. 

Le ragioni che ci spinsero nella braccia degli an- 
glo-francesi furono molte, ma soprattutto quattro. 

Primo. Dopo l'avx'entura libica l'antico (1860) sen- 
timento aggressivo, nazionalista e colonialista era 
esploso con folli volontà di conquiste imperialistiche. 
"Chi ha il ferro ha il pane", si disse e questo motto di 
Blanqui ornò subito la testata de «Il Popolo d'Italia» 
diretto da un giovane Mussolini. 

Così si pensava o\'unque, ma con particolare in- 
tensità nel Meridione e in un certo sindacato (Filippo 
Corridoni). 

In poche parole lo sfruttatissimo, affamato, salariato 
siciliano, ma anche pugliese, anche veneto, anche lom 
bardo, si vedeva "padroncino " in una futura colonia. 

Però chi aveva il monopolio delle colonie erano gli 
anglo-francesi e proprio loro ci si doveva ingraziare. 

Secondo. L'Italia, in quanto ad alimenti, era in defi- 
cit e questa deficienza poteva essere colmata solo da 
francesi e anglo-americani (la guerra infatti fu poi vinta 
dagli Alleati non sul fronte, ma dalla fame che distrusse 

le popolazioni e gli eserciti degli imperi centrali). 

Terzo. Si stava formando una forza extraparlamen- 
tare (toh, chi si incontra), modesti.ssima sotto il profi- 
lo numerico e assai composita sotto l'aspetto politico, 
ideologico e culturale, ma pugnace e bellicosa. 

Vi erano presenti gli esuli dalle province italiane 
della Dalmazia e dell'Istria, gli interventisti guidati 
dall'ex socialista Benito Mussolini già con il suo lascio 
e già con il suo nuo\'o giornale «Il Popolo il'Iialia» 



(fondato il 14 novembre 1914 con danaro del servizio 
segreto francese e ciò è riportato da Marco Palla {Fa- 
scismo, p. 40), sindacalisti capeggiati da Filippo Corri- 
doni e alcuni gruppi di intellettuali guidati da Mari- 
netti e D'Annunzio. 

La presa di questi ultimi sui giovani era incredibi- 
le, nonostante l'evidente romantica follia che ispirava 
il movimento. 

"La guerra sola igiene del mondo!", era il loro 
"credo" e la loro produzione letteraria aveva coerenti 
immagini poetiche come... "Santa Mitraglia"(sic!). 

Ma l'uomo di maggiore riferimento fu Gabriele 
D'Annunzio. Non a caso fu definito "il vate", il suo fa- 
scino sulle giovani generazioni fu altissimo, si pensi 
che in Roma dopo la rappresentazione della sua trage- 
dia La nave, gli spettatori, all'uscita dal teatro, infero- 
citi per appartenere ad un paese non sufficientemente 
proiettato fuori dai suoi confini nell'ansia di conquista, 
si lanciarono sugli ignari passanti a suon di sberle, ur- 
lando loro un passo dell'opera: ''Amia la prora e va a 
conquistare il mondo!" . 

Di lì a poco quei poveretti pagheranno e faranno 
pagare a milioni di altri connazionali, la loro follia, con 
la vita, le mutilazioni e dolori indicibili. Questa sarà 
come, come la definirà Sergio Romano, Tltalia "de- 
mente e velleitaria di D'Annunzio". 

D'Annunzio, ancora più degli altri predicava la 
violenza e la morte del nemico e degli avversari politi- 
ci, il suo primo bersaglio era Giolitti, naturalmente. 

Nelle sue orazioni il disprezzo dell'avversario, 
sempre indicato come indegno e come vile, era inte- 
grato con un invito alla sua punizione. "/ più maneschi 
e i più feroci di voi saranno coloro che più avranno me- 
ritato!" ... urlava. 

In questa cultura c'era molto di un sanguinario tar- 
do romanticismo francese, approdato con grande ri- 
tardo alle nostre rive. Sul monumento che Parigi ha 
dedicato al rivoluzionario Danton, lui stesso poi vitti- 
ma della sua ghigliottina, è scritto: Fuor vaincre les en- 
nemis de la France ilfaut de l'audace, encore de l'auda- 
ce, toujoiirs de l'audace; e cioè "per battere i nemici 
della Francia abbiamo necessità di audacia, ancora e 
sempre audacia", che poi altro non era che il "Me- 
mento audere semper" di D'Annunzio. 

Saranno le letture di Proudhon (quello de "la pro- 
prietà è un furto") e Blanqui a formare culturalmente 
il Mussolini che conosciamo. 

Questi individui erano nemici dell'uomo e della 
convivenza civile. Se la società e soprattutto la classe 
politica che la dirigeva non seppero difendersi nei con- 
li'onti di questi criminali con la necessaria inevitabile 
durezza, fu perché essi si dimostrarono eflettivamente 
deboli e vili. 

Fu maggioranza silenziosa e sarà un fenomeno che 
si ripeterà. Ma se vi tu accettazione di questo fenome- 
no, fu anche perché (ed anche questo si ripeterà) esso 
taceva comodo a ciualcuno e ai suoi tlisegni nefandi. 



I.'lliìliti r le ire I/alic 



181 



Quarto. Il re e le sue "antipatie". Il problema è che 
Vittorio Emanuele III era un Savoia e quei signori da 
sempre, nelle molte guerre del Sei e Settecento, erano 
passati da un campo all'altro con una disinvoltura spa- 
ventosa. "Con Pranza o Spagna, pur che se magna" era 
il loro motto imperante. Il mito degli italiani traditori, 
quelli che secondo i germanici "è megUo avere davan- 
ti, come nemici, anziché alle spalle, come alleati", evi- 
dentemente, ha radici antiche. 

Ma anche i tedeschi e gli austriaci gli erano terri- 
bilmente antipatici, così alti e autoritari e lui così pic- 
colo, rachitico e timoroso... e non solo. Vi erano an- 
che altre ragioni. . . sgarbi fra parenti, anche se ciò può 
sembrarci incredibile. 

Quel mostriciattolo bizzoso che era Vittorio Ema- 
nuele III non aveva mai digerito una specie di scorte- 
sia compiuta da Francesco Giuseppe al padre Umber- 
to I; infatti il piemontese aveva compiuto nel 1881 una 
visita diplomatica all'austriaco e mai questo aveva re- 
stituito il gesto, come il hoii tou avrebbe imposto. 

Comunque tra il 1914 e il 1915 gli inviati di Vitto- 
rio Emanuele, autori di lunghi, orribili mercanteggia- 
menti con entrambi i contendenti, avevano pratica- 
mente messo all'asta il sangue degli italiani: molto 
semplicemente si sarebbero schierati con chi offriva di 
più, in termini di espansione territoriale e coloniale... 
imperialistica insomma. 

Esiste un interessantissimo disegno satirico dei 
primi mesi del 1915 che al riguardo la dice più lunga 
di tante valutazioni ufficiali. Questo ritrae i vari rap- 
presentanti degli stati belligeranti intenti con grande 
sforzo, chi di qua e chi di là, ad un ipotetico "tiro alla 
fune" simboleggiante il conflitto in atto. 

In mezzo vediamo il piccolo re italiano che, esatta- 
mente al centro di quella fune, osser\'a pensieroso cer- 
cando di intuire il vincitore del "gioco" per decidere 
ove schierarsi. 

La vocazione dei capitani di ventura stentava a 





Gabriele D'Annunzio. "Il vate" 



Vittorio Emanuele III, re d'Italia. 



Stemperarsi per i Savoia e ben si sposava con le ambi- 
zioni imperialistiche immanenti. 

Questo nel 1915. Trent'anni dopo, nel 1945, la 
tanto ambita dimensione coloniale sarà ormai distrut- 
ta, a livello planetario, da due guerre folli e dai tempi 
che ormai rifiutavano questa infame dimensione. 

Quali "furbi", quali aquile preveggenti questi Sa- 
voia! 

In verità già da tempo Sua Maestà, con un chiaro 
tradimento delle alleanze ancora concretamente pre- 
senti (la Triplice Alleanza), aveva speso la sua promes- 
sa in un accordo segreto con gli anglo-francesi per un 
coinvolgimento dell'Italia in guerra al loro fianco. 

Ciò fu tutto compiuto in grande segreto e al di là 
della volontà o della responsabilità del parlamento ita- 
liano e del popok^ italiano. 

Come definirlo, se non un "colpo di stato"? 

Vittorio Emanuele III portò il popolo italiano in 
una guerra foUe, senza forse ben sapere neppure lui il 
perché (ben al di là del comportamento di quei pove- 
ri quattro deficienti artistoidi alla D'Annunzio - una 
mera, utile, copertura -, che in altre circostanze, e Mi- 
lano sapeva bene come, sarebbero stati fucilati sul po- 
sto, in piena piazza, in men che non si dica dai bravi 
Reali Carabinieri). 

La lettura dei termini dell'accordo concluso con 
gli anglo-francesi è poi sconfortante: alcune città e 
quattro isolette dell'Adriatico, più un troppo larvato 
accenno all'impero: ecco, il nostro "guadagno" nel 
mostruoso "affare" era tutto lì. 

A nulla servì dimostrare quanto preziosa e quanto 
utile fosse la neutralità per i nostri commerci. 

A nulla servì dimostrare che nostro apparato 
produttivo era da tempo in gran parte omogeneo e in- 
tegrato con la produzione germanica, alla quale era 
tecnicamente assai legato. 

A nuUa ser\'ì il mostrare a Sua Maestà i nostri por- 



U2 



Roherlo Sgarzi 




In questo disegno satirico si illustra la situazione politica nel 1915. Il piccolo re d'Italia assiste alla contesa fra gli alleati e gli imperi centrali 
(questi ultimi sono dipinti in modo più favorevole). Notare la piccola sciabola di Vittorio Emanuele, chiamato "sciaboletta" perché la sciabola 
d'ordinanza gli era troppo lunga a causa della sua bassa statura. Si dovette costruirne una su misura per il re, naturalmente piccolissima. 



ti colmi di vapori battenti le bandiere delle potenze 
belligeranti che caricavano di tutto per quei poveri 
popoli in preda alla tragedia. 

A nulla servì la posizione degli industriali che, con 
le responsabili dichiarazioni del grande giornale eco- 
nomico «Il Sole», chiedevano di essere lasciati in quel- 
le ideali condizioni commerciali di potenziali conqui- 
ste di grandi mercati. 

La ragione ormai non aveva piìi potere... "il cuore 
era oltre l'ostacolo", l'improvvisazione e la buona for- 
tuna, si sperava, avrebbero colmato e ripianato errori, 
manchevolezze e follie. 

Fra l'altro, poco prima della nostra entrata in 
guerra, l'Austria si disse disponibile (come nel '66) a 
consegnarci tutto il "guadagno" già da noi pattuito 
con gli Alleati anglo-francesi; la consegna era subito e 
gratis. 

Questo pur di evitare un nostro coinvolgimento 
nella guerra. 

Non un colpo di fucile, né un morto sarebbero co- 
state Trento e Trieste al nostro paese. 

Ma il piccolo re, come l'augusto nonno nel 1866, 
voleva anche passare alla storia come un grande re: il 
re Soldato e "salire di categoria" fra i re, cioè diventa- 
re re ed imperatore! 

E la cosa buffa è che per qiuilche anno ci riuscì. 

Fu così che ci si avviò alla strage: come pecore al 
macello. 

Fra l'altro in modo ridicolo. 

Si pensi che fino all'ultimo le massime autorità mi- 
litari pensavano, coerentemente con le alleanze in atto, 
di dovere tare guerra ai franco-inglesi sul lioiite occi- 



dentale e a tal fine si impegnarono in piani e manovre 
militari in armonia e collaborazione con quegli austro- 
prussiani ai quali avrebbero, di lì a qualche mese, spa- 
rato addosso. 

Ridicolo nel ridicolo, mentre questo accadeva, 
funzionari di governo dello stesso nostro reuccio po- 
nevano in essere piani identici e opposti con i nuovi al- 
leati anglo-francesi. 

Qualche data incredibile. 

Il 26 aprile 1915 è firmato segretamente il Putto di 
Londra in merito al quale abbandoniamo gli alleati au- 
stro-tedeschi e abbracciamo la nuova alleanza. In base 
a questo l'Italia si impegna ad entrare in guerra entro 
trenta giorni, anche se con un numero risibile di ar- 
mamenti, e con una mobilitazione insufficiente. 

Questo perché il fronte russo sta cedendo e queOo 
stato, per conseguenza della nostra entrata in guerra, 
spera in una diminuzione dell'impegno austro ungari- 
co e tedesco in quel settore; cosa che poi effettivamen- 
te si verificherà. 

Emilio Faldella, storico militare, afferma che di 
tutto ciò non è avvisato neppure (>ailorna, il caiio di 
Stato Maggiore supplente, perché purtroppo il gene- 
rale Pollici (quello sì un ottimo militare), era improv\'i- 
samente morto a Torino. Purtroppo, perché Cadorna 
era uomo a rischio, soprattutto nel carattere, avendo 
sempre dimostrato la volontà di strafare, nell'intimo 
convincimento di dovere costantemente essere degno 
dell'alto nome deUa famiglia Cadorna, strutturata da 
conti piemontesi e con la scomoda memoria, a mo' di 
paragone, del padre e dello zio, anch'essi generali, pre- 
senti alla conquista ili Roma, alla Cernaja ecc. 



L'ìudia e le Tre Italie 



183 



Il 4 maggio l'Italia denunzia il Trattato della Tri- 
plice Alleanza. 

Il 9 maggio Giolitti giunge a Roma: 300 deputati e 
100 senatori gli dimostrano condivisione per le sue po- 
sizioni neutraliste. 

Il 13 maggio Salandra si dimette. Il re respinge le 
sue dimissioni. Le massime cariche dello stato tacciano 
di viltà e tradimento chiunque si opponga all'entrata in 
guerra. La piazza si scatena, la propaganda pure. 

Sono distribuite curiose statuine in gesso rappre- 
sentanti la Madonna e di fronte ad essa un bambino 
con le braccia protese e sanguinanti. Il bambino dice: 
"Santa Madre di Dio, fammi ricrescere la manine che mi 
hanno tagliato gli orribili tedeschi" . Si tratta di una 
menzogna infame. 

Undici giorni dopo, il 24 maggio 1915, l'Italia en- 
tra in guerra. 

Ecco quale cumulo di miserie, menzogne e me- 
schinità, celarono al povero e meraviglioso popolo ita- 
liano certe toccanti e melense "cartoline patriottiche" 
che circolarono in quel tempo, impastate del "Piave 
che mormorava", dei "sacri e inviolabili confini della 
patria", delle "campane di San Giusto", deir"Italia 
Turrita, in armi e impaludata nel tricolore" ecc. 

Ecco cosa ha coperto il nostro povero, amato, tri- 
colore. 

Ecco cosa ha coperto la nostra bandiera, che per 
essere tale deve però essere onorata con fatti e non con 
esibizioni di commedianti e null'altro. 

La propaganda governativa diede in quegli anni ul- 
teriore attuazione ad un disegno culturale ormai in pie- 
na esecuzione dal 1870: creare la religione della patria. 

Creare quindi non un'immagine della patria come 
consorteria di liberi cittadini, ma come entità religiosa, 
immateriale, mistica, unicamente astratta e ideale. 
Quella nuova divinità sarebbe vissuta in funzione del 
dolore e del sacrificio che i suoi cultori le avrebbero 
donato: se ne dimostrò insaziabile. 

In un paese di tradizioni e cultura cattolica bimil- 
lenarie questo fu facile. 






«■>».. M»Ùt 



\ 




uf 




i 


'^ 


Pr 


, ti , j- 


^ 


il 


ìk 


id^ 


tJ^ 


al 


ìh-* 


~^mEÈ 



SUBllMt inPEro 
«t W 8««8«RIE KVfKfih 



1915. Cartolina patriottica. 



C'è chi dice e si può certo crederlo perché i prece- 
denti di quella classe dirigente (il re, Crispi, Salandra, 
ecc.) autorizzano a pensare di tutto, che Sua Maestà e 
soci avessero l'opinione che dopo l'intervento dell'Ita- 
lia, la guerra si sarebbe risolta in una "passeggiata di 
15 giorni". 

''Vincerà chi vorrà vincere!" , "Vincerà chi disporrà 
delle maggiori risorse di energia volitiva!".. . urlava fra 
gli altri Mussolini ... ! 

Non una parola sulla situazione degli armamenti 
(esempio: gli elmetti saranno tutti regalati dalla Fran- 
cia, noi al momento dell'entrata in guerra non ne ave- 
vamo nemmeno uno), o sulla situazione degli approv- 
vigionamenti alimentari e tecnici o dei rifornimenti 
strategici. 

Nessuno parlò di cannoni ad esempio, che erano 
una delle nostre maggiori carenze. Non tutti sanno che 
saranno proprio gli Skoda cecoslovacchi di preda bel- 
lica ad armare decentemente il nostro esercito, ma so- 
lo dopo il 1918. 

E non tutti sanno che queste armi erano ancora re- 
peribili nelle nostre unità sino alla fine degli anni... 
Settanta (1970!). 

Gli italiani entrarono in guerra ognuno unicamen- 
te con il proprio fucile, il proprio grande cuore e per 
tutti... la grande "energia volitiva" del futuro duce. 
Questo si ripeterà nel '40. 

Nonostante su quel fronte noi fossimo tanti e i ne- 
mici pochissimi, non poteva non succedere quel che 
successe: austriaci e tedeschi faranno polpette dei no- 
stri poveri fantaccini, e questo... stando comodamen- 
te seduti dietro munite fortificazioni. 

Era là, in seicento chilometri di fortificazioni colos- 
sali e munitissime, avvolte di fUo spinato, che l'esercito 
austro-ungarico ci attendeva, con attrezzature militari 
di prim'ordine. Strutture che avrebbero potuto essere 
battute solo da enormi parchi di grandi artiglierie che, 
ben si sapeva, l'esercito italiano non aveva e che sareb- 
bero state disponibili solo nella seconda parte della 
guerra (da E. Faldella). Ed invece noi avevamo solo 
r"energia volitiva" di Mussolini. Che incredibile, stu- 
pida, infamia fu riservata a quei poveri ragazzi! 

Quei signori cioè, con superficialità infantile, pen- 
sarono che l'entrata in guerra della piccola Italia, pri- 
va di armamenti moderni, priva di grande industria, 
priva di tradizioni, esperienza e attitudini mihtari, 
avrebbe determinato la sconfitta della Germania e del- 
l'Austria in 15 giorni. E che l'avrebbe fatto scavalcan- 
do in due settimane le Alpi! Il disegno era elementare: 
superare le Alpi, subentrare nei Balcani all'Austria co- 
me potenza egemone, invadere la vallata della Sava, 
unirsi all'esercito serbo e da lì invadere la mitteleuro- 
pa all'altezza di Graz e Klagenfurt. 

Valutazione prospettica ridicola perché evidente- 
mente sottovalutava alcuni dati che si evincono dal bel 



]84 



Roberto Sgarzi 



libro di S. Romano, Storili J'itnlia dal Risorgimento ai 
giorni nostri (uomini in armi: Italia 3.258.001, Austria- 
Ungheria 4,669.692, Ciermania 6.868.000). 

Bilancio bellico; Italia lire 246.000.000, Austria- 
Ungheria 430.667 063, Germania 677.223.000, 

Opinione folle, e doppiamente colpevole, perché 
le enormi, efficacissime fortificazioni alpine austro-un- 
gariche, ove il nemico, assai comodamente piazzato e 
armatissimo ci aspettava, dovevano pur fare pensare! 

Quanto fosse ridicolo questo convincimento è poi 
stato dimostrato dal reale svolgersi degli eventi succes- 
sivi. 

In realtà proprio sul fronte dell'Isonzo due anni di 
guerra e tredici [sicD offensive consecutive nella stessa 
zona porteranno alla conquista di qualche centinaio di 
metri di pietraia carsica e alla perdita di centinaia di 
migliaia di uomini: ecco dove finì la passeggiata di quel 
cumulo di incapaci puerili, travestiti da condottieri! 

Si ipotizzava quindi una "passeggiata trionfale", 
ma queste, quando l'Italia entrò in guerra non erano 
pili di moda, né fra gli austro-tedeschi, né fra gli anglo- 
francesi. 

In realtà da almeno dieci mesi nessuno dei conten- 
denti parlava piij di "passeggiate trionfali" e ciò per- 
ché la guerra, che era in corso da quasi un anno (era 
scoppiata alle ore 11 del mattino del 28 luglio 1914 
con la dichiarazione di guerra dell'Austria alla Serbia), 
aveva già impantanato i soldati degli opposti eserciti in 
quelle orribili e puzzolenti incisure nel terreno che 
erano le trincee, ove cadaveri ed escrementi determi- 
navano un fetore insopportabile. 

(Juella guerra orribile aveva già inchiodato a terra 
tutti quei poveri soldati con il nuovo, terribile filo spi- 
nato, per poi massacrarli con le nuove, micidiali armi: 
la mitragliatrice e i gas asfissianti (prima apparizione: 
Lens, Francia, 7 ottobre 1914). 

Quando l'Italia entrò in guerra, il 24 maggio 1915, 
era già chiaro a tutti che quel conflitto non aveva or- 
mai più nulla in comune con quelli precedenti e che si 
era di fronte solo ad un orribile massacro che avrebbe 
distrutto tutte k* nazioni europee. Almeno due episodi 
bellici erano categorici al riguardo. 

Da parte austro-germanica era tramontala la spe- 
ranza in una fulminea conclusione della guerra con la 
loro sconfitta nella "battaglia della Marna" (settembre 
1914), alle porte di Parigi. 

Da parte anglo-francese, parimenti, le speranze in 
una rapida conclusione del conflitto si erano infausta- 
mente concluse sugli stretti dei Dardanelli, a Gallipo- 
li, in Turchia (3 novembre 1914 • 25 aprile 1915). 

Fu appunto in quei luoghi che (l'idea era del gio- 
vane Churchill), un forte corpo di spedizione anglo- 
francese tu sconfitto dai turco-germanici e con gravi 
perdite. Esso invece avrebbe dovuto allontanare la 
guerra dall'Europa, formando un nncno immenso 




Generale conte Luigi Cadorna (Pallanza, 4 settembre 1850 - Bordi- 
ghera, 23 dicennbre 1928). 



fronte che si sarebbe saldato con l'esercito russo, an- 
ch'esso in gravi difficoltà contro gli efficaci germanici. 



Le ribellioni del popolo italiano 
a quell'infame macello 

Molte e molte volte gli italiani si ribellarono a quel- 
la guerra orribile. Risulta incredibile che, ancora oggi, 
certi episodi siano ignorati dalla più gran parte dei 
connazionali e che essi affiorino quasi casualmente in 
riviste specializzate. 

Il timore è evidentemente che la storia vera possa 
in qualche modo turbare o deturpare quella funebre 
aura di misticismo grondante sangue con la quale si 
vuole, ancora oggi, coprire ogni aspetto della guerra 
'15-18. 

Fra gli infiniti aspetti di ribellione, tutti schiacciati 
con un mare di morti, ne riferirò tre. 

Primo. Nella prima decade di maggio del 1917 si 
ammutinò la Brigata Catanzaro schierata sul basso 
Isonzo; la ragione di questo erano le enormi perdite, a 
fronte di nessun risultato bellico e gli incredibili sacri- 
fici, raffrontati ad una disciplina brutale. 

Contro quei poveri fantaccini lo Stato Maggiore 
impiegò alcune fra le armi migliori di cui disponeva: 
fra queste i più efficienti reparti di cavalleria e le nuo- 
vissime autoblindate Lancia 1 ZM, assai mobili e dota- 
te di ben tre mitragliatrici Maxim calibro 6,8 mm, in 
grado di sparare ognuna ben 600 colpi al minuto. 

La Brigata Catanzaro fu "fraternamente" massa- 
crata e molti dei superstiti fucilati sul posto. 

Secondo. Fra il 21 e il 27 agosto 1917 si ribellaro- 
no le donne di Torino e molte di esse erano operaie 
nell'industria di guerra. Le ragioni erano le solile: mil- 
le disperazioni, i loro uomini ammazzati al fronte e per 
di più la fame, non ancora placata dagli imminenti, 
consistenti aiuti americani. 

Anche in questo caso la cavalleria e le solite auto- 
blindate fecero un "ottimo lavoro". Le perdite umane 



L'Italia e le Tre Italie 



185 



dei rivoltosi riferite dal governo furono di 50 morti, 
300 feriti, mille arrestati, ma testimoni oculari le con- 
siderarono assai inferiori alla realtà. 

Gli operai torinesi furono allora strappati alla fab- 
briche e inviati al fronte per punizione, ma dovettero 
essere sempre tenuti alla larga dalle odiate autoblinda- 
te, che essi ricordavano con l'odio più profondo. 

Terzo. Caporetto: 24 ottobre - 9 novembre 1917. 
Su questo episodio sono stati scritti fiumi d'inchiostro, 
ma esso è universalmente noto ben pili che una scon- 
fitta militare, come la rinuncia di un intero popolo a 
partecipare a una guerra follemente combattuta e fol- 
lemente condotta. 

Da Luigi Mondini è riportato con malcelato orgo- 
glio un episodio avvenuto durante quelle terribili gior- 
nate. 

Nel caos generale l'auto di Cadorna, "il generalis- 
simo" (da Pallanza, Piemonte), rimase isolata dalla 
scorta di Carabinieri e Cavalleggeri che abitualmente 
costituivano la indispensabile Guardia personale. 

Per ore quell'uomo, pare molto allarmato, rimase 
isolato in mezzo al fiume di soldati sbandati, di feriti, 
di disperati, che guadagnavano le retrovie. 

Tutti quegli uomini in rotta, umiliati, impauriti, af- 
famati, infreddoliti, riconobbero quella vettura e quel- 
l'individuo, nonché le evidenti bandiere che dichiarava- 
no grado e identità del trasportato, ma, quell'autore ri- 




Trincee italiane. Prima guerra mondiale. 

porta, nessuno osò una parola, un cenno, una protesta. 

Mondini pare identificare in quel silenzio il rispet- 
to per Cadorna. Non lo attraversa U dubbio che quegli 
uomini fossero terrorizzati molto di piìi dai fucili dei 
fraterni Reali Carabinieri, che avevano ormai le canne 
roventi per le costanti fucilazioni sommarie, di quanto 
non lo fossero dai fucilieri bavaresi del giovane tenen- 
te Erw'in Rommel che li incalzavano dappresso. 

Quel paese e quell'esercito erano tenuti insieme 
dal terrore e dalla violenza. Di lì a poco tutto sarà pa- 
gato con gli interessi. Purtroppo, perché alla violenza 
si aggiungerà altra violenza. 

Il paese, dopo Caporetto, sarà salvato da un meri- 




^^.^^-t--*--»--*- Situazione d 1' q*nna<o > j\6 

. >- Barrtglii di Virtcr.c wniro ad •vtnrs'a g«n»rBle .^»li^n3 

' ' Nuovo co«fint 



Carta geografica del fronte italiano. Prima guerra mondiale. 



186 



Roberto Sgarzi 



dionale, un Napoletano con la enne maiuscola: Ar- 
mando Diaz, e questo ricorda non poco il già illustra- 
to episodio di Custoza nel 1866. 

Le ragioni furono molte, sintetizzate nel fatto che 
nostro fu, come è, un grande paese. Ma vi fu anche 
un'altra ragione, forse marginale per alcuni, ma fonda- 
mentale per altri. Al cieco disprezzo per il soldato e la 
vita umana dimostrato da Luigi Cadorna, si sostituì da 
parte di Diaz un briciolo di rispetto e di umanità. 

Con la "gestione Diaz" infatti il miglioramento 
delle condizioni generali di vita per il soldato italiano 
fu un obbligo per tutti i comandi. Migliorò la qualità e 
il contenuto calorico del pasto, furono apprestati rico- 
veri in trincea e al di fuori di essa, piij sicuri e confor- 
tevoli. Furono assicurati congrui periodi di riposo e 
per le truppe provenienti cial fronte furono organizza- 
ti alloggi comodi, possibilità di svago, come spettacoli 
di arte varia, spacci di \ari articoli a prezzi sitnbolici. 
Sorsero anche, nelle retrovie, osterie e postriboli, che 
concedevano a quella povera gente un momento di fe- 
licità. 

Un piccolo particolare assai esemplificativo. Nell'e- 
quipaggiamento del soldato italiano del 1915 c'era un 
oggetto particolarmente contestato: la borraccia. Que- 
sto perché essa era strutturata in legno, con la conse- 
guenza che l'acqua che vi era contenuta diventava rapi- 
damente imbe\'ibile. Vi erano state proteste e contesta- 
zioni, ma inutilmente. Per avere la borraccia in allumi- 
nio si dovette attendere Caporetto. Dopo quella disfat- 
ta, infatti, il soldato italiano la ottenne subito. 

Ci fu anche una novità destinata ad avere un lun- 
go seguito: il servizio "P", tenuto dagli "ufficiali P". 

"P" sta per "propaganda". Era un ser\izio indipen- 
dente e autonomo, un'entità svincolata e parallela ai co- 
mandanti sul campo, che si doveva interessare, cosa 
inaudita in precedenza, dell'assistenza, della vigilanza, 
del benessere e del morale dei soldati e questo con rap- 
porti periodici diretti unicamente agli alti comandi. 





Trincee italiane. Prima guerra mondiale. 



Generale Armando Diaz. 

Era in un certo senso anche un controllo del com- 
portamento dei comandanti nei confronti delle loro 
truppe. L'uomo quindi continuava ad essere "carne da 
cannone", ma lo si rispettava un briciolo di piìi, la mu- 
sica rimaneva la stessa, però cambiava registro. 

A molti piace pensare che la vittoria finale passò 
anche da lì. 



Aspetti sociali, culturali e militari della rotta 
di Caporetto (24 ottobre - 9 novembre 1915) 

Le cause di quella tragica sconfitta militare furono 
molteplici e risulta di un certo interesse identificarne 
alcune perché sono coerenti alla cultura di quell'Italia 
e alla sua intima natura sociale e politica. 

Successe infatti che nell'autunno del '17 la cessa- 
zione delle ostilità sul lontanci fronte russo rese liberi 
alcuni corpi germanici che subito vennero indirizzati 
verso il fronte occidentale e quindi anche verso l'Italia. 
Agli austriaci si aggiunsero quindi i tedeschi. Per i 
nostri non fu solo lo scontro con nuove divise e nuovi 
_ ^__^ potenti armamenti, ma anche con un 
nuovo esercito, portatore di nuovi con- 
cetti e tecniche militari, e questo perché 
la società di cui esso era espressione, era 
di\'ersa e assai piii axanzata se confronta- 
ta con quella italiana, ma anche con quel- 
la austriaca. 

Nell'esercito e nella società italiana 
non vi era alcuno spazio per la valorizza- 
zione delle individualità. In quelle strut- 
ture ogni entità era al duro e unico servi- 
zio dell'entità ad essa superiore nella sca- 
la gerarchica, senza alcuna possibilità di 
contributo personale del soggetto sotto- 
posto. 

Quindi, in una scala durissima, ogni 
ilecisione e ogni scelta venivano, per pau- 
ra, pigrizia o convenienza, evitate, de- 



L'Ilalia e le Tre Italie 



187 




Fortificazioni sul fronte alpino. Prinna guerra mondiale. Per gentile concessione di foto Po 
vinelli, Pinzolo (Trento). 



mandate al superiore in grado e infine lasciate a Lui; il 
re, o il generalissimo. 

Ed era logico, perché il merito veniva ignorato ed 
eventuali responsabilità pesantemente punite. 

Qualcosa quindi che ricorda le strutturatissime e as- 
sai burocratizzate entità dell'antico Impero mediterra- 
neo e bizantino, ove tutto era centralizzato, l'uomo non 
era niente e il basileus, o il satrapo, invece era tutto. 

La fragilità di questo esercito e di questa società ri- 
sultarono evidenti a Caporetto, ove furono anteposti ai 
germanici e in misura molto modesta, agli austriaci. 

Nell'esercito e nella società germanica la durissima 
disciplina non escludeva e anzi incoraggiava, larghe 
autonomie e assunzioni di responsabilità conferite alle 
varie unità e ai loro comandanti responsabili. 

Quindi (e qui sta, a ben guardare, l'ennesima di- 
stinzione fra il mondo germanico e quello mediterra- 
neo) grande valorizzazione dei vari soggetti, ai quali 
competeva naturalmente il dovere delle collaborazioni 
e delle sinergie tra i singoli. 



Questo perché fra i tedeschi chi co- 
mandava, ad ogni livello, aveva grande 
stima di chi era comandato, mentre in- 
vece troppo spesso erano il disprezzo e 
la violenza a caratterizzare i rapporti 
tra comandanti e sottoposti nell'eserci- 
to italiano. 

Fu proprio la possibilità di utilizza- 
re entità autonome di grande efficienza 
come queUe tedesche che permise a 
quell'esercito di mettere a punto una 
tecnica bellica rivoluzionaria; questo 
avvenne sul tronte russo e fu detta "tec- 
nica di Riga". 

Il problema di tattica e tecnica mi- 
litare che caratterizzò la Prima guerra 
mondiale fu la grande superiorità delle 
armi di difesa (cannoni, filo spinato, 
mitragliatrici), contro le armi di offesa 
(cavalleria, fucili, bombe a mano e 
quant'altro) causando quindi una guer- 
ra di trincea ed escludendo ogni guerra 
di movimento. 

Saranno, sul finire del conflitto, gli 
aerei e i carri armati a capovolgere que- 
sta situazione, anticipandoci ciò che 
succederà nella Seconda guerra mon- 
diale. 

Quel primo conflitto fu caratteriz- 
zato da gigantesche offensive frontali di 
centinaia di migUaia di uomini che, su 
fronti immensi di moltissimi chilometri, 
si macellavano e si annullavano recipro- 
camente contro filo spinato e mitragUa- 
trici. 

Contro Russia e Italia, ma non con- 
tro Francia e Inghilterra, i tedeschi (a 
Caporetto per quanto ci riguarda) usarono un com- 
portamento diverso. 

Tutto il loro potenziale bellico fu impiegato e con- 
centrato contro un solo punto del fronte e cioè in due, 
tre chilometri di trincee, superando quelle difese come 
una fiamma ossidrica buca una lamina di metallo. 

Era attraverso quel pertugio che si infilarono gli 
addestratissimi reparti germanici, i quali, appunto in 
molte, piccole unità autonome, che sapevano rimane- 
re per giorni senza rifornimenti o comunicazioni con 
le autorità superiori, si avventavano contro le retrovie 
nemiche distruggendole con facilità. Questo determi- 
nava quindi il collasso delle linee del fronte avversario 
che non avevano, per conseguenza dell'azione di quel- 
le unità, né ordini, né rifornimenti e che venivano così 
ad essere accerchiate, anche se alle spalle avevano solo 
un numero incredibilmente modesto di uomini. 

Insomma era un'anticipazione della guerra moderna. 
Si disse e si dice che Caporetto fu il frutto di una 
sorpresa. Non è assolutamente vero. 



188 



Roberto Sgarzi 



I comandi italiani sape\'ano da mollo tempo, do\e, 
come, con quali truppe e quando il nemico avrebbe at- 
taccato. Fu per questo che lo aspettavano a pie fermo, 
anzi gli organizzarono una specie di trappola. 

Ma ogni aspetto di questo tranello, che si rivelò 
tragicomico, doveva essere manoxrato solo e unica- 
mente dai capi. 

E i capi in quel settore erano tre: Capello, Bado- 
glio e Cadorna, naturalmente. 

Fra di loro si parla\'ano in piemontese. 

Nessuna arma avrebbe dovuto sparare, nessun re- 
parto muoversi, senza l'autorizzazione dei capi. Nes- 
suna iniziativa, anche la pili piccola poteva essere pre- 
sa dai singoli reparti, in ogni situazione e questo ovun- 
que, pena le minacciate punizioni piìi severe. 

Minacce che terrorizzavano, perché quegli "pseu- 
do-capi" erano certo incapaci nei confronti del nemi- 
co, ma sicuramente durissimi nei confronti dei loro 
soldati. I fucili dei Reali Carabinieri erano sempre 
pronti...! 

Come sia finita la gigantesca "trappola" ordita da 
quei "geni dell'arte militare" contro i tedeschi e gli au- 
striaci lo sappiamo benissimo: nella tragedia e nell'u- 
miliazione più profonde. Ma ciò che non è risaputo è 
quali siano state le incredibili insufficienze di quegli 
individui e dei loro accoliti. Furono infinite, ma fra 
queste ne citerò una e riguarda il generale Pietro Ba- 
doglio (1871-1956) (da R. Posani, Storia della prima 
guerra mondiale, p. 765 e ss.). 

Quell'uomo, che sarà una delle massime e ricor- 
renti disgrazie nella nostra travagliata storia, era indi- 
\iduo di ambizioni enormi, giovanissimo generale di 
(^orpo d'Armata, naturalmente piemontese, voleva 
duramente subentrare all'anziano Cadorna come capo 
di Stato Maggiore, e cioè divenire grand patron dell'e- 
sercito italiano, carica che in quell'Italia significava in 
realtà essere, gran consigliere del re e quasi padrone di 
tutto il paese. 

Ma la carriera bisognava ancora farsela e la con- 
correnza era dura. Quella grande battaglia di Capo- 
retto che si andava ormai avvicinando poteva essere 
per lui una buona occasione per emergere, per met- 
tersi in luce, apparendo come il decisivo stratega... 
colui che con autorex'oli decisioni avrebbe consentito 
la vittoria. 

La sua "trappola" consisteva quintli nello scegliere 
il momento giusto in cui il nemico, dopo l'atteso fuo- 
co di preparazione si sarebbe proiettato fuori delle 
trincee per l'attacco. Ecco, era quello l'esatto momen- 
to in cui le truppe italiane a lui sottoposte avrebbero 
fatto fuoco tutte insieme, ma soprattutto le tante arti- 
glierie che proprio per questo erano state disposte a 
sbarramento della Valle del Natisene pronte al fuoco e 
con un enorme numero di proiettili a disposizione. 

Ma il punto era chi, dove, come e quando avrebbe 
dovuto dare l'ordine? Forse vedette appo.state ovun- 
que, forse segnalatori specializzati con strutture otti- 



che o telefoniche posizionate in siti strategici, forse 
agenti infiltrati nelle linee nemiche, che avrebbero po- 
tuto a\'visare con mezzi noti? 

No. Naturalmente Badoglio non si fidò di nessu- 
no. Secondo lui nessuno, fra le centinaia di migliaia dei 
suoi sottoposti, era in grado di dare segnalazioni at- 
tendibili e affidabili perché uno e uno solo era in gra- 
do di capire. Chi?... Naturalmente lui e lui solo! In 
questa esemplare sfiducia e disistima reciproca era il 
germe della sconfitta. 

Anzi, per essere certo della sua leadership non 
esitò ad allontanare, come comandante delle artiglie- 
rie, il generale Scuti, sperimentato veterano, per sosti- 
tuirlo con un anonimo subalterno, il colonnello... 
Cannoniere. 

Dopo avere dato durissime e minacciose consegne 
di attendere il suo segnale prima di aprire il fuoco, 
questo mostro di tattica militare si fece trasportare su 
un'alta vetta (il Monte Mrzli), da dove poteva tutto os- 
servare e di conseguenza tutto dirigere e comandare. Il 
generale, naturalmente, aveva portato una squadra di 
telefonisti per le adeguate comunicazioni. 

Ecco là quindi 1'" Aquila d'Italia" erto suUe vette a 
scrutare il nemico, pronto a fare scattare la trappola 
mortale ove r"odiato tedesco" avrebbe perduto ogni 
velleità aggressiva e Badogho ottenuto i tanto ambiti 
piìi alti gradi. 

In un mattino pieno di nebbia e di pioggia U ne- 
mico non tardò ad arrivare, dopo avere superato le 
trincee italiane nella conca di Tolmino, ciò che non ar- 
riverà mai furono gli "acuti ordini" deir"Aquila del 
Mrzli". 

La ragione era semplice, alcuni colpi dell'artiglie- 
ria avversaria, fortunati o accorti che fossero, avevano 
tagliato quelle linee telefoniche. 

1 nostri cannoni non spararono sul nemico che 
avanzava perché Badoglio non potè dare l'ordine e 
perché i nostri soldati ebbero più paura del loro gene- 
rale che del nemico. I nostri non spararono quindi e 
intere divisioni furono fatte prigioniere, senza tirare 
un colpo e senza... colpo ferire. 

Non fu una sconfitta, fu un disastro e fu il ripeter- 
si di ciò che si era già visto a C^ustoza nel 1866 (si ve- 
da), ma questa volta lo stellone d'Italia era distratto. 
Le perdite: 700.000 uomini, quasi tutti fatti prigionie- 
ri, perché non ci fu battaglia. 

Con precisione: 10.000 morti, 30.000 feriti, 
280.000 prigionieri, 350.000 sbandati. 

L'esercito italiano era distrutto. 

In un ignobile tentativo di allontanare le proprie 
colpe Cadorna emetterà un menzognero bollettino che 
cominciava con qiieste parole: "La mancata resistenza 
di reparti arresisi senza combattere... ". 

Alla fine della guerra si scoprirà che i reticolati di 
fronte a Tolmino erano intatti e questo è logico perché 
il bombardamento con i gas effettuato dai germanici 
con bombole e cannoni aveva determinato la morte 



ÌHliiliii e le In- lldlie 



189 



istantanea (meno di in minuto) eli interi reparti che... 
non avevano maschere idonee per fronteggiare quel- 
l'arma orribile. Tali gas erano assai noti sugli altri fron- 
ti dal 1914, ma in Italia i nostri alti comandi non ave- 
vano predisposto, come Francia e Germania, adegua- 
te contro misure. 

Badoglio letteralmente scomparve per almeno due 
giorni senza neppure sapere, nel caos generale, cosa 
accadeva in trincee anche a poche centinaia di metri 
da lui. 

L"'Aquila del Mrzli" fu in realtà il... pulcino di 
Caporetto! 

Si parlò di ritirarsi oltre il Po e il Mincio, ma fu 
proprio il piccolo re che si impose: ci si sarebbe arre- 
stati sul Piave! Fu su quel fiume che in effetti la favo- 
la si identificò con la realtà storica e un popolo battu- 
to e offeso da alcuni incapaci, si dimostrò un popolo di 
eroi. Quello che successe su quel fiume fu veramente 
incredibile: un popolo di contadini batté gli Imperi 
centrali, con la loro tecnica e la loro grande industria. 
Forse l'Italia, la patria d'oggi, nacque, in un dolore 
sconfinato, su quel dolce fiume della pianura veneta, il 
9 novembre 1917. 

Il fiume stesso ci protesse. Quando tutto sembrava 
ormai perduto e che il nemico potesse valicarlo travol- 
gendoci, intervenne il vecchio Piave in prima persona 
e, con una piena improv\'isa e fortissima travolse tutto, 
ponti, armati e armamenti austro-tedeschi. 

Sul muro sbrecciato di un casolare si lesse a lungo 
una scritta semplice e incerta; "sul Piave o tutti eroi o 
tutti accoppati". Quella scritta era vicino ad una po- 
stazione di mitragliatrice distrutta dai cannoni nemici. 
Furono tutti accoppati e furono tutti eroi, ma la scrit- 
ta di quell'ignoto fantaccino è una delle cose che ci 
rendono orgogliosi del nostro paese. 

Ci fu naturalmente una commissione d'inchiesta 
parlamentare che subito evidenziò le responsabilità. 
Queste risultarono a carico dei "pacifisti disfattisti"... 
naturalmente, i quali, era scritto nella relazione, anche 
sull'onda della Rivoluzione russa avevano portato il 
germe della discordia. 

Insomma era colpa dei comunisti! 

Ovviamente non si poteva esagerare e si vide an- 
che... qualche pesante colpa in quel gruppo di burloni 
travestiti da generali, veri responsabili di quell'immen- 
so disastro, cominciando, naturalmente da Badoglio. 

Le sue responsabilità erano in tredici pagine di 
fuoco, ma (Storia della Prima guerra mondiale, p. 781) 
il primo ministro Vittorio Emanuele Orlando inviò il 
senatore Giuseppe Paratore proprio per impadronirsi 
di quelle pagine e farle distruggere. Questo av\'enne 
con molta sicurezza e facilità... e fu così che si strap- 
parono la verità e la giustizia. 

Paratore, in questo suo compito sicuramente ille- 
gittimo, fu abilissimo, non si troverà una sola copia di 
quei documenti. 

Fino alla sua morte (1967) nessuno domanderà 



mai conto, né a lui, né ad Orlando, di questo loro com- 
portamento. 

L'Italia dei Crispi e dei Tanlongo (si veda) era al- 
l'opera, più che mai. 

Tutti sappiamo che Cadorna sarà destituito, ma 
non è forse noto che ciò fu imposto dagli alleati fran- 
co-inglesi e nonostante le forti rimostranze degli appa- 
rati politici e militari italiani. 

Gli alleati asserirono infatti che non volevano affi- 
dare a simili incapaci i loro soldati che si avviavano ad 
intervenire in appoggio all'esercito italiano in rotta! 

Nel convegno di Peschiera (che seguì la rotta di 
Caporetto) gli alleati domandarono ad Orlando per- 
ché mai si doveva credere che i soldati italiani, che si 
erano sempre dimostrati fra i più capaci e coraggiosi, 
fossero improvvisamente divenuti, secondo quanto 
bugiardamente dichiaravano certi comandanti pure 
italiani, un mare di orribili vigliacchi. Naturalmente 
non ebbero risposta. 

In mezzo ad un mare di soldati-ragazzini fucilati 
per niente da quei liguri senza alcuna pietà, nella men- 
zogna più intollerabile, sarà cancellata ogni colpa di 
Badoglio, il peggior soldato dell'esercito e costui sarà 
di lì a poco vice capo di Stato Maggiore di Armando 
Diaz, colui che sostituirà Cadorna, e a partire dal 
1919, addirittura Capo di Stato Maggiore dell'intero 
Esercito italiano. 

Il "pulcino di Caporetto" era di nuovo diventato 
r"Aquila del Mrzli". Divenuto Maresciallo d'Italia si 
diletterà con divise da operetta, una delle quali con al- 
ti pennacchi bianchi. Un'autentica buffoneria. 

L'Italia era nata con il sacrificio dei suoi figli. Ma la 
nazione era morta: qualche figuro, travestito da aquila 
e aquilotto, le aveva lacerato l'anima. 

Sembra incredibile, ma quell'Italia di generali e ge- 
neralissimi, pieni di gradi e pennacchi fu, in buona mi- 
sura battuta da un oscuro tenentino germanico, coman- 
dante di una compagnia di montagna del Wurttemberg. 

Quel militare, incoraggiato e stimato dai superiori, 
ebbe un'enorme autonomia e autorità nello sviluppo 
di quella battaglia. Con un pugno di soldati conquistò 
una posizione chiave del fronte italiano (il monte Ma- 
tajur) e vinse e catturò... interi reparti italiani, bersa- 
glieri e fanti della Brigata Salerno, nonché interi... 
parchi di artiglieria. 

Vicino a Lui co in soli 150 uomini e due mitraglia- 
trici catturarono 2000 bersaglieri e 50 ufficiali. 

Quel tenentino si chiamax'a Erwin Rommel. Di lì a 
qualche anno tutto il mondo l'avrebbe conosciuto co- 
me... la "volpe del deserto". 

Quell'uomo, che in patria ottenne le massime de- 
corazioni e i massimi riconoscimenti, ebbe ampie, in- 
coraggiate possibilità di esprimere le sue doti militari. 
Tutto questo non succedeva nell'esercito italiano, ove 
evidentemente non si avanzava per merito, ma per... 
familiarità. 



190 



Roberto Sgarzi 



La ragione della scontitta non era nella lontana 
Russia, ma molto più vicino, nella cultura e nelle isti- 
tuzioni del nostro paese. 

E riferito (Le guerre del Duce) che nei quattro an- 
ni di guerra si ebbero 220.000 (duecentoventimila!) 
condanne per diserzione, di cui 18.000 (diciottomila!) 
per "gravi" moti\'i e cioè pare di capire, tali da impli- 
care la condanna a morte. Ancora nel 1919 si contava- 
no 130.000 disertori. 

Nessuno saprà mai il vero numero delle fucilazio- 
ni sul campo. Quelle "ufficiali" furono: 1915 = 1102; 
1916 = 1079; 1917 = 1267; 1918 = 169. 

Rilevanti anche i sabotaggi, il più importante dei 
quali fu l'affondamento in porto della corazzata Leo- 
nardo da Vinci per il quale fu condannato Archito Va- 
lente, un intellettuale di sinistra. 

Per l'Italia entrare in quella guerra, in quel mo- 
mento di evoluzione del conflitto, con quegli arma- 
menti e quell'esercito... fu comportamento frutto del- 
la più completa follia. 

Quello non fu un errore politico-militare, ma un 
crimine. 

Fu un crimine e dei peggiori, aggravato dal tatto 
che i negoziatori di Sua Maestà il re d'Italia, dopo in- 
terminabUi rivoltanti voltafaccia nei confronti di en- 
trambe le parti e dopo avere ancora una volta, dato di- 
mostrazione di un ethos orribile (ed anche questo poi 
pagheremo), molto semplicemente avevano scelto la 
parte sbagliata. 

Quella era la parte che sarebbe stata perdente e 
che si trasformò in vincente solo grazie all'enorme, in- 
tervento degli Stati Uniti con milioni di soldati, due 
anni dopo (1917), ma nessuno allora si accorse di ciò 
che quella "tutela" avrebbe poi rappresentato per tut- 
ta l'Europa. 

Comunque quell'Italia sabauda, r"ItaHa dei furbi 
e dei traditori", come fu considerata dalle potenze vin- 
citrici nel Congresso di Parigi, non ricevette utile per 
quel suo comportamento. Come tutti coloro che sono 
considerati traditori e infidi essa fu pagata con soldi 
falsi, "soldi di cuoio", come si dice dalle mie parti. 

Non pagò certo a sufficienza quel gruppuscolo di 
nobili e generali che aveva imposto la guerra. 

Quella nostra povera e amata Italia pagò essa sì un 
enorme tributo e ricevette appunto ciò che aveva già 
conquistato: due isolette e due città. Null'altro. Nul- 
l'altro che pura iollia. 

Follia nella follia, perché tutto ciò innescò il mito 
della "vittoria tradita e mutilata", che di li a soli venti 
anni avrebbe scatenato altri lutti e altri dolori. 

E l'Italia potenza egemone nei Balcani? Nulla. 

E tutte le colonie africane e asiatiche alle quali Sua 
Maestà ambiva? Nulla. 



E l'impero? Nulla. 

Anzi ci tu un piccolo, marginale episodio, uno 
sberleffo che va riportato per ben capire dove ci ave- 
vano condotto una certa cultura e un certa classe diri- 
gente. 

Era allora primo ministro Vittorio Emanuele Or- 
lando che aveva queUo che a molti italiani sembrava un 
pregio, ma che dagli alleati vincitori era viceversa indi- 
cato come un ridicolo difetto: piangeva in pubblico ad 
ogni momento. 

In occasione di qualsiasi difficoltà politica o diplo- 
matica quell'uomo si esibiva nella produzione di litri 
di liquido lacrimale: un record. 

Al Congresso di Parigi la Francia era allora rap- 
presentata da Clémenceau, detto "il tigre", un vero 
condottiero, una specie di bestione senza paura che 
però aveva un problema: era un prostatico e, come tut- 
ti gli affetti da questa malattia, aveva grandi difficoltà 
ad urinare. 

Vedendo una così grande, facile, emissione di li- 
quidi da parte di Orlando, "il tigre" in pieno congres- 
so e con viso afflitto e invidioso, quanto sprezzante, 
esclamò: "ah se io potessi pisciare tanto quanto quell'i- 
taliano piange!" . 

Ma ci si chiederà ora... e Giolitti? E... il Parla- 
mento? Perché acconsentirono a questa follia? 

In effetti, anche se Antonio Salandra era il primo 
ministro (l'ennesimo, duro, conservatore meridiona- 
le), Giolitti in quel 1915 continuava ad essere l'uomo 
forte di riferimento. 

Il parlamento era allora costituito, in modo non 
dissimile dal presente, dai liberali di Giolitti, dai socia- 
listi di Turati e dai cattolici di Gentiloni. Tutti erano fie- 
ramente contrari ad una nostra entrata in guerra in fa- 
vore di chicchessia, ma appena la piazza si mobilitò e si 
scatenò in favore della guerra con l'opera, sicuramente 
criminale, di bande di assassini, tutti i parlamentari, 
quegli impettiti, baffuti e tronfi signori, si chinarono e 
si dispersero nel modo più vile e colpevole. 

Nessuno del resto si era opposto quando certe co- 
se si cominciarono a sapere, in colpevole sudditanza 
ad un re che aveva operato in modo segreto e contra- 
rio alle volontà e agli interessi del parlamento eletto 
dal popolo. 

Cìiolitti si batté come potè e, intuendo la tragedia 
che stava per abbattersi sul paese, perse il suo stile 
freddo e compassato. Le provò tutte, urlò forte e chia- 
ro e ci fu un momento in cui sembrò che forse la sal- 
vezza era possibile. 

Ciò a\a'enne in Roma il 9 maggio 1915 quando, 
poco tempo prima dell'irreparabile, trecento deputati 
lasciarono il loro biglietto da visita nel palazzo in cui 
Giolitti a\eva preso alloggio e ciò proprio per dimo- 
strargli l'assenso e l'appoggio nella sua azione neutra- 
lista, ma era troppo tardi e il piemontese fu travolto 
dalla follia collettiva, che ormai aveva contagiato tutti. 



L'Itiilhi [' /<• Ire Italie 



191 



Una verifica parlamentare che avrebbe dovuto es- 
sere contraria all'intervento si trasformò, dopo pochi 
giorni, nell'accettazione dello stesso: di fronte alla vo- 
lontà di certi "poteri forti" e alle conseguenti violenze 
della piazza i trecento deputati si erano sciolti come 
neve al sole! 

QueU'aula era veramente "sordida e grigia". Di lì a 
poco l'ennesimo av\'enturiero, che sventolerà poi il no- 
stro povero tricolore per la gioia delle masse, la tra- 
sformerà in un "bivacco per i suoi manipoli". 

Una nazione, una classe dirigente, un'amministra- 
zione dello stato, una bandiera, sono la loro storia. 

È oggi oggettivamente difficile non vedere ragioni 
di una certa validità in chi chiede alcuni cambiamenti 
nell'organizzazione di uno stato che ha dato prove di 
questo tipo e altre che, come vedremo, darà. 

L'Italia LI 24 maggio 1915 andò in trincea, guidata 
da orribili individui: due fra i tanti. 

Un re che era un piccolo re, ma che tanto voleva 
diventare un grande re soldato come il nonno e per di 
più anche imperatore. 

Oltre a lui D'Annunzio, un poeta ladro, pazzo e ir- 
responsabile, ma felice almeno per due buone ragioni: 
la prima è che "avrebbe visto la morte in faccia" (la 
cercherà in mille modi, ma purtroppo non fu accon- 
tentato) e la seconda, forse un po' piiì cruda, ma gra- 
dita era, come scrissero alcuni, che servizio di spio- 
naggio francese (sicuramente non a caso), aveva paga- 
to proprio in quei giorni l'enorme cumulo di debiti 
che il Vate aveva contratto a Parigi durante la sua lun- 
ga e folle permanenza. 

Ecco come, perché e per chi furono fatti massa- 
crare "i ragazzi del '99", autentici ragazzini di 17-18 
anni strappati alle famiglie. 

Ecco come, perché e per chi furono ammazzati sei- 
centocinquantamUa ragazzi italiani, ne fu storpiato un 
numero incommensurabile e si spezzò, forse per sem- 
pre, il futuro di quello che avrebbe potuto essere e for- 
se stava diventando, un grande paese. 

Scrive Mondini che la sinistra non perdonerà mai 
a Luigi Cadorna. E vero, ma solo parzialmente. 

Chi non perdonerà mai al signor "Noi, Conte, Ca- 
valiere di Gran Croce, Tenente Generale Luigi Cador- 
na", un uomo che così si presentava e si firmava, ri- 
cordandoci che prima era conte e poi generale, non 
sarà solo la sinistra, o la destra, o il centro, entità im- 
materiali, come il cuore di quell'individuo. No. 

Chi non perdonerà mai nei secoli a quell'uomo sa- 
ranno seicentocinquantamila povere donne, le madri 
di seicentocinquantamila ragazzi, che mai più ritorne- 
ranno a seicentocinquantamila casolari in tutt'Italia. 

Seicentocinquantamila povere donne, con i loro 
laceri fazzoletti neri, come il loro cuore distrutto, don- 
ne che per il resto delle loro vite soffriranno un dolo- 




Vittorio Emanuele Orlando, primo ministro. 

re immenso. Solo chi, come chi scrive, ha personal- 
mente conosciuto anche solo una di queste donne può 
rendersi conto delle loro tragedie. 

È la storia e il rispetto che le si deve che non per- 
donerà mai a Cadorna & C. 

Su tutte le tombe di quei ragazzi in mille cimiteri, 
da Redipuglia a Gorizia, daU'Adamello al Piave, è 
scritto: "Per la patria". 

È vero. Quei ragazzi, morendo, donarono le loro 
fresche vite alla patria. La nostra madre. 

Ma non basta. 

Su quelle tombe non è scritto perché quella madre 
terribOe chiese i loro giovani cuori. 

La risposta è breve, quanto feroce: per niente. 



Un documento 

I romanzi, le testimonianze, le monografie, i testi 
politici, scientifici e militari, riguardanti la Prima guer- 
ra mondiale sono innumerevoli, si è comunque pensa- 
to di riproporre, a titolo di documentazione di un cer- 
to ambiente culturale, alcuni passi di ''Noi che tignem- 
mo [sic] // mondo di sanguigno' del capitano di fante- 
ria Giuseppe Reina, testimone dei fatti, edito da Cap- 
pelli, Bologna, nel 1920. 

In ogni nostro soldato c'era un combattente leale, un 
cuore di creatura umana, che, pur nella lotta più ardente, 
sapeva vibrare di sentimenti puri e grandi; il vinto era per 
noi creatura sacra, inviolabile; ma nei tristi soldati dell'im- 
peratore era finito ogni senso di umanità; per loro la lotta 
era odio, rancore, vendetta. 

Non brama\'amo vincere, ma distruggere, non ferire, 
ma uccidere, con tutti i mezzi anche sleali, anche inumani 
(p. 97). 



[...] 



m 



Roberto Sgarzi 




Una mattina, sulla strada che da Manzano conduce a 
Brazzano, mentre eravamo in marcia, sentimmo delle voci 
ripetere "Il re, il re". Ci fermammo, ci preparammo per 
rendere gli onori, guardando con curiosità, con vivissima 
ansia, dietro di noi. Ecco apparire un'automobile a corsa, 
fra un fitto nebbione. C'era il re, il nostro re. Era solo. Egli 
mi apparve calmo, sorridente. Aveva già fatto cenno che la 
colonna proseguisse la marcia. Portava di continuo la ma- 
no al berretto, restituendo il saluto rispettoso agli Ufficiali 
e fissava tutti in maniera indimenticabile. Aveva un sorriso 
per tutti. S'alzò un grido solo, sommesso e solenne; "Viva 
il re". 

L'automobile sparì. Noi restammo con le anime smar- 
rite, in un senso d'oblio, di soddisfazione, di contentezza, 
di misteriosa aspirazione verso un non so che d'indefinibi- 
le e di grande. Avevamo veduto da vicino il nostro sovrano. 
Colui, in nome del quale ciascuno era pronto a rinunziare 
a tutto, anche alla vita. 



Roma. Monumento al Milite ignoto 



I giorni nostri 



Il primo dopoguerra: comunismo e fascismo 



Il comunismo 



"Le guerre non le vince nessuno. Le perdono tut- 
ti". Pochi motti come questo ben rappresentano l'Eu- 
ropa e conseguentemente l'Italia del 1918: un conti- 
nente distrutto. 

Le teste coronate e con esse le relative corti e clas- 
si dirigenti di questa parte del mondo, avevano "gio- 
cato alla guerra", come del resto avevano sempre fatto 
per secoli, trovando in questa "attività" grande motivo 
di orgoglio e soddisfazione. Si dice al proposito che 
nel Settecento il prussiano Federico il Grande, affron- 
tando a frustate i suoi soldati in ritirata, urlasse loro; 
"Cani... volete vivere in eterno?". 

Le schiere in battaglia costituite da contadini, po- 
veracci, fabbri, maniscalchi, mendicanti, cantastorie e 
pochi altri, nelle mani dei monarchi diventa\'ano lun- 
ghe file di soldatini di latta. 

I re non capirono che i tempi erano cambiati, que- 
sta volta ci scappò il morto, anzi un enorme numero di 
morti. 

La guerra era ormai lotta, non piti per qualche cen- 
tinaio di luccicanti corazzieri, ma ha immense masse di 
uomini con mezzi di distruzione inauditi; la guerra non 
era più il beau gesle, era diventata r"inutile strage". 

Nel 1918 l'esito del conflitto vedeva sì vincitrice 
l'Italia turrita e paludata del tricolore, ma qualcuno le 



aveva strappato il cuore e al suo posto aveva messo 
una pietra. 

In ognuna delle mille famiglie dei mille comuni, 
delle mille città, c'era un lutto o un dolore: i casolari di 
campagna, spesso, erano vuoti. 

Cominciano in quel momento i... giorni nostri. 
Tutto ricominciò da capo, ma tutto fu frutto di quella 
guerra: le nuove ideologie, le nuove forme politiche, le 
nuove arti, il nuovo senso estetico, l'ulteriore grande 
conflitto, tutto insomma... nel bene e nel male. 

Successe ciò che non poteva non succedere. La 
reazione a questa follia fu proporzionata all'evento e 
fu spaventosa: molte teste saltarono, alcune in modo 
figurato, altre in modo piij sfumato, altre in modo con- 
creto, così come in Russia. Fu un'ulteriore terribile 
strage, fu la rivoluzione ed ebbe un nome, fu l'interna- 
zionalismo proletario socialista dei soviet, il comuni- 
smo, fu la dittatura del proletariato. 

La ribellione nacque nelle trincee, in tutte le trin- 
cee d'Europa, ma in Russia, nel I9I7, si ebbe l'esplo- 
sione più forte con ben due rivoluzioni, quella dei 
menscevichi prima (di stampo borghese parlamentare) 
e quella dei bolscevichi poi, capeggiati dal leader Le- 
nin che realizzò un sistema di governo radicalmente ri- 
voluzionario poggiante sui soviet (cioè consigli di ope- 
rai). Questo sistema istituzionale era ispirato alla tilo- 
solia politica comunista di matrice marxista, che era 
già da tempo viva e presente nelle nuove masse prole- 
tarie, soprattutto operaie, che caratterizzavano l'Euro- 
pa e gli Stati Uniti d'America. 

La x'iolenza e la brutalità omicida, le stragi gigan- 



L'Ildìki e /(■ Tre ìlalic 



Ì9Ì 



tesche che subito al sorgere delle Repubbliche dei So- 
viet e per circa settant'anni insanguineranno la mera- 
vigliosa terra russa sono ancora oggi oggetto di sdegno 
e incredulità. 

Così come in tutte le trincee anche nelle nostre il 
contadino italiano non aveva mai capito perché era 
stato costretto a conficcare un ferro nel torace del con- 
tadino boemo, o austriaco, o ungherese, che aveva di 
fronte. Nelle mani del nemico morto, ai suoi piedi, ve- 
deva gli stessi calli che erano nelle sue mani; negli oc- 
chi che si spegnevano non vedeva odio e ferocia, non 
vedeva la bestia assetata di sangue di cui certi eleganti 
e forbiti ufficialetti gli avevano parlato. In quegli occhi 
vedeva campi arati, mogli disperate e mute di bambini 
affamati... vedeva terrore e dolore. 

In quegli occhi vedeva l'odio per il suo colonnello 
boemo, o austriaco, o ungherese che fosse, che, più o 
meno, era poi anche il padrone delle terre che coltiva- 
va e che, dopo averlo ucciso di lavoro e fatica, ora lo 
faceva uccidere di baionetta. 

Quel soldato-operaio-contadino si accorse che 
quegli occhi erano i suoi occhi e che quel terrore era il 
suo terrore, quell'uomo capì che chi aveva ucciso era 
suo fratello e l'odio che esplose in lui fu terribile. 

L'odio per i nemici si trasformò in odio per i pa- 
droni e per i colonnelli e fu un odio spaventoso e in- 
commensurabile. 

Si verificò il rifiuto del concetto di nazione; la nuo- 
va patria universale sarebbe stata lei "la grande classe 
che non ha confini"; il proletariato. 

Dalla Russia, dove era nata su basi germaniche 
(Marx, Engels), questa filosofia politica si diffuse 
ovunque come un incendio e colpì anche l'Italia. 

In Italia, dopo la fine della guerra guerreggiata, dal 
'18 al '21 fu guerra sociale, ma fu anche assurdamente, 
da parte dei socialisti, guerra contro i reduci, contro i 
valorosi, contro i graduati, quasi che l'evento bellico l'a- 
vessero voluto loro e che quei 650.000 morti non fosse- 
ro le prime dolorosissime vittime di quell'evento. 

In quegli anni fu rivoluzione proletaria e campi, 
stalle, piazze, ferrovie, amministrazione e ordine pub- 
blico furono messi a dura prova: su treni e fabbriche, 
ovunque, sventolò la bandiera rossa deU'occupazione. 

Il tentativo di realizzare anche in Italia un governo 
socialista, ove terre, amministrazione e apparati di 
produzione industriale fossero espropriati e condotti 
da gestioni statalizzate, fu duro. 

Si sperava, da parte socialista, che l'eversione del- 
la piazza, che aveva portato il paese in guerra, potesse 
essere usata per portarlo nel comunismo. 

Naturalmente i treni non marciavano più in orario 
e subito vi fu chi si propose per la bisogna. 

Al nord e centro 

Tutto ciò non av-x-enne in Italia in modo uniforme. 




Vittorio Emanuele MI in compagnia del presidente americano Wilson. 
La posizione politica di quest'ultimo, fieramente e giustamente con- 
traria alle pretese di allargamento territoriale italiano nei Balcani, fu 
durissima. 



in una sua parte tutto questo fu vissuto in modo mol- 
to più forte e partecipato: fu al nord, fu neir"Area pa- 
dana" e ciò è naturale, proprio perché in quella parte 
d'Italia le forze di sinistra, sia nelle campagne, che nel- 
le industrie, erano di gran lunga più organizzate e an- 
che perché furono le grandi concentrazioni di operai, 
ovviamente nel triangolo industriale, a creare al pote- 
re costituito la maggiore opposizione e ciò con l'occu- 
pazione armata delle fabbriche e delle campagne, ac- 
compagnata da scioperi e sabotaggi alla pubblica am- 
ministrazione e ai servizi pubblici. 

Al sud 

Tutto avvenne in modo più sfumato, ma comun- 
que quanto mai drammatico. 

Fra le innumerevoli sommosse, scioperi, disordini 
e repressioni, di rilievo, alla fine del marzo 1920, l'oc- 
cupazione in Napoli, delle industrie Miani e Silvestri 
con l'elevazione dell'abituale bandiera rossa. 

Il conseguente intervento della polizia determinò il 
solito, doloroso, corollario di morti e feriti, al quale se- 
guì uno sciopero generale che coinvolse il notevole 
comparto industriale presente nella cintura della città. 



Il fascismo 



Fu al centro dell'Area padana, fu qui che la picco- 
la pattuglia di coloro che avevano tenacemente voluto 
la guerra, e cioè gli "inter\-entisti", i gruppi che con la 
violenza e il terrore avevano spinto la "maggioranza si- 
lenziosa" giù per la china della guerra, congiunse i 
propri interessi con le classi medio alte, che vedevano 
i loro benefici e le loro proprietà minacciati dalla rivo- 
luzione sociale. 

Vi fu un uomo di quelle parti, particolarmente in- 
telligente, spregiudicato e cinico che seppe mettersi su- 
bito al comando della locomotiva nazionalista e sciovi- 



194 



Roberto Sgarzi 



nista che si metteva in moto. 11 capo tu il romagnolo 
Benito Mussolini (1883-1945) che rispolverò per l'oc- 
casione il suo movimento politico prebellico: infatti i 
"Fasci Italiani di Combattimento", fondati in Milano il 
23 marzo 1919, debbono essere intesi come la prosecu- 
zione dei "Fasci di Azione Rivoluzionaria" fondati al- 
l'inizio del 1915 con motivazioni inter\'entiste. 

Benito Amilcare Andrea Mussolini nacque a Pre- 
dappio di Forlì il 25 luglio 1883 ed era un predestina- 
to. Suo padre Alessandro, un fabbro anarchico, gli im- 
pose tre nomi espliciti, quelli di tre rivoluzionari, Be- 
nito Juarez, Amilcare Cipriani e Andrea Costa. Marco 
Palla (// Fascismo, p. 38) dipinge il piccolo Mussolini 
come persona violenta, chiusa e vendicativa e ipotizza 
questi aspetti come retaggi di un periodo di studio tra- 
scorso presso un collegio di religiosi (la madre era as- 
sai credente) e il riferimento non può non suscitare 
dubbi e interrogativi. 

Pili volte sospeso per cattiva condotta dalle scuo- 
le dello stato. Mussolini conseguì il diploma magi- 
strale (1901) per poi trasferirsi in Svizzera come emi- 
grante. Al suo ritorno, in quanto fu espulso per atti- 
vità politiche illegali, il futuro duce iniziò a costruire 
il fascismo. 



Nel dopoguerra il fascismo si antepone 
al socialcomunismo 

Quell'uomo sapeva che l'ordine costituzionale e la 
legalità potevano essere facilmente spezzati in Italia. 

Lo sapeva perché nel '15 l'aveva già fatto quando, 
con pochi duri seguaci, aveva terrorizzato il paese 
spingendolo in guerra. 

Mussolini "adottò" subito i reietti e perseguitati 
dalla sinistra socialista, i reduci, con predilezione per 
le truppe scelte, i bersaglieri, gli arditi; usò i loro miti, 
i loro motti, le loro canzoni, le loro divise (la camicia 
nera) e ne strumentalizzò in modo durissimo, la natu- 
rale aggressività e la sperimentata violenza. 

Anche il fascismo, come il socialcomunismo, fu fe- 
nomeno essenzialmente "padano" e investì fondamen- 
talmente il nord Italia solamente sfiorando, soprattut- 
to inizialmente, il resto d'Italia. 

Non a caso il fascismo nacque in Milano in piazza 
San Sepolcro nel "Circolo dell'alleanza per gli interes- 
si commerciali ed agricoli". Esso sorse come movi- 
mento politico, ma alle elezioni del 17 novembre 1919, 
che affrontò nel solo capoluogo lombardo (in quanto 
il I ut uro duce non riuscì a proporre liste sul territorio 
nazionale, pur presentando grossi nomi, come Musso- 
lini, Marinetti e Arturo Toscanini), quel partito otten- 
ne un misero pugno di voti (socialisti 170.000, popola- 
ri 74.000, fascisti 4795). 

E il 1920 il momento del decollo, tiuaiulo il "mo- 
vimento" diventa "squadrismo". 

Nel Congresso di Roma (no\'cmbrc 1921 ) il movi- 



mento che conta\'a ormai 300.000 iscritti, operò la sua 
trasformazione in partito. 



Il fascismo nelle Tre Italie 

Lentamente e inesorabilmente il potere viene nel 
concreto assunto dal fascismo, che il 28-29 ottobre 
1922, armi alla mano, attua la Marcia su Roma con il 
chiaro intendimento di esautorare il parlamento: il 
classico colpo di stato. 

Sarà di nuovo facOe, come sette anni prima, battere 
un Parlamento che era ormai solo un simulacro di auto- 
rità e libertà. Si manda in scena un copione già visto. 

Come allora chi deve decidere è Sua Maestà, ma 
gli interessi del re impaurito dalle sinistre rivoluziona- 
rie, si saldano con quelli di nobili, agrari e grande bor- 
ghesia. Come nel '15 questi signori sbagliano tutto. 
Credono di potere usare a loro piacimento "quel grup- 
po di ragazzetti un po' maneschi... ma in fin dei con- 
ti un poco fessi e buoni patrioti". 

Così non sarà: la fine dell'avventura sarà dramma- 
tica e buona parte di quegli "astuti e spregiudicati si- 
gnorotti" sparirà, senza lasciare rimpianti. L'ascesa del 
duce fu veramente una "resistibile ascesa". 

Il 28 ottobre 1922, il giorno della Marcia su Roma, 
il governo legittimo ed eletto chiederà al re di procla- 
mare lo stato d'assedio e cioè la legge marziale, al fine 
di potere opporre la forza pubblica all'eversione mus- 
soliniana. 

Questo permesso sarà negato da Sua Maestà, l'e- 
sercito toglierà mitragliatrici e reticolati alla difesa di 
Roma consentendo l'ingresso alle camicie nere. 

Macchia, appunto nera, anche per l'esercito italiano 
che solo 24 anni prima aveva massacrato a cannonate i 
meneghini disarmati che volevano U pane e ora invece si 
ritirava di fronte alle "squadre" inquiete, e caotiche di 
sov\'ersivi che pretendevano addirittura il potere. 

I molti filmati e le molte fotografie di quell'aweni- 




Benito Mussolini nel dopoguerra: il fascismo si antepone al socialco- 
munismo. 



L'I/cilia e /(' In- I/ulic 



19^ 



mento testimoniano comunque che quei fascisti che 
furono fatti sfOare per Roma assai rapidamente, per es- 
sere poi immediatamente allontanati dalla città e rin- 
vaati alle città d'origine subito dopo, non avevano ar- 
mi, se non qualche bastone e qualche pugnale. 

Infatti la marcia e l'ingresso in città, che poi saran- 
no illustrate come una vittoriosa "conquista", furono 
consentite dai veri "padroni" solo ad individui che fu- 
rono disarmati alle porte della città, proprio in quanto 
quelle "squadre" erano considerate pericolose e inaffi- 
dabili per la sicurezza e l'ordine pubblico della capitale. 

Insomma, per quegli utili giovanotti scapestrati, lo 
"scherzo"... finiva in periferia. 

Dopo la marcia su Roma, Vittorio Emanuele III 
consegna il governo a Mussolini; il parlamento, "l'aula 
tetra e grigia", è "bivacco per quei manipoli". 

È la dittatura fascista. 

Quel regime fu un momento politico liberticida, 
impastato di tardo-romantica, spesso goffa, follia. Bru- 
ciò follemente e goliardicamente i destini di un intero 
popolo in brevi giorni, scoprì velleità imperialistiche 
quando gli imperi coloniali erano ormai finiti, trascurò, 
relativamente, il Meridione buttando assurdamente uo- 
mini e risorse in Africa, tolse agli italiani il gusto e l'or- 
goglio della libertà e anche il valore della critica. 

Ancora una volta, per molti versi, il fascismo sosti- 
tuì nelle anime degli italiani la fede alla ragione. 

Il fascismo non ebbe solo un torto, ne ebbe mille e 
tutti gravi, ma fu un regime di incredibile efficienza. 
Quando finalmente, si potrà studiare il fascismo in 
modo scientifico e al di fuori di paure, speculazioni o 
vendette politiche, ci si accorgerà dell'enorme avanza- 
mento sociale e civile che l'Italia potè ottenere duran- 
te il "deprecato \'entennio". Non si deve scordare che 
solo pochi anni or sono si propose (fonte: Montanelli) 
di togliere la cattedra universitaria al prof. Renzo De 
Felice perché colpevole di iniziare a... studiare, coe- 
rentemente con suo ufficio, gli avvenimenti socio- 
politici relativi al ventennio fascista. 

Nel 1922 l'Italia, grande potenza vincitrice, fu do- 
nata ad un regime, quello fascista, che, nato nelle trin- 
cee della Grande guerra, si era poi strutturato con bru- 
tale violenza nelle città e nelle campagne del nord Ita- 
lia. Da lì e da Napoli marciò su Roma e indiscutibil- 
mente fu la tirannide. 

Tirannide che aveva alcune positività tipicamente 
padane: l'amore per il lavoro, manuale o intellettuale 
che fosse, l'amore per la patria e la famiglia, la concre- 
tezza operativa, l'impegno personale e sociale, il rigo- 
re morale. 

Negli uffici pubblici del "ventennio" era scritto a 
grandi lettere "Qui non si parla di politica. Qui si la- 
vora!". Una delle foto piij diffuse dalla propaganda 
era quella di Mussolini che, a torso nudo, alla trebbia- 
trice, mieteva U grano. Populismo banalotto, ma di in- 
credibile efficacia dilatato ogni oltre dire c4al primo 



grande mezzo di informazione di massa: la radio, il ve- 
ro, cleterminante strumento che determinerà il succes- 
so dei vari "regimi" dell'epoca. 

Dal '22 in poi il consenso di cui godette il duce è 
incredibile. Una cifra: elezioni del 6 aprile 1924, Pnf = 
64% dei voti! 

Gli iscritti al Pnf nel 1931 sono 800.000, nel 1934 
sono già 1.800.000. Naturalmente questi dati debbono 
essere rapportati a condizioni politiche particolari, ove 
cioè (fra l'altro) chi non era iscritto al "partito" non 
trovava lavoro... il che non è fatto trascurabile. 

Il momento fascista che seguì fu U più interessante 
ed efficace ai fini dell'omogeneizzazione delle etnie 
presenti suUa penisola: il concetto santificato di patria 
e nazione era molto duro nei confronti di eventuali 
aspirazioni a connotazioni di individualità regionale. 
Fu quello il momento in cui le Tre Italie si avvicinaro- 
no di più a divenire una sola nazione. 

Difficile definire politicamente e culturalmente il 
fascismo. Esso fu soprattutto una dottrina "anti"... 
opposta ad altre ideologie, e si contrappose alla demo- 
crazia, alla fraternità, all'uguaglianza, ai diritti civili e 
alla libertà che derivavano dalla Rivoluzione francese. 
L'esaltazione della purezza della razza, della violenza, 
della guerra e la pulsione nichilista lo spinsero poi ver- 
so la guerra e la morte. 

Quella indicata è una valutazione molto diffusa e 
un po' "di maniera" del fascismo, movimento politico 
che dalla Valle del Po si affermò in tutta Italia, per poi 
vedere sorgere fenomeni molto simili in tutto il mon- 
do e cioè: Germania con Hitler, Francia con le Croci 
di Fuoco, Portogallo con Salazar, Gran Bretagna con 
Mosley, Austria con le Heimwehem, Romania con Co- 
dreanu, eccetera. 

Diversa, più colta e sottile l'interpretazione che ne 
dà lo storico Renzo De Felice (Intervista sul fascismo, 
p. 21 e ss.). 

Dice lo storico che, se l'acquisizione del potere da 
parte del partito di Mussolini, fu il compromesso fra 
potere politico tradizionale e fascismo, il tempo suc- 
cessivo (diciotto anni di regime) vedrà una rivoluzione 
sociale rapida, ma di ampia portata. Nelle campagne, 
come nelle città e negli impianti di produzione, tutto si 
trasformò assai rapidamente. La meccanizzazione (i 
trattori agricoli) e le bonifiche tolsero molte braccia al- 
le campagne, i trasporti di ogni tipo, sia su rotaia che 
su gomma, esplosero ovunque. 

Appar\'ero le automobili utilitarie e motociclette e 
biciclette diedero a tutti (soprattutto al nord) ampie 
possibilità di movimento. 

La sanità dei ceti più modesti ebbe caratteristiche 
di dignità, con campagne di prevenzione e profilassi 
massicce. Lo sport ebbe un grande svOuppo e i "treni 
popolari", cioè l'uso dei treni a bassissimo prezzo nei 



3% 



Roberto Sgiirzi 



fine settimana, diede anche al basso ceto la possibilità 
di muoversi e di scoprire le belle cose d'Italia. 

Questo e tante altre innovazioni scardinarono il si- 
stema sociale prebellico e il potere di nobili e proprie- 
tari terrieri scemò rapidamente. Crebbe il potere di un 
nuovo ceto medio-basso, sia pure con divisa fascista, 
formato da piccoli imprenditori, artigiani, professioni- 
sti, coltivatori diretti. Il grande impulso che il fascismo 
darà alla scuola (sia pure pesantemente ideologizzata) 
sarà, a quel fine, determinante. 

De Felice fa inoltre rilevare che questo movimen- 
to politico non può essere troppo semplicemente iden- 
tificato in qualche migliaio di violenti e maneschi 
"guardaspalle", tutori di alcuni vecchi signorotti. Il fa- 
scismo ebbe anche una sua rivoluzionaria cultura eti- 
co-politica, impastata di una coraggiosa proiezione del 
soggetto nel futuro, chiudendo nei confronti del pas- 
sato senza reticenze o perplessità. 

Questo nuovo medio ceto usciva dalla dura \'itto- 
ria bellica, voleva potere e l'avrà. 

Questo "ceto medio emergente " che si identifica- 
va nel fascismo rifiutava la "proletarizzazione" che era 
la ovvia e naturale conseguenza del comunismo e ve- 
deva nella garanzia di sicurezza e nelle caratteristiche 
culturali su accennate del fascismo le fondamenta qua- 
litativamente irrinunciabili. 

Sarà in questo l'attuazione della "promessa rivolu- 
zionaria fascista", dando potere a questi nuovi ceti che 
del resto negavano ampiamente legittimità al potere 
politico nelle mani della classe nobiliare e di questa 
contestavano anche l'assetto sociale, vagamente feuda- 
le, che essa rappresentava. 

Si videro in realtà entità sociali fasciste innovative, 
come l'interclassismo e le corporazioni, oppure come i 
"gruppi rionali", chiare anticipazioni dei nostri quar- 
tieri, che stimolarono l'auto-amministrazione conce- 
dendo spazio amministrativo e responsabilità di ge- 
stione della cosa pubblica anche a giovani e giovanis- 
simi dei ceti medio-bassi, sia pure se non particolar- 
mente versati nelle cose della politica. 



A) Il fascismo al nord 



Il fascismo, così come ogni altro fenomeno socio- 
politico che attraversò quel lungo e stretto budello che 
è l'Italia, assunse naturalmente connotazioni diverse, 
in funzione delle differenti realtà socio-culturali che 
incontrò sul suo cammino verso il sud. Bisogna però 
dire che mai, come nel momento fascista, un fenome- 
no socio-politico che attra\-ersò lo stivale ebbe più evi- 
denti momenti di analogia nelle Tre Italie. 

Penso comunque che si possano identificare, come 
linee di tendenza, le seguenti differenti caratteristiche 
dell'impegno fascista: al nord in direzione delle rifor- 
me di ordine sociale, al centro attenzione per la sem- 
pre più centralizzata struttura amministrativa anche 



negli aspetti ambientali e urbanistici, al sud lotta alla 
mafia e alla malavita, intese come fatto eversivo dell'u- 
nità dello stato. 

L'Area padana, già a partire dal '19-20 era, in buo- 
na misura, nelle mani delle "squadre" fasciste che agi- 
vano in buona collaborazione con le regie questure e 
con i grossi borghesi, sia industriali che terrieri. Da 
questo territorio quel movimento politico si diramò al 
centro-sud. 

Il fascismo, nato "padano", in questa parte d'Italia 
ebbe connotazioni assai più drammatiche di quelle as- 
sunte nel centro-sud. Possiamo identificare in quel 
movimento tre periodi storici: quello rivoluzionario, 
quello del consenso e quello della ribellione. 

Quelli che vanno dal '19 al '22 furono anni san- 
guinosi per l'Area padana. Ivi infatti av\'ennero ovun- 
que autentiche battaglie fra sinistra socialista, fascisti e 
Guardie regie, come successe ad esempio in Parma dal 
1° al 6 agosto 1922, quando agli ordini di Italo Balbo 
vi convennero "squadre fasciste" un po' da tutta quel- 
la zona, con l'intento di conquistarla. Viceversa, dopo 
scontri durissimi e sanguinosissimi, furono quei citta- 
dini, organizzatisi spontaneamente in "arditi del po- 
polo", a respingerli e a vincere la lotta. 

Il momento pacifico e felice del fascismo fu quello 
temporalmente centrale, quello del consenso e ciò per- 
ché ebbe a beneficiare delle molte trasformazioni so- 
ciali di cui fu l'autore. 

Riguardo queste, che furono innumerevoli, mi ri- 
ferirò a titolo unicamente esemplificativo, all'assisten- 
za sanitaria, con particolare riferimento ai bambini, e 
alla lotta alla miseria e all'alcolismo. 

Le condizioni di vita di gran parte della popolazio- 
ne italiana alla fine della Prima guerra mondiale erano 
spaventose e solo una minima parte di italiani, i cosid- 
detti "benestanti", sfuggiva ad una realtà orribile. 

Le previdenze del nuovo regime a protezione di 
quelle fasce più deboli furono immediate, attente e 
premurose, furono i più giovani a goderne e questo av- 
venne facendo perno sulle scuole pubbliche. 

I bagni obbligatori furono frequenti, riscaldati e 
gratuiti, l'attenzione per l'igiene e la profilassi perso- 
nale e di massa furono scrupolose, campagne scher- 
mografiche e vaccinazioni capillari iniziarono una for- 
te azione contro quella che in quel momento era la ma- 
lattia del secolo: la tubercolosi. 

Fu proprio per affrontare questa malattia che si 
approntarono numerose "colonie marine e montane", 
in quanto era da tempo verificato come l'elioterapia 
fosse di grande vantaggio nella terapia e nella profilas- 
si del morbo di Koch nell'infanzia. 

Sembra do\'eroso un ulteriore riferimento alle or- 
ribili condizioni di vita delle masse popolari italiane at- 
torno a quel 1920 e questo perché molto di quelle tri- 
stezze è stato cancellato, rimosso nell'immaginario col- 
lettivo della nostra gente e anche perché alle nuove ge- 
nerazioni queste non parrebbero possibili. 



l.'ìlaha e le Tre Italie 



197 



In quegli anni, anche in grandi storiche città, come 
Bologna, la maggior parte delle abitazioni era in realtà 
di tipo medievale e cioè buie, umide e fatiscenti, con 
pavimento in assi o in mattoni, quando non era addi- 
rittura in terra; spesso le finestre avevano vetri rotti so- 
stituiti da stracci o carta, non vi era luce elettrica, non 
vi era acqua corrente in casa e rappro\'\igionamento 
avveniva ad un pozzo o ad una fontana, spesso molto 
lontani; il riscaldamento era affidato ad un focolare 
con camino, ma spesso la legna da ardere era cosa ine- 
sistente. 

Tutto questo squallore e questa miseria umana ed 
economica erano aggravate da un ulteriore flagello: 
l'alcolismo. 

L'enorme numero di osterie stava a significare, 
molto semplicemente, che ogni sabato, al momento di 
ricevere un sempre misero salario, gli "uomini di casa" 
spendevano quasi tutti quei denari per terribili ubria- 
cature. 

Al loro ritorno a casa per quelle povere donne at- 
torniate da nugoli di bambini laceri, piangenti e affama- 
ti, c'erano spesso solo legnate. Quella povera gente non 
aveva alcun aiuto da nessuno e l'ebbero dai fascisti. 

Fu lì, nelle caserme, che trovarono la "sporta fa- 
scista " e cioè un pacco di sopravvivenza, con pane, 
carne e legna... per non morire di fame o freddo. E 
poi... per i padri violenti non furono più tempi felici 
perché, accompagnati appunto nei "covi" fascisti, non 
ricevevano certo carezze e in più, per i più duri, c'era 
l'olio di ricino. 

Già, il famoso olio di ricino era una semplice pur- 
ga, ma in grandi quantità, come appunto veniva vio- 
lentemente somministrato, causava acuti dolori e, na- 
turalmente, imponenti scariche diarroiche. 

Il fatto è che queste scariche erano immediate e 
quegli uomini così puniti venivano scaraventati fuori 
dalle caserme senza possibilità di accedere ai gabinetti. 

Era in strada che axa'eniva il. . . fattaccio e per quel- 
la gente, con calzoni o\'\'iamente... orribilmente spor- 
chi e puzzolenti, il ritorno a casa era fonte di vergogna 
indicibile: una vera gogna, una vergogna intollerabile e 
indimenticabile. 

Oltre al bastone ci fu la carota e furono i "Centri 
rionali", furono i "Dopolavoro", fu lo sport popolare, 
fu il cinema di massa e di regime, fu la massiccia co- 
struzione di case popolari, che diedero collocazioni 
abitative impensabili fino a poco prima e a tanti "pa- 
dani" motivi di vita più elevati e civili. 

Fu quello il "periodo del consenso" e fu un con- 
senso assolutamente universale ed entusiastico. L'ordi- 
ne e l'orgoglio di appartenere ad una grande nazione 
scesero nel cuore di tutti o... quasi tutti. 

Mi sia concesso un ricordo personale. Quello non 
certo di un uomo destinato alla storia, ma di un picco- 
lo uomo come tanti: il capostazione di una stazione 
ferroviaria di una piccola cittadina, Vignola, in provin- 
cia di Modena. 



Ricordo, in quel 1940, l'ordine, la pulizia, la perfe- 
zione assoluta di ogni piccolo particolare in quell'am- 
bito, ma soprattutto ricordo due cose. 

Ricordo l'orgoglio e il senso di responsabilità so- 
ciale presente negli occhi di quell'uomo e la sua divisa, 
perfetta, accuratamente stirata e pulita, con una parti- 
colarità: il cappello. 

Il cappello di quel signore era molto diverso dai 
cappelli d'oggi, era un cappello rotondo di feltro duro 
con visiera, uno di quei cappelli tipici dei gendarmi 
francesi e da loro chiamati "chepì". 

Era grigio, con i gradi rappresentati da due o tre 
nastri, rossi e grossi, che in bella mostra giravano 
tutt'intorno al copricapo. Il fatto era come lui portava 
quel cappello, con quale eleganza, con quale dignità, 
con quale ufficialità. 

Il fatto era con quale stile lo metteva o lo toglieva, 
quando guardava l'orologio da tasca, ad esempio, che 
estraeva con atto solenne e rituale. Penso a quell'uomo 
e a quel cappello quando vedo oggi un capostazione. 
E mi si stringe il cuore. 

Fino al 1935, ma anche fino al 1938 vi fu quindi 
consenso entusiastico, ma quei pochi, brevi anni di se- 
renità intrisa di felice, orgoglioso, ottimismo stavano 
per finire. E la fine venne da molto lontano, da alcuni 
disperati pozzi nel deserto somalo in un'oasi dal nome 
assurdo... Ual Ual (si veda). 

Con quel nome finì il periodo del consenso e af- 
fiorò la rivolta, in modo inizialmente fievole, per assu- 
mere però l'aspetto di una violenta, sanguinosa tem- 
pesta. 

Il popolo italiano, o meglio una parte di esso, era 
alla ribellione che divenne poi, nel 1943, guerra civUe. 



B) Il fascismo al centro: Roma imperiale 



Non deve stupire il fatto che ancora oggi Roma sia 
depositaria di im numero assai elevato di forze di destra 
che si richiamano in qualche modo al fascismo. Questo 
perché Roma, a partire dal 1930, fu fascista come nes- 
sun'altra città, anzi in un certo senso Roma "fu" il fasci- 
smo e questo per ragioni profonde e antichissime. 

Esiste da sempre in questa città una vocazione al 
primato planetario, primato che da politico-militare si 
trasformò (forzatamente) attorno al 400 d.C. in prima- 
to religioso, ma che pur sempre... primato era. In- 
somma era la solita vecchia storia del "Caput mundi". 

Primato religioso che però, e si era già visto nel 
Medioevo (si veda), non appagò mai nei romani alcu- 
ne istanze serpeggianti in quella città. 

Essa sognava, più ancora che le eteree, cattoliche, 
legioni di angeli trionfanti, guidate da Papi troppo 
spesso forestieri, le molto più solide e reali legioni ro- 
mano-italiche, ancora una volta proiettate alla conqui- 
sta militare del mondo e questa volta con "duci" asso- 



198 



Roberto Sgarzi 



lutamente caserecci. O quanto meno alla conquista di 
ciò che c'era alle soglie di casa, le sponde di quel Me- 
diterraneo che da allora si cominciò a richiamare con 
la lingua latina: il Mare nostrum. 

Era la vocazione imperiale presente in quei baro- 
netti, rimasti per quasi due millenni allo stato semi- 
brutale, mentre il mondo occidentale era avanzato ol- 
tre ogni dire, era il perseguire il ritorno, in modo un 
poco sognante e irrealistico, di una specie di sempre 
favoleggiata "età d'oro" (naturalmente per questi nuo- 
vi imperatori, non certo per i nuovi schiavi) ove le lo- 
ro grandi villae fossero popolate di "faccette nere", 
prone ai loro desideri, che infatti, come diceva una 
canzonetta allora in voga, ci si proponeva "quando sa- 
remo vicino a te t'inneggeremo innanzi al duce e in- 
nanzi al re "... per quei poveracci uno "splendido pro- 
grammino"! 

In realtà il tutto aveva connotazioni pesantemente 
puerili e irrealistiche. 

In quegli anni attorno al 1930, in tutto il mondo, 
l'imperialismo era ormai in netto e rapido declino e 
tutto era cominciato proprio là ove nel Seicento quel 
fenomeno era iniziato: in India. 

Fu appunto in quel paese, ma anche prima in altri 
paesi del terzo mc^indo, che si erano veriticate le prime 
azioni vincenti contro certe nazioni dell'Occidente 
Europeo e fu in quel paese che si affermò Gandhi. 

Fu appunto la "Grande anima" che in soli 15 an- 
ni, diede il grande esempio vincente e da quel mo- 
mento i popoli imperialisti si accingeranno a mollare 
tutto, cercando disperatamente di lasciare qualche le- 
game commerciale o linguistico con quelle genti do- 
minate in precedenza. 

Ma di questo nella sognante Roma mussoliniana 
nessuno volle, o meglio seppe, rendersi conto: la di- 
mensione paesana e localistica non lo permise. 

Tutti sappiamo comunque che il sogno imperiale 
italo-romano era assai precedente questi fatti, avendo 
radici nei romantici proto-patrioti dei primi dell'Otto- 
cento per i quali l'imperialismo occidentale doveva es- 
sere inteso come doverosa missione civilizzatrice del- 
l'Europa civile e illuministica nei confronti di un mon- 
do barbaro, animalesco e, per molti versi in quel mo- 
mento, ancora inesplorato. 

E pure tutti sappiamo come questi principi etico- 
culturali, per allora positivi, si siano poi trasformati in 
opere spesso orribili, per quanto riguarda il nostro 
paese prima con Crispi, poi con Giolitti e i Savoia nel- 
le imprese libica ed eritrea, e infine con Mussolini nel- 
l'impresa abissina. 

Già si è detto altrove circa l'antica vocazione dell'I 
talia meridionale all'espandersi nel Mediterraneo, ma 
fu il fascismo a suggellare, in moilo plateale, e a voile 
veramente ridicolo, la dimensione trionfale del nostro 
imperialismo e saprà dare a questo anche una connota- 
zione mitizzata, simbolizzata in un nome: Roma. 

Roma con i suoi "Crolli fatali", il suo "biondo Te- 



vere", il suo "Senatus PopulsQue Romanus", i suoi... 
"Cesari imperatori" e i relativi "sogni imperiali"... in 
naftalina da ben 1600 anni. 

Mussolini trasformò Roma e seppe dare a questa 
città anche nuove, protonde convinzioni, la forma 
mentis imperiale, con una riacquisizione delle vestigia 
classiche e una riproposizione urbanistica adeguata. 

Il povero borgo mediterraneo del 1870, trasforma- 
to dai Savoia in capitale nazionale da quella data al 
1914 circa, rUanciò quindi la sua esplosiva e sorpren- 
dente avventura di trasformazione, acquisendo le ca- 
ratteristiche di metropoli imperiale. 

Roma mussoliniana avrà anche un suo stile, pre- 
sente nell'urbanistica, nelle costruzioni, negli arredi 
stradali, gradevole commistione di stilemi classici me- 
diterranei con le mode europee del momento. 

E possibile, ancora oggi, ammirare tutto questo 
ovunque nell'Urbe, ma con predilezione per i quartie- 
ri dell'EUR, costruiti appunto per quell'Esposizione 
Universale Romana che la guerra del 1959 non per- 
metterà. 

Sarà tutto un sogno, ma per Roma sarà un sogno 
affascinante, un sogno inseguito per millenni e sfuma- 
to in un paio di decenni, ma indimenticabile. 

Il sogno sarà poi generosamente supportato da un 
enorme numero di strutture di stato, tutte presenti nel- 
la capitale, con il relatix'o alto incremento di facile ric- 
chezza per quella popolazione, presso la quale i sogni 
hanno sempre aspetti molto... concreti. 

Di rilievo il nuovo aspetto militare della Città, co- 
struito attraverso una miriade di nuove strutture, co- 
me comandi, caserme, acquartieramenti, aeroporti, 
strutture logistiche, posti radio, istituti di perfeziona- 
mento, accademie, strade. 

Roma ebbe anche aspetti trionfali, come la maesto- 
sa via dei Fori Imperiali, costruita per pompose parate 
militari e anche, secondo un antico vezzo dei Cesari, le 
testimonianze deOe vittorie militari, come un antico 
obelisco trasportato dalla lontana città sacra abissina di 
Axum, oppure i molti musei storico-militari. 

Roma e con essa tutto il centro Italia in qualche 
modo ad essa afferente, ancora una \'olta, fruirono 
quindi di un enorme apporto di risorse e prestigio da 
tLitta Italia. 



C) Il fascismo al sud 



La genesi del lascisnn) tu indubbiamente "pada- 
na", ma è interessante per la nostra indagine il fatto che 
il duce subito si renda conto della pericolosità di que- 
sta assenza di equilibrio territoriale di (.[uel mcnimento 
politico e immediatamente vi ponga rimedio, infatti il 
primo grande raduno assembleare fascista, si terrà a 
Napoli ii 25 ottobre 1922, con cinquantamila fascisti 
ammassati sotto la pioggia battente all'Arenacela. 

E tatto poco noto che la Marcia su Roma farà le 



L'itii/hi c le ire ììalic 



19') 



prove generali, le maggiori concentrazioni di aderenti 
e fisserà il proprio punto di partenza proprio in quella 
data e da quell'Arenaccia. 

La marcia per la conquista di Roma partirà da Na- 
poli. Dirà il calabrese Michele Bianchi: "Fascisti, a Na- 
poli ci piove che ci state a fare?". 

Era un invito alla Marcia che infatti partirà subito 
dopo. Tutto considerato era proprio dal Meridione 
che veniva, ovviamente, un sempre maggiore invito ad 
un'azione eversiva e violenta nei confronti della capi- 
tale. 

Mussolini aveva visto giusto. 

Questo messaggio a favore di un nuovo equilibrio 
sarà subito recepito dalle popolazioni meridionali con 
grande favore. 

Ma perché mai proprio da Napoli? È Nino Tripo- 
di a darci ulteriori spiegazioni. 

Mussolini vide subito nel Meridione un forte vet- 
tore di consenso e potere, dicendo che "// Mezzogior- 
no dei fannidloni, degli oziosi [...], il tanto diffamato e 
così malamente conosciuto Mezzogiorno d'Italia, è in 
realtà una delle forze più potenti della nazione, in quan- 
to [...] riserva di braccia, di soldati, di saggezza" . 

Fece poi un'ulteriore lode al nostro sud, elogian- 
done il "sentimento unitario, manifestatosi nei secoli" 
a fronte di un nord viceversa "frammentario e comu- 
nalistico". Le cose non stavano, naturalmente, in que- 
sto modo, ma così gli faceva comodo dire. O forse ne 
era pure convinto. 

Mussolini non eccelleva certo nell'apprezzare e co- 
noscere la storia e l'etica delle libertà comunali... non 
erano certo quelle la sua cultura e la sua storia. 

Comunque, già a partire da quel momento, la sto- 
ria di Mussolini e del Meridione furono consonanti. 

Al turista che negli anni Sessanta avesse viaggiato 
dal nord "padano" al profondo sud della penisola si 
offrivano, come sempre, immagini socio-politiche ben 
diverse del paese. Da un'Emilia rossa furiosamente 
antifascista e con valenze a volte omicide, si giungeva 
a zone meridionali, come la Calabria o la Sicilia, ove 
viceversa la simpatia per queW^ Ancien regime risultava 
accentuata ed evidente soprattutto in coloro che, per 
ragioni d'età, avevano avuto occasione di sperimen- 
tarlo. 

Una certa destra ave\'a in quell'ambito roccaforti 
elettorali fortissime che spesso davano adito a com- 
portamenti di aperta rivolta nei confronti di governi 
centrali di centro-sinistra e questo nonostante segni 
drammatici, ovunque presenti, determinati dalla guer- 
ra voluta e persa da Mussolini. 

Questo curiosamente a fronte di un'ulteriore terri- 
bile conseguenza di quella guerra persa: il ritorno del- 
la Mafia e soprattutto, come si dirà, di quella filiazione 
della terribile Mafia americana, ennesima conseguenza 
del disastro militare. 

Le spiegazioni di quel fenomeno sono chiaramen- 



te molteplici, ma non convincono quelle divulgate dal- 
la sinistra marxista che interpretavano tutto questo co- 
me una semplice, violenta, costrizione del cittadino 
meridionale medio ad opera degli interessi del baro- 
naggio e del grande latifondo, che effettivamente in 
quel caos istituzionale, avevano risollevato la testa. 

Le testimonianze individuali portano a pensare 
che in realtà e nonostante tutto e tutti, in quegli anni 
Sessanta tanti meridionali fossero ancora grati al Duce 
per un lungo, affascinante sogno durato dal '24 al '40. 

Si ha la sensazione che quel breve lasso di tempo 
sia stato nella lunga storia del Meridione d'Italia, dal 
Trecento all'attualità, l'unico in cui si smentì il noto e 
variamente riportato motto di Tomasi di Lampedusa 
secondo il quale "tutto cioveva cambiare al fine di la- 
sciare tutto immutato". 

Furono solo sedici anni, ma i mutamenti sostan- 
ziaH furono, infatti, enormi e questo interessa la nostra 
indagine in quanto, sia la teocratica cintura pontificia 
centrale, che il feudale ex Regno delle Due Sicilie, di 
sapore tardo ispanico, ebbero a godere di un effettivo 
avvicinamento al Settentrione europeo. 

A fronte di un governo forte e autoritario, ma an- 
che indubbiamente autorevole, tutta l'antica impalca- 
tura istituzionale e culturale che caratterizzava il cen- 
tro e il Meridione d'Italia (che sembrava e ancora og- 
gi sembra ad alcuni graniticamente inalterabile nei 
millenni), dimostrò, invece, in quei brevi sedici anni, la 
sua grande fragilità. 

Sistema dittatoriale, il fascismo mussoliniano, a 
differenza di quella che poi sarà definita in modo bef- 
fardo "l'Italietta demo-plutocratica", era svincolato 
dalle angosce di Giolitti e di uomini politici della no- 
stra contemporaneità: la necessità disperata dei voti 
elettorali al Parlamento nazionale che potevano essere 
elargiti da baronetti e latifondisti siciliani, i cosiddetti 
"ascari". 

Si parlerà dell'azione fascista in Sicilia come esem- 
plificazione di questo comportamento in tutto il Meri- 
dione d'Italia, anche perché fu proprio in Sicilia che 
l'aspetto eversivo e criminale di certa politica e di cer- 
ta malavita raggiunse i livelli più alti e per conseguen- 
za tu proprio in quell'isola che il governo mussolinia- 
no spiegò il massimo delle sue forze. 

Il fascismo dimostrò al sud di essere una vera rivo- 
luzione, una radicale rottura con il passato perché fu 
fondamentalmente una vera guerra contro la Mafia. La 
Mafia: intesa come eversivo braccio armato di un si- 
stema di potere pericolosamente avulso dal corpo del- 
la nazione, potere incompatibile con quella autorità 
governativa. 

La guerra cominciò subito, cioè il 6 maggio 1924, 
due giorni dopo lo sbarco a Palermo di MussoUni, al- 
l'inizio di quel viaggio che rappresentò una vera aper- 
tura di ostilità nei confronti di quella certa Sicilia di 
mafiosi e baronetti. 

Fu in quell'occasione che il duce rifiutò un omag- 



200 



Roherlo Sgarzi 



gio ad Lina antica consLietueline e cioè la scorta di "uo- 
mini di tidiicia" dei baronetti locali, che invece beffeg- 
giò in modo devastante. Mussolini si axTolse di un im- 
penetrabile cordone di carabinieri e poliziotti: lo stato 
stava arrivando. 

A Girgenti (G. Tricoli, La repressione della Mafia 
siciliana) l'uomo di Predappio dirà: 

" Voi avete bisogni di ordine materiale che conosco: 
mi si è parlato di strade, acque, bonifiche, mi si è detto 
che bisogna garantire la proprietà e l' incolumità dei cit- 
tadini che lavorano. Ebbene vi dichiaro che prenderò tut- 
te le misure necessarie per tutelare i galantuomini dai de- 
litti dei criminali. Non deve più essere tollerato che po- 
che centinaia di malviventi soverchino, immiseriscano, 
danneggino una popolazione magnifica come la vostra". 

Non era una delle solite menzogne, ben note ai si- 
ciliani in tempi antichi e recenti, ma l'avvio di una con- 
creta rivoluzione: stava decollando il breve sogno de- 
gli abitanti della nostra bellissima isola. 

Mussolini concluse il suo viaggio il 12 maggio 1924 
e il 24 dello stesso mese veniva nominato prefetto di 
Trapani, per divenire subito dopo "superprefetto" di 
tutta la Sicilia con sede in Palermo, un uomo che poi 
diverrà un mito: Cesare Mori. 

Fu guerra e non fu guerra né facile né breve, per- 
ché il nemico del paese e dei siciliani era forte e ag- 
guerrito. Per evidenziare chi fosse e quanto fosse forte 
quel nemico risulta significativo (di nuovo da G. Trico- 
li) riportare lo scritto di Vittorio Emanuele Orlando, 
un uomo ancora potentissimo, un recente ex primo mi- 
nistro (il primo ministro della "vittoria" del 1918), che 
nelle elezioni dell'agosto 1925 presentò a Palermo una 
lista autonoma da opporsi alle liste fasciste. 

In quell'occasione elettorale Orlando alla fine di 
luglio disse: 

"Ora IO dico signori, che se per mafia si intende il 
senso dell'onore portato fino alla esagerazione, l'insoffe- 
renza contro prepotenza e sopraffazione, portata sino al 
parossismo, la generosità che fronteggia il forte e indul- 
ge al debole, la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, 
anche della morte. Se per mafia si intendono tutti questi 
sentimenti e questi atteggiamenti, sia pure con i loro ec- 
cessi, allora in tal senso si tratta di contrassegni indivi- 
duali dell'anima siciliana, e mafioso mi dichiaro e sono 
fiero di esserlo". 

Ma quali erano le condizioni sociali ilclla Sicilia? 
Ne 11 prefetto di ferro di Arrigo Petacco è descritta la 
situazione così come riportata in documenti ulHciali 
dal prefetto Scelsi di Palermo: 

"L'isola è praticamente controllata dall'oìiorata so- 
cietà che, approfittando della conjusioiw e del vuoto di 
potere seguiti al dopoguerra, ha allargato la propria in- 
fluenza. Vaste zone montane, come le Madonic. sono 
letteralmente occupate da bande armate che governano, 
a loro modo, decine di villaggi. L'autorità dello stato 
non esiste: le forze dell'ordine devono scendere a patti 
con i banditi. . . Le bande sono acquartierale nei paesi, 



emettono ordini, pianificano le attività criminose, rego- 
lano la vita amministrativa. Il sindaco della cittadina di 
Cangi, barone Sgadari, ha rifiutato recentemente un 
contributo dello stato per l'illuminazione pubblica per- 
ché i briganti preferiscono che le strade restino al buio. 

I briganti amministrano addirittura una sorte di giu- 
stizia: riparano i torti, risolvono le questioni [...] I bri- 
ganti che dominano la campagna hanno anche stretti 
contatti con l'alta mafia che risiede in città. Ne sono, in 
un certo senso, l'organo esecutivo. L organizzazione ha 
capi e gregari in ogni ceto sociale, controlla la vita poli- 
tica ed economica dell'Isola, elegge deputati, regola le 
fittanze agrarie, impone ai latifondisti i propri campieri, 
svolge azioni di antisciopero, si intromette negli appalti 
e in ogni altro affare lucroso. . . 

Per questo, proprietari e commercianti ne cercano la 
protezione e pagano senza protestare il 'pizzu', una tazza 
che ha preso il nome da un colorito modo di dire: fari va- 
gnari u pizzu', fare bagnare il becco, ossia compensare 
ceni una piccola offerta un lavoro fatto dagli 'amici'". 

Di quanto sia poi cambiata la situazione siciliana, 
da quel 1924 ad oggi, lascio al lettore ogni commento. 

È in queste condizioni che Mori iniziò la sua guer- 
ra. Interessanti alcuni aspetti di quel preletto, non par- 
ticolarmente noti. 

Mori non era un fascista... anzi era un antifascista 
più volte minacciato di morte (anche in una canzonet- 
ta dal titolo non proprio bene augurale: "Mori devi 
morire") dai fascisti bolognesi. Proprio nel rovente 
1920 (24 maggio) e nei mesi seguenti egli era interve- 
nuto con l'abituale pugno di terrò in disordini causati 
dalla destra, in Roma prima e poi (febbraio 1922) in 
una Bologna in balìa delle terribili "squadre " di Balbo, 
Arpinati e Grandi. 

Alla violenza egli aveva risposto con la violenza: 
sulle strade rimasero morti e feriti, ma l'ordine ritornò 
e il "Prefetto di ferro" si guadagnò il rispetto degli av- 
versari... che di lui non si scordarono. 

II metodo Mori non piacque a Giolitti e Bonomi, 
timorosi dei fascisti e delle "alte protezioni" che essi 
avevano; il nostro fu collocato a riposo. 

Mori era un uomo che amava l'ordine sociale che 
in due successive circostanze aveva già conosciuto la 
Sicilia come funzionario di polizia, ma sempre senza 
reali risultati in quanto, come in tempi recenti, alla so- 
litaria azione coraggiosa veniva opposto da una certa 
struttura statale, alle volte connivente, un comporta- 
mento che annullava il suo valore. 

Bisogna riconoscerlo: Mori, l'antifascista, fu scelto 
per la sua autorevolezza, la sua forza e la sua decisione 
e gli fu offerto il massimo aiuto possibile. Il comporta- 
mento dell'uomo fu evidente già al suo arrivo; essendo 
egli venuto a conoscenza che un noto mafioso si face- 
va beffe della legge, procedette al suo arresto imme- 



Vìtiilki e le Tre lliilic 



201 



dialo e per questo non volle agenti, andò solo, con il 
suo fucile e in un conflitto a fuoco uccise il bandito. Fu 
il suo modo di presentarsi. 

La "guerra" di Mori fu guerra senza esclusione di 
colpi e assai cruenta, ampiamente descritta sia da Ar- 
rigo Petacco, che da Pasquale Squitieri nel suo bel 
film; essa causerà fra le forze dell'ordine ben 1 1 cadu- 
ti, 350 feriti, 14 medaglie d'argento, 47 di bronzo e 50 
encomi solenni, questo in soli tre anni, ma bisogna di- 
re che i metodi furono obiettivamente brutali. 

I prigionieri dello stato "dovevano" rivelare tutto e 
immediatamente: ci si riusci, ma risparmio al lettore 
come ci si riuscì. 

Naturalmente vi furono proteste anche ad opera di 
molti degli stessi fascisti siciliani, che ebbero però co- 
me sola conseguenza l'espulsione dei medesimi dal 
Pnf. 

Le retate, le imboscate, gli arresti e i conflitti a fuo- 
co non si contarono. Vi fu anche un vero e proprio as- 
sedio ad una città, Gangi, con assalto finale, rastrella- 
mento e cattura di un numero elevatissimo di latitanti. 

Tutto lo stato fu con Mori e con esso la magistratu- 
ra. Chi voleva portare i processi fuori dall'isola "per le- 
gittima suspicione" non fu accontentato, la Mafia non 
ebbe questo riconoscimento: i cosiddetti "processoni" 
effettuati dal 1928 al 1929, soprattutto in Palermo, da- 
ranno un numero impressionante e interminabile di 
condanne: fra i condannati vi era di tutto, banditi cer- 
to, ma anche... sindaci, "galantuomini", "colletti bian- 
chi", consiglieri ad ogni livello, avvocati, sacerdoti, me- 
dici, farmacisti... ecc. 

Non finì lì. Con due decreti emessi il 25 dicembre 
"25 e il 5 gennaio '26, Mori aggrediva i centri del pote- 
re mafioso là dove esso formava la sua forza sociale ed 
economica attraverso la "protezione" e la violenza. 

In merito ai suddetti decreti le attività di guardia- 
no, curatolo, vetturale, campiere (i classici personaggi 
del potere mafioso) furono sottoposte a verifica pre- 
fettizia, così come U 14 marzo 1927 fu "rimesso ordi- 
ne" nell'attività della "guardianìa dei giardini dell'agro 
palermitano". 

I nobilotti locali furono paralizzati: per la prima 
volta in ottocento anni agli orribili eredi dei conqui- 
statori hidalgos venivano strappati i loro fedeli assassi- 
ni, i loro hravos. 

La luce del diritto, nonostante la violenza, nono- 
stante tutto, cominciava a riaffacciarsi per la nobile 
Trinacria, e quello fu un sogno, bello quanto breve che 
i cittadini del Meridione d'Italia non avrebbero scor- 
dato facilmente. 

E ancora non finì lì. Con un'ulteriore legge, che in 
realtà brucia alla sensibilità dell'uomo d'oggi, il 15 lu- 
glio 1926 è istituito il "confino di polizia": di fatto una 
prigionia alla quale sono ristretti, senza processo, tutti 
coloro che il prefetto ritenesse opportuno. 

I risultati di tutta questa azione, forte quanto terri- 
bile, sono nel bilancio che lo stesso Cesare Mori darà 



al Teatro Massimo di Palermo il 17 marzo 1929, a co- 
ronamento della sua lunga presenza in quella zona: 

Omicidi: 1925 = 268; 1928 = 25. Rapine: 1925 = 
289; 1928 = 14. Estorsioni: 1925 = 79; 1928 = 6. Gros- 
si abigeati: 1925 = 45; 1928 = 6. 

Si dice ancora oggi, con un motto popolare, che al- 
lora in Sicilia: "Si poteva dormire con le porte aperte". 

Un antifascismo di facciata e di maniera ha poi in- 
terpretato, in tempi recenti, la cessazione dell'azione 
di Mori come una resa alla cultura mafiosa da parte 
dello stato. Questo non stupisce in forze politiche, ve- 
ramente demo-plutocratiche, composte di uomini che 
non sono stato, portate per conseguenza a considerare 
lo stato solo in alcuni uomini. Dice un vecchio prover- 
bio: "Chi male pensa, male fa". 

La verità è che Mori raggiungeva in quei giorni il 
massimo dell'età per quel servizio e che la sua presen- 
za in Sicilia (sei anni di attività) era ormai sin troppo 
lunga. Prolungarla avrebbe significato creare privilegi 
e far sì che la vittoria sulla Mafia potesse essere consi- 
derata come vittoria di un uomo e non dello stato. 

Sarebbe stato un errore gravissimo e, giustamente, 
chi di dovere non lo commise. 

Esiste un particolare Illuminante al riguardo ripor- 
tato da Giuseppe Niccolai. 

La popolazione siciliana organizzò una generosa 
e spontanea raccolta di fondi in favore di Cesare Mo- 
ri, che si allontanava dalla Sicilia, al fine di consentir- 
gli l'acquisto di un'abitazione che lui, di fatto, non 
aveva. 

Chiesta a Mussolini valutazione sull'intera, delica- 
ta questione. Mori ricevette un diniego telegrafico: 
"Accettare il dono sarebbe inopportuno", al quale il 
"Prefetto di ferro" rispose: "Sono pienamente d'ac- 
cordo". La somma raccolta venne poi devoluta... si 
badi bene, all'assistenza delle famiglie dei siciliani ar- 
restati per Mafia. 

Infatti il principio era che non Mori, ma lo stato 
italiano aveva vinto quella guerra. All'uomo quindi 
nulla era dovuto e un dono ad una persona che, sem- 
plicemente aveva fatto il proprio dovere, era appunto 
"inadeguato e inopportuno". 

Difficile e imbarazzante per un italiano democrati- 
co odierno, tentare di dare una valutazione del signifi- 
cato del fascismo nel sud d'Italia. Questo perché, se 
incontestabilmente le condizioni della civiltà per quel- 
le regioni d'Italia ebbero finalmente sviluppo adegua- 
to, è anche vero che ancora una volta il rinnovamento 
fu imposto con la violenza dall'esterno e cioè dal nord 
d'Italia, al di sopra e al di fuori della volontà e della 
cultura siciliana, come del resto, sia pure per ragioni 
enormemente meno nobili, era av\'enuto nell'Ottocen- 
to in almeno cinque feroci invasioni. 

Intatti \'enuta a cessare la presenza di quello stato, 
dissoltosi nel 1943 a causa della guerra perduta, i vec- 
chi equilibri e i vecchi poteri risorsero immediatamen- 



202 



Roberto Sgarzi 



te e riportarono la brutalità in quella amata regione 
d'Italia. 

Lasciamo comunque ad un grande siciliano che 
visse questi fatti, Leonardo Sciascia, dare \'oce, inter- 
pretazione e soluzione a questi dubbi. Nel suo // gior- 
no della civetta egli parla delle amare riflessioni del 
protagonista di quel romanzo, il capitano Bellodi, che 
come tutti sanno si riferisce in qualche modo ad una fi- 
gura autentica, un parmigiano, negli anni Cinquanta 
capitano dei Carabinieri in Sicilia, quel Carlo Alberto 
Dalla Chiesa che sarà poi negli anni Ottanta protago- 
nista tragico e amaro di fatti che denunceranno la pre- 
senza, in quei momenti, di uno stato vinto e umiliato, 
ben diverso da quello di cui fu vittorioso rappresen- 
tante Cesare Mori. 

Sciascia fa dire, come interna riflessione, al suo 
Bellodi-Dalla Chiesa: 

"G// vennero alla memoria le repressioni di Mori, il 
fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei pro- 
pri sentimenti. Ma durava la collera, la sua collera di uo- 
mo del nord che investiva la Sicilia intera: questa regio- 
ne che, sola in Italia, dalla dittatura fascista aveva avuto 
in effetti libertà, la libertà che c'è nella sicurezza della 
vita e dei beni. Quante altre libertà questa loro libertà 
era costata i siciliani non volevano sapere: avevano visto 
sul banco degli imputati, nei grandi processi di Assise, 
tutti i 'don ' e gli 'zii', i potenti capi elettori e i commen- 
datori della Corona, medici e avvocati che si intrigavano 
alla malavita o la proteggevano; magistrati deboli o cor- 
rotti erano stati destituiti,; funzionari compiacenti al- 
lontanati. Per il contadino, per il piccolo proprietario, 
per il pastore, lo zolfataro, la dittatura parlava questo 
linguaggio di libertà''. 

Le realizzazioni fasciste nel Meridione d'Italia fu- 
rono innumerevoli, sia nella trasformazione dell'agri- 
coltura, che nella costruzione di opere pubbliche, co- 
me strade, ponti, ferrovie, ospedali, acquedotti. Sareb- 
be tedioso quantificare tutto ciò, ma mi limiterò ad in- 
dicare (dal 1924 al 1934) in circa mille miliardi questi 
investimenti e a riferire, come esemplificazione, che i 
Comuni siciliani torniti di acqua potabile salirono da 
55 a 158. 

La politica imperiale mussoliniana ebbe, come an- 
che precedenti esperienze del resto, proprio nel Meri- 
dione la sua base di partenza, la sua linfa e gli opera- 
tori più assidui e fedeli. 

Una delle trasformazioni urbanistiche piii impo- 
nenti ed evidenti si vide e si vede ancora oggi, pn^prio 
in Napoli. 

Dice comunque Gabriele Pergola che, secondo da- 
ti ufficiali del 1932, Lavori pubblici e Anas spesero 
nell'Italia Meridionale il 49% del loro bilancio, mcn 
tre al nord andò il 29 % e al centro il 21 "'„. 

Di particolare interesse fu l'intervento ilello stato 
nella costruzione di a\'anzati stabilimenti aeronautici e 



di enormi complessi industriali, come quello di Ponii- 
gliano d'Arco. 



Dal Ual: e furono le guerre 

Il 5 dicembre 1934 in una sperduta oasi del deser- 
to somalo-abissino, l'oasi di Ual Ual, soldati italiani 
(una guarnigione di confine della colonia italiana della 
Somalia) affrontarono uomini armati abissini al co- 
mando del "fitaurari" Shifferà per il possesso di alcu- 
ni di pozzi d'acqua. 

Quelle lontane fucilate, accolte in Italia con giubi- 
lo dicevano in realtà che l'Italia usciva dal momento di 
equilibrio e di pace. Era di nuovo la guerra ed era di 
nuovo la guerra per l'impero, per la solita, annosa "mis- 
sione di civiltà dell'Italia romana nel mondo", per quel- 
la fame di potere, di imperio... appunto di impero. 

Da quel momento fu una inarrestabile scalata alla 
violenza. Il fascismo, purtroppo, non aveva rinunciato 
al sangue e alla violenza di cui era impastato sino dal- 
la nascita... chi si era illuso in un "fascismo moderato" 
pagherà duramente. 

Nel 1935 fu dichiarata guerra all'Abissinia e l'Ita- 
lia scagliò una guerra moderna contro quei poveri, 
scalzi e laceri abissini che parevano usciti dell'età del 
bronzo. Contro quei lontani uomini, di cui la più gran 
parte degli italiani non conosceva l'esistenza, furono 
lanciati carri armati, lanciafiamme, artiglierie, mitra- 
gliatrici, aviazione e i proibitissimi gas asfissianti: non 
fu una guerra, fu una strage. 

Quei poveracci pagheranno il riscatto italiano nei 
confronti di un nome ormai vecchio di 37 anni: Adua. 

Si disse allora che un certo conto era saldato e che, 
per di più, avevamo l'Impero, ma si cominciò con le 
grandi menzogne. Non era vero. 

L'esercito italiano non controllò mai l'enorme ter- 
ritorio abissino. Saranno comunque gli inglesi ad 
espellerci da quel paese e solo cinque anni dopo. 

Dopo Ual Ual il fucile non tacque più. 

La conquista di Addis Abeba il 5 maggio 1936 e la 
fine, formale, della guerra abissina non arrestarono 
una endemica guerriglia, ma coincisero addirittura con 
l'ax'X'io dell'intervento italiano nella guerra civile spa- 
gnola in appoggio alle truppe del generale Franco, che 
si opponeva alle forze lealiste del governo repubblica- 
no e di sinistra in quel momento al potere in Spagna. 

Non ci si illuda, \u una \x'ra guerra, tu terribile e tu 
connotata da episodi di crudeltà inaudita da entrambe 
le parti. In certo modo fu anche l'anticipazione della 
guerra civile italiana che esploderà di lì a sette anni, 
per \'ia della presenza in campo repubblicano anti- 
tranchista di numerosi oppositori antifascisti in esilio. 

Spesso si giunse allo scontro fratricida e il sangue 
scorse a fiumi. 

Quella guerra ci costò un numero enorme di per- 



Vllalia e le Tre llalie 



20} 



dite e anche la fiducia in noi stessi. Si ebbe già allora la 
verifica che la nostra organizzazione militare e il nostro 
armamento erano ancora una volta pesantemente infe- 
riori a quelle nemiche, di provenienza largamente so- 
vietica. 

Anche in questo caso nel 1939 la cessazione di 
quelle ostilità per la vittoria dei franchisti sulle truppe 
del governo regolare coincise con lo scoppio di un'al- 
tra guerra e sarà quella mondiale e terribile. 



1939-1940-1945: 

l'ultima grande guerra mondiale 



Non è certo compito di questa analisi il verificare i 
modi e i tempi dell'implicazione del nostro paese nel- 
la Seconda guerra mondiale, ma alcune valutazioni 
debbono essere compiute proprio perché sarà questo 
evento terribile e demolitore che distruggerà queUa 
abborracciatura di unità nazionale che era stata fatico- 
samente costruita in epoca monarchica e fascista e che 
altresì dimostrerà la labilità di questa amalgama. 

La guerra esplose il 3 ottobre 1939 con la dichia- 
razione di guerra da parte di Francia e InghOterra alla 
Germania nazista. Sarà questa l'ultima e piìi dramma- 
tica reazione delle cosiddette "potenze democratiche" 
a fronte di una politica di forte aggressione messa in 
atto dalla Germania nei confronti di quelle piccole 
realtà nazionali uscite dalla risistemazione geografica 
del territorio europeo, conseguita alla fine della prima 
guerra mondiale (Trattato di Versailles). 

Fu così infatti che Cecoslovacchia ed Austria di- 
vennero parte integrante del cosiddetto "Terzo Rei- 
ch"; era la politica del carciofo; la prossima foglia si 
chiamava Polonia, che fu infatti aggredita il 1° settem- 
bre 1939 dalla Germania di Hitler e subito dopo, il 17 
settembre 1939, dall'Unione Sovietica staliniana. 

Una Germania che avesse ulteriormente inghiotti- 
to buona parte del territorio polacco sarebbe divenuta 
troppo forte e Francia e Inghilterra, le potenze che so- 
lo ventanni prima avevano vinto la Prima guerra mon- 
diale, sarebbero state relegate al ruolo di comparse su 
quel teatro europeo che, con il conflitto '14-18, aveva- 
no pensato di dominare a piacimento. 

Potevano queste permetterlo? Proprio no... e 
scoppiò la guerra. 

A somiglianza di quanto av\'enne nel primo con- 
flitto mondiale, l'Italia non entrò subito nel conflitto, 
anche se già aveva stretto un'alleanza, il Patto d'Ac- 
ciaio (22 maggio 1939), che la uni\'a militarmente a 
Germania e Giappone e le ragioni del mancato inter- 
vento furono molteplici. 

A differenza del primo conflitto mondiale l'Italia 
non "mise all'asta il sangue dei suoi figli " per schierar- 
si con chi fosse piti proficuo. Il "partner" era già stato 
scelto in modo inequivocabile e ultimativo nella Ger- 



mania di Hitler e le motivazioni ideologiche non la- 
sciavano dubbi. 

Ma c'era un problema di ordine tecnico-militare, 
in quanto due guerre, due piccole guerre, quella di 
Spagna e quella di Etiopia, avevano messo in ginoc- 
chio il nostro apparato bellico. Il potenziale produtti- 
vo italiano era di modestia incredibile e Mussolini ben 
sapeva che un confronto con forze industriali gigante- 
sche, come le "potenze democratiche", allargate addi- 
rittura a Stati Uniti ed Unione Sovietica era, in una pa- 
rola... ridicolo. 

La guerra moderna era ormai fatto produttivo a li- 
vello sia qualitativo che quantitativo e l'Italia aveva 
due sole regioni in grado di competere: Lombardia e 
Piemonte. Avere di fronte mezzo mondo non era pro- 
prio possibile. 

La vox popi/ li inventò poi la favola del "capo buo- 
no" ingannato da perfidi collaboratori: ridicolo. 

Mussolini era perfettamente al corrente di tutto 
questo, così come sapeva, in quel 1940, che il nostro 
carro armato più diffuso, se paragonato alla produzio- 
ne francese, americana o sovietica non aveva possibi- 
lità alcuna di competere in quanto più leggero e fragi- 
lissimo, tutto costituito da piastre imbullonate che reg- 
gevano a malapena ai colpi di fucile e di mitraglia. 

Il duce sapeva anche che il nostro aereo più diffuso 
era un modello biplano degno della Prima guerra mon- 
diale, scoperto, senza tettuccio, in filo di ferro e tela, 
con due mitragliatrici: si sarebbe confrontato con lo 
Spitfire e con YHiirricdiic, corazzati, veloci e potenti 
quasi il doppio, quindi imprendibili e armati con razzi, 
cannoni e otto, ma anche dodici, mitragliatrici. 

Tutti avevano avvertito O Condottiero con accenti 
a volte disperati: Capi di Stato Maggiore, Ciano, Ba- 
doglio, generali vari, industriali, ambasciatori, uomini 
politici... perfino il re ci aveva provato: noi non pote- 
vamo fare quella guerra! 

Tutto è documentato. Già nel 1946 il generale Car- 
lo Favagrossa, nel suo Perché perdemmo la guerra, in- 
dicava le ridicole capacità produttive della nostra in- 
dustria a fronte di tanto impegno. Ricordo che noi, fra 
l'altro non producevamo materie prime fondamentali 
e cioè nemmeno un litro di petrolio, né un chilo di fer- 
ro o di rame e che le nostre riser\-e erano al lumicino. 

È riportato che nel 1940 un pilota inglese inqua- 
drò un giorno sulla Manica nel collimatore di sparo 
uno dei nostri arcaici trabiccoli in tela e filo di ferro. 
Scriverà poi che non sapeva cosa fare in quel momen- 
to: "se ridere di scherno, o piangere per la pietà". 

Leggendo e rileggendo libri su quei giorni emer- 
gono le enormi responsabilità personali proprio di 
Mussolini e del sistema istituzionale dittatoriale e au- 
toritario che a lui faceva capo. 

Negli anni e nei mesi decisivi, quelli precedenti la 
nostra entrata in guerra (10 giugno 1940, come si vede 
quasi un anno dopo l'esplosione della stessa), le crona- 
che dicono che Mussolini non ascoltò nessun collabora- 



204 



Roberto Sgarzi 



tore e nessuna delle infinite voci che sconsigliavano, con 
ampie motivazioni, l'entrata dell'Italia nel conflitto. 

Varie sono le valutazioni sull'uomo Mussolini del 
1940, ma una cosa è certa: era molto malato ed era 
molto diverso dal geniale uomo politico degli anni 
Venti-Trenta apprezzato da tutto il mondo, per comin- 
ciare da Churchill e per finire con il Vaticano, che ad- 
dirittura lo indicò come r"Uomo del destino"! 

Mussolini era affetto da molte malattie, la più du- 
ra e dolorosa era l'ulcera gastrica che Io tormentava 
giorno e notte e che allora non vedeva cure efficaci, la 
seconda era l'amebiasi (grave e cronica malattia inte- 
stinale pesantemente indebolente), ma la più grave era 
quella di cui non si poteva parlare, perché considerata 
vergognosa... la lue. 

E intatti diffusa opinione che Mussolini fosse luetico 
e che l'autopsia del suo corpo eftettuata da medici ame- 
ricani abbia messo iji evidenza gli ultimi stadi di quella 
malattia e cioè fatti degenerativi e distrutti\'i cerebrali. 

E difficile pensare che tanta patologia specifica 
non abbia poi causato lesioni nell'abito mentale, nelle 
scelte e nei comportamenti quotidiani; la dottrina e la 
clinica sono al riguardo inequivocabili. 

QueU'uomo, fra l'altro (per quei tempi) ormai in 
avanzata età (era nato nel 1883) e consunto da vita e 
malattie durissime, rimase quasi infantilmente incanta- 
to dalla potenza e dalla qualità della Germania, ma un 
evento lo convinse ad entrare precipitosamente in 
guerra. Vediamolo. 

Dallo scoppio della guerra alla primavera del 1940 
il fronte franco-tedesco era rimasto silenzioso; non si 
sparò un colpo: la ragione era semplice, la guerra nazi- 
sta era rivolta ad Oriente, contro i popoli slavi dei qua- 
li pretendeva gli sterminati territori e per riuscire do- 
veva essere una blitz krieg... una guerra lampo. 

Con i popoli europei Hitler prevedeva un certo 
modus vivendi che avrebbe \'isto sicuramente la Ger- 
mania come potenza egemone, ma non schiavizzante 
le "potenze democratiche". 

Anzi il 6 ottobre 1939 U germanico offrì in modo 
plateale la pace a Francia e Inghilterra, ottenendo però 
quattro giorni dopo (10 ottobre 1939) uno sprezzante 
rifiuto. 

Fu in un tragico 1940 che si capì che quel n/odiis 
vivendi non si poteva ottenere, soprattutto per via di 
quella terribile Inghilterra che costantemente con navi 
e aerei da bombarclamento colpiva il territorio del Rei- 
ch, inorgoglita, per di più, dal tatto di essere riuscita 
quella sì, a sconfiggere i bombardieri tedeschi che, per 
ritorsione, colpivano il territorio inglese (battaglia ae- 
rea d'Inghilterra). 

Fu per questo che la Germania, dopo avere risolto 
il problema polacco (resa polacca: 6 ottobre 1939) e 
prima di affrontare l'enorme guerra contro l'Unione 
sovietica, decise di risolvere la guerra sul tronte occi- 
dentale, quello appunto franco-tedesco e sarà vera- 
mente una guerra lampo. 



L'esercito tedesco liquiderà, a partire dal 10 mag- 
gio 1940, in soli quaranta giorni con facilità sbalorditi- 
va, gli eserciti francese, inglese, belga e olandese. Il 14 
giugno 1940 l'esercito germanico occupò Parigi e sfilò 
sotto l'Arco di Trionfo. 

Chi, come Mussolini, ricordava il primo conflitto 
mondiale rimase colpito. Sì, quella Germania pareva 
proprio imbattibile e tutto in Europa pareva concluso: 
la Francia era vinta e occupata e... quell'isoletta là ol- 
tre Manica pareva battuta e isolata da una flotta di sot- 
tomarini. 

Sarà la "pugnalata alla schiena". Mussolini entrerà 
in guerra quasi per un folle gioco, per avere "qualche 
migliaio di morti da buttare sul tavolo della pace", ma 
in realtà totalmente convinto di combattere una guer- 
ra solo sulla carta, non certo sul campo. 

Quel Mussolini e di conseguenza, forzatamente 
quell'Italia, giocarono ad uno strano gioco e... perse- 
ro. Nessuno, per debolezza o viltà, fu in grado di fer- 
mare il duce e la sua piazza scatenata... Il loro provin- 
cialismo impedì di considerare la recente storia e che 
due potenze extraeuropee, naturalmente, avrebbero 
impedito alla Germania quell'evoluzione: Stati Uniti 
ed Unione Sovietica. Ancora una volta la storia e que- 
sta volta ci andò di mezzo il forlivese, non fu "maestra 
di vita '. Il cuore e la mente di quell'uomo, malati e ro- 
mantici... erano ormai oltre l'ostacolo. Quell'ostacolo 
contro cui sbatteremo poi tutti noi! 

La nostra entrata in guerra determinò la tragedia 
annunciata. Fummo battuti su tutti i fronti: quello gre- 
co, quello francese e quello libico. La stessa notte del 
12 giugno 1940, aerei inglesi, provenienti dalla loro 
lontana isola, colpirono Torino e di lì a poco (14 giu- 
gno 1940) la città e il porto di Genova subiranno un 
terribile bombardamento navale da parte della flotta 
francese. I caduti, militari e civili, furono moltissimi. 

I nostri strumenti di difesa si dimostrarono ineffi- 
caci e tutti i mezzi nemici ritornarono indenni alle lo- 
ro basi di partenza. La tragedia della nostra nazione 
era cominciata. 

Riapparvero allora negli italiani i soliti complessi 
che già si erano visti dopo Custoza, Lissa ed Adua e 
ancora una volta ingiustamente, perché i nostri soldati 
si batterono nuo\amente come leoni. A El Alamein è 
scritto sul monumento al soldati) italiano "Mancò la 
tortuna, non il valore". Bello, ma inesatto. 

Non si trattò di fortuna, ma di carri armati, auto- 
carri, scarpe, munizioni, armi, aerei, navi, strumenti 
elettronici, cibo, cannoni, esplosivi, ferro, rame, gom- 
ma, nichel, carbone, petrolio e quani 'altro che noi, vit- 
time di un pazzo, non avevamo. 

Le opere storiche straniere che trattano questi 
ex'enti riferiscono sovente di una certa debolezza di te- 
nuta bellica dei nostri soldati e questo è comprensibi- 
le in chi si doveva battere con "scatole di sardine" (co- 
sì erano definiti i nostri ridicoli carri armati), contro 
enormi e armatissimi mostri d'acciaio, ma in un nume- 



Lìlalia e le Ire llalie 



205 



ro enorme di occasioni i nostri soldati furono immen- 
si eroi di cui noi italiani dobbiamo essere orgogliosi. 

E non vi furono problemi di regionalità finché la 
guerra fu fuori dei confini della patria, perché l'Italia 
che affrontò la guerra '40-45 fu un'Italia fragile, ma 
unita e concorde come mai prima, anche se le diffe- 
renze economiche, culturali e sociali, naturalmente 
permasero. 

I problemi regionali si verificarono quando la 
guerra giunse in Italia il 10 luglio 1943. 

Fu quello il giorno in cui le truppe anglo-america- 
ne sbarcarono sulle coste meridionali della Sicilia e su- 
bito il paese si spaccherà in due. 

Quanto e come si sia poi ricompattato nei seguen- 
ti 55 anni lascio al lettore la risposta. 



La seconda meta della Seconda guerra 
mondiale: il '43, il '44 e il '45 nelle Tre Italie 



È in questi tre anni che un'Italia, che in qualche 
modo alcuni anni prima era sulla strada di una buona 
integrazione etnica e culturale, si frattura ancora una 
volta prima in due, poi tre parti e in questa circostan- 
za, almeno inizialmente, non per ragioni socio-politi- 
che, ma militari. 

Il fronte taglia il nostro paese ferocemente in due 
parti e le storie dei vari tronconi sono molto diverse: 
riappaiono prepotentemente le differenziazioni etico- 
culturali. 



Il sud e il centro Italia: lo sbarco 
anglo-americano in Sicilia 

Il '43, il '44 e '45 rappresentano per il sud e parti- 
colarmente per la Sicilia, il ripresentarsi, in modo par- 
ticolarmente virulento, di un antico fenomeno: la ma- 
lavita organizzata, la mafia, ma con caratteristiche ben 
più feroci e dirompenti. 

Infatti nel '43 con le truppe USA, sbarca nella bel- 
la Trinacria il fior fiore del crimine organizzato ameri- 
cano e qui bisogna fare un passo indietro. 

Lo sbarco in Sicilia rappresenta per gli Stati Uniti 
il primo contatto con la guerra sul continente europeo. 
La potente nazione statunitense è però in quel mo- 
mento impegnata su molti fronti e particolarmente su 
quello del Pacifico contro il Giappone ed è ancora in 
forte difficoltà. Lo stesso esercito americano, sceso in 
guerra da solo pochi mesi, sta ancora abituandosi al 
duro fatto bellico e non deve essere ignorato il fatto 
che solo poco prima, in Tunisia, era stato battuto dai 
poveri resti delle armate d'Africa, tedesca e italiana 
(battaglia di passo Kasserine, 1-23 febbraio 1943. Co- 
mandante delle truppe dell'Asse: Rommel; delle trup- 
pe americane: Eisenhower. Perdite americane: 3.000 
uomini e 200 carri armati). 



Gli Stati Uniti non prendono alle leggera quell'im- 
pegno bellico e vedono giusto. La conquista della Sici- 
lia sarà fatto duro e sanguinoso e gli eserciti italiano e 
germanico si opporranno con forte decisione all'attac- 
co alleato: saranno quarantacinque giorni d'inferno, 
con forti perdite da entrambe le parti. 

In America, già in fase di preparazione dello sbar- 
co, si decide quindi di utilizzare senza mezzi termini e 
in molti modi, in appoggio all'azione militare, la mala- 
vita italo-americana, che aveva appunto molti siciliani 
nelle sue file. 

Si comincia dal capo dei capi: Lucky Luciano, un 
sanguinario assassino, detto "il fortunato" per essere 
mille volte sfuggito alla morte nei bassifondi d'oltre 
oceano. 

Responsabile della parte applicativa e finale 
dell"'operazione" è il colonnello Charles Poletti, italo- 
americano nativo del Vermont. Sbarca anch'egli con 
gli americani ed è subito nominato capo dell'ammini- 
strazione militare alleata: per anni, sarà un vero nuovo 
viceré d'Italia. 

Dalla Sicilia il "colonnello" Poletti risale la peniso- 
la al seguito delle truppe alleate ed è sempre visto as- 
sieme a belle donne e grandi automobili. E considera- 
to un benefattore, benedetto dal papa e riceverà la cit- 
tadinanza onoraria di Roma. Fiutato il tempo, il fur- 
bone, si presentava come una specie di santo benefat- 
tore. 

Santo dalle curiose frequentazioni. Riferisce Ro- 
berto Gervaso che un sergente della polizia militare 
statunitense raccontò di avere incredibilmente trovato 
nell'ufficio di Poletti uno dei massimi ricercati negli 
Stati Uniti: "don" Vito Genovese e naturalmente non 
riuscirà mai ad arrestarlo. 

Sono in molti a fare risalire a Poletti i vari traffici, 
più o meno legittimi, che gravitano attorno al com- 
mercio di "cose" americane in quegli anni, ma certe 
storie sono ancora oscure. 

Immensa la differenza fra la vecchia mafia, detta 
"dei campi", che altro non era se non un barbaro ed 
elementare sistema giuridico e sociale che tendeva a 
governare una società agro-pastorale, e questa nuova 
organizzazione criminale. 

Questi nuovi elementi importati sono i feroci de- 
linquenti di un sistema sociale avanzatissimo e con es- 
si giunge ciò che essi conoscono bene per la pratica ne- 
gli Stati Uniti: la connessione fra politica e delinquen- 
za, lo sfruttamento della prostituzione, il "pizzo", sor- 
ta di tassa imposta dal capomafia locale ad un certo 
ambiente mercantile, la "tangente", come pagamento 
di una certa somma per chi volesse avere rapporti di 
affari con il demanio e infine la più devastante: il con- 
trollo della produzione e del commercio delle droghe, 
cocaina, eroina, morfina, oppio. Fenomeni, questi, tut- 
ti ignorati dai pastori della "mafia dei campi". 

Sia per gli Usa, che per "Cosa Nostra", l'affare sem- 
bra interessante. Per i governanti americani ci si priva 



206 



Roberta Sgarzi 



una \'olta per tutte della peggior feccia d'America e per 
questi signori si acquisisce il controllo della antica terra 
d'origine, da dove eventualmente spiccare il volo alla 
conquista di Calabria, Puglia, Campania o iiltro. 

Si giunge al punto di prospettare la Sicilia e non a 
caso, come l'ennesimo stato degli Stati Uniti: una nuo- 
va stella nella bandiera americana, ma è tutta una fan- 
donia. Di lì a poco ecco spuntare l'illusoria azione se- 
cessionistica di un fantomatico esercito siciliano e l'ap- 
parizione del banditismo di Giuliano e compagni. Ma 
di questo si parlerà di seguito (si veda). 

Una cosa è certa: il "fortunato" Lucky Luciano è 
veramente tale, perché passa direttamente dalla galere 
americane, ove non avrebbe certo avuto un buon fu- 
turo, alla splendida Sicilia, ove avrà invece una serena 
vita, riverito a rispettato da tutti. 

La Sicilia e il Meridione d'Italia che escono da que- 
sta terribile esperienza hanno connotazioni ben diverse 
dalle precedenti e la differenza sociale e culturale, che 
già esisteva con il resto del paese, diventa pesantissima. 
Questa parte d'Italia non conoscerà il fenomeno terri- 
bile e sanguinoso "resistenza e guerra civile, dal "43 al 
'45", con le note conseguenze fino al 1949. Per molti 
questo sarà un bene, ma per certo le storie di quegli uo- 
mini del sud e del nord furono terribilmente diverse e 
diversi furono i destini delle persone che ne emersero. 

Con lo sbarco americano del '43 inizia quella "cac- 
ciata dello stato italiano" dalla terra di Sicilia che, for- 
te di adeguate protezioni politiche internazionali, non 
si arresterà più. 

Il nord Italia conoscerà in quegli anni prove terri- 
bili e distruzioni di ogni tipo, ma lentamente e parzial- 
mente medicherà le proprie ferite. La terribile sorte 
che spetta ai fratelli meridionali, invece, è di quelle che 
lasciano un segno assai più grave e duraturo. Da quel 
momento, nord e sud del paese assumono nuovamen- 
te caratteristiche sociali, culturali e politiche sempre 
più difficilmente conciliabili. 



A) Nord Italia 

Verso la fine del 1943 e all'inizio del 1944 il nord 
Italia esplode. Al centro-sud cf'Italia invece, in un pae- 
se certamente distrutto, ma ormai senza guerra, la si- 
tuazione politica pare ormai adeguarsi, ancora una 
volta, alla volontà della vecchia classe dirigente mo- 
narchica e feudale. 

Il fenomeno Resistenza e Repubblica sociale italia- 
na, ancora oggi a mezzo secolo di distanza, non può 
essere analizzato seriamente e scientiticamente sotto il 
profilo storico. La situazione politica attuale è ancora 
quella che contrappone vinti e vincitori, con violenze 
attuali e potenziali evidenti nei confronti di individui 
non "ortodossi" al riguardo. 

Si può però serenamente dire che si trattò di una 



guerra civile, di uno scontro sanguinoso, brutale e cru- 
dele tra due culture, fra due opposte ideologie. Fratel- 
li contro fratelli: Brigate nere e Guardia Nazionale Re- 
pubblicana cobelligeranti per i tedeschi contro forma- 
zioni partigiane, delle più varie dimensioni, finalità po- 
litiche e sostrato ideologico, queste operanti a favore 
di Unione Sovietica, USA e Inghilterra. 

Anche se gli eventi militari al fronte bellico non fu- 
rono influenzati da questi episodi, è però ben vero che 
l'illusione e l'orgoglio presenti nelle formazioni parti- 
giane, di "avere cacciato lo straniero tedesco e il fasci- 
sta" furono grandi. 

Ma anche il caos e l'equivoco furono grandi. 

Nel '44, in un mondo ancora tutto da disegnare, le 
formazioni partigiane operanti nel nord Italia e in Ju- 
goslavia erano chiaramente dominate dalla dimensione 
e dall'ideologia comuniste di derivazione sovietica che, 
si badi bene, come sempre anticipano l'internazionali- 
smo proletario agli interessi e alla visione "nazionale" 
delle cose. 

Naturale quindi che sul fronte jugoslavo i comuni- 
sti nostrani siano stati i più zelanti collaboratori delle 
forze bolsceviche di Tito... quelle che anticiparono la 
"pulizia etnica", con terribili massacri di soldati e civi- 
li di nazionalità italiana. 

Ecco quindi un'ulteriore enorme distinzione della 
storia del nord e sud dell'Italia: tutto questo non ac- 
cadde nel Meridione. Ma, purtroppo c'è di più. 

Negli anni '44 e '45 si vede una volontà separatista, 
omologazione e integrazione al sud Italia, per il quale 
ormai è certa e definita l'appartenenza air"orbita" oc- 
cidentale. 

Al nord invece ribellione, sangue, enorme violenza, 
ma anche grande tensione morale, grande incertezza 
nei confronti del futuro e degli stessi contini di stato. 

Chi in quei momenti auspica un nord Italia come 
Stato sovietico e come tale integrato nel sistema di sa- 
telliti slavi della Russia, sarà deluso. 

Infatti in quella distrutta e insanguinata Europa 
del 1943, '44 e '45 tutto era ancora da ridisegnare e 
stati, confini, ideologie dominanti, aree d'influenza, ti- 
pologia delle forze di occupazione: tutto era ancora 
probabile e possibile. Si pensi che al momento dello 
sbarco alleato in Normandia (4 giugno 1944) la guerra 
era ormai decisa da tempo. 

Tutto era stato definito sul campo, molto tempo 
prima e in almeno due ambiti: El Alamein (30 giugno- 
21 luglio 1942) e Stalingrado (dicembre 1942), da quel 
momento alleati anglo-americani e sovietici spingeran- 
no avanti, sconfitta dopo sconfitta, i germanici come 
una carriola; di particolare e decisiva importanza l'en- 
nesima disfatta germanica neir"C)perazione Zitadell" 
a Kiev, terminata con la distruzione, quasi totale dei 
carri armati con la croce uncinata. 

Quando gli anglo-americani, il 4 giugno 1944, si 
decisero allo sbarco in Francia daranno una pugnalata 
finale :kI un esercito germanico ormai ilistrutto, con i 



L'halui e le Tre ìlalic 



207 



sovietici che ormai si apprestavano ad invadere Au- 
stria, Cecoslovacchia, Bulgaria, Ungheria, Romania, 
Polonia e quant'altro, chissà forse anche il nord Italia! 

Nulla era ancora stato ancora concordato fra i vin- 
citori circa la spartizione delle reciproche zone di con- 
quista; quindi le speranze e le ambizioni bolsceviche 
che avevano in quel momento i molti agenti comunisti 
italiani, ma di formazione sovietica, erano fondate. 
Quali sono queste speranze? 

Dal 1943 l'Italia del nord, dalle Alpi alle Linea go- 
tica, è inondata di componenti il Pci clandestino, spes- 
so provenienti dall'Unione sovietica, ove hanno rice- 
vuto indottrinamento ideologico, addestramento mili- 
tare, ferrea organizzazione gerarchica. Essi subito, 
coerentemente con gli ordini ricevuti, realizzano una 
rete di resistenti "partigiani" (dal russo partizan), con 
il doppio compito di guerriglia armata tesa a mettere 
in difficoltà le retrovie del fronte germanico e altresì di 
porre le basi istituzionali, amministrative e organizza- 
tive per formare un'ipotetica Repubblica popolare so- 
vietica del nord Italia che avrebbe avuto un'istituzione 
gemella: la confinante federazione delle repubbliche 
socialiste jugoslave che, alla fine del 1944, era invece 
un'assoluta certezza. 

C'è in realtà per quei comunisti un terzo compito 
e cioè la distruzione fisica degli oppositori "borghesi", 
fenomeno che quegli agenti hanno visto applicato nel- 
l'Unione Sovietica da dove provengono e cioè lo ster- 
minio delle forze politiche antifasciste di derivazione 
culturale parlamentare filo-occidentale. 

Questo terzo compito è attuato sì, ma solo in mi- 
nima parte, in quel caos di quell'Italia e rimandato di 
fatto solo a dopo conclusa la guerra. La cosa sarà in ef- 
fetti attuata dopo l'aprile 1945, con stragi di "non-co- 




Gruppo di partigiani operanti sull'Appennino tosco-emiliano. Autunno 1944. Si noti l'armamento com 
posito. Per gentile concessione dell'Istituto F. Parri, Bologna. 



munisti" di proporzioni enormi (si veda Pisano, Il 
triangolo della morte). 

Le stragi, paragonabili alle "purghe" staliniane fu- 
rono terribili nel '45 e andarono scemando negli anni 
successivi. Si possono ritenere concluse nel 1949, sal- 
vo riapparire poi nei tardi anni Settanta-Ottanta con le 
"Brigate Rosse", ma questa è un'altra storia. 

Questa terribile connotazione storica caratterizzò 
solo la parte settentrionale d'Itaha, perché la presenza 
delle truppe alleate che lentamente risalivano la peni- 
sola garantì, nelle zone meridionali da esse occupate, 
l'assenza di squadre comuniste filosovietiche. 

In poche parole si pensava allora che l'esercito che 
arrivava per primo in una certa zona d'Italia se ne assi- 
curasse poi l'egemonia, in omaggio ad un vecchio mot- 
to slavo "U possesso è metà deOa proprietà", ma nella 
realtà delle cose la spartizione dell'Europa sarà poi più 
ordinata di quanto alcuni pensarono e sperarono! 

Le date della vittoriosa risalita alleata lungo lo Sti- 
vale spiegano molte cose: Sicilia, 10 luglio - 17 agosto 
1943; sbarco a Salerno, 8 settembre 1943: inverno 
1943 addirittura linea del Garigliano (grosso modo 
coincidente con i confini dell'antico Regno napoleta- 
no); Roma, 4 giugno 1944. 

L'inverno del 1944 vede il fronte sulla "Linea goti- 
ca", coincidente circa con il crinale appenninico che 
sbarra l'accesso alla Val Padana. 

Esiste un particolare poco noto riguardante la con- 
quista e l'ipotesi di spartizione dell'Italia. 

Nel tardo autunno del 1 944 il fronte tedesco sugli 
Appennini era ormai talmente assottigliato che, per 
usare i termini di un generale tedesco, "era più simile 

ad una linea di osservazione, 
che ad una reale linea di di- 
fesa". 

In seguito ad una fortu- 
nata azione bellica questa 
esigua e flebile linea fu rotta 
a Montebattaglia, nelle colli- 
ne romagnole. 

Davanti alle irrompenti 
avanguardie americane si 
spalancò la grande Pianura 
padana, anzi addirittura lag- 
giù sul fondo, all'orizzonte, 
erano visibili, all'altezza di 
Imola, la Via Emilia e la fer- 
rovia che alimentavano il 
fronte vicino a Rimini; rag- 
giungere queste arterie vitali, 
ormai a portata di mano, sa- 
rebbe stato facilissimo. iVIa 
l'avanzata non si fece, anzi fu 
ordinata una, sia pur mode- 
sta, ritirata. 



20» 



Roberto Sgarzi 




QUERZOLA 



Partigiani. Si notino i molti simboli connunisti applicati su bandiere e fazzoletti. Per gentile conces- 
sione dell'Istituto F. Parri, Bologna. 



di carta venivano assegnati, ri- 
presi, cancellati e divisi, in una 
specie di incredibile mercato. 
Furono Germania e Polonia 
ad essere il vero oggetto di di- 
scussione. Italia e Jugoslavia 
scivolarono in un "terzo mer- 
cato", per usare un gergo bor- 
sistico, e in verità pare che la 
sorte deir"Area padana" non 
tosse poi così fermamente ac- 
certata nemmeno in quella cir- 
costanza, comunque alla fin fi- 
ne il tratto di penna che divise 
il mondo ci assegnò all'Occi- 
dente. 

In quello strano gioco d'az- 
zardo che è la Storia, l'Italia, 
ma soprattutto la Valle Padana, 
estrassero in quel momento 
una carta alta. 



Non solo. Nelle sue memorie il generale america- 
no Jim Clark, il comandante alleato, fece una troppo 
fugace menzione di questa situazione, inconfutabile 
sotto il profilo storico e sicuramente imbarazzante. 

Perché mai non si fece quell'ulteriore piccolo bal- 
zo che avrebbe consentito di determinare immediata- 
mente il crollo del fronte germanico, con la conse- 
guente immediata conquista dell'Area padana, l'accor- 
ciamento della guerra di otto mesi ed evitato alle po- 
polazioni di quel territorio un periodo di orribili tra- 
gedie? 

Questa rinuncia a tare immediatamente crollare il 
fronte tedesco parrebbe una assurda foUia! 

Esiste una sola spiegazione, ormai accettata dagli 
storici del settore. L'Area padana non poteva e non 
doveva essere invasa, perché fra le potenze alleate non 
esisteva ancora un accordo circa r"ambito di influen- 
za" nella quale essa sarebbe poi ricaduta. 

Mentre per il centro-sud d'Italia, quindi, non ci fu- 
rono mai dubbi circa l'area di influenza che il futuro 
avrebbe riservato, per conoscere come sarebbe poi sta- 
to il destino del tanto tempestoso nord d'Italia biso- 
gnò attendere lo svolgimento delle tre Conferenze dei 
vincitori: Teheran (28 novembre - 1 dicembre 1943), 
Yalta (4-9 febbraio 1945), Potsdam (17 luglio - 2 ago- 
sto 1945). 

Per verificare la sorte dell'Area padana quindi bi- 
sognò attendere e questo avvenne in realtà nella se- 
conda conferenza, quella di Yalta, cioè a due soli mesi 
dal dilagare angloamericano nella Valle del Po. 

A Yalta tutto a\'venne, secondo i resoconti di quel- 
l'avvenimento, in modo molto confuso, impreciso, 
caotico, ove popoli e paesi su di un qualsiasi un pezzo 



Piazzale Loreto 

Piazzale Loreto è molto di piìi del piazzale di Mi- 
lano ove il 29 aprile 1945 fu esposto il cadavere di 
Mussolini. Piazzale Loreto è un simbolo. E il simbolo 
della durezza, spesso di atrocità e ferocia oltre misura, 
alla quale imprevedibilmente può giungere la lotta po- 
litica nella Valle del Po. 

Infatti a Piazzale Loreto accaddero molte cose. Ac- 
cadde innanzi tutto che il 10 agosto 1944 un plotone di 
volontari della brigata nera "Ettore Muti" aveva fucila- 
to per rappresaglia ben quindici prigionieri politici. 

Si disse che si trattava di vendicare un attentato, 
ma non si appurarono mai bene le vere responsabilità. 

Anche il quel caso si fece scempio di cadaveri e 
questo ad opera del caldo che deformò i corpi, esposti 
per ben ventiquattr'ore. Piazzale Loreto fu scelto dai 
partigiani proprio per quel terribile episodio prece- 
dente. 

Dal novembre del '43 a tutto il '45, ma anche do- 
po questa data, i "Piazzale Loreto" furono infiniti, co- 
me a Torino, Bologna, Parma, ma anche in piccoli cen- 
tri come Cumiana, Villadeati, Ravenna, Forlì; insom- 
ma... quasi ogni abitato, piccolo o grande che fosse, 
ebbe a soffrire linciaggi, impiccagioni sommarie, indi- 
vidui mai più ritrovati, platealizzazioni delle pene. 

1 reduci di Salò (capitale della fascista Repubblica 
sociale italiana) parlarono di trecentomila morti dopo 
la liberazione, ma la cifra non pare verosimile. 

La controparte (Giorgio Bocca) parlerà di quindi- 
cimila vittime nello stesso periodo, ma la verità e che, 
ha fosse comuni, occultamento dei cadaveri e il butta- 
re quei corpi a centinaia nei grandi fiumi, nessuno sa- 
prà mai in realtà quanti furono gli uccisi. 



Vìlalia e le Tre Italie 



209 




Piazzale Loreto. I corpi appesi di Benito Mussolini, di Claretta Petac- 
ci e di altri gerarchi fascisti. 



I colpiti furono di ogni specie, uomini politici, uo- 
mini di cultura, come Giovanni Gentile, semplici par- 
tigiani o fascisti, certamente vi furono anche reali cri- 
minali, efferati assassini e torturatori, ma dopo il '45 i 
più furono persone uccise per ragioni personali o ideo- 
logiche. 

Uno per tutti: Edoardo Weber, bolognese, geniale 
inventore automobilistico di caratura mondiale. Non 
era neppure fascista. Fu ucciso e il suo corpo mai più 
ritrovato, perché colpevole di essere... "padrone". 
"Padrone" di un'industria che ancora oggi esiste e dà 
lavoro e pane a migliaia di bolognesi. 

Queste brutalità furono spesso, ma non sempre, 
una risposta, anzi mille risposte, a migliaia di situazio- 
ni preesistenti verificatesi durante il fascismo, ma so- 
prattutto nei due anni di occupazione nazifascista, ca- 
ratterizzati da una lotta politica di ferocia inaudita. 

Queste reazioni sociali e individuali, impregnate di 
così tanta violenza, vere e proprie mattanze, sono fat- 
to tutto considerato piuttosto frequente in Padania, e 
al riguardo ricordo in queste terre una seconda metà 
dell'Ottocento molto violenta. 

Questo certo tipo di violenza non si vede nel Me- 
ridione, ove pure questa è endemica, ma con valenze e 
motivazioni totalmente diverse. 

Al nord cioè si uccide all'impazzata per r"idea", 
mentre al sud, per lo più, si ammazza senza esitazione, 
per un particolare modo di intendere r"onore", oppu- 
re per danaro, o per potere. 

Ed è un'ulteriore radicale differenza fra queste 
genti. 

Una descrizione dell'episodio "Piazzale Loreto" è 
quindi d'obbligo (da G. Oliva, Piazzale Loreto. La Re- 
sa dei Conti). I cadaveri di Mussolini, della Petacci e di 
altri diciotto gerarchi fascisti, catturati a Dongo due 



giorni prima e subito fucilati, furono portati a Milano 
nella notte fra il 28 e 29 aprile ed "esposti", e cioè but- 
tati per terra alla vista del pubblico, sin dalle prime ore 
del mattino: una fiumana di persone riempiva le strade 
che portavano a quella piazza. 

Questo voleva sicuramente avere anche un signifi- 
cato "educativo" e cioè rendere esplicita ed evidente a 
tutti la morte e la fine del "mito" e altresì dichiarare la 
potenza delle armi partigiane vendicatrici. 

La reazione della folla milanese, che in effetti ave- 
va sofferto per la guerra fascista come poche altre, fu 
terribile e lo scempio dei cadaveri fu spaventoso. 

Il più bersagliato fu, ov\àamente, il cadavere di 
Mussolini, che risultò poi quasi irriconoscibile. 

Il piccolo picchetto di partigiani respinse in vario, 
non convinto, modo quella gente, ma senza riuscirci. 

Un donna che aveva avuto cinque figli morti sotto 
i bombardamenti, sfilò di tasca un revolver e sparò 
contro iJ duce cinque colpi; bastonate, sberleffi, scem- 
pi vari non si contarono; gli si infilò in bocca addirit- 
tura un topo morto e ci fu chi orinò su quel cadavere. 

Tutti ricordano le immagini di Mussolini e dei ge- 
rarchi appesi per i piedi alla tettoia del distributore di 
Piazzale Loreto: a questo si giunse verso mezzogiorno, 
proprio nel tentativo di sottrarre i corpi allo scempio. 

Non bastò, perché anche in alto quei cadaveri fu- 
rono raggiunti da bastonate o sassate. 

Forse la cosa più grave fu che nessun italiano fece 
finire quella oscenità. Furono pattughe americane e in- 
glesi che intervennero alle ore 14 dello stesso giorno e 
che, armi alla mano, obbligarono il ricovero dei corpi, 
ormai maciullati, in una camera mortuaria. 

Piazzale Loreto è utUe e necessario per ben valuta- 
re e definire, nel bene e nel male, la qualità di una gen- 
te e per evidenziare come la grandezza delle genti pa- 
dane possa virare verso una ferocia implacabile e que- 
sto in modo rapido, quanto totale. 

Il non considerare questi precedenti e questi epi- 
sodi è fatto sconsigliabile e imprudente. 



Un documento 

Da/la dichiarazione conclusiva di Yalta 

La seguente dichiarazione è stata emanata quale ri- 
sultato della conferenza tenuta a Yalta in Crimea dal 
primo ministro inglese, dal presidente degli Stati Uni- 
ti d'America e dal presidente dei consiglio dei com- 
missari del popolo dell'Unione delle repubbliche so- 
cialiste sovietiche. 

Paiono di particolare interesse i paragrafi sull'oc- 
cupazione e controllo della Germania, e l'ipotizzata 
conferenza delle Nazioni Unite. 

12 febbraio 1945. Ci siamo accordati per una politica 
e piani comuni per l'esecuzione delle disposizioni di una 



2W 



Roberto Sgarzi 



resa incondizionata che imporremo insieme alla Germania 
nazista dopo avere definitivamente spezzato la resistenza 
armata tedesca. Questi regolamenti saranno resi noti dopo 
la sconfitta definitiva della Germania. Il piano approvato 
prevede che le forze armate delle tre potenze occuperanno 
ognuna una zona separata della Germania. 11 piano preve- 
de un'amministrazione coordinata e un controllo, median- 
te una commissione centrale di controllo, composta dai co- 
mandanti supremi delle tre potenze con sede a Berlino. Si 
è deciso che la Francia sarà invitata dalle tre potenze, per 
il caso in cui desideri assumere una quarta zona d'occupa- 
zione e partecipare come quarto membro alla commissione 
di controllo. 1 confini della zona francese saranno fissati 
dai quattro rispettivi governi per mezzo dei loro rappre- 
sentanti presso la commissione consultiva europea. Siamo 
inflessibilmente decisi a distruggere il militarismo tedesco 
e il nazismo e a garantirci che la Germania non sarà più in 
grado di turbare la pace nel mondo. Siamo decisi a disar- 
mare e a sciogliere tutte le forze armate tedesche, a scom- 
paginare per sempre lo Stato Maggiore tedesco che così so- 
\'ente ha portato alla rinascita del militarismo tedesco, ad 
eliminare o distruggere ogni armamento militare tedesco; 
ad eliminare o controllare ogni industria tedesca che possa 
essere utilizzata per la produzione militare; a dare una giu- 
sta e rapida punizione a tutti i criminali di guerra; ad otte- 
nere riparazioni in merci per le distruzioni operate dai te- 
deschi; ad eliminare il partito nazista, le leggi, le organizza- 
zioni e le istituzioni naziste; ad allontanare ogni influenza 
nazista o militarista dai pubblici uffici e dalla vita cultura- 
le ed economica del popolo tedesco e ad adottare di co- 
mune accordo in Germania altre misure che potrebbero 
essere necessarie per la pace e la sicurezza del mondo. Non 
è nostra intenzione distruggere il popolo tedesco, però, so- 
lo quando nazismo e militarismo saranno estirpati, i tede- 
schi potranno sperare in una vita dignitosa e in un posto 
nella comunità dei popoli. 

Noi siamo decisi a creare il piìi presto possibile, insie- 
me coi nostri alleati, un'organizzazione internazionale co- 
mune per la conser\'azione della pace e della sicurezza. Sia- 
mo persuasi che essa è di importanza vitale, tanto per evi- 
tare aggressioni, quanto per eliminare le ragioni politiche, 
economiche e sociali della guerra, con una stretta, ininter- 
rotta collaborazione fra tutti i popoli che amano la pace. Le 
basi sono state gettate a Dumbarton Oaks. Sull'importan- 
te questione della procedura di votazione non si era però 
giunti ad accordo alcuno. L'attuale conferenza è riuscita a 
risolvere tale difficoltà. 

Ci siamo accordati per la convocazione di una confe- 
renza delle Nazioni Unite, da riunirsi il 25 aprile 1945 a 
San Francisco e per la preparazione di una carta per tale 
organizzazione nel senso delle consultazioni noti impegna- 
tive tli Dumbarton Oaks. 

Il governo della Cina e il governo provvisorio hancese 
debbono essere consultati e invitati senza indugio a dira- 
mare gli inviti alla conferenza, insieme ai governi degli Sta- 
ti Uniti, della Gran Bretagna e dell'Unione delle Repubbli- 
che Socialiste Sovietiche. 



Non appena saranno terminate le consultazioni con la 
Cina e le consultazioni con la Francia, si divulgherà il testo 
del progetto per la procedura di voto. 



La resistenza al sud: le Quattro giornate di Napoli 

Si osser\'ava in precedenza che la parte settentrio- 
nale e quella meridionale del paese diversificano nelle 
loro storie moderne anche perché nella prima si verificò 
la dura e sanguinosa resistenza armata alle truppe nazi- 
fasciste, cosa che invece non si vide nel sud d'Italia. 

Ma questa abituale verifica deve essere completata 
con alcuni chiarimenti. Il primo di ordine temporale e 
militare. Quando l'S settembre '43 ax-x'enne la resa ita- 
liana agli alleati, seguita dal cambio di fronte della par- 
te monarchica, le truppe alleate avevano già da tempo 
attraversato lo Stretto di Messina e risalendo lo Stiva- 
le, dopo un grande sbarco a Salerno, erano ormai 
giunte quasi a Napoli. 

Non solo. In quelle condizioni politiche e militari 
la componente fascista, così come in tutto il paese, era 
in condizioni di totale collasso, sì da non essere nem- 
meno più rappresentata fino a Roma e oltre. Per un 
eventuale "oppositore partigiano", operante in quella 
parte d'Italia, non esisteva quindi nemmeno più un 
"nemico nazifascista" contro cui opporsi e "resistere". 

Il secondo riferimento riguarda uno dei non mol- 
tissimi fatti di autentica e spontanea resistenza del no- 
stro paese: Napoli. Fu in questo quadro che si verifi- 
carono infatti le Quattro giornate di Napoli che. non a 
caso, sono il soggetto di pellicole cinematografiche, ro- 
manzi e racconti. 

Infatti in quel tempo Napoli aveva subito bombar- 
damenti e accidenti bellici spaventosi, tali da lasciare 
sul tessuto urbano ferite terribili, ma aveva ancora un 
apparato di difesa di tutto rispetto e una forte guarni- 
gione, viceversa la difesa non ci fu. 

Infatti i generali Pentimalli e Del Tetto (da Storia 
di Napoli, p. 167 e ss.) semplicemente se l'erano s\'i- 
gnata e insieme a loro, come una reazione a catena, 
tutto l'apparato militare dirigente, cioè quasi tutti gli 
ufficiali. Quella gente se l'era data a gambe: erano ri- 
masti, ancora una volta, a difendere la città i semplici 
soldati e i semplici marinai. 

E questo fu il primo affronto ai napoletani, parti- 
colarmente sofferto. 

Poi la tragedia si affacciò: Napoli aveva nuovi pa- 
droni, la guarnigione germanica, che subito attorno al 
10 settembre non esitò a dimostrare il proprio di- 
sprezzo, a Napoli e al suo popolo, prima e più ancora 
che al resto d'Italia. 

Gli atti di crudeltà furono molti e orribili. 

Inermi cittadini, così come semplici, poveri solda- 
ti, non luggiti e non arresisi, lurono barbaramente uc- 
cisi. 



Llialia e le Tre Italie 



211 



Particolarmente odioso fu l'assassinio, sulle scale 
dell'università, di un giovane marinaio e questo da- 
vanti ad una folla costretta ad assistere in ginocchio, di 
fronte alle armi spianate. Il 12 settembre tutta la città 
era sotto controllo tedesco e, anche se nessun germa- 
nico era ancora stato colpito, un editto ricordava che 
ad ogni tedesco ucciso avrebbero corrisposto cento 
napoletani massacrati. 

Ciò che ruppe la corda tesa fu un ulteriore editto 
del 26 settembre (si veda oltre) che ricordava che 
chiunque non si fosse recato al lavoro coatto sarebbe 
stato fucilato sul posto: 

Comando Militare Germanico, Napoli 

AI decreto per il servizio obbligatorio di lavoro hanno 
corrisposto in quattro sezioni della città complessivamente 
circa 150 persone, mentre secondo lo stato civile avrebbe- 
ro dovuto presentarsi oltre 30.000 persone. 

Da ciò risulta il sabotaggio che viene praticato contro 
gli ordini delle Forze Armate Germaniche e del Ministero 
degli Interni italiano. 

Incominciando da domani, per mezzo di ronde milita- 
ri, farò fermare gli inadempienti. Coloro che non presen- 
tandosi sono contravvenuti agli ordini pubblicati, saranno 
dalle ronde, senza indugio fucilati. 

Il Comandante di Napoli, Scholl 

Questo Scholl non solo si dimostrò un criminale 
che credeva quella città vUe e sottomessa, ma un cri- 
minale ignorante; nessuno comunque si peritò di ri- 
cordargli che 150 anni prima un altro generale, il fran- 
cese Championnet (si veda), usando con i napoletani 
metodi analoghi, aveva ottenuto pessimi risultati. 

E pessimi risultati ottenne questo pessimo Scholl; il 
giorno dopo e cioè il 27 settembre, Napoli era di fuoco 
e tutti i napoletani imbracciarono un'arma. L'aspetto 
incredibile fu che non ci fu alcuna preparazione, né al- 
cuna organizzazione militare, non ci furono cioè com- 
missari politici, gialli, rossi, o verdi, brigate, o gruppi, o 
battaglioni come accadde in Val Padana, nulla di tutto 
questo, ma ugualmente ci fu un popolo intero che, con 
eroismi e sacrifici incredibili, si batté per la propria li- 
bertà e per il proprio onore. E li conquistò. 

Quindi in effetti l'esperienza della Resistenza il po- 
polo meridionale non l'ebbe, ma a Napoli bastarono 
quattro giorni per dimostrare che, se gli eventi l'aves- 
sero reso necessario, anche il popolo dell'Italia meri- 
dionale avrebbe saputo fare il proprio dovere. 

Dopo quattro giorni di battaglia l'esercito tedesco 
si ritirò battuto, con morti e feriti, seminando lutti e 
distruzione nei paesi che attraversava. 

Napoli era libera e così si presentò agli eserciti al- 
leati che due giorni dopo entrarono in città, il 2 otto- 
bre 1943. Il riscatto era costato 570 morti e 160 feriti 
gravi; non si conosce l'entità dei feriti leggeri. 



A questo fiume di sangue fu dato il riconoscimen- 
to della medaglia d'oro al valor militare alla città e 13 
personali alla memoria. 

I napoletani salvarono così la loro città, i loro opi- 
fici, i loro ponti, i loro monumenti e le loro strade. Tut- 
to era stato minato e stava per esplodere, ma Scholl non 
ci riuscì: glielo impedì un esercito di improvvisati eroi. 

Quell'esercito diede anche all'Europa intera un 
primo segnale e un primo esempio di riscossa popola- 
re: era possibile riconquistare la libertà. 

I documenti che riguardano quelle terribili giorna- 
te sono tanti e tutti commoventi. Fra i molti sono sta- 
te scelte alcune brevi, toccanti, righe che il giorno do- 
po la Liberazione, il giornale «Roma», per la penna del 
suo direttore Emilio Scaglione, lanciò ai suoi concitta- 
dini: ''Napoletani, sulle enormemente, paurosamente, 
accresciute realtà del vostro Calvario, vi scongiuriamo: 
in piedi! 

Non scoraggiatevi anche al cospetto di una sorte co- 
sì sovrumana, come quella che si è vissuta, come quella 
che, ohimè ci attende in una città che la barbarie nemi- 
ca ha d'ogni cosa depauperato. 

In piedi, per i figli che ci hanno rubato e ucciso, per 
le donne che ci hanno violato, per le case che, saltabec- 
cando di gioia, hanno offerto alla dinamite. Napoletani 
vi scongiuriamo, in piedi ". 



I bombardamenti degli alleati 

E difficile per un giovane del 2001 immaginare il 
grado di distruzione al quale fu sottoposta l'Italia dal 
1940 al 1945. 

La distruzione fu dei cuori, delle cose e delle case. 
I cuori: coloro che erano stati assurdamente convinti 
di essere "i nuovi cesari" e cioè i nuovi conquistatori 
del mondo, furono sottoposti ad ogni forma di umilia- 
zione. Riesplosero negli itahani vinti e imprigionati, 
tutte le antiche forme di frustrazione e i già noti com- 
plessi di inferiorità. Questo anche nelle piccole cose: 
solo le motociclette tedesche erano efficaci, solo gli ae- 
rei americani potevano volare, solo un soldato russo 
era eticamente e perciò militarmente vincente, solo un 
partigiano jugoslavo era sufficientemente forte, solo 
un generale inglese era tatticamente preparato... e co- 
sì via. Ed anche: solo il cioccolato svizzero era buono, 
solo la cucina francese era mangiabile, solo l'aria delle 
Alpi... austriache era respirabile... insomma una pena 
fra le pene. 

In quegli anni il disprezzo delle autorità per i loro 
sottoposti risultò terribile e fu secondo solo al disprez- 
zo. . . dei sottoposti per le autorità. L'aggettivo italiano, 
per gli italiani, divenne sinonimo di estrema, ridicola, 
dequalificazione. 

All'aspetto socio-culturale si sovrappose quello 
ideologico e gli italiani si disprezzarono prima e si 
odiarono poi. Si odiarono tutti: padri e figli, fratelli e 



212 



Rober/u Sgarzi 



sorelle. Il solo ricordo di quei tempi spezza il cuore e 
piti di ogni altra cosa mi fa sovvenire certi occhi. 

Erano gli occhi di coloro che avevano creduto nel- 
la patria e nella sua grandezza: quegli occhi erano 
spenti e non si riaccenderanno mai più. Due genera- 
zioni erano scomparse, bruciate nella fornace della 
guerra. L'Italia era distrutta, polverizzata e non si pos- 
sono comprendere i nostri problemi odierni, se non si 
ricordano questi eventi di soli cinquant'anni fa: ri- 
spuntarono i campanili, almeno quei pochi rimasti, il 
solo antico riferimento. 

In soli venticinque anni l'Italia, privata del cuore 
sì, ma nel 1918 grande potenza internazionale, era sta- 
ta ridotta ad una entità intorme e senza alcun peso nel 
consesso delle nazioni. 

Fu questa cosa sminuzzata, fu questa l'Italia che si 
offrì agli adolescenti del 1945 e se poi, con 55 anni di 
sofferenze inaudite, essi siano riusciti a ricostruire 
qualcosa o meno... non so. 

Furono distrutte le cose e le case e qui bisogna ri- 
cordare come e quanto. 

L'Italia fu invasa da alcuni corpi di invasione quan- 
to mai policromi. C'erano gli inglesi, con i gonnellini 
degli Highlanders, ma c'erano anche gli americani con 
bombe, sigarette e chewing gum e i francesi, con le lo- 
ro truppe coloniali, e i brasiliani, e i polacchi, e la bri- 
gata ebraica e gli indiani e i gurka nepalesi e i greci e 
tanti altri. 

Con loro era un riarmato esercito italiano di osser- 
vanza monarchica, al quale non fu riconosciuta la di- 
gnità di corpo combattente... ma di trasportatori, ad- 
detti alle varie sussistenze, erano cioè gli autisti, oppu- 
re coloro che portavano, con muli, armi e rifornimen- 
ti in prima linea. 

Ciò non impedì che, quando hi impiegato in prima 
linea, quel nuovo esercito italiano si comportasse con 
vero eroismo. 

Di fronte a loro le forze germaniche che potevano 
fruire di elementi caucasici e mongoli derivanti dal 
conflitto con l'Unione Sovietica. Con queste era l'eser- 
cito della Repubblica sociale italiana e cioè fascista, 
riaddestrato e armato in Germania. Anch'esso nel suo 
impiego al fronte fu valoroso. 

L'Italia fu martirizzata. 

Ricordiamo alcuni aspetti, oggi rimossi dalle no- 
stre coscienze. 

Alcuni esempi. Le truppe mercenarie coloniali 
usate da un incredibile esercito francese provenivano 
dalle colonie di quel paese e avevano una strana, osce- 
na e animalesca abitudine: la conquista di un abitato 
da parte di quei "soldati" consentiva loro furti, stupri, 
omicitii e saccheggi a volontà, ma solo per alcune ore, 
dopo di che i torbiti ufficiali francesi che li comanda 
\'ano impedi\'ano che quegli animali continuassero 
nell'esercizio di questi loro "sindacali diritti acquisiti ". 
Ciò che è rappresentato nel film La ciociara è, pur- 
troppo, drammaticamente vero. 



Liherté, Egalité e Fratémité hanno nascosto e si- 
gnificato anche questi avvenimenti, degni di barbari. 

Gli eserciti inglese e americano non dimostrarono 
autentiche distinzioni fra militari e civili. I piccoli aerei 
da caccia distruggevano ogni cosa che si muovesse al 
suolo, ma furono i grandi bombardieri che realmente 
distrussero il nostro paese, come del resto abbatterono 
la Germania e buona parte della stessa Francia. 

I loro obiettivi non furono le unità armate al fron- 
te, o i ponti, o le ferrovie, ma le grandi città, ripiene di 
inermi, donne, vecchi e bambini. Furono questi i loro 
bersagli. 

Fra l'altro fu un "lavoro " \'ile. Ad opporsi alle mi- 
gliaia di aerei alleati che quotidianamente si av\'enta- 
vano suLl'"Area padana" levandosi dalle vicine basi 
pugliesi, c'erano solo alcune, sparute decine di caccia 
italiani o tedeschi, che subito venivano aggrediti già al 
loro levarsi in volo, o al rientro. 

Per questo immenso crimine nessuno ha mai paga- 
to, anzi le "medaglie al... valore" si sprecheranno e si 
sprecano tuttora. Per converso bisogna ricordare che 
Adriano Visconti, pilota, un vero eroe pluridecorato e 
asso dell'aviazione italiana, uno dei pochi che si alzas- 
sero con il loro piccolo aereo contro nugoli di nemici 
che dall'aria macellavano proditoriamente le nostre 
città, fu ucciso dai partigiani dopo la "Liberazione". 

Questi "piloti militari" usarono tecniche incredibi- 
li, come bombe a potenziale esplosivo gigantesco, in 
grado di distruggere interi quartieri, bombe al fosforo 
che si incendiava e si conficcava nelle carni senza piìi 
potersi spegnere e altre diavolerie, come giocattoli 
esplosivi o penne stilografiche, anch'esse esplosive, 
che lanciati dagli aerei, appena giunti a terra e raccat- 
tati, distruggevano i piccoli destinatari. 

Tutto ciò è testimoniato da innumerevoli docu- 
menti e di particolare efficacia ci pare la mostra Dc- 
Icnda Boììonid del 1998. 

Non vi fu Croce Rossa, identificante un ospedale, 
o opera d'arte che fosse risparmiata. Tre città furono 
riconosciute meritevoli, per bontà degli "alleati", di es- 
sere evitate: Venezia, Firenze e Roma; tutto il resto po- 
teva essere bruciato e così si fece. 

Non è possibile ancora oggi dare a quei piloti al- 
leati definizioni appropriate. L'Italia era ed è un paese 
vinto, con limitazioni colossali, dimostrate concreta- 
mente dalla vicenda di quei bravi tnarincs che, come 
poveri ebeti, sull'Alpe del Cermis nel 1998 hanno uc- 
ciso a sangue freddo una ventina di turisti europei... 
quasi fosse un gioco! 

Le cose non sono poi tanto cambiate da quel 1943. 
Questi tre "intelligenti gentlenien' sono stati conside- 
rati dai loro superiori come "ragazzini indisciplinati", 
dei "nionellacci in vena di scherzi", dei "gianburrasca", 
ricevendo solo un limbrotto dalle autorità statunitensi 
ed essere subito dopo rimessi in libertà. Noi italiani 
non possiamo né punire, né affrontare quei signori, né 
impedire loro che uccidano ancora a loro piacimento, e 



Lìlalia e le Tre ìlalic 



21 i 



nemmeno definirli criminali come meriterebbero e 
nemmeno io lo farò, non posso farlo; ancora oggi la 
reazione riservata agli eventuali individui "non osser- 
vanti" sarebbe terribOe... noi vinti dobbiamo tacere, 
accettare e sorridere. Ciò è stato ufficializzato dalla no- 
stra Cassazione, che ha riconosciuto che sul nostro suo- 
lo gli Stati Uniti hanno autorità di paese sovrano. 

Mi limiterò a fare rispettosamente osservare che 
forse il proibire opc legis di proiettare sul territorio na- 
zionale film antichi e moderni, ove ancora oggi si pro- 
pongono i pOoti anglo-americani come eroi di guerra, 
sarebbe un modo per rispettare la memoria di decine 
di migliaia di donne e bambini italiani massacrati da 
quei "soldati" nel 1943, '44 e '45. 

Possiamo chiedere questo senza timore di dure 
pimizioni da parte delle truppe alleate ancora occu- 
panti il nostro paese? Una domanda non può non 
uscire spontanea: noi italiani, ancora nel 2000, ci di- 
vertiamo proprio tanto nel vedere al cinema i biondi 
yankees che massacrano i nostri piccoli fratelli, inermi 
e indifesi? 

E non sarebbe forse ora, dopo ben 55 anni, che ci 
si evitasse di dovere ascoltare ridicolaggini come quel- 
la che questi omicidi erano causali da "quei malaugu- 
rati, ma inevitabili, incidentali, errori, che in guerra 
sempre accadono"? 

A Bologna, la mia città, aerei americani hanno lan- 




Bologna. Antico palazzo della Mercanzia (a 50 m dalle Due Torri). 
Come si vede nella foto, la parte sinistra di questo edificio fu di- 
strutta da una bomba americana e, dopo la guerra, accuratamente 
ricostruita. Da F. D'Ajutolo, Bologna ferita. 



ciato nel 1943 alcune bombe contro il nostro simbolo 
più noto: le Due Torri e non le hanno colpite per pu- 
ro miracolo, riuscendo comunque a distruggere a metà 
l'antico e vicino palazzo della Mercanzia. 

E forse "un'infamia antiamericana" ricordare che 
quel palazzo dista cinquanta metri dalle Due Torri e 
che quelle costruzioni erano sì costruzioni militari, ma 
risalenti al... 1080? 

Ed ancora. Altri obiettivi "militari" furono gli 
"scavi archeologici di Pompei", ove ancora oggi sono 
visibili residuati di bombe alleate. È fatto noto che la 
cultura media di un giovane medio americano non è 
mai stata... gigantesca. Anche in storia non sono un 
granché (studiano solo Storia americana... i poverini), 
ma bisognerà pure che qualcuno dica a questa gente 
che le fortificazioni di Pompei risalgono al... 100 a.C. 
e non sono cose moderne! 

Ed infine, per ritornare alle distruzioni dei cuori, 
un riferimento al signor Enrico Eermi. Questo signore 
abbandonò giustamente il nostro paese, prima dell'e- 
splosione del conflitto, come protesta per le "Leggi 
Razziali", che avevano un orribile significato razzistico 
e cioè di affermazione della supremazia della cosiddet- 
ta "razza ariana" nei confronti di altre popolazioni. 

Leggi che il regime fascista aveva adottato nell'ul- 
timo periodo di quel regime, violando i diritti delle 
genti e più particolarmente della moglie di Eermi, di 
etnia ebrea. 

Questo italiano si vendicò costruendo per gli allora 
nostri nemici una nuova bomba di inaudita capacità di- 
struttiva, al fine che questa fosse usata proprio per l'an- 
nullamento fisico, la distruzione più totale, della sua 
patria: era la bomba atomica. 

Ne aveva diritto? Non so dare una risposta, ma 
credo che si possa dire che il dr. Fermi difficilmente 
può essere additato come eroe di quella nazione, che 
egli voleva distruggere alle fondamenta. 

Un numero enorme di scuole sul territorio nazio- 
nale porta appunto il suo nome: Enrico Fermi, ma 
qualcuno, prima o poi dovrà pur dire a quegli scolari 
che, se essi sono nati, questo è av\'enuto per puro mi- 
racolo; la volontà di quel signore consisteva appunto 
nell'ammazzare... ammazzare e polverizzare tutto ciò 
che fosse italiano. 

Nella parte d'Italia occupata dalle forze germaniche 
le cose furono altrettanto orribili e questo è quanto mai 
noto per via di immensa pubblicistica e filmografia. 

Un nome fra i mille basterebbe a risuonare come 
infamia per chi commise quel crimine: Marzabotto. 

Repressioni, fucilazioni, torture, massacri indiscri- 
minati, rappresaglie, non si contarono e tedeschi e ita- 
liani collaborazionisti gareggiarono in criminali bruta- 
lità contro la popolazione e contro i patrioti in armi, 
spesso veri eroi ma i cui comportamenti, come nell'e- 
pisodio di via Rasella in Roma, peraltro, furono in sva- 
riate circostanze assai discutibili. 



214 



Roberto Sgarzi 




1999: scavi archeologici di Pompei, Casa del Fauno. Accanto alla porta grossi frammenti di 
bombe americane, residuati bellici. 



Le distruzioni al sud, centro e nord Italia 

Anche nella tragedia le cose non andarono in mo- 
do analogo per le tre parti del paese e, fortunatamen- 
te, il nostro Meridione d'Italia non ebbe a soffrire il 
martirio che colpirà il Settentrione. 

Infatti, come si diceva, già nell'ottobre del '43 qua- 
si la metà d'Italia era in possesso degli alleati anglo- 
americani e, naturalmente, la totalità del potenziale of- 
fensivo di quegli eserciti si riverserà per i due anni suc- 
cessivi, solo sull'Area padana e sulla Toscana, questo 
comunque si verificò dopo orribili distruzioni della 
parte sud dello stivale. Due esempi fra i moltissimi: la 
città di Napoli e l'Abbazia di Montecassino. 

Del resto era proprio al nord che si trovava la più 
gran parte degli obiettivi sensibili da colpire e cioè, in- 
dustrie, servizi, ferrovie, scali, nodi e stazioni ferrovia- 
rie, strade, impianti di trasmissione, depositi, ponti, 
viadotti e così via. 

Se, obiettivamente, l'Italia del nord era nel 1940 di 
gran lunga piii dotata di ogni tipo di caratterizzazioni 
di una società evoluta di quanto non fosse il sud, si de- 
ve verificare che nella primavera del 1945, questo diva- 
rio era stato annullato: al nord Italia la missione di- 
struttrice era stata quasi totale. Non esisteva più nulla. 



ma con i napoletani e poi con gli ita- 
liani. 

La rivolta del 1943 fu un evento 
oggi quasi sconosciuto, ma assai gra- 
ve perché sanguinoso, confuso e con 
pesanti risvolti di frammistione con 
mafia e malavita. Fu una guerra, una 
guerra autentica fra l'Italia e una rile- 
vante frazione della Sicilia; fra l'altro 
si ebbe anche una vera battaglia con 
morti e feriti e che durò ben sei ore! 
Questo mio scritto è riferito all'opera 
Italia addio! di Enzo Magri, dal quale 
traggo la maggior parte dei dati. 

L'anima e la mente del tentativo 
di secessione fu un avvocato di Paler- 
mo, Andrea Finocchiaro Aprile. Egli, 
senza porre indugio, già il 10 luglio 
1943, al momento dello sbarco allea- 
to in Sicilia, riunì i suoi più stretti col- 
laboratori, fondò il ClS (Comitato per l'Indipendenza 
della Sicilia) ed emise un manifesto, intitolato Italia ad- 
dio!, nel quale si rivendicava l'indipendenza appunto 
della Sicilia. 

Ma Finocchiaro non era solo. A sua insaputa, sul 
versante catanese. Santi Rindone un chirurgo, fondò 
con un cospicuo numero di seguaci il MlS e cioè il Mo- 
\'imento per l'Indipendenza della Sicilia. 

Scorrendo i nomi degli aderenti ai due movimenti 
emerge il "Gotha" dell'isola e cioè latifondisti, come 
"Don" Lucio Tasca di Bordonaro, i duchi Franz e Gu- 
glielmo di Carcaci, i nobili Arezzo, Belmonte, Bordo- 
naro, Cammarata, De Simone, Fioristella, La Motta, 
Linguaglossa, Notarbartolo, Tasca, Petrulla, Pietrata- 
gliata, Pottino, Villarosa e fior di professionisti e ricchi 
borghesi, ma anche capi mafiosi, come il famoso 
"Don" Calogero Vizzini che nel 1929 era stato eletto 
capo della mafia siciliana ad... Atlantic City (USA). 

Ecco il nocciolo della questione. Fu appunto il 
perverso collegamento fra una certa Sicilia e una certa 
America e il rapporto personale, particolarmente ami- 
chevole, fra Finocchiaro Aprile e l'inglese Lord Run- 
nel (presiedeva I'Amgot e cioè l'ente devoluto all'am- 
ministrazione dei territori da parte degli eserciti allea- 
ti), che consentì un buon radicamento dell'indipen- 
dentismo in Sicilia. 



La fine della guerra al sud. 1943-1947: la rivolta 
siciliana anti-italìana per l'indipendenza 

A partire dal 1943 e per cinejue lunghi anni, il crol- 
lo dello stato italiano spinse alcuni siciliani a chiedere 
l'indipendenza per la loro isola. Non era certo una no- 
vità. Come si ricorderà, nell'Ottocento ciò si era già 
verificato ben sei volte: nel 1820, 1837, 1840, 1860, 
1866, 1892 e sempre con sanguinosissimi scontri pri- 



C'era poi un fattore facilitante il tutto ed era una 
"pregiudiziale ideologica" contenuta nel "Manifesto 
Atlantico" che era poi una specie di antica, paranoica 
e bugiarda "vocazione" americana. 

Quella che, essentlo gli UsA i depositari della "ve- 
ra e assoluta libertà", avevano il "do\'cre messianico" 
di portarla a tutti i popoli del mondo. Il primo jiasset- 
tino consisteva e questo era il messaggio del "Manife- 
sto", nel dare il diritto a tutti i popoli di proclamare la 
pro[iria libertà, con dichiarazioni o plebisciti... e que- 



Lllalta e le Tre llalie 



215 



sto era naturalmente miele per i palati dei "baroni e 
baronetti" siciliani. 

Il fatto che ambasciatori e attuatori dell'illustre 
progetto fossero gentiluomini del calibro di Lucky Lu- 
ciano, "Don" Calogero Vizzini, o Charles Poletti, evi- 
dentemente non costituiva alcun motivo di perplessità 
per certi signori. 

Sicuramente fra gli anglo-americani, in quel 1943, 
ci fu chi pensò che, in uno scenario mediterraneo ed 
europeo ancora tutto da verificare e definire, in pre- 
senza di un'Unione Sovietica trionfante e in minaccio- 
sa espansione, U possesso di una Sicilia fedele e osser- 
vante, utilizzata come grande portaerei in pieno Medi- 
terraneo, poteva eventualmente essere utile. 

Sì. . . furono gli alleati, già autori della citata "Ope- 
razione Poletti", a farci questa e ulteriori cortesie. Era- 
no americani i tanti automezzi che inalberavano la 
bandiera siciliana spesso baciata in pubblico dai mili- 
tari alleati! Si parlò, in questo clima, non a caso, della 
"Trinacria" come ennesimo stato degli USA e questa 
era una operazione che vedeva in Michelangelo Cipol- 
la il principale propugnatore. 

Fu appunto I'AmcOT che impose i primi sindaci 
nella Sicilia conquistata e, scrive ancora Enzo Magri 
nel suo Italia addio!, che nella sola provincia di Paler- 
mo, su 76 sindaci, ben 67 erano separatisti e primo fra 
tutti, proprio nel capoluogo, U già citato "Don" Lucio 
Tasca. 

L'"Operazione separatismo" pareva bene avviata 
quando si verificarono, da parte italiana, le prime rea- 
zioni e questo aNa^enne ad opera di Don Sturzo che, nel 
suo dorato esilio americano, vedeva già ampi spazi di 
gestione per la sua Dc e voleva naturalmente "tutta" 
l'Italia e non certo dei pezzetti. 

Anche il Cln fece sentire la sua voce di opposizio- 
ne e un ulteriore diniego, ax'versante quell'ipotizzato 




25 aprile 1945, la stazione ferroviaria di Bologna viene rasa al suolo dai 
americani. Per gentile concessione dell'Istituto F. Parri, Bologna 



scenario, venne dal ministro degU Esteri sovietico Vi- 
scinsky in visita in quei posti e che mal vedeva, in pie- 
no Mediterraneo, una Sicilia eventuale base inglese o 
americana. 

Comunque ormai il dado era tratto e dell'aspetto 
politico-culturale non si accontentava più nessuno dei 
personaggi esposti, c'era in ballo il potere! 

Dal maggio 1944 la Sicilia è in fiamme con atten- 
tati e scontri a fuoco fra separatisti, anti-separatisti e 
carabinieri. 

Già i nostri Carabinieri... infatti l'il febbraio '44 
l'amministrazione dell'isola è consegnata nuovamente 
agli italiani, nella loro espressione cobelligerante, na- 
turalmente. 

La parola era "alle armi" e infatti al congresso del 
MlS il 20 ottobre '44 nacque l'EviS, cioè l'Esercito 
Volontario per l'Indipendenza della Sicilia; Einoc- 
chiaro incaricò Antonio Canepa di organizzarlo e co- 
mandarlo. 

L'aspetto giuridico formale adcfotto dagli indipen- 
dentisti era semplice. La fuga proditoria del re nel Me- 
ridione e il suo abbandono dell'Italia, aveva distrutto 
l'Italia e liberato i siciliani dal loro impegno giurato; 
non solo, l'imminente, previsto avvento di una repub- 
blica li rendeva ulteriormente liberi, in quanto il loro 
impegno era nei confronti di uno stato monarchico, 
non certo di uno repubblicano. 

Di qui le tre regioni d'Italia che essi consideravano 
sfruttate a livello di colonia e cioè Sicilia, Sardegna e 
Lucania (e questa era una novità) avevano U diritto a 
trovare una loro via indipendente alla libertà e al be- 
nessere. 

Aggiungevano poi, e questo aveva allora qualche 
reale fondamento, che l'Italia del nord, dopo avere 
causato la loro rovina imponendo il fascismo, avrebbe 
causato un'ulteriore terribile disgrazia imponendo lo- 
ro il comunismo, che vedevano assai pre- 
sente nel Settentrione d'Italia. 

Questo proprio non si sentivano di 
sopportarlo. 

C'era poi un ulteriore aspetto, questa 
volta umano, che va considerato. Il gover- 
no italiano, nel 1943, all'apparire deUe na- 
vi alleate pronte allo sbarco in Sicilia, ave- 
\a chiamato fra le molte forze che si ap- 
prestavano a difenderla una notevole ali- 
quota di siciliani, nel convincimento che 
appunto quei soldati, difendendo la loro 
terra, avrebbero compiuto uno sforzo par- 
ticolarmente coraggioso. 

Questo fu sottolineato dal generale 
Roatta in un incredibile proclama nel qua- 
le era scritto: "Siciliani resistete al nemico, 
perché noi italiani verremo a liberarvi"... e 
questa netta distinzione di ruoli e nazio- 
borribardamenti "''^"^ suscitò grande repulsione in tutti i 
siciliani. 



216 



Roberto Sgarzi 



Comunque in quel 44 apparvero chiare a tutti le 
profonde divisioni interne al separatismo e il tatto che 
questo movimento diveniva sempre più lo strumento 
degli agrari latitondisti, i quali infatti cominciarono su- 
bito ad usarlo contro le plebi rurali e cittadine, che ri- 
chiedevano condizioni di vita appena sopportabili. 

In quell'anno tutto precipitò e gli agrari imbosca- 
rono il grano prodotto, non ponendolo sul mercato, 
creando quindi problemi di approvvigionamento 
enormi: la Sicilia era alla fame. 

Il passare dei mesi vide una presenza repressiva ita- 
liana sempre più forte e non a caso, in quanto in quei 
giorni a Yalta (nel convegno dei vincitori del febbraio 
'45) la spartizione del mondo aveva ormai chiuso certi 
disegni fantasiosi: la SicUia sarebbe rimasta italiana. 

Fu quello il momento in cui l'amministrazione ita- 
liana interruppe la linea morbida di raffronto con il se- 
paratismo e imboccò quella dura; contemporaneamen- 
te il separatismo, per irrobustire la propria azione fece 
appello, in un incontro con il bandito Giuliano avve- 
nuto il 15 maggio '45, all'impegno non più della sola 
mafia, ma del banditismo. 

Di rilievo la sicurezza con la quale i separatisti agi- 
vano: i loro campi di addestramento erano indicati, 
sulle strade, da frecce indicatrici! Ma ormai tutto sta- 
va per finire. 

Il 17 giugno 1945 in un'imboscata sono uccisi An- 
tonio Canepa, il capo dell'Ex'ls, e molti suoi seguaci. 
Fu una vera e propria trappola che ricorda altre morti 
che saranno poi oggetto di discussioni, quelle di Giu- 
liano e Pisciotta ad esempio, evidentemente gli agenti 
italiani erano all'opera. Particolarmente doloroso fu lo 
scontro di Bellolampo, ove i separatisti tesero un'im- 
boscata ad un'autocolonna di Carabinieri, causando 
molte perdite. 

Da quel momento furono sei mesi d'inferno per 
una Sicilia già in fiamme e i secessionisti dell'Evis se- 
minarono la morte fra le forze dell'ordine, con il nuo- 
vo comandante Concetto Gallo e forti del determinan- 
te aiuto di Salvatore Giuliano, nominato colonnello, 
con le sue bande. 

Finocchiaro Aprile continuò a fare appelli interna- 
zionali a favore dei separatisti, ma nell'ottobre del 
1945 alcune grandi retate causarono molti arresti fra 
questi ultimi e si riempirono le prigioni di Ponza. 

È nel dicembre del 1945 il fatto più duro di tutti 
questi avvenimenti. Gallo (nome di battaglia Secondo 
Turri), sui suoi possedimenti (i baroni non cessano mai 
di esserlo) organizza un campo militare di secessioni- 
sti; quel latifondista non aveva capito che ormai non 
era più tempo e che gli italiani erano "decisi a riporta- 
re l'ordine", come suol dirsi. 

I.a notte tic) 2(S dicembre la montagna di San Mau- 
ro, ove era quel campo, fu accerchiata da enormi for- 
ze italiane (pare ben 5000 uomini, con carri armati e 
mortai, fra loro molti soldati della divisione Sabauda) 
e per quei 60 secessionisti fu lo scontro. 



Questo durò ben sei ore ad iniziare dalle 9,30 del 
mattino: morirono un secessionista, un carabiniere, un 
contadino di passaggio, e in più si ebbe un buon nu- 
mero di feriti. L'EviS era schiacciato, il suo comandan- 
te arrestato e l'Italia, "magnanimamente " concedette 
di lì a sei mesi, sia l'Autonomia amministrativa alla Si- 
cilia, che la scarcerazione dei molti prigionieri politici 
secessionisti. Molti appetiti si placarono, quell'autono- 
mia concedeva moltissimo. 

Era finita: le elezioni per il Parlamento della Re- 
gione Autonoma Siciliana vedono il trionfo del Partito 
monarchico, con ben il 63,7%, daranno solo uno stri- 
minzito 8,7% ai secessionisti. 

L'Assemblea si riunirà il 25 maggio 1947; ma ci 
sarà un colpo di coda, odioso e criminale. 

Il colpo di coda avrà un solo nome e cognome. Sal- 
vatore Giuliano, ma molti mandanti. 

Il movimento operaio si muoveva decisamente, in 
quel dopoguerra, per reclamare decenti condizioni di 
vita e per ottenere soluzione al problema di sempre... 
le terre ai contadini. 

Si trattava cioè di smembrare quelle enormi pro- 
prietà, sotto utilizzate, che "baroni e baronetti ", dai 
tempi di Carlo V e usando i sistemi più vari, erano riu- 
sciti a conservare. 

C'era chi pensava che bisognava fermare... "quel- 
li là"... la "malacarne". 

Il primo maggio 1947, il "colonnello dell'EviS" 
Salvatore Giuliano ed suoi uomini apriranno il fuoco 
su un folto gruppo di pacifici contadini che, con don- 
ne e bambini, in quei giorni di acceso confronto ideo- 
logico e politico per tutto paese, si accingeva a fe- 
steggiare la Festa del Lavoro a PorteUa della Ginestra. 

Fu una strage. Sul terreno restarono 1 1 morti e 56 
feriti. 

Salvatore Giuliano pagherà, ucciso col piombo, il 
5 luglio 1950 e il suo vice Gaspare Pisciotta, ucciso col 
veleno in prigione il 10 febbraio 1954, ma nessuno 
scoprirà mai i nomi dei mandanti di cinque anni di do- 
lori e di sangue per tutta quell'isola. 

In Sicilia cambiò poco. Come ai tempi di Giolitti i 
nuovi governanti italiani si lanciarono come assatana- 
ti, alla ricerca dei preziosi voti siciliani, da usarsi sia al 
Parlamento italiano, che nel "parlamentino", le assem- 
blee della nuova onnipotente Democrazia Cristiana; 
Concetto Gallo, il capo militare dell'EviS, sarà subito 
scarcerato e di\-errà parlamentare della regione Sicilia. 

Non si riesce a resistere alla tentazione di ripren- 
dere, dal racconto del Magri, alcune testimonianze ri- 
portate appunto da Concetto Gallo. 

Pare quindi che all'inizio del 1946, alla vigilia del 
Referendum istituzionale repubblica/monarchia, quel- 
l'uomo, in carcere in Palermo, ricevesse la visita del 
generale Achille Campo-Schiavio, aiutante di campo 
di re Umberto II, del già menzionato, onnipresente, 
"Don" Lucio Tasca, e altri indi\ÌLlui. 



Uìlalia e le Tre Italie 



217 




1943. La bandiera degli insorti siciliani indipendentisti. 

L'offerta era semplice: rendersi disponibile per ca- 
peggiare un movimento insurrezionale filo-monarchi- 
co, in caso di vittoria referendaria della Repubblica. In 
questo caso avrebbe avuto danaro e onori e avrebbe 
potuto immediatamente uscire dal carcere. 

Nel racconto di Gallo c'era il suo piìi categorico ri- 
fiuto alla partecipazione a quel progetto, perché anco- 
ra ricordava nelle carni sue e dei suoi commilitoni il 
piombo dei soldati della divisione sabauda, appunto 
come era "sabaudo" quel re. Non vi sono, natural- 
mente, verifiche storiche di questo racconto e non si 
può quindi sapere se risponde a verità o meno, ma co- 
munque è bene raccontato. 

Nel caso, assai probabile, della verità dell'episo- 
dio, risulta evidente che la nostra patria corse in quei 
momenti un grosso pericolo, in quanto si rischiò una 
terribile guerra fra nord repubblicano e riformatore e 
sud conservatore e monarchico: sarebbe stata una tra- 
gedia dagli sbocchi imprevedibili. 

L'ipotesi non deve sembrare troppo fantasiosa. Ac- 
canto alla nostra penisola, a pochi minuti di volo, in 
un'altra grande e antica nazione del Mediterraneo, la 
Grecia, di lì a poco si sarebbe scatenata una lunga e 
terribile guerra civile, con le stesse connotazioni di 
quella evocata dal racconto di Gallo. 

Forse la tragedia ci sfiorò molto più di quanto si 
sia mai potuto pensare. 

Rimane quindi un'ulteriore misteriosa storia del 
"Profondo sud d'Italia", un'altra storia impastata di 
intrighi, misteri, uccisioni, corruzione, sangue e privi- 
legio medievale, fatto di ereditarietà di titoli e poteri. 

Un raffronto. 

Nel 1945-1950 i fratelli del sud Italia e della Sicilia 
sono fermi nella miseria, nella disperazione e vedono 
dilatarsi il potere della malavita e dell'illegalità, il 
dramma d'oggi è figlio del dramma di quei giorni. 

Gli stessi anni nel nord Italia, sia pure in preda a 
drammatiche lotte politiche e ideologiche, vedono: nel 
1946 la Piaggio di Pontedera, in provincia di Pisa, 
mette in commercio lo scooter Vespa che si impone in 



tutto il mondo; poco dopo la Fiat mette in produzione 
l'auto modello 1400, un veicolo già rinnovato e ade- 
guato ai tempi nuovi. 

Sono solo due episodi, ma esemplari e simbolici, 
tra migliaia. 

L'Area padana è distrutta dalla guerra e dalle con- 
trapposizioni etico-politiche, ma è già in moto verso il 
progresso civile, politico ed economico. 

Ancora una volta, purtroppo: due storie, due 
realtà, due mondi, due vite diverse. 



La fine della guerra 



La struttura del regime fascista si identificò con 
quella statale e perciò la sconfitta bellica e il crollo del 
regime implicarono il collasso di ogni impalcatura or- 
ganizzativa e politica nelle quali si identificava lo stato 
italiano. 

È un'Italia distrutta e divisa, moralmente, cultural- 
mente e fisicamente, attraversata al nord ancora da 
momenti di feroce violenza ideologica e al sud da una 
crudele guerra secessionista, che vede finalmente con- 
cludersi la Seconda guerra mondiale. L'Italia è uno sta- 
to vinto e sarà trattato come tale, ma è anche uno sta- 
to di frontiera a grande rischio. Poco dopo sorgerà, a 
partire da Trieste, quell'enorme, sanguinoso confine 
che dividerà l'Europa e che Churchill chiamerà "il si- 
pario di ferro". 

Gli Alleati debbono ora affrontare la difficile ge- 
stione in prima persona di questo stato Italia, do\'e tut- 
to è stato polverizzato dalle bombe americane: uomini, 
donne, ponti, strade, ferrovie, poste, archivi, telefoni, 
comunicazioni, polizia e carabinieri, insomma: tutto. 

Non è certo casuale se il generale Clark, che entra 
in Roma alla testa delle sue truppe vittoriose, rivolge 
una delle sue prime visite a Sua Santità, il papa, il ca- 
po dell'"altra patria". 

In quel momento inizia per l'Italia un nuovo ciclo 
storico. Anzi si torna prepotentemente ad un "buio 
pontificio", antico e ben conosciuto. 

Ma intanto se ne va un altro individuo, fra i mag- 
giori responsabili delle sciagure della nostra patria, 
forse quello dotato di minore senso etico. 



il secondo dopoguerra 



Vittorio Emanuele MI, l'ultimo dei Savoia 

Alla line della guerra lo stato monarchico era or- 
mai entità puramente formale, perché nel ventennio 
fascista era radicalmente mutata la qualità della società 
del paese: dell'antica dimensione sabauda, feudale, ba- 
ronale, nobiliare e latifondista, stava restando sempre 
meno, il tempo, le cose, la tecnica, la scienza e gli uo- 
mini avevano ormai cambiato tutto. 



218 



Roherlo Sgarzi 



Ma lo stato monarchico era mutato anche per l'e- 
norme numero di atti orribili di cui si macchiò nel 
tempo l'ultimo re, \'ittorio Emanuele III. Le sue colpe 
vanno ricordate al fine di ben capire chi siamo oggi e 
dove andiamo noi oggi. 

Vittorio Emanuele III tradì tutti. 

Cominciò, come primo atto del suo regno, con il 
tradire la memoria del padre (invero ben poca cosa) 
"facendo fuori" (cioè allontanandola dalla corte) l'a- 
mante dell'augusto genitore, l'amata marchesa Litta e 
proseguì tradendo la Germania e l'Austria, suoi alleati 
nel '14, dichiarando loro guerra nel '15. 

Tradì il popolo italiano, dichiarando una guerra 
che esso non voleva e tradì di nuovo il popolo italiano, 
consegnandone la libertà ad un dittatore: Mussolini. 

Tradì Mussolini, tacendolo arrestare mentre era 
nella sua casa come suo ospite (i traditori tradiscono 
sempre, anche nelle piccole cose: nel tentativo di sot- 
trarre il proprio prigioniero ai tedeschi che lo voleva- 
no liberare, Vittorio Emanuele III diede ordine che gli 
si cambiasse spesso il nascondiglio e sempre usando 
ambulanze della Croce Rossa, in spregio alle conven- 
zioni internazionali). 

Tradì di nuovo l'alleato tedesco dichiarandogli 
guerra nel '43 e tradì soprattutto di nuovo il popolo 
italiano, fuggendo nel più infame dei modi di fronte al 
nuovo nemico germanico, al fine di rifugiarsi fra le ac- 
coglienti braccia dei nuovi alleati. 

I quali bugiardamente, ma giustamente, lo tradiro- 
no a loro volta non dandogli la mercede pattuita per 
questa somma viltà: la corona d'Italia per l'amato au- 
gusto figliolo. 

Per questo infame disegno trentasei divisioni ita- 
liane furono abbandonate al loro destino da Sua Mae- 
stà e soci, senza ordini, senza comunicazioni, senza 
rifornimenti. La corona "vai bene una messa", avrà si- 
curamente pensato quell'individuo! 

Su tanti fronti, per colpa di quell'uomo, ma so- 
prattutto sul fronte greco, migliaia di giovani italiani 
pagarono con la vita la colpa di avere onore, coraggio, 
dignità. Le tombe di Cefalonia sono ancora lì, mute e 
disperate, come le madri di ogni parte d'Italia che in- 
vano attesero i loro figli. 

Vittorio Emanuele III dimostrò che in Italia non si 
tiene patria... si tiene famiglia. 

Nessuno più di lui meritava (come hi chiesto dal 
Cln) di essere fucilato nella schiena, come si fucilano 
i soldati traditori, per codardia di fronte al nemico, di 
fronte al quale era fuggito insieme ai suoi accoliti. 

Oggi c'è chi lo propone per il Pantheon degli Eroi 
in Roma. Non certo il popolo italiano, colpito a morte 
da quell'uomo e che lo perseguitò in vita con nomi- 
gnoli sprezzanti (Lino di questi: Vittorio e sua moglie 
Elena, per via della piccolezza di lui e delle origini... 
pastorali di lei, furono soprannominati... Curtatone e 
Montanara). 

C'è ormai nel nostro paese angosciosa, dilhisa ne 



cessità di credibilità, di serietà, di moralità europea. 
Non vi sarà Europa vera, se sarà delle sole monete. 
Una nazione è fatta di un comune sentire, di un co- 
mune gioire, commuoversi, piangere, volere profonda- 
mente. 

Vari sono i modi per operare al fine di inserire o 
non inserire l'Italia in Europa. Si opera contro il paese 
e contro la sua parte europea, continuando ad offen- 
dere la realtà storica a fini di parte come alcuni fanno 
ancora oggi a proposito di questo individuo: Vittorio 
Emanuele III Savoia, che per nostra disgrazia tu re d'I- 
talia dal 1900 al 1943 (per certuni fino al 1946). 

Il 9 maggio 1946, a Napoli, quell'uomo abdicò e 
subito partì per l'esilio. Fu quella l'unica buona cosa 
che fece nella sua vita. 



1946. Il referendum istituzionale fra monarchia 
e repubblica 



Risulttìto filiale: repubblica voti 12.718.641; mo- 
narchia: 10.718.502. 

ì^ord - vota massicciamente repubblica; 

Sud = voto corale per la monarchia 

Il voto spacca in due l'Italia e fa rischiare la guer- 
ra civile fra le due parti della nazione 

Nella storia del nostro paese esiste un momento in 
cui le svariate differenze fra il sud e il nord, le due 
metà che lo compongono, emergono crudamente e 
drammaticamente evidenti, quasi quantificabili in una 
loro durezza contabile ed è il 2 giugno 1946. Fu il re- 
ferendum istituzionale per scegliere fra monarchia e 
repubblica e fu fatto assai più drammatico, controver- 
so e indeciso di quanto per lo più oggi si pensi (traggo 
buona parte delle informazioni riportate dallo scritto 
di G.F. Vene, In nome del popolo italiano). 

La questione era molto più antica di quanto appa- 
risse. La monarchia non è solo un re, ma è un sistema 
istituzionale che vede nel monarca la cima dell'iceberg. 
L'enorme struttura è composta dai nobili che, come un 
reticolo di baroni, conti e marchesi, coprono l'intero 
territorio nazionale e governano ogni sua porzione in 
nome e per conto del sovrano, che è a sua volta nomi- 
nato dai nobili, ma illuminato dalla Grazia Divina. 

Chiaramente è il possesso tisico del territorio così 
disegnato a determinare la sostenibilità del sistema. 
Tutto questo cambia già all'avvento dell'industrializza- 
zione, dell'acculturamento delle plebi sottomesse, del- 
l'avvento del sistema viario e ferroviario dei trasporti e 
nello sviluppo delle comunicazioni. Tutto cambia cioè 
quando il sutldito sottomesso diviene cittadino con 
gravi doveri, certo, ma anche con precisi diritti. 

Il problema è, come abbiamo già visto, che questo 
cambiamento avviene nel nostro paese in modo molto 
dittorme nei modi e nei tempi nelle sue due compo- 
nenti settentrionale e meridionale, ma c'è di più. 



VlliiUa e le Tre ìttilw 



219 



Il mo\'imento repubblicano era naturalmente mol- 
to vicino ai movimenti socialisti operai e questi erano 
organizzati ed efficaci soprattutto nelle industrializza- 
te regioni del nord e qui, per di più, dal 1943 al 1945, 
aveva governato la Repubblica sociale italiana, che 
aveva potuto abbondantemente diffondere il verbo re- 
pubblicano e che fra l'altro aveva ampie caratteristiche 
(Carta di Verona) di tipo socialista. Naturalmente la 
Rsi non aveva mancato di propagandare le malefatte e 
il tradimento di una monarchia e di una dinastia che 
erano additate come la fonte di ogni disgrazia. 

Totalmente opposta la situazione al sud ove la pre- 
senza, anche fisica, del re e quindi dei suoi rappresen- 
tanti (baroni ecc.), anche nel suddetto periodo, non 
era mai venuta a mancare e questo in presenza di una 
struttura socio-politica, come appunto il latifondo 
agrario (per di più in assenza di industrie e di traspor- 
ti), ove questo sistema era perfettamente gestibile. 

La questione della defenestrazione della monarchia 
e della dinastia sabauda che la rappresentava, era una 
delle priorità subito aftermate diil Comitato di Libera- 
zione Nazionale che anzi, come detto, propose la fucila- 
zione del re Vittorio Emanuele III per alto tradimento. 

Le cronache dell'epoca parlano di una certa rasse- 
gnazione della monarchia all'evento. 

Un rimedio provò a metterlo Vittorio Emanuele 
III abdicando il 9 maggio 1946, partendo per l'esilio il 
giorno dopo e lasciando al suo posto, come monarca 
luogotenente, il figlio Umberto II di Savoia, più noto 
per una certa ipotizzata "vivacità erotica" (tutto il bi- 
snonno quel ragazzo), che per l'autorevolezza e la qua- 
lità di un carattere effettivamente, drammaticamente 
evanescente. 

Dicono in Veneto che alle volte è peggio "el tacon 
del buso" e cioè è peggio la pezza del buco. In quella 
circostanza quel motto fu dimostrato come vero. 

Si verificò poi che la certezza che aleggiava in Ita- 
lia circa l'avvento della repubblica, era frutto di una 
costruzione ed è interessante verificare chi e come la 
pensò e strutturò. 

Il primo fattore fu la Chiesa. In quel 1946 l'Italia 
era ormai in piena era della Democrazia Cristiana, par- 
tito politico inteso come cinghia di trasmissione della 
potente struttura socio-politica della Chiesa Cattolica 
Apostolica Romana. 

Tutti ricordiamo la lotta mortale compiuta dalla 
Chiesa contro lo stato italiano sin dal suo primo appa- 
rire e soprattutto contro la monarchia sabauda, l'entità 
che essa considerava, e a ragione, come la principale 
componente delle forze che questo stato avevano uni- 
to e che proprio per questo aveva causato la distruzio- 
ne dello Stato della Chiesa. 

Tutti ricorderemo minacce, scomuniche, bolle, 
editti, lanciati contro l'Italia e il suo re. Forse non tut- 
ti ricorderemo la "sensibilità alla questione" da parte 
di Vittorio Emanuele II, per il banale motivo che do- 
veva "sistemare" il suo problema del rapporto illegale 



con la "Bela Rosin" e i suoi molti figli e che per questo 
aveva necessità deUa "comprensione" della Chiesa...! 

La Chiesa si accorse in quel dopoguerra che pote- 
va sia impossessarsi, in modo politico e amministrati- 
vo, di tutta l'Italia e altresì liberarsi una volta per tutte 
degli odiati Savoia. 

Fu per questo che la Chiesa sposò la causa della re- 
pubblica e come possa un papa re ad impronta teocra- 
tica, dotato di tanto di infallibilità pontificia... guar- 
dare con simpatia la... repubblica... lascio ai lettori la 
risposta. Quell' "operazione repubblica" vide come 
massimi autori Monsignor Montini, allora Prosegreta- 
rio di stato (di lì a poco sarà papa), Alcide De Gaspe- 
ri allora presidente del consiglio e infine un giovane 
promettente, allevato nella curia romana, il dr. Giulio 
Andreotti. 

Il secondo fattore dell'av\'ento della repubblica fu 
il movimento laico e socialista e un suo uomo: Giu- 
seppe Romita. Un uomo piccolo, sempre in disordine, 
dall'aspetto trascurato e trascurabile e che invece si di- 
mostrerà un eccezionale uomo politico. 

Subito al finire delle ostilità belliche si aprì la 
"campagna elettorale". Il primo ad iniziare fu proprio 
il re... ma al nord venne pochissimo, inseguito com'e- 
ra da dimostrazioni ostili. 

E fu triste e ridicolo vedere un re che andava in gi- 
ro, in un'Italia demolita, a fare propaganda per se stes- 
so e a distribuire montagne di buffi pezzi di carta: ti- 
toli onorifici a neo-commendatori, cavalieri, conti, ba- 
roni, marchesi e quant'altro. 

Sua Maestà non si limitò a questo. Nel "tour eletto- 
rale " distribuì, dietro la promessa di un voto, anche il pa- 
ne alla povera gente. E questo, ancora una volta, al sud. 

La gente aveva disperazione, fame e. soprattutto in 
Napoli, per quei doni Sua Maestà sarà premiata. Vi fu- 
rono i begli spiriti che dissero che il povero Umberto 
distribuisse a certi napoletani scalzi anche le scarpe, 
ma solo... le destre; le sinistre sarebbero state conse- 
gnate solo in caso di vittoria della monarchia! 

Non si appurerà mai la verità del racconto. 

Ma c'era molto, molto di peggio. Alla residenza re- 
gale e cioè il Quirinale, era una processione di indivi- 
dui delle più varie qualità, ognuno con richieste (era 
fatto risaputo) di opposizione e resistenza armata in 
caso di vittoria della repubblica, pare comunque che 
re Umberto non abbia mai previsto tale possibilità. 

È cosa comunque accertata che la grande burocra- 
zia amministrativa, la magistratura, i quadri dirigenti 
dell'esercito e l'arma dei Carabinieri erano tutti a fa- 
vore del re. 

Diverso e astutissimo il comportamento di Romita. 
Nel marzo 1946 egli indisse le elezioni amministrative, 
ma solo in alcuni comuni... guarda caso proprio in 
quelli più presidiati dai partiti politici favorevoli alla 
repubblica. 

Sarà... naturalmente un trionfo. La repubblica era 
ormai data come trionfante e questo. Romita aveva vi- 



220 



Roberto Sgarzi 



sto giusto, fu determinante in quell'Italia al tine di tro- 
vare ulteriori consensi ad un sistema istituzionale che, 
così stando le cose, si dava già per vincente. 

I giornali uscirono con grandi titoli, ma non si de- 
ve mai scordare che quella era un'Italia ove non esiste- 
vano strade, ponti, comunicazioni, treni o automobili. 
Anche il funzionamento dei telefoni era aleatorio. 

Si giunse così al gran giorno delle elezioni referen- 
darie: il 2 giugno 1946, con estensione sino alle 14 del 
giorno dopo. La settimana successiva sarebbe stata du- 
rissima e pericolosissima. 

Indubbiamente il tutto av\'enne in uno stato di 
grande collasso amministrativo, sia al momento dell'e- 
missione dei certificati elettorali, che delle operazioni 
di voto e scrutinio, che nella trasmissione dei risultati 
e questo fu sicuramente più difficile al nord, dove lo 
stato di devastazione e distruzione era enorme. 

Forse proprio per questo giunsero per primi parte 
dei risultati del sud d'Italia ed erano favorevoli alla 
monarchia, mentre Roma e il Lazio erano, pure an- 
ch'essi favorevoli al re, ma numericamente in sostan- 
ziale equità. 

A questo punto si verificò un fatto grave e cioè la 
frantumazione del fronte repubblicano: De Gasperi, e 
cioè la Chiesa, cambiò campo. Esiste infatti una lette- 
ra (riportata da Vittorio Gorresio) inviata da De Ga- 
speri a Falcone Lucifero, il ministro della Real Casa, 
ove l'apertura alla monarchia sabauda da parte della 
De ed il conseguente "salto di campo" sono espliciti. 
La mattina del 5 la gioia e l'esaltazione dei monarchici 
sono elevatissime, ma destinate a spegnersi il pomerig- 
gio dello stesso giorno, quando giungono i risultati del 
nord... dall'Area padana: si tratta di una valanga di 
voti repubblicani che capovolgono il risultato. 

Romita trionfante, anche se con toni moderati, an- 
nuncia: l'Italia è una repubblica. 

Per conseguenza De Gasperi... ripassa in campo 
repubblicano! Passano i millenni, ma la componente 
politico-culturale cattolica, evidentemente, non cam- 
bia valori etici e reali comportamenti. 

II carattere debole ed evanescente del re si dimo- 
stra subito e vorrebbe partire per l'esilio, ma... suc- 
cessero alcuni fatti. Il campo monarchico reagì e non 
accettò la delusione cocente che seguì le grandi spe- 
ranze di 48 ore prima e non credette... 

Non credette cioè che "Torino monarchica avesse 
abbandonato Sua Maestà sabauda". Non credette al 
divario di voti deir"amata Milano", non credette nel 
"voltafaccia della grande Venezia" e non credette nel- 
la validità del fatto elettorale verificandovi notevoli 
"anomalie organizzative" (abbiamo già detto che que- 
sto in un paese distrutto, senza nemmeno i telefoni, era 
fatto pilli che comprensibile). 

Il tutto aveva aspetti squallidi e penosamente pate- 
tici. Fu a questo punto che, come prevedibile, a favo- 
re della monarchia intcrwnnc l'alta magistratura. 



La Corte di Cassazione e la Procura generale rifiu- 
tarono di ratificare la repubblica e verificare la validità 
del voto... "in attesa di controlli". 

La questione era capziosa. Tutto era stato regolare!'' 
E come considerare le schede nulle e quelle bianche? 

Si parlava chiaramente di un ricorso tlella parte 
perdente di fronte alla corte, con conseguente azzera- 
mento del risultato elettorale. 

Quel re-reggente, sdegnato e rigoroso, che voleva 
partire il pomeriggio del cinque giugno ora puntava i 
piedi e accusava il governo di brogli. 

Nei giorni 8, 9, 10, 11 giugno 1946 il sud esplose, 
mentre il nord, del resto in stato ancora duramente po- 
stbellico, rimase calmo. 

A Roma, Napoli, Palermo, ovunque insomma, era 
rivolta filomonarchica, la folla assaliva i repubblicani 
con morti, feriti e la lacerazione di bandiere prive del- 
lo stemma sabaudo. 

Si era ad un passo dalla guerra civile: nord contro 
sud d'Italia. 

La sera del 12 giugno avvenne un drammatico in- 
contro fra Falcone Lucifero e Alcide De Gasperi. 

Erano due anziani gentiluomini, ma persero la te- 
sta, a dimostrazione dello stato di grande tensione. A 
De Gasperi, che chiedeva che il re se ne andasse. Lu- 
cifero rispose in malo modo e in segno di scherno e sfi- 
da buttò gli occhiali sul panciotto del trentino. 

Fu quella la piccola goccia che fece traboccare il 
vaso. De Gasperi imperturbabile disse: "Sta bene, do- 
mattina o verrà lei a trovare me a Regina Coeli, o verrò 
io a trovare lei!". 

Non era una minaccia a vuoto. Dopo avere respin- 
to una richiesta del re tendente a dilazionare ogni de- 
cisione, il governo, all'unanimità, stilò a mezzanotte 



t^ombardia 

2.270.3.^5 
1.257.18,^ 



Vene/ia Tridentina 

19 1.4. SO 
.13.728 

\tnet*> 
.•S 1.40.1441 



Kniilia 

I.526.H.ÌH 
4.';-4.58'> 




Repubblica 12.718.541 



Monarchia 10.718.502 



I risultati del referendum Istituzionale favorevoli alla repubblica. Si 
può vedere la netta spaccatura dell'Italia. 



Lltdlid e le Tir I/aìic 



221 



del 12 giugno un provvedimento che d'autorità, di fat- 
to esautorava il re e proclamava la repubblica. 

Insomma, "Sua Maestà" era buttata fuori a calci 
nel sedere! 

In tutta quella drammatica notte fra il 12 e il 13 
giugno Umberto II vagherà tra gli amici di Roma, alla 
ricerca di una decisione e di un consiglio, nessuno di 
loro seppe però quale sarebbe stata la scelta definitiva 
del re. 

Egli poteva e doveva scegliere, fra andarsene op- 
pure restare, scatenando in quest'ultimo caso una 
guerra civile fra nord e sud d'Italia. 

Umberto scelse bene. 

Il giorno dopo alle ore 13 si imbarcò per l'esilio a 
Ciampino su un aereo dell'aviazione italiana e non sa- 
rebbe mai più ritornato nel suo paese. 

Ma l'Italia corse in quei giorni un pericolo morta- 
le di cui non si sarebbe scordata. 

È opportuno che continui a farlo, con certa gente 
la massima prudenza è d'obbligo. 



Un documento 

Le! cacciata dei Savoia 

Testo del provvedimento legislativo che determina 
l'esautoramento del re e la proclamazione della repiib- 
hlica, stilato all'unanimità dal governo italiano nella 
notte fra il 12 ed il 13 giugno 1946. 

Il consiglio dei ministri riafferma che la proclamazione 
dei risultati del referendum fatta il 10 giugno dalla corte di 
cassazione nelle forme e nei termini dell'articolo 17 del de- 
creto luogotenenziale 23 aprile 1946, n. 219, ha portato au- 
tomaticamente alla instaurazione di un regime transitorio 
durante U quale, fino a quando l'assemblea costituente non 
abbia nominato il capo prosaàsorio dello stato, l'esercizio 
delle funzioni di capo dello stato medesimo spetta ope le- 
gis al presidente del consiglio in carica. Tale situazione co- 
stituzionale, creata dalla volontà sovrana del popolo nelle 
forme previste dalle leggi luogotenenziali, non può consi- 
derarsi modificata dalla comunicazione odierna di Umber- 
to Il al presidente del consiglio. Il governo, sapendo di po- 
ter contare sul senso di disciplina di tutti gli organi dello 
stato, rinnova O suo appello a tutti i cittadini, perché nel 
momento attuale, decisivo per le sorti del paese all'interno 
e nei rapporti internazionali, lo sorreggano concordemen- 
te con la loro vigile disciplina e con il loro operante pa- 
triottismo nel compito di assicurate la pacificazione e l'u- 
nità nazionale. 



Dal 1945 al 1955 



Questi furono i "giorni nostri" e questo fu U modo 
in cui nacque la nostra libertà e con essa la repubblica 
italiana. 

Lo scenario che ci si presentò in quei giorni era ter- 
ribile perché quasi incredibili erano le distruzioni deU'I- 
taUa nei cuori, neOe case e nelle cose. La patria era di- 
strutta, per meglio dire era distrutta la prima patria. . . re- 
stava la seconda patria, che subito s'impadronì dell'inte- 
ro paese, rompendo antichi equilibri risorgimentali. 



L'Italia e il Vaticano: due patrie per la penisola 

La penisola italiana ha sempre avuto sul suo terri- 
torio un'organizzazione sociale e civile quanto mai ati- 
pica, se raffrontata con gli altri stati europei. 

Come si ricorderà, già a partire dal tempo deOe fi- 
ne delle grandi invasioni barbariche, a cavallo dell'SOO 
d.C, si formano in Europa gli embrioni degh stati na- 
zionali, ognuno dei quali rappresentato e governato da 
una propria organizzazione civile e politica, spesso im- 
pregnata di religiosità, ma laica. 



In quel tempo gli stati mediterranei rivieraschi li- 
mitrofi, Spagna compresa, si danno un'organizzazione 
sociale e culturale avanzatissima, per quei tempi, ma 
che, come quella araba, era teocratica. 

Per questi ultimi l'autorità rehgiosa era anche di 
fatto l'autorità civile, o quanto meno la seconda era di- 
retta emanazione della prima. La cosa del resto ha ra- 
dici antichissime, essendo proprio il faraone egiziano O 
prototipo della sovrapposizione delle due funzioni. 

In questa nostra Italia, metà Mediterraneo e metà 
Europa, sono da sempre presenti entrambi i sistemi. 

Gli italiani cioè hanno sempre avuto due culture, 
due morah, due tradizioni, due storie, due lingue (il la- 
tino e... le altre). 

Abbiamo, ancora oggi la coincidente convivenza 
contemporanea su tutta la penisola di due organizza- 
zioni civili e statali. Noi italiani abbiamo da sempre 
due patrie e due capitali: il Vaticano e Roma! 

La prima patria, la Chiesa cattolica, è la più im- 
portante e la più antica, presente ovunque in modo 
univoco e indiscusso, uniforme, con leggi chiare e se- 
verissime, rigidamente e duramente strutturata in ge- 
rarchie ferree e con alcuni risvolti aventi caratteri mili- 
tari. 



222 



Roberto Sgarzi 



In tutta Italia ogni più piccolo agglomerato di in- 
dividui è raggiunto dal rappresentante di questa Am 
ministrazione che subito vi erige la Chiesa, casa si del 
Signore, ma anche luogo ove, allora come oggi, si 
esplica attività culturale, scientifica, educativa, assi- 
stenziale, artistica e cioè civile. 

Capo assoluto della Chiesa cattolica è il papa che, 
per alcuni territori della penisola, è anche re. 

La seconda patria è rappresentata, nei secoli, da 
una congerie infinita di stati e staterelli presenti sulla 
penisola, tutti con culture, tradizioni, legislazioni, 
eserciti, rapporti internazionali, diversi. Questi sono 
quasi sempre succubi di vari dominatori stranieri, 
spesso alternantisi. 

I capi di questo curioso mélange di stati non si 
contano: duchi, conti, dogi, reucci, despoti ecc. 

Nell'Italia del 1945 di questa seconda patria non 
resta più nulla. 

NuUa è restato dell'organizzazione sociale e civile 
laica: tutto distrutto perché, come si diceva allora, ne- 
mico, perché fascista, perché ostile agli ideali di libertà 
ed eguaglianza, affermati e propugnati dai vincitori. 

Intatta, invece, l'organizzazione cattolica che, agli 
occhi degli anglo-americani, è la naturale alleata. 

Infatti il nuovo nemico, il comunismo, ha nel ma- 
terialismo storico, nell'ateismo, la sua più intima con- 
notazione: nei territori conquistati dalle truppe con la 
stella rossa le chiese sono bruciate e i sacerdoti perse- 
guitati e uccisi. 

E, naturalmente, a questa enorme, capillare, strut- 
tura di secolare esperienza amministrativa, che vengo- 
no affidate dai vincitori le nostre sorti. Non più le di- 
strutte caserme della Benemerita controllavano il terri- 
torio, ma le parrocchie. La favola guareschiana di Pep- 
pone e Don Camillo è quanto mai veritiera ed esem- 
plificatrice. 

E così che nasce la Democrazia Cristiana, il brac- 
cio secolare deOa Chiesa cattolica, l'argine al comuni- 
smo sovietico che, con varie forme e varie personalità 
di riferimento, avrà l'identico periodo di vita della ra- 
gione politica che ne aveva determinato l'ascesa e con 
essa cadrà 40 anni dopo: U sipario di ferro. 

Ma è anche così che rimane il "mito della Eterna 
Roma", che però, dopo il 1945, per l'ennesima volta, è 
privato delle legioni e della gloria militare e di nuovo 
limitato alla dimensione religiosa e teocratica. 

E ormai solo a questa che l'Urbe e l'enorme strut- 
tura amministrativa (un mare di addetti e impiegati dei 
più vari "liveUi") che la costituisce, affidano ogni spe- 
ranza e ogni ambizione di "primato". Q)uesta orgo- 
gliosa e utopica ambizione di potere planetario viene 
immediatamente ribadita nel Ciiubileo del 1950 e avrà 
mille e mille esempi, per riesplodere nel Ciiubileo 
2000, che ridarà la stura ad una stucchevole rievoca- 
zione dei fasti romani, con connotazioni a volte ridico- 
le: im copione già visto troppe vohi- nella storia. 



1 modi e i termini dell'esposizione di queste eterne 
\olontà di "primato" sono a volte realmente sorpren- 
denti per l'assoluta assenza di rapporto con la verità e 
la realtà delle cose. 

In una trasmissione televisiva del 3 gennaio 2000 si 
sono sentite affermazioni che sembrano incredibili: 

"La storia di Roma è la storia del Mondo! ", oppu- 
re "Roma Caput Mundi", "Roma è la capitale del 
mondo", oppure (fase modesta) "Roma è la capitale 
d'Europa", per finire con un'altra massima riportata 
pure in una canzonetta, ma non per questo meno in- 
credibile: addirittura... "la storia siamo noi!". 

Siamo ripiombati nei sogni messianici. Ogni com- 
mento, è superfluo e... lasciato al lettore! 



1945: note culturali del potere di Roma 

L'apparato politico e amministrativo cattolico, che 
nel 1945 faceva capo alla curia romana, poco differiva 
da quello borbonico napoletano di cui si è detto. Esso 
non era stato toccato, nonostante i tempi, dalla cultu- 
ra illuministica e molto conservava, nell'intimo e nel- 
l'esteriorità, dell'eredità spagnola. 

Le fotografie dell'epoca ci illustrano dignitari in 
calze bianche e pontefici con attorno i flabelli, specie 
di enormi ventagli in piume che, montati su grandi 
pertiche, permettevano di agitare l'aria attorno al pa- 
pa. Strumento, questo, di derivazione faraonica la cui 
presenza offre molti spunti. La corte era la stessa del 
momento medievale e gli stessi erano i nomi di coloro 
che si sarebbero poi spartita l'enorme torta costruita 
sulle e dalle nostre fatiche: quelli della nobiltà e della 
curia romana. Già nel primo dopoguerra si comincia a 
mettere in luce un giovane laziale allevato e istruito a 
cura della curia romana: il dr. Giulio Andreotti. 

Il suo punto di forza? Quello di essere il fiduciario 
e il referente politico di questa grande, fideistica, strut- 
tura... una specie di papa laico. 

L'amministrazione pontificia, così come l'ammini- 
strazione borbonica, furono e rimasero sinonimo di 
inefficienza, incapacità, insipienza, corruzione e nepo- 
tismo. L'Europa era molto lontana dal Soglio di San 
Pietro. Lì vi regna non il merito, ma il privilegio. 

Il Vaticano del resto era, ed è tuttora, la sede del- 
l'ultima monarchia assoluta e teocratica del mondo. 

Tutti conosciamo l'altra faccia (fra le cento facce) 
della Chiesa cattolica, quella nobile, quella santa. 
Quella popolata da indi\'itlui mezzo uomini e mezzo 
dei (altra figura molto presente nel panteon mciliter- 
raneo di sempre: i semidei), appunto i santi. 

Gente che lascia sbalordito chiuncjuc abbia axuto 
la fortuna di incontrarli per loro impressionante leva- 
tura umana e culturale. 

Gente destinata a lasciare un segno e un esempio, 
sulla strada della ci\'ilià umana, eli importanza enorme. 



L'ilalia e le Tre Italie 



223 



Gente che, anteponendo la civiltà dell'amore a 
quella dell'odio, affascina anche il più scettico degli 
scettici. Gente come San Francesco o suor Maria Te- 
resa di Calcutta, con il loro esempio, è realmente de- 
stinata all'immortalità, ma il nostro problema è che in 
Italia a partire da quel 1945 si usò il loro nome per fa- 
re ciò che alcuni individui (i religiosi e i para religiosi) 
non possono e non debbono fare: governare. 

Furono quindi alcuni santi veri (molto pochi) e al- 
tri furboni travestiti da santi (molti), che si improv\'i- 
sarono, ancora si improvvisano e furono imposti come 
manager di ogni cosa tangibile ed economicamente 
utile nel nostro paese. 

Fu a questo curioso mélange di santi e di peccato- 
ri (alcuni erano veramente enormi ladroni) che fu affi- 
data la gestione di un grande paese industriale: natu- 
ralmente fu il disastro. 

Fu come se San Francesco, Arsenio Lupin ed Ali 
Babà, con i suoi quaranta ladroni, fossero chiamati a 
dirigere la Fiat! Potrebbe succedere solo una cata- 
strofe! Che infatti si verificò. 

Come un quarto ciclone, in soli, brevi, trent'anni, 
dopo il cimitero sterminato della prima guerra mon- 
diale, dopo la dittatura, dopo la disfatta militare e so- 
ciale causata dal secondo conflitto mondiale, quel tipo 
di cultura e di politica, investì il nostro stremato paese. 

Ma è stata quest'ultima esperienza che, in cin- 
quanta implacabili anni di scempio, ha spezzato prima 
e distrutto poi, la nostra nazione, perché impose un ti- 
po di cultura e di società medievali e primitive quali 
erano quelle vaticane. 

Per quei signori la storia si era fermata al sistema 
socio-politico ispano-pontificio. Tutto era glaciato al 
Seicento. Per essi nulla era av\'enuto, né la rivoluzione 
borghese in Inghilterra, né quella americana nel 1776, 
né soprattutto l'odiata Rivoluzione francese e il suo 
"orribile illuminismo", insomma quello stato era un... 
Tibet mediterraneo. Al riguardo il già citato "SUlabo" 
pontificio di Pio IX parlava chiaro. 

Fu quella la cultura imposta e le conseguenze fu- 
rono adeguate. 

Ma c'è di più. 

Questa politica, questo tipo di amministrazione e 
questa cultura, potevano essere attuate solo da perso- 
ne ad esse omogenee. 

In quegli anni Cinquanta, in modo sempre più de- 
terminato, ogni ambito di amministrazione dello stato 
italiano fu occupato da cittadini di "sicura osservanza" 
provenienti soprattutto da regioni meridionali, ma del 
resto questo comportamento era quello stesso già 
adottato da tutti i governi precedenti, da Giolitti in poi 
(si veda oltre). 

Secondo fonti autorevoli essi rappresentano anco- 
ra oggi circa il 90% degli impiegati italiani in questo 
settore (si veda oltre). 



Concettualmente si venne a creare un curioso sen- 
so del diritto da parte di tanti cittadini meridionali ad 
occupare qualunque posto pubblico, come legge di 
compensazione alle capacità imprenditoriali e operati- 
ve dimostrate dai cittadini del nord. 

Nel settembre del 2000 è riesplosa una certa situa- 
zione istituzionale che in tanti speravano che la Chiesa 
cattolica avesse ormai accettato. Sono i rapporti fra 
Stato e Chiesa. 

Nel momento di massima potenza della Chiesa, se- 
guita ad un abile pontificato di Wojtyla, il papa polac- 
co, ed in coincidenza con il Giubileo romano del 2000, 
essa ha fatto due cose: una radunata oceanica di un mi- 
lione di giovani a Roma e la beatificazione di Pio IX. 
Sono due messaggi politici. 

Naturalmente non ci si raduna in un milione per 
pregare, è questo un fatto che riguarda l'intimità di 
ognuno. E nessuno riuscirà mai a convincerci che, per 
anni, in precedenza, organizzazioni complessissime di 
migliaia di parrocchie e decine di migliaia di individui 
hanno abilmente lavorato unicamente per fini di fede 
religiosa. 

E stata questa una adunata oceanica ed II venirci a 
dire che è stata questa una adunata oceanica "buona", 
che non deve essere confusa con altre precedenti, non 
dimenticate adunate oceaniche "cattive", non fa che 
accrescere il sospetto. 

Si è trattato di ima manifestazione di forza politica 
che coincide con il timore assai diffuso in ambito eu- 
ropeo di essere sommersi da un nuovo pericolo islami- 
co riaffacciatosi alle frontiere d'Furopa, come solo due 
secoli fa. 

E poi c'è Pio IX, il papa re, che è anch'esso un sim- 
bolo: quello del potere temporale della Chiesa e della 
sua durezza nel trattare i sudditi ribelli. 

Autorevoli commentatori politici identificano que- 
sti messaggi come la dichiarata volontà delle autorità 
ecclesiastiche di assumere nuovamente poteri politici 
avvertendo esse un imminente futuro particolarmente 
difficile che non potrebbe essere convenientemente af- 
frontato da autorità civili non particolarmente apprez- 
zate (per quanto riguarda la DC, braccio secolare del- 
la Chiesa, non si può dire che questa valutazione sia in- 
giustificata). 

Un esempio: Biffi, cardinale in Bologna, si com- 
porta ora (dicembre 2000) sempre più come sindaco 
della città... è fatto casuale? 

Il ritorno ad uno stato con sempre maggiori con- 
notazioni teocratiche sarebbe difficilmente accettato 
dall'Area padana e un imminente referendum in que- 
sto ambito sancirà autonomie regionali enormi, for- 
s'anche per prevenire frizioni prevedibili. 

Per il Meridione il discorso è diverso. 



224 



Rohcrlo Sgarzi 



L"'occupazìone del posto": una autentica piaga del- 
lo stato italiano 

Qui bisogna tare un passo indietro e (ctr. R. Ro- 
manelli, Storia dello stato italiano dall'unità a oggi) ri- 
cordare che la radice del problema è molto antica. 
Questo problema fu sollevato da Nitti (poi primo mi- 
nistro), acceso meridionalista, che nel 1900 confutava 
la generica polemica contraria alla sua gente, dimo- 
strando e contestando il fatto che in quel momento i 
cittadini settentrionali erano ancora in maggioranza in 
tutte le carriere dirigenti. 

Tutto ciò cambiò, anzi si ribaltò, nel successivo de- 
cennio giolittiano. 

Fu in questo periodo storico che si sovrapposero 
alcuni fenomeni, indotti dal rapido sviluppo del paese. 

Il primo fu l'espansione produttiva e industriale 
del nord, con predilezione per A "triangolo industria- 
le" (Genova, Milano, Torino) e questo determinò la re- 
lativa formazione di una forte classe dirigente, compo- 
sta quasi esclusivamente da settentrionali. 

Il secondo fu la realizzazione di una burocrazia 
amministrativa dello stato in rapido ingigantimento; a 
tal fine la pubblica amministrazione si rivolse alla pic- 
cola e media borghesia meridionale, di sicura "osser- 
vanza" e dotata della locale e quasi proverbiale "laurea 
in Giurisprudenza". 

Si ricordava in precedenza il rapporto preferenzia- 
le che Giolitti subito stese con i parlamentari meridio- 
nali (gli "ascari"... i portatori d'acqua, fedeli esecuto- 
ri della nobiltà feudale meridionale), essi infatti costi- 
tuivano, con i loro voti, gran parte della base sulla qua- 
le poggiava il potere politico di quel primo ministro ed 
è facilmente intuibile che, proprio in quelle massicce 
assunzioni, in quel collocare nei nodi vitali dell'Ammi- 
nistrazione dello stato italiano "gente di loro fiducia", 
era costituita almeno una parte della ricompensa per la 
fedeltà manifestata dai suddetti "ascari" per il premier. 

Sarà queste una delle ragioni per le quali Gaetano 
Salvemini, altro grande meridionalista, ma di valenza 
politica opposta a Giolitti di cui era un fiero oppositore, 
scriverà un testo rimasto famoso, una specie di atto d'ac- 
cusa contro l'avversario politico: "il mijiistro della miila- 
vita" (si veda G. Salvemini, Il ministro della malavita). 

Già allora derivò da tutto ciò una situazione di 
grande difficoltà di rapporto fra economia e istituzio- 
ni, in quanto ognuno di questi comparti veniva carat- 
terizzato e connotato da uomini con culture e princìpi 
di vita pesantemente diversi: si era alla dicotomia. 

S. Cassese, nel suo Questione amministrativa e que- 
stione meridionale. Dimensioni e reclutamento della bu- 
rocrazia amministrativa dall'unità ad oggi, già nel lonta- 
no 1977 affermava che "si era di fronte alla Meridiona- 
lizzazione dell'Amministrazione" e autori posteriori 
fanno rilevare ben nell'r/o il tasso d'incremento per- 
centuale su base annua deUa componente meridionale 
a danno di quella settentrionale (Romanelli, p. 236). 



Sotto l'aspetto politico, questa nuova, popolosa, 
classe amministrativa e impiegatizia prendeva possesso 
dei nuovi centri urbani, sia come luogo di lavoro che 
come residenze, ai quali dava un profilo culturale par- 
ticolare con i sui valori ispirati al moderatismo, al tra- 
dizionalismo, ad un certo senso di un certo stato, im- 
pregnato di osservanza e ubbidienza. 

In questo periodo giolittiano si accentua la posi- 
zione della pubblica amministrazione, più che come 
forza decisionale, come entità mediatrice dei conflitti 
fra le parti sociali (Gir. Cassese, pp. 11-20 e Cassese- 
Caracciolo 1971). 

Cominciò allora l'influenza di questa nuova classe, 
che si chiamerà poi "parastato", anche all'interno del 
settore economico, produttivo e finanziario con nomi- 
ne d'autorità, da parte dei governi italiani, nei consigli 
di amministrazione di industrie, banche e società fi- 
nanziarie di individui o addirittura gruppi di individui 
di fiducia dei vari ministri, che "davano pareri, studia- 
vano, indirizzavano", la struttura privata: la strada ver- 
so la nazionalizzazione di ogni cosa era aperta. 

E Cammelli nel 1980 che analizzerà la questione 
dando valide verifiche del problema. 

Naturalmente tutto ciò sollevò subito grandi av- 
versioni, intuendo gli scompensi che si sarebbero veri- 
ficati. Fra le polemiche più forti, al riguardo degli squi- 
libri territoriali nel reclutamento degli appartenenti al- 
la pubblica amministrazione, è da segnalare nel primo 
dopoguerra quella di Luigi Einaudi (poi Presidente 
della repubblica). 

Il fenomeno divenne da quel momento in poi ben 
conosciuto e fu una piaga dello stato e cioè un eccesso 
di dirigenti o personale vario rispetto alle reali neces- 
sità, con una sempre maggiore richiesta di "posti" di 
qualsiasi livello, statali, o comunque della pubblica 
amministrazione. 

Non si può dire che le amministrazioni locali (co- 
munali, provinciali o regionali) si siano poi molto al- 
lontanate da questa "filosofia di base", per di più al- 
largandola a clientele politico-ideologiche. 

Sempre nel testo del Romanelli, ma per la ricerca 
di Guido Melis (p. 236) è riportata un'interessante in- 
dagine dell'ISAP riferita agli anni Sessanta che mette in 
evidenza che nelle regioni del nord ovest erano pre- 
senti 15,4 dirigenti per ogni 100.000 abitanti, a fronte 
del valore 102,9 al sud, di 48,4 al centro e centro-nord, 
per concludersi con un enorme 127,5 nelle isole. 

È da porre in evidenza come siano inversamente 
proporzionali la produttività e il reddito prò capite, al 
numero percentuale dei dirigenti della pubblica am- 
ministrazione. 

Di fondamentale importanza il calcolo della pro- 
venienza territoriale circa gli impiegati di concetto del- 
l'intera penisola: da Puglia, Campania e Calabria: 
33%, isole: 14%, Italia centrale e nord-orientale: 
38,6%, Italia nord-occidentale: 12,5%. 

Interessante pure il fatto che l'età media di questa 



L'Itiilia e le Ire llalic 



225 



popolazione risultava assai elevata, evidenziando un 
"processo di invecchiamento" assai alto. Tra le lauree 
in possesso di questo personale quella "classica" in 
Giurisprudenza rappresentava il 59,4 % del totale. 

Se si rivolge l'analisi statistica all'intero universo 
dei dipendenti pubblici genericamente inteso, i risul- 
tati non cambiano. 

I dipendenti civili dello stato italiano risultavano: 

40,47% provenienti da Campania, Puglia e Cala- 
bria; 

20,10% dalla Sicilia; 

2,22% dalla Sardegna; 

21,33% dall'Italia centrale; 

13,70% dall'Italia settentrionale. 

In sintesi: Italia centro meridionale: 86,30%; Italia 
del nord (Area padana): 13,7%. 

Un dato, evidentemente, impressionante. 

Riferisce Melis (Romanelli, p. 237) che l'identikit 
del gruppo rivela un individuo medio meridionale, 
piuttosto anziano, laureato in Giurisprudenza e che ri- 
sultava molto difficile per un tale soggetto, affrontare 
in quegli anni un riammodernamento della pubblica 
amministrazione . 



LECCE 

BACALE (LECCE) 

ALESSANO (LECCE) 

BRINDISI 

FONDI (LATINA) 

MESSINA 

GAETA (LATINA) 7 

San Pietfo m Lama (LECCE) B 

NAPOLI 9. 

ALVIGNANO (CASERTA) 10. 

CASERTA 11. 

S Giorgio a Cfemano (NA) 12 

GENOVA 13 

FOGGIA 14 

ROMA 15 

ROMA 15 

ROMA 15 

ROMA 15 

ROMA 15 

ROMA 15 




Gli anni susseguenti riveleranno una drammatica 
evoluzione in negativo del problema, per il dilatarsi 
del numero di Enti Pubblici creati ex novo, forse trop- 
po spesso per soddisfare una sempre crescente... "fa- 
me di posti". 

Solo a titolo di esemplificazione, fra i mille, ricor- 
do riNA Casa, la Cassa per il Mezzogiorno, l'IsvEIMER, 
l'iRFlS, il ClS, I'Eni, le Regioni ecc. 

Diamo un'ulteriore indicazione quantitativa ed 
esemplificativa del fenomeno su indicato: l'evidenzia- 
zione, per regioni di origine, della provenienza degli 
allievi di un'illustre istituzione del nostro paese: la Ac- 
cademia Militare di Modena, per la formazione degli 
ufficiali. 

La cosa è della massima importanza, proprio per- 
ché l'esercito è forse il massimo, più amato e delicato 
organismo in cui si espliciti una nazione: in questo 
ogni parte di essa deve essere e sentirsi rappresentata. 
Voglio ricordare che una delle cause di maggior 
peso della deflagrazione della Jugoslavia di Tito fu il 
totale monopolio delle sfere militari da parte della et- 
nia serba. Fortunatamente il nostro paese non ha nul- 
la in comune con l'ex Jugoslavia, 
ma ciò non significa che pericolosi 
punti di squilibrio e di possibile 
frizione non debbano essere temu- 
ti e sanati. 



BARI 16 

Ouanu SanCEtena (CA) 17. 

TELESE (BENEVENTO) 18. 

Torre dei Passeri (PESCARA) 19. 

CHIFTI 20. 

PALERMO 21. 

TORINO 22. 

CATANIA 23, 

SPRESIANO (TREVISO) 24. 

COLLEFERRO (ROMA) 25, 

SALERNO 26 



Figura ispirata alla p. 245 dell'Annuario del 169° Corso dell'Accademia Militare di Modena. 
Luoghi di provenienza degli allievi. 



Non sono in grado di riferire e 
di conseguenza valutare statistica- 
mente, le provenienze territoriali 
dei cadetti dell'Accademia di Mo- 
dena, esiste però una pubblicazio- 
ne edita a cura della stessa istitu- 
zione, molto gradevole, simpatica 
ed elegante, dalla quale possono 
essere attinti dati interessanti, an- 
che se incompleti. È l'annuario 
dell'Accademia. 

Di particolare significato nel- 
l'edizione del 1989 risulta essere la 
pagina 245, nella quale risulta la 
composizione per provenienza ter- 
ritoriale di una frazione di quell'U- 
niversità dei cadetti. 

Si tratta infatti della composi- 
zione di un gruppo di questi, che 
verosimilmente mi pare equipara- 
bile ad una compagnia; ebbene se- 
gnata una retta orizzontale che sul- 
la città di Roma attraversi la peni- 
sola risultano essere 23 i cadetti 
provenienti da sud e solo... 3, pro- 
venienti eia nord di questa linea. 

Se il dato dovesse risultare 
omologo al dato dell'intero corpo 



226 



Roberto Sgarzi 



degli allievi ciò sarebbe di gravità politica di rilevanza 
eccezionale. L'esercito italiano deve intatti essere tale 
perché composto da cittadini di tutta la penisola e non 
solo di una parte di essa. 

Non sarebbe cioè opportuno e nemmeno giusto, 
mi consento un assurdo paradosso, che la denomina- 
zione "Esercito italiano" significasse in realtà "Eserci- 
to dell'antico Re^no delle Due Sicilie". 



1955. Fine della trattazione storica 



Non a caso l'oggetto di questa mia analisi storica 
termina nel 1955. E il quel momento che si può pen- 
sare che l'Italia abbia ormai acquisito le caratteristiche 
di fondo che poi la connoteranno tino al momento 
odierno (2001), e ciò nel bene e nel male. Alla Storia 
dei gioni! nostri Sì sovrappone quindi l'attualità e que- 
sto è compito di giornalisti e uomini politici. 



Non sfuggirò comunque ad una personale analisi 
del nostro attuale paese e lo tarò con grande preoccu- 
pazione. Questo perché l'Italia continua a non liberarsi 
di questa curiosa connotazione di strano paese. L'Italia 
è ancora ciò che è sempre stato: un "paese a metà". 

Metà Europa e metà Mediterraneo, metà stato e 
metà Chiesa, metà Fede e metà Ragione, metà corru- 
zione, data come valore irrinunciabile e metà abnega- 
zione commovente, metà passato e metà futuro. 

Il problema è che ormai il "villaggio globale" ri- 
tinta situazioni di questo tipo e che il bruciante raf- 
fronto fra la dimensione italiana e quella giapponese, o 
svedese, o germanica, o francese che sia, è immediato 
e costante. E stato Internet che ha rovinato i molti, 
corrotti, locali "re Nasone", i quali vorrebbero conti- 
nuare a narrarci la tavoletta che "tutto il mondo è 
ugual paese". 

Ormai su quello schermo e nelle anime degli ita- 
liani, le bugie non reggono più. 



L'Itiilki c le Tre llalic 



227 



Sintetica analisi propositiva 

sul presente e sul futuro del paese 



Questione meridionale e malessere del nord 

Come era naturale presagire, in quel 1945 la presa 
del potere da parte della Chiesa cattolica in un'Italia di- 
strutta coincise con la sparizione dei valori etico-politi- 
co illuministici e risorgimentali (patria, legalità, diritti 
civili, fraternità, libertà, cultura umanistica e scientifi- 
ca), per dare posto alle nuovamente imposte tradizio- 
nali, antiche, caratteristiche culturali del regno del pa- 
pa re e del Regno delle Due Sicilie (fede, sopraffazione, 
assenza dei diritti dell'uomo, disprezzo per l'umanesi- 
mo, l'illuminismo e l'organizzazione civile). 

Questa situazione non poteva certo determinare la 
risoluzione della "questione meridionale" e causò vi- 
ceversa rav\'ento, soprattutto a partire dagli anni Set- 
tanta, di un nuovo problema, il "Malessere del nord", 
che ha avuto come conseguenza politica l'emergere di 
alcune vivaci formazioni politiche, fra le quali spicca- 
no la Lega nord e la Liga veneta. 

Ciò non deve stupire. Il sopravvenire, nell'arco di 
lunghi anni (dal '45 air85 circa), in tutta la Padania, 
con predilezione per le zone lombardo-piemontesi e 
venete, di un enorme numero di connazionali prove- 
nienti dal nostro Meridione, una vera, biblica, emigra- 
zione interna, ha causato la perdita delle connotazioni 
socio-culturali di fondo delle popolazioni, sia ospitate 
che ospitanti, causando, come sempre succede in que- 
ste circostanze, un movimento tendente alla conserva- 
zione delle stesse. 

Inutile celarcelo. Purtroppo la rapida "invasione" 
nelle province settentrionali da parte del grande nume- 
ro di cittadini meridionali ha causato non lievi fenome- 
ni di incompatibilità fra le diverse culture anche se, for- 
tunatamente, par di capire che in questi ultimi tempi 
siamo di fronte ad un miglioramento del problema. 

Nell'ambito di questo fenomeno e di questi rap- 
porti, a volte dilficili, nella formazione di quello che è 
definito il "malessere del nord", pare di capire che sia 
di particolare preminenza la già citata "occupazione" 
della pubblica amministrazione da parte di cittadini 
meridionali (si veda «Rivista di cultura politica», p. 
149 e ss.). 

In parole povere: voi settentrionali hu'orate e co- 
struite le automobili sulle i.|uali noi marciamo e va be- 



ne... passi... ma sia chiaro che noi saremo i vostri pre- 
fetti, questori, generali, bidelli, giudici, presidenti di 
tribunale, postini, presidi, poliziotti, carabinieri, capi- 
stazione, dirigenti e impiegati di ogni cosa dello stato 
ecc. ecc. ecc. Quindi: "prendetevi pure il mercato, ma 
noi ci prenderemo gli stipendi fissi". 

La legge, U diritto, la logica del pubblico concorso 
che, così come in tutta Europa, dovrebbero assicurare 
al cittadino più meritevole quel certo pubblico incari- 
co, sono di conseguenza, secondo la vox populi, co- 
stantemente "sottoposte ad interpretazioni", in omag- 
gio a questa pseudo-legge non scritta, ma presente e 
operante. 

Par di capire che il "posto pubblico" sia, dagli an- 
ni '45-50 in poi, proprietà "di qualcuno" assegnato poi 
d'autorità al nipote, al figlio, allo zio, al parente, al fi- 
glio dell'amico o all'amico del figlio. 

Circola in "Padania" una storiella secondo la qua- 
le una certa qual cattedra universitaria, in questa ma- 
croregione, fosse un giorno degli anni Ottanta acquisi- 
ta da un personaggio proveniente da una piccola citta- 
dina del sud. 

Questa cattedra era responsabile di un ambito cor- 
so di studi aperto riservato ad alcuni studenti ammessi 
dopo un severo esame. Così, naturalmente, si fece e i 
candidati, provenienti da tutta Italia, subirono appun- 
to un... "severo, imparziale, esame". Grande imbaraz- 
zo e scalpore suscitò il fatto che alla proclamazione dei 
risultati, risultò che il 90'/'ó dei vincitori risultarono 
provenienti dallo stesso piccolo paesino, di cui appun- 
to era originario, proveniva il nostro inclito, integerri- 
mo, severo, imparziale, cattedratico, esaminatore! 

Lascio ai lettori il dubbio e la suspence se il fatto il- 
lustrato sia realtà o fantasia. Se per caso non fosse 
realtà le assomiglia molto. 

Nei cittadini e soprattutto nei giovani connaziona- 
li, di ieri e di oggi, tutto ciò è devastante. 

Il metro comune, che tutti dovrebbe unire, in que- 
sta Italia, pare non essere più il diritto civile e con ciò 
l'impegno personale e il rispetto del cittadino, ma l'in- 
teresse privato, o familiare e il nepotismo (insomma, 
ancora una volta il "suo particulare" secondo Guic- 
ciardini). 

Ne consegue naturalmente che l'autorità rischia di 



Lìldìld c le Tre 1/il/ìc 



229 



non essere più autorevole, perché nell'animo di tanti 
concittadini fruitori, colui che detiene il potere non 
avrebbe più la loro stima. 

Infatti l'autorità da tanti, da troppi concittadini, 
potrebbe essere valutata e considerata come usurpata. 

Ovviamente in un infinito numero di casi questo 
sentimento è ingiusto, ma i troppi scandali, di cui da 
ormai mezzo secolo e più è affetto il nostro paese, han- 
no distrutto il "rapporto di civiltà" fra amministrati e 
amministratori. 

E questo è un problema, perché senza questi valo- 
ri morali non può esistere alcuna reale, evoluta, civile, 
collettività. Non può esistere, cioè, la nazione. 

Sempre secondo la vox popiili. colui che detiene 
l'incarico e l'autorità rischia poi di non av\'ertire alcun 
tipo di legame, o spirito di servizio, nei confronti dei 
cittadini fruitori, che non rispetterebbe, non amereb- 
be e dei quali non si sentirebbe espressione. 

Fra i nostri connazionali c'è chi pensa che non da 
essi egli infatti ricevette l'onore e l'onere del comando, 
ma dal potente del momento, individuo operante in 
strutture spesso potenti quanto ignorate, se non addi- 
rittura illegali. 

E a lui, solo a lui, al capopopolo, all'uomo di pan- 
za, a questo capo... di qualche cosa... che un gran nu- 
mero degli appartenenti alla pubblica amministrazione 
italiana (sempre secondo la vox populi) deve il "posto": 
sarebbe lui, e solo lui, quindi, l'unico arbitro della sua 
vita e della sua carriera. A lui e solo a lui dovrebbe an- 
dare la totale devozione del fruitore del "posto". 

Questo sistema offre anche particolari utilità a chi 
detiene il potere in Roma, perché spesso garantisce la 
fedeltà assoluta di coloro che sono inseriti in questo 
ambito perverso. 

Un ulteriore duro aspetto del problema è che per 
un grande numero di connazionali di origine meridio- 
nale inseriti nella pubblica amministrazione non esiste 
possibilità di scelta. 

Questi non possono infatti decidere di inserirsi, 
come potrebbe fare un cittadino settentrionale, nel 
settore pubblico, e ciò come frutto di una scelta fra 
questo e un settore privato produttivo, che in questa 
zona è particolarmente florido e recettivo. 

Nelle regioni meridionali, purtroppo, questa se- 
conda possibilità non esiste: il settore privato produt- 
tivo non c'è, quindi la sopravvivenza dell'individuo e 
dei suoi familiari dipende unicamente dalla benignità 
di un "qualcuno" che gli possa procurare e assicurare 
il famoso "posto". 

Non vorrei essere frainteso e vorrei invece rimar- 
care l'ammirazione e la riconoscenza mia e di tutta la 
collettività per l'enorme numero di esemplari funzio- 
nari di origine meridionale che, troppo spesso in con- 
dizioni di notevole difficoltà, esplicano un lavoro di 
grande e fondann ntale importanza per tutto il paese, 
con precipuo riferimento alla "Area padana". Voglio 
altresì sottolineare che la mia argomentazione non ri- 



guarda genericamente i cittadini meridionali che risul- 
tano dipendenti dello stato e che ogni caso dovrebbe 
essere attentamente verificato prima di esprimere 
qualsiasi opinione. 

Questo per non cadere nel doppio errore, che si 
avverte cosi frequentemente ascoltando certa gente e 
camminando per certe strade, di offendere ingiusta- 
mente un cittadino italiano, viceversa onesto e quindi 
prezioso per l'Amministrazione e per il paese. 

La mia valutazione riguarda quindi non i singoli 
individui, bensì un certo fenomeno sociale e culturale 
molto spesso assai evidente. 

Un ulteriore aspetto dei tanti motivi di frizione che 
angustiano i rapporti fra le Tre Italie è costituito dai 
"Concorsi provinciali o regionali, però con valenza na- 
zionale". 

Cosa significa questa questione che sta però deter- 
minando squilibri enormi e aggravantisi nelle regioni 
settentrionali, con particolare evidenza nel settore giu- 
ridico? 

Significa che (rimanendo ad esempio nel mondo 
degli a\'\'ocati, ma il problema è assai più ampio) va- 
riabilmente province e regioni organizzano esami di 
stato di ammissione agli Ordini professionali, o ad al- 
tre arti liberali, fatto questo che risulta determinante 
per consentire l'accesso alla professione: tali concorsi 
sono però riser\'ati solo e unicamente ai nativi e ai re- 
sidenti da molto e molto tempo in una certa regione o 
provincia che sia. 

Quindi, per capirci, in Calabria esami solo per ca- 
labresi e in Emilia esami solo per emiliani. 

Tutti coloro che superano tali esami, i quali hanno 
valenze geografiche strettamente riservate ai locali, 
possono però poi esercitare le varie professioni in tut- 
ta Italia. 

Quindi i siciliani promossi potranno esercitare in 
Lombardia, così come i lombardi promossi lo potran- 
no fare in Sicilia. 

Il problema è però nel fatto che la severità e il ri- 
gore che si riscontrano nell'esecuzione di questi esami 
nell'Italia del nord (riservati ai residenti dell'Italia del 
nord) sono assai più elevati di quelli posti in essere dal- 
le equipollenti commissioni operanti nell'Italia del sud 
ed insulare (naturalmente solo ed esclusivamente per 
gli esaminandi residenti nell'Italia del sud ed insulare). 

Se quindi, ragionando per paradosso, per questa 
ragione, tutti gli esaminandi nelle regioni meridionali 
risultassero promossi e, viceversa per quanto detto, 
non lo risultasse nessuno degli esaminati nelle regioni 
settentrionali, ciò significherebbe che i cittadini Italia- 



Scandalo d&fli esami fadli. avvocalo bolognese ammeKe. "Sono andato a Catanzaro per essere sicuro della promozione* 

"A noi nessuno sviluppò il compito, ma 
la commissione ci promosse tutti o quasi" 



Estate 2000. Titoli di giornali relativi agli "esami" per la nomina a 
procuratore legale tenuti in Catanzaro. 



230 



Roberto Sgarzi 



ni che su tutto iJ territorio nazionale sarebbero am- 
messi alla professione forense e ad altre "arti liberali ", 
sarebbero solo e unicamente cittadini meridionali. 

Questa non è naturalmente la realtà, ma il proble- 
ma è che le si assomiglia parecchio ed è gravissima. 

Nell'estate del 2000, dopo decenni di "disattenzio- 
ne" la stampa ha lato esplodere al riguardo di questi 
pseudo-esami uno scandalo enorme. 



Le Tre Italie e l'attuale immigrazione clandestina 

Quella illustrata è l'analisi storica di un problema 
storico quale quello dell'unione forzata e sanguinosa 
di tre entità socio-culturali che potevano certo coesi- 
stere, ma difficilmente potevano fondersi. Ora l'attua- 
lità propone un ulteriore grave aspetto di tutto ciò: 
l'immigrazione repentina e massiccia di popolazioni di 
ogni parte della Terra, ma soprattutto musulmano-me- 
diterranee, che porta nelle Tre Italie, in ugual misura, 
problemi di rapporti con questi nuovi ospiti e di con- 
servazione dell'identità nazionale. 

Da circa dieci anni le Tre Italie debbono affrontare 
un nuovo, drammatico problema; queOo di una biblica 
invasione di immigrati, quasi sempre clandestini. Si trat- 
ta di un autentico dramma umano che ha per protagoni- 
sti, molto spesso, inermi disperati che non vogliono ag- 
gredire alcuno, ma solo sfuggire alla fame e alla morte. 

In mezzo a loro si mescolano però, astutamente, 
torme di orribili e sanguinari criminali che importano 
nuove e per noi ignote forme di brutalità. 

Quella gente, fatto unico fra tutte le nazioni del 
pianeta, può entrare a proprio piacimento nel nostro 
territorio, anche senza alcun permesso o documento di 
identità, che infatti è spesso distrutto prima di entrare 
in Italia: tutti sono accettati e assistiti. Il che pare esse- 
re folle, anche perché essendo ormai risaputo che que- 
sto "ventre moUe d'Europa" (così Churchill definì l'I- 
talia) attua questo eccezionale comportamento, attiria- 
mo in questa corsia preferenziale i disperati del mon- 
do e con loro anche i peggiori delinquenti. 

In realtà ciò che potrebbe sembrare un'ecceziona- 
lità è naturale in un paese a determinante influenza 
della parte cattolica nel costume e nella politica. 

Come disse infatti il papa in piazza San Pietro l'I 1 
giugno 2000 aOe ore 12.07: "/ cattolici non hanno pa- 
tria. La loro patria è il Cielo'\ 

Immagine certamente suggestiva, ma che implica 
notevoli problemi per chi vive in una società umana 
che deve invece darsi norme ben precise. 

Insomma siamo tli Ironie ad un governo impastato 
di ecumenismo cattolico e, per quanto riguarda la si- 
nistra, di un populismo pauperistico che ancora si 
intorma ad un internazionalismo proletario di stampo 
marxistico. 

Insomma tutti uguali sul nostro pianeta gli nomi 



ni-tedeli di fronte a Dio per i primi... e tutti uguali gli 
uomini-proletari di fronte ai padroni-schiavisti, per i 
secondi. Chiaramente entrambi i casi non sono com- 
patibili con le nazioni, intese come società di individui. 

Ignoriamo volutamente U possibile aspetto squalli- 
do della cosa e cioè l'artata importazione diretta dal 
terzo mondo di autentici sottoproletari (l'indispensa- 
bile materia prima elettorale per certi movimenti poli- 
tici) operazione obbligatoria per questi signori, aven- 
do verificata l'ex'oluzione socio-culturale degli italiani 
da sudditi a cittadini. 

Debbo ricordare, perché fatto assai esemplificati- 
vo, il triste episodio della Corvetta Sibilla e cioè la col- 
lisione avvenuta anni addietro al centro del Canale di 
Otranto fra una nostra unità militare che, in ottempe- 
ranza a precisi ordini ricevuti, pattugliava quel mare e 
un'imbarcazione albanese. Quest'ultima in una notte 
tempestosa voleva, senza consenso, forzare la vigilanza 
italiana al fine di scaricare illegalmente sulla nostra co- 
sta il solito carico di clandestini. 

Fu un incidente drammatico e doloroso, che si ri- 
solse con il capovolgimento e l'affondamento della na- 
ve albanese, che si muoveva a zigzag. 

Morirono tante persone, uomini, donne, bambini, 
individui in cerca di speranza e benessere. Fu una tra- 
gedia. 

Ciò che ricordo con disgusto è l'attacco feroce, im- 
mediato e pregiudiziale, portato da troppi connaziona- 
li ai nostri marinai, colpevoli di avere fatto il loro dove- 
re in difficili condizioni e anche il verificare che in Ita- 
lia prima ancora di sapere chi aveva sbagliato, la cer- 
tezza universale era che... gli albanesi erano i buoni e 
gli italiani, tutti gli italiani, erano i cattivi. Da troppe 
parti si evidenziò immediatamente la convinzione che 
non si era trattato di un incidente, ma di un crimine. 

Fu forse questo che spinse le nostre personalità di 
governo a farsi imme